— Quanto mi manchi, — sussurrò Maria, tremando al suono della propria voce nella quiete della stanza.

— Quanto mi manchi, — sussurrò Loredana, tremando al suono della sua stessa voce nella stanza silenziosa. Le dita si fermarono sopra il vecchio album fotografico. In una foto sbiadita, Alessandro sorrideva, sollevando sulle spalle il piccolo Arturo. Loredana scivolò delicatamente le punte delle dita sul suo volto. Nove anni erano passati, ma il dolore rimaneva acuto come allora.

Fuori infuriava una bufera di neve, i fiocchi sbattendo contro il vetro. Loredana si alzò, si avvicinò al davanzale dove ardeva una candelina. Era l’anniversario. In notti come quella l’assenza di Alessandro pesava ancora di più.

— Ce la faccio, capisci? — disse al vuoto. — Arturo ormai è quasi alto come te, e Leone… è talmente tuo.

Nel angolo il fuoco del camino scoppiettava. Loredana si avvolse in una vecchia coperta di lana e si sedette sulla poltrona di legno. La vecchia casa di montagna scricchiolava sotto i colpi di vento. Si addormentò senza accorgersene. Forse furono minuti, forse ore, quando tre colpi forti alla porta ruppero il silenzio.

Loredana sobbalzò, il cuore le batteva all’impazzata. Chi poteva bussare in una tempesta così? Il villaggio più vicino era a un chilometro di distanza. I colpi si ripeterono, tre tocchi netti, come se qualcuno insistesse.

Con la mano tremante afferrò il corridoio al buio, cercando il muro. Il suo sguardo cadde su un coltello da cucina poggiato sul tavolino. Lo strinse, stringendo il manico con forza.

— Chi è? — la voce le tremò.

Silenzio. Poi altri tre colpi, più insistenti.

Loredana avvicinò il coltello al fianco, girò la serratura con l’altra mano. Un’ondata di aria gelida entrò con un turbinio di neve, e sulla soglia apparve…

— Loredana, sono io. Sono tornato.

Alessandro. Il suo Alessandro, scomparso nove anni fa. Barba incolta, occhi stanchi, il sorriso familiare. Il coltello scivolò dalle dita intorpidite. Loredana vacillò, aggrappandosi allo stipite.

— Non è… — ansimò. — Non sei più qui.

— Sono qui, — fece un passo avanti e la strinse.

Il suo abbraccio era caldo, reale, profumato di freddo e terra. Loredana si aggrappò al suo cappotto, il viso contro la spalla, e le lacrime scivolarono a fiumi. I piedi cedettero, e i due cadero sul pavimento dell’ingresso.

— Come? — riuscì a sussurrare.

— Lo so, non capisci, — accarezzandole i capelli. — Ma ti spiegherò tutto. Prima chiudiamo la porta, fa gelido.

Lui la aiutò a rialzarsi. Loredana non lo lasciò andare neanche per un attimo, temendo che potesse svanire di nuovo.

— I ragazzi? — chiese, voltandosi.

— Dormono, — rispose Alessandro, osservandola. — Sono cresciuti.

— Lo so, — sorrise con una leggera tristezza.

— Come è possibile? — toccò la sua guancia con dita tremanti. — Tu… non sei più… Io ero lì.

— Andiamo, — la prese per mano. — Dobbiamo parlare, abbiamo poco tempo.

Entrarono nella cucina. Loredana accese un’altra lampada a olio. Alessandro si sedette sul bordo del tavolo, scrutando la stanza come a fissare ogni dettaglio.

— Custodisci questa casa con tanto amore, — disse con voce calda.

— Di cosa parli? — implorò Loredana. — Dove sei stato? Perché ora?

Alessandro inspirò a fondo, guardandola negli occhi.

— Ti racconterò tutto. Siediti, per favore.

Loredana gettò qualche legna nella stufa. Il fuoco scoppiò, dipingendo la stanza di una luce arancione soffusa e ombre danzanti.

Dopo un attimo di esitazione, si avvicinò al vecchio credenza e prese una tazza di ceramica blu, incrinata sul bordo. Nove anni quella tazza era rimasta intatta, come in attesa del suo padrone.

— Non immaginavo che l’avessi tenuta, — commentò Alessandro, sorseggiando il tè caldo.

Loredana osservò ogni linea del suo volto: la rughetta tra le sopracciglia, la cicatrice sul mento, il pizzetto da bambino. La sua mano cercò il suo braccio, sfiorandogli il polso, la spalla, la barba, quasi a verificare che fosse reale.

