Tre nuove chiavi
Ma che faccia bianca hai, Antonella! Non starai di nuovo a dieta? la voce di mia suocera, signora Giuliana Romano, riempì lingresso come uno scroscio di pioggia improvvisa. Non salutò nemmeno.
Ero già in quel sogno denso del sabato mattina, con me alla cucina nei miei vestiti da casa consunti, a girare la polenta sulle fiamme basse, mentre fuori la luce di ottobre sembrava liquida, sospesa tra le nuvole e loro delle foglie umide nel cortile. Oggi doveva essere tutto mio. Solo mio. Dalle otto in poi. Andrea era partito presto con lamico Mimmo per andare a pescare sul Naviglio, e mi aveva detto che sarebbe tornato per cena. Nella mia mente avevo già disegnato la giornata: colazione lenta in silenzio, due passi sotto i platani del parco Sempione, un libro sul divano con le gambe raccolte, il rumore del traffico come lontana musica. Giorni così capitano raramente. Quasi mai.
E invece.
Mi voltai. Giuliana già entrava in cucina, sfilandosi il cappotto che lasciò letteralmente scivolare sulla sedia di legno senza preoccuparsi. Il cappotto cadde a terra. Non batté ciglio.
Buongiorno, signora Giuliana, dissi io, con voce piana. Avevo imparato da tempo a renderla così.
Buongiorno, buongiorno. Dovè Andrea?
È andato a pescare.
Lei si fermò, fissandomi come se avessi detto che era partito per la Luna.
A pescare? A me non ha detto nulla.
Avrà dimenticato, ribattei dando le spalle e riprendendo a mescolare la polenta.
La crema gorgogliava. Abbassai la fiamma. Fuori il cielo era latteo, appeso: pensai che avrei passeggiato per via della Moscova nellaria dolce che profumava di foglie e caldarroste. E invece fissavo la polenta e capivo che il mio giorno mi era già scivolato fra le dita.
Giuliana raccolse il cappotto di lana, il colore indefinito di storie antiche lo appese quasi religiosamente allattaccapanni e tornò al tavolo. Dal borsone tirò fuori un grande sacchetto di plastica, lo appoggiò sulla cerata con aria cerimoniosa.
Ho fatto dei panzerotti con la verza. Andrea li adora.
Grazie.
Almeno assaggiali prima di storcere il naso.
Non stavo storcendo il naso. Semplicemente le davo la schiena, versando densa polenta nel piatto sbiadito. Le mani ferme ma dentro avevo la sensazione di una molla torta da troppo. Da sette anni. Fuori tutto normale.
Siediti, mangia con me, dissi io. La cortesia ormai era una seconda pelle.
Ho già fatto colazione. Solo un po di tè.
Misi a bollire lacqua sul fornello a gas, mi sedetti. Dal lato opposto del tavolo, davanti a lei, misi il mio piatto. Lei mi studiava la colazione.
Ma questa è tutta la colazione? Polenta bianca?
Col latte.
Sempre troppo leggera. Andrea, almeno, ha mangiato qualcosa di serio?
Non so, signora Giuliana. È uscito alle sei, io dormivo.
Scosse la testa. Un gesto arcaico, che conoscevo a memoria. Vuol dire: ma guarda che moglie, lascia suo marito andar via a digiuno.
Mangiai e fissai la finestra. Un piccione grigio passeggiava sul cornicione, beccava qualcosa dinvisibile. Un piccolo re del suo mondo.
Dovresti almeno cambiare le tende, osservò Giuliana, scrutando la cucina. Queste sono diventate tristi.
A me piacciono.
Eh, Andrea mi ha detto che vorrebbe cambiarle anche lui.
Mai sentita questa storia prima. Mai detta a me, forse a lei. In quei dialoghi sussurrati che si scambiano tra genitore e figlio, lasciandomi fuori. Parlavano di me e della casa. Senza di me.
