HO SALTATO LA MIA FORTUNA
Dicono che cercare l’amore al lavoro sia una perdita di tempo. Io non ci ho fatto caso; è stato lui a trovarmi, non come il collega galante con il caffè e la cravatta, ma come l’autista silenzioso di una nera “Mazda” in fila alla pompa di benzina. Lavoravo in una stazione di servizio fuori Roma.
All’inizio mi fissava solo. Poi ha iniziato a sorridere. E, a quanto pare, ha imparato il mio orario, comparendo solo quando ero al turno. Mi chiamo Cinzia, ho 33 anni, sono una tipa tutta d’argento: bionda, sfacciata, diretta, con un carattere temprato dal lavoro in un ambiente maschile. E lui… era diverso. Quarantadue anni, occhi azzurri come il cielo di febbraio, spalle così larghe che avrebbero potuto sostenere un muro. Il sorriso? Caldo, tranquillo, quasi da ragazzino.
Si chiamava Giorgio. Abitava in una casa accanto alla stazione con il figlio Marco e il cane Rocco. Marco era del suo precedente matrimonio; la ex moglie li aveva abbandonati. Giorgio non lavorava, era un rentier: incassava gli affitti di quattro appartamenti ereditati dalla nonna e si limitava a vivere, viaggiare, passeggiare, rilassarsi.
Un giorno ha parcheggiato la sua Mazda accanto alla colonnina e ha detto: “Andiamo, ti porto in una città che ti farà innamorare”. E poi un’altra città, e ancora un’altra. Abbiamo bevuto birra in caffè quasi vuoti, ci siamo rifugiati in hotel sulla Costiera Amalfitana fuori stagione, abbiamo dormito al rumore delle onde, passeggiato nei mercati di Napoli, ascoltato jazz in un locale di Milano.
Mi sono innamorata. Mi sono sciolta in lui. Io, che mi credevo sempre libera e immune ai cliché, tre mesi dopo abitavo con lui. Nessun contratto, solo noi due.
All’inizio parlavo di un bambino. Sognavo, immaginavo una passeggiata a tre: io, lui e un piccolo. Giorgio però era categorico. Ha detto che aveva già “pagato il prezzo” della paternità e non voleva ripetere l’esperienza. “I figli rovinano la libertà”, ha aggiunto con la stessa calma di chi spiega una ricetta di sugo.
“Non potrai volare a Venezia per il weekend con la pancia e poi spingere un passeggino sul ponte. Sarebbe prigionia, non vita”, ha detto, così sicuro da farmi, quasi ipnotizzata, temere il futuro di un bambino.
Gli anni sono passati. Sono diventata una sorta di cameriera della sua vita spensierata: cucinavo, stiravo, compravo i formaggi preferiti, ridevo al momento giusto, e lui… guardava sempre più calcio, sfogliava il giornale con lentezza e mi chiamava “la stessa di sempre”.
Marco è cresciuto. All’inizio mi disprezzava, poi ha iniziato a guardarmi con curiosità e, infine, ha portato a casa una ragazzina – una mini‑me di sei anni: giovane, vivace, bionda. Dormiva da noi, rideva alle mie battute, mi chiamava “Cinzietta”.
La guardavo e capivo tutto. Avrei voluto urlare: “Corri! Non perdere la tua vita come ho fatto io! Non scioglierti, non far tacere la tua voce, non abbandonare i sogni. Puoi ancora cambiare tutto!”
Io? Non credo più. Ho 39 anni, nessun figlio, ho lasciato il lavoro, ho perso gli amici, i genitori. Restano solo io, Giorgio, Rocco e un amore arrugginito, ormai più abitudine che passione.
Lui non lavora ancora, incassa gli affitti, beve birra ogni sera. Io continuo a portargli il piatto di insalata e aspetto. Aspetto di sentire ancora che qualcosa non è perduto. Ma è solo un’illusione.
A volte, di notte, mentre lui dorme, scendo sul balcone e guardo il cielo. E mi sembra che, se lo desideri davvero, si possa cambiare tutto. Solo che è troppo tardi. Già troppo tardi.