— Sei davvero qui, — sussurrò con le labbra secche. — Raccontami… dove sei stato tutto questo tempo?

Alessandro rimase in silenzio a fissare le fiamme prima di parlare.

— Dopo che me ne sono andato, non sono finito dove vanno tutti, — iniziò. — Mi sono smarrito, non ho raggiunto la meta.

Fece un sorso di tè e proseguì:

— All’inizio c’era uno spazio scuro, denso come nebbia, quasi tangibile. Vagiavo lì senza sapere se ero vivo o morto.

Loredana tratteneva il respiro, la mano stretta sul braccio di lui, i suoi dita intorpidite.

— Poi mi sono ritrovato in un luogo che chiamano Limbo. È come una stazione infinita, dove nessuno sa dove arrivano i treni. Non ci sono corpi, solo sensazioni.

Alessandro posò la tazza e le fissò negli occhi.

— Non immagini quante anime vagano lì, persi, incapaci di andare oltre.

— Chi sono? — chiese Loredana.

— Un vecchio che non ha mai perdonato il fratello, una giovane madre che ha lasciato il suo bambino in ospedale e non ha smesso di piangere, un ragazzo caduto in una rissa e che non comprende ancora di non essere più tra i vivi… tutti cercano di rimediare a qualcosa.

Loredana guardò intensamente il volto di Alessandro.

— E tu? Che cosa desideri?

— Vedere di nuovo voi, — rispose semplicemente. — Tutti questi anni ho rivissuto i vostri scherzi, il profumo dei capelli di Leone quando si accoccolava sul mio collo, le mani di Arturo quando impugnò per la prima volta il martello, proprio come me, con cautela.

Il fuoco crepitava, ma fuori la bufera continuava a imperversare, come se il mondo intero si fosse ristretto a quella stanza.

— Ho visto l’albero cadere su di te, — disse Loredana improvvisamente. — Mi hanno chiamato al lavoro, ho lasciato tutto e sono corsa, in grembiule da scuola, per tutta la frazione.

Il ricordo le strinse il viso in una smorfia di dolore.

— Non sai quanto ho sofferto, — continuò. — Mi chiedevo perché proprio voi, perché proprio noi, quando era così difficile.

Si alzò, aprì l’anta della credenza e tirò fuori un foglio ingiallito.

— Vedi? È una ricevuta del pegno. Ho venduto il mio ciondolo d’argento per comprare cibo ai ragazzi. Arturo era malato e non avevamo né soldi né medicine.

Alessandro la avvolse in un abbraccio da dietro. Sentì il suo calore, tremò.

— Loredana, perdonami per tutto.

— Per cosa? — si voltò. — Per il tuo andare via? Per averci lasciati?

— Per averti lasciata sola, — le sussurrò. — Per averti costretta a essere forte per entrambi, a fingere che tutto andasse bene quando dentro c’era il vuoto.

Loredana piangeva, silenziosa, le lacrime scivolavano sul viso.

— Ogni anniversario mettevo una torta sul davanzale, come insegnava la nonna, e poi passavo la notte ad aspettare qualcosa, senza sapere cosa.

Rimasero in silenzio a lungo. Poi Loredana alzò lo sguardo e chiese:

— Rimarrai adesso? Con noi?

Alessandro non rispose, ma la strinse più forte.

— Alessandro? — balbettò.

— Non lo so, — ammise infine. — Non conosco le regole. Sono solo… qui.

Loredana sentì le gambe cedere; Alessandro la prese e la mise su una sedia. Lei si aggrappò al suo braccio, respirando quell’odore familiare di legno e fuoco.

— Non andartene finché non avrò chiuso gli occhi, — implorò, chiudendo gli occhi.

— Non lo farò, — promise accarezzandole i capelli.

Nel mezzo del sonno, udì il suo sussurro:

— Non sapevo nemmeno come stare senza di te…

Al mattino i primi raggi di sole filtravano tra le tende. Loredana era ancora sulla sedia, avvolta nella coperta. Alessandro era di fronte a lei, con la stessa tenerezza di un tempo.

— Buongiorno, — sorrise dolcemente. — Hai dormito solo poche ore.

Loredana si raddrizzò, scrollandosi la sonnolenza. Era mattina. Non era un sogno. Era davvero tornato.

— I ragazzi si sveglieranno presto, — disse in fretta, l’emozione le stringeva la gola. — Non crederanno ai loro occhi. Hai idea di quanto siano mancati? Soprattutto Arturo.

Alessandro aveva smesso di dire “papà” quasi un anno dopo la sua scomparsa.