Il bollitore fischiò. Preparai il tè, posai tazza, zucchero e cucchiaino davanti a lei.
Grazie, rispose e iniziò a mescolare. Dovresti chiamare Andrea, avvisarlo che sono venuta.
È a pescare, signora Giuliana. Lì non prende il telefono.
Ma che posto è, che non prende il telefono?
È così, ha detto lui.
Si strinse nelle spalle, assaggiò il tè, guardò i panzerotti.
Prendi un vassoio, che li mettiamo per bene.
Presi un vassoio, lo posai vicino a lei. Collocò i panzerotti ad arte, grandi, dorati, il profumo intenso di verdura e impasto caldo. In un altro tempo forse ne avrei mangiato uno. Ora guardavo.
Dimmi la verità, iniziò Giuliana, non alzando mai gli occhi dal vassoio. Ma tu e Andrea parlate davvero?
Certo.
Lui mi chiama ogni giorno. Mi racconta. Tu invece sempre silenziosa.
Racconta che cosa?
Si fermò un istante, poi riprese a sistemare i panzerotti.
Di tutto. Che è stanco. Che casa vostra è sempre un po pesante.
Posai il cucchiaio.
Pesante, ripetei. Non era una domanda, solo uneco.
Eh, si sente. Un po daria tesa tra voi. Lo vedo.
Lo vede, venendo qui nemmeno una volta a settimana?
Sono madre. Sento.
Mi alzai, riposi il piatto nel lavandino. Rimasi a fissare il cortile, un uomo portava a spasso un cagnolino color miele che tirava verso i cespugli. Lui lo seguiva calmo con una mano in tasca. Quadro di pura pace.
Antonella, chiamò Giuliana.
Sì?
Tu non ce lhai con me?
Mi voltai. Nel suo sguardo ormai sapevo decifrare le sfumature. Non era pentimento. Era aspettativa: voleva che dicessi no, figurati, va tutto bene. Così poteva continuare.
No, dissi. Non ce lho con lei.
Annì, soddisfatta. Alzò la tazza.
Meno male. Non sono tua nemica, sai? Voglio solo il vostro bene.
Lo so.
Avevo quarantotto anni. Andrea cinquantuno. Lei settantatré. Sposati da sette anni. Secondo matrimonio per entrambi. Speravo fosse vero che il secondo giro rende più saggi, più capaci di scegliere. Ma le persone sono persone, non commedie.
Finì il tè e si alzò.
Fammi vedere cosa hai in frigo.
Perché?
Già si avvicinava al frigorifero.
Così vedo cosa cucinare stasera. Andrea torna affamato dalla pesca, si sa.
Signora Giuliana.
Eh?
Esitai, poi dissi:
Preparo io, grazie.
Si arrestò con la mano sulla maniglia del frigo, sorpresa.
Antonella, ma voglio solo aiutare.
Lo so. Ce la faccio.
Sì, dici sempre così. Ma vi vedo, come mangiate. Andrea è dimagrito.
Andrea decide che cosa vuole mangiare.
Ma è un uomo: non si cucina da solo.
Vive con me.
Ci fissammo. Lei col frigorifero alle spalle, io vicino al lavello. Due metri di linoleum color crema, scelto allIKEA quando, ancora fiduciosi, credevamo si potesse giocare a essere famiglia. Io sceglievo, lui acconsentiva. Ora, per sua madre, era da cambiare perché i bordi si arricciavano.
Vabbè, cedette infine. Come vuoi.
Tornò al tavolo, rimise tutto nella borsa. Pensai: Ora se ne va e allentai le spalle.
Mi fermo qui ad aspettare Andrea, annunciò.
La molla dentro si serrò di nuovo.
Tornerà stasera tardi.
Pazienza. Non ho fretta.
Tirò fuori il lavoro a maglia, un gomitolo di lana blu e i ferri. Si mise comoda, come chi non abbia intenzione di svanire.
La guardai ammucchiare i punti, le dita abili, il gomitolo accanto al vassoio del panzerotti. Il suo cappotto aveva migrato come per magia di nuovo sulla sedia.
Presi il mio tè e andai nel salotto. Mi rannicchiai sul divano a fissare la parete: il piccolo quadretto comprato al mercato di Porta Genova, un paesaggio con la roggia, un prato e un salice. Pace pura, la mia. Lontano, i ferri battevano come un metronomo sbagliato.
Presi il telefono e scrissi alla mia amica Daniela: Lei è qui, di nuovo. Senza avvisare? Ha le chiavi! Daniela rispose con unemoji che chiudeva gli occhi: Antonella, quanto ancora? Ne hai mai parlato chiaramente con lui?
Avevo già parlato. Una, due, tre volte. Allinizio, due anni dopo il matrimonio, quando capii che Giuliana non veniva da noi, ma da Andrea, nella casa che era sempre stata la sua. Gli dissi: Dovresti avvisare. È abituata così. Ora è casa nostra. Ma sì, lasciala venire. Senza avvisare non si può. Esageri.
Poi venne la volta delle spezie: lei spostò tutto, così è meglio. Rientrai in cucina e mi ci volle cinque minuti buoni per capire perché mi desse fastidio. Era la mia mensola. Le mie spezie. Io sapevo a memoria dove stava cosa. Ora non più.
Andrea: Puoi rimettere a posto. Io: Non è quello il punto. Lui: E allora qual è? Non trovavo le parole, o forse ero stanca.
La terza volta: Giuliana pulì la casa in mia assenza. Suonava assurdo: chi si offenderebbe se qualcuno lava tutto per te? Eppure mi ferì. Poteva entrare mentre non cero. Vedeva la nostra camera, le mie cose, i miei libri e le pantofole. Forse osservava tutto e pensava in silenzio.
Andrea: Mamma voleva aiutare. Io: Lo so. Allora dovè il problema?. Ha le chiavi. È casa mia. Vivo qui anchio. Non capisco cosa vuoi.
Me lo ricordavo bene quello non capisco cosa vuoi, sette anni dopo.
Rientrai in cucina. Giuliana era attaccata al tagliere, tritava cipolla il battito regolare di chi non chiede permesso nemmeno ai propri pensieri.
Che fa? domandai.
Faccio il minestrone. Andrea lo adora.
Signora Giuliana, le avevo chiesto di non toccare nulla.
Ma è minestra, dai, che sarà mai.
Sono io che decido cosa cucinare in cucina.
Lei abbassò il coltello, mi fissò a lungo.
Nella tua cucina, ripeté.
Sì.
Beh Ricominciò a tritare cipolla, come se non avessi mai parlato.
Presi il tagliere dalle sue mani, la cipolla rimasta sul tavolo.
La prego, basta.
Eravamo vicinissime. Vedevo le rughe, le labbra sottilissime, negli occhi qualcosa di appuntito.
Mi proibisci di cucinare?
Chiedo solo che rispetti anche la mia presenza.
Qui è casa di Andrea. Cè cresciuto.
Ora qui vivo anchio.
Lei riprese il tagliere con un gesto deciso. Posò di nuovo tutto.
Ne parlo con Andrea, annunciò.
Parli pure.
Sei scortese.
Voglio solo rispetto.
Che spazio e spazio, sarà la tv che ti mette certe idee.
Mi spostai vicino alla finestra. Il piccione era volato via, anche il cane col suo accompagnatore. Nel cortile solo foglie secche sapevano dautunno.
Antonella, non arrabbiarti. Faccio del mio meglio per tutti.
Lo so.
Andrea sfiorisce senza cibo vero. Tu lavori troppo, ti manca il tempo.
Lo trovo.
Allora aiutami a loro volta.
Riprese a tritare. Lei sentiva solo quello che voleva sentire.