Allungò la mano a Loredana.

— Loredana, — iniziò a bassa voce, — devo dirti una cosa.

Le parole lo fecero fermare.

— Non posso restare.

— Cosa? — lei strappò la mano, sconvolta. — Perché? Sei qui! Ti sento, ti vedo, ti tocco!

Lo afferrò per le spalle, come a trattenerlo fisicamente.

— È… un permesso, — disse lentamente. — Una sola notte. Non so neanche come funzioni.

Con ogni raggio di luce che penetrava le tende, lui sembrava dissolversi. L’alba lo trascinava indietro, verso quel luogo da cui non si ritorna.

— No, no, no! — la voce di Loredana si trasformò in un urlo, ma si interruppe quando guardò le camere dei bambini. Continuò a bassa voce: — Non ora. Non quando ti ho appena ritrovato.

Alessandro la strinse ancora più forte.

— Ascoltami. Sono qui, sempre stato. Ogni minuto, ogni notte in cui piangevi, quando Leone aveva la febbre e non dormivi, quando Arturo si è difeso a scuola per onorare la nostra famiglia.

Loredana lo colpì con un pugno sul petto.

— Se eri qui, perché non hai aiutato? Perché ti sei limitato a guardare?

— Non potevo, — la sua voce tremò. — Ero una sorta di ombra, un osservatore.

Un’eco di voce addormentata arrivò dal corridoio:

— Mamma? Con chi parli?

Leone, con i capelli arruffati dal sonno, la pigiama di un’altra stanza ancora avvolta intorno alle spalle, avanzò. Strofinò gli occhi, guardò il padre che sembrava invisibile.

— Papà? — sussurrò.

Loredana si voltò verso il figlio, le lacrime scorrendo.

— Sì, Leone! Papà è tornato! — esclamò, ma si fermò, notando l’espressione perplessa del ragazzo.

— Mamma, con chi parli? — chiese Leone, avanzando, guardando attraverso Alessandro, come se fosse un fantasma. — Non hai dormito tutta la notte?

Loredana, terrorizzata, si girò verso il marito. La sua figura stava diventando sempre più trasparente, sfocata ai bordi.

— Non ti vede, — sussurrò.

— Non devono vederlo, — rispose Alessandro a bassa voce. — Solo tu. È il mio regalo per te.

— Leone, corri a svegliare Arturo, — cercò di parlare Loredana, cercando di mantenere la calma. — Per favore, veloce!

Il ragazzo esitò, poi si voltò e corse verso la stanza del fratello.

— Alessandro, resta, — implorò Loredana. — Anche solo per un giorno, un’ora. Lascia che ci vedano!

Lui scosse la testa. Il suo corpo diventava sempre più etereo, come nebbia mattutina al sole.

— Scusa, amore. Devo andare.

— Dove? — afferrò la sua mano. — Torni?

— Non lo so, — sorrise tristemente. — Ma ho visto te, la tua forza, la tua bellezza. È tutto quello che ho sognato nella tenebra.

Nel corridoio si sentirono passi affrettati. Arturo e Leone arrivavano.

— Ti amo, — disse Alessandro. — Sarò sempre con te.

Il suo contorno si affievolì fino a diventare solo un’ombra.

Arturo, alto come il padre, entrò per primo. — Che succede? — chiese, notando le lacrime di Loredana.

Leone lo seguì, avvicinandosi. — Cosa è successo?

Loredana li abbracciò entrambi. — Va tutto bene, — rispose, per la prima volta in anni con sincerità. — Ho solo sognato un bel sogno. Il vostro papà è venuto a trovarci.

— Cosa ha detto? — chiese timidamente Leone.

— Che è molto orgoglioso di voi, — sorrise Loredana tra le lacrime. — Molto, molto orgoglioso.

Leone si accoccolò a lei.

— Farai le crêpe? Oggi è l’anniversario.

— Certo, — accarezzò la sua testa. — E sapete una cosa? Oggi raccontiamo tutti i ricordi di papà, tutto il giorno.

I ragazzi andarono a lavarsi, e Loredana si avvicinò alla finestra. Il sole aveva già sciolto la neve notturna, inondando la stanza di luce soffusa. Sul davanzale c’era ancora il piattino, ma la torta era sparita.

Loredana rimase immobile, incredula. Se era stato un sogno… dove era finita la torta

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— Quanto mi manchi, — sussurrò Maria, tremando al suono della propria voce nella quiete della stanza.
Gioco Pericoloso: Rischiare con il Fuoco