Andai in camera, chiusi la porta. Sotto il tintinnio di stoviglie, lei cucinava minestrone.
Provai a leggere, rilessi lo stesso paragrafo senza afferrarne il filo. Alla fine chiamai Daniela.
Sta facendo il minestrone.
Nella tua cucina.
Sì.
Devi parlare, Antonella. Oggi. Non un altro giorno.
Lo faccio spesso.
No, tu suggerisci e basta. Devi dire le cose.
Aveva ragione Daniela. Con lei condivido da ventanni i pensieri densi e le paure ossute. Parla chiaro, mi ripeteva anche anni fa. Ma parlare chiaro faceva paura. Non di Andrea: la sua paura era la tempesta. Lui odiava discutere preferiva far finta di niente. Era la sua mamma, la persona a cui non riusciva mai a dire di no.
Oggi parlo, prometto.
Poi chiamami.
Spensi il telefono, rimasi a fissare le linee del soffitto, una crepa sottile che ormai sapevo a memoria.
Dopo qualche ora mi lavai, mi sistemai i capelli. Dal riflesso allo specchio, semplice Antonella. Non pallida. Solo stanca.
In cucina la tavola era pronta per tre. Tre piatti, pane, panzerotti.
Vieni, mangia, invitò Giuliana. Il minestrone è pronto.
Grazie, dopo.
Si raffredda.
Lo scalderò.
Mi fissò. In quello sguardo non cera più il tentativo di nascondere loffesa.
Antonella, che succede?
Nulla.
Non è vero. Sei rimasta chiusa in camera tutto il giorno. Non mi guardi neanche. Che ho fatto?
Presi una bottiglia dacqua, versai un bicchiere.
Signora Giuliana, iniziai. Parliamo chiaramente.
Parliamo.
Lei viene sempre senza avvisare, perché ha le chiavi. Ogni volta che torno penso: magari oggi è già qui. Oppure cè già stata.
Ma sono di famiglia!
Andrea sì. Per me lei è la suocera, che è diverso.
Si raddrizzò.
Ah, sì? Siamo una famiglia.
La famiglia si avvisa, domanda, rispetta i tempi. Nessuno deve entrare senza avvisare.
Devo chiedere permesso a te?
Ecco la parola: permesso. Come se il rispetto fosse una sconfitta.
Chiamare e dire: Antonella, vorrei venire sabato, posso? Non è umiliante. È gentile.
Vengo a trovare mio figlio!
Quando non cè. Qui ci vivo io.
Be, almeno tu ci sei.
Sì. E voglio saperlo prima.
Si alzò, tolse il piatto, la borsa. Il gesto delle mani che tremavano appena. Non di età, ma di stanchezza.
Va bene, disse. Va bene.
Non voglio litigare.
Capisco.
Vorrei solo un rapporto normale.
E per te normale è chiedere il permesso.
È avvisare per tempo.
Indossò il cappotto con mani pesanti, prese il sacchetto dei panzerotti.
Il minestrone è sulla pentola, butta tutto il resto.
Uscì senza sbattere la porta. Così era peggio.
Rimasi da sola. Assaggiai il minestrone, era buono. Lavai i piatti. Coprii i panzerotti e scrissi a Daniela: Ho parlato.
E?
È andata via offesa.
Ha diritto di offendersi, tu hai fatto bene.
La sera era lunga davanti a me. Sapevo che Andrea, tornando, avrebbe chiesto spiegazioni. Avrebbe chiamato subito la mamma.
Presi la mia coperta, andai sul divano e stavolta le parole del libro arrivavano fluide. La pace aiutava.
Andrea arrivò verso le sette, lo sentii armeggiare con le chiavi, sbattere il secchio da pesca, entrare in cucina.
Oh, minestrone! Mamma è passata?
Sì. Siediti che lo scaldo.
Mentre si levava la giacca, guardava la pentola con occhi golosi. Andrea era un uomo grande, bonario, che si lasciava attraversare dalla vita come pioggia leggera, sempre pronto al sorriso o al broncio improvviso per un nonnulla.
Riscaldai la minestra, la posai davanti a lui. Raccontava della pesca, delle anatre sul Naviglio, e io ascoltavo chetamente.
Mamma se lè presa?
Un po.
Hai parlato con lei?
Sì. Andrea, dobbiamo parlare.
Lui posò il cucchiaio. Cambiava faccia subito: uno scudo.
Dica.
Le chiavi.
Silenzio.
Antonella…
Ti chiedo di toglierle le chiavi.
Ma è mia madre.
Proprio per questo dovrebbe avvisare. Normale, no? Un gesto di rispetto per la nostra famiglia.
Ma viene solo a farci visita.
Entra senza preavviso, sposta le mie cose, cucina cose che non chiedo.
Be, cucina. Che male cè.
Andrea, ascoltami stavolta, davvero. Non la mamma, ascolta me. Non mi sento a casa. Mai. Non è giusto.
Si appoggiò allo schienale, braccia incrociate.
Esageri.
Lo dici sempre.
Perché reagisci sempre così? Mia madre viene, aiuta, e tu…
Io cosa?
La prendi come un affronto.
Andrea, è un sistema ormai, non un caso. Sette anni così.
Che vuoi che faccia? Dire a mamma di non venire più?
Di chiamare prima.
Lei è abituata. Ha settantatre anni.
Non è novanta. Può chiamare.
Pretendi di toglierle le chiavi.
Te lo chiedo, non lo pretendo.
Si alzò, andò al lavandino, bevve. Guardava fuori. Non parlava.
Antonella… Lo sai che lei è sola. Mio padre non cè più da otto anni. Resto solo io.
Capisco.
Le chiavi sono sicurezza per lei. Centra niente con il controllo…
Invece sì, Andrea. La sicurezza si fa col telefono, coi gesti gentili, non entrando senza permesso.
Qui le chiavi non sono di una casa qualsiasi. È la mia.
Quella frase. Sospesa, come una lama.
Sì, tua.
Silenzio.
Non le ritirerò le chiavi.
Bene.
Bene? Sembrava stupito.
Vuol dire che so che hai scelto.
Non fare così.
Come?
Così, fredda.
Non sono fredda, Andrea. Ho solo capito.
Cosa?
Che hai fatto la tua scelta.
Mi alzai, presi la tazza.
Che scelta!
Non voglio far soffrire mia madre.
E me? Non conta?
Nessuno ti fa del male.
Mai chiesto come ci si sente in una casa dove possono entrare quando vogliono?
Me ne andai in salotto. Lui restò in cucina. Sentii che chiamava la mamma: Mamma, non arrabbiarti. Antonella è così. Dai, vieni quando vuoi….
Quando vuoi. Normalità.
Restai sul divano, silenzio nel petto. Non dolore, non panico. Solo un silenzio compatto. Come dopo lultima nota.
Andrea entrò.
Antonella.
Sì.
Non facciamo così.
Così come?
A restare in silenzio.
Si sedette accanto a me. Rimasi ferma a fissare le mani.
Hai chiamato tua madre.
Sì. Lho rassicurata.
Si è offesa?
Un po.
Capisco.
Antonella, cerca di essere… non so… più morbida.
Morbida.
È sola, si angoscia.
Andrea, te lho chiesto per anni, sono stata morbida, paziente, comprensiva. Dicevo fa niente, vuole aiutare, va bene, lasciamo perdere. Ma così non va. Dopo sette anni è tutto uguale. E tu continui col vieni pure quando vuoi.
Togli la mano. Respiro pesante.
Non vuoi andare incontro.
Io ho solo smesso di farlo in una direzione sola.
E quindi? Vuoi divorziare?
Parola pronunciata lieve, quasi come se sperasse di spaventarmi.
Stavolta non risposi.
Antonella, ti chiedo.
Ho sentito.
Allora?
Non rispondo a una minaccia detta solo per chiudere la bocca.
Non è una minaccia.
È un modo per zittirmi. Così la conversazione muore.
Si alzò, fissò la finestra.
Tu complichi tutto.
Forse.
Per via di tre chiavi!
Non per le chiavi. Per tutto quello che significano in sette anni. Ma tu non vuoi parlarne davvero.
Ci parliamo!
No. Parli del fatto che lei è vecchia, sola, io esagero. Tanto per non affrontare davvero cosa sento.
Stese il silenzio.
Non so cosa vuoi da me.
Sette anni così.
Presi il portafoglio, le chiavi, la giacca.
Dove vai?
Cammino.
Antonella!
Ho bisogno daria.
Uscii. In pianerottolo odorava di arrosto dal piano di sopra. Scesi.
Fuori era già buio, i lampioni riflettevano le foglie nere sul marciapiede umido. Andai verso il parco, le panchine ancora gle sferzate di pioggia. Non mi sedetti. Volevo solo respirare.
Non pensai a lui, né alla suocera. A me. Non avevo più voglia di tornare a casa. Strano, sì. Di solito la nostalgia era solo per la quiete, per la routine. Ora non per la casa.
Restai lì. Poi ripresi il telefono. Scrissi a Daniela: Lui ha appena detto alla madre che può venire quando vuole.
Lei chiamò dopo trenta secondi.
Racconta.
Le raccontai. Senza lacrime né rabbia. Daniela rimase zitta dopo.
Antonella, te lo dico francamente: vivi a casa sua. Finché sarà così, resterai solo ospite. Anche se da anni.
Lo so.
No, non lo capisci a fondo. Lui non le chiederà mai di restituire le chiavi. Perché le chiavi sono il segno. Che è casa sua. E tu sei ospite.
Rimasi in silenzio.
Che farai?
Non lo so. Non ancora.
Va bene. Non avere fretta. Pensa.
Camminai, nessuna strada portava davvero a casa. Un giro casuale, passi. Alla fine entrai dal ferramenta sotto casa. Sapore di ferro, scaffali di chiavi e maniglie.
Mi trovai davanti a uno scaffale con i cilindri da porta, involontariamente. Presi una confezione, la rigirai. Poi unaltra, con tre chiavi dorate di ottone. Controllai il prezzo. Sessantadue euro.
Restai così, sentivo il battito del cuore. Poi lacquistai.
A casa Andrea fissava la tv. Dove sei stata? In giro. Buttai il pacchetto in cucina, bevvi acqua, lo misi sotto il lavabo.
Andrea mi seguì.
Che hai comprato?
Cose.
Annì distrattamente.
Antonella, mentre eri fuori ho pensato. Mamma non cambia, lo sai. Puoi accettarlo?
Accettare.
Almeno ti cucina i suoi piatti… panzerotti…
Non li accetto più.
Si fece vuota la stanza.
Allora non so che dirti.
Non voglio che tu dica qualcosa, Andrea. Voglio che tu faccia.
Cosa?
Parli davvero con lei. Non cammina indietro. Le spieghi che qui valgono le nostre regole. È dura, lo so.
Si offenderà.
E allora.
È vecchia!
Hai detto anche prima che ha diritto perché è vecchia.
No…
Allora cosa?
Lui restava muto.
Se sto così male qui… forse… forse dovresti chiederti se davvero devo rimanere.
Mi dici di andarmene?
Dico di pensarci.
Sentii qualcosa congelare dentro. Non creparsi. Congelare.
Vuoi che vada via?
Dico di pensare.
Va bene. Ci penserò.
Presi il tè e andai in camera. Non lessi. Rimasi sdraiata a fissare il soffitto, la crepa invisibile.
Lui si addormentò subito. Io restai.
Al mattino, Andrea partì presto, di nuovo a pescare. Finsi che la colazione fosse quella di sempre. Rimasi seduta al tavolo. Poi presi il sacchetto della ferramenta e lo appoggiai lì. Guardai le chiavi.
Scrissi al signor Vittorio, il vicino di sotto che aggiustava tutto: Ha tempo oggi? Devo cambiare la serratura dellingresso.
Rispose dopo dieci minuti: Posso verso mezzogiorno. Il materiale ce lha già?
Sì.
Allora mi chiami.
Lui arrivò puntuale col borsone.
Buongiorno, Antonella. Dovè il cilindro?
Gli mostrai il nuovo.
Ottimo acquisto. Faccio in fretta.
Mi rifugiai in cucina mentre lui lavorava. Sentivo il suo parlottare. Prese la vecchia serratura, sistemò la nuova. Poi chiamò.
Ecco tre chiavi, mi disse. Provi pure.
Giravo la chiave nuova, sentivo il click. Morbido.
Funziona bene.
Se serve, mi chiami.
Pagai con una banconota da cinquanta euro, due monete da dieci e due euro spicci.
Vittorio andò via. Chiusi la porta col click nuovo. Rimasi ferma.
Poi chiamai Daniela.
Ho cambiato la serratura.
Daniela restò muta.
Lui lo sa?
No.
Quando torna?
Verso sera.
Antonella, hai capito che non sono solo chiavi, ora? È il passo dopo. Sei sicura?
Voglio essere padrona della mia porta.
È comunque casa sua.
Lo so. Ora penserò al resto.
Pensi anche a…?
Al divorzio.
Daniela sospirò.
Bene. Ti passo il numero di un avvocato.
Scrissi. Rimasi un po a fissare la porta e quei tre frammenti di ottone lucido.
Andrea tornò verso le sei. Sentii le chiavi, poi il nulla. Poi ancora. Poi il campanello.
Mi presi qualche secondo, poi scattai, catapultata nel sogno surreale per la terza volta, ad aprire la porta.
Ho cambiato il cilindro della serratura.
Come?
Ho cambiato la serratura, Andrea.
Nella mia casa.
Sì.
Perché?
Non voglio più che ci sia chi entra senza dire niente.
Qui comando io.
Lhai già detto.
Entrò, posò tutto piano.
Spiegami.
Andai in cucina. Lui dietro.
Ho cambiato la serratura. Niente più sorprese.
È casa mia.
Ricordo.
Antonella… Tu capisci?
Bene.
Vuoi divorziare?
Non era una domanda. Ormai capiva.
Sì.
Lungo silenzio.
Davvero.
Sì.
Per tre chiavi.
No. Per tutto quello che sono servite a non dirci per sette anni.
Si sedette.
Parliamo con un avvocato. Porterò via le mie cose appena trovo una sistemazione.
Già pensato.
Da quanto?
A lungo, penso.
Un sospiro.
Mamma…
Dille tutto tu.
Andai in soggiorno. Il tramonto indorava le finestre tra i palazzi di Milano, mentre fuori la città continuava a vivere corse, voci, un bambino che gridava nel cortile.
Stringevo le chiavi.
Una era mia, finalmente solo mia.
Daniela: Come stai?
Scrissi: Silenzio.
Meglio il silenzio, è linizio.
Può darsi. Domani avrei chiamato lavvocato, guardato annunci. Molte cose da fare.
Ma ora cera silenzio.
Sulla mensola, tre chiavi nuove. Il suo vecchio portachiavi, ormai inutile.
Andrea comparve sulla porta.
Sei sicura?
Lo guardai. Luomo grande, le mani in tasca, gli occhi che non potevano amare altro che sua madre.
Sì.
Va bene.
E quel va bene restò sospeso tra linoleum, chiavi e cappotti, senza nome preciso, un suono in attesa, tra accettazione e stanchezza.
Presi la borsa.
Dormo da Daniela.
Daccordo.
La porta scattò con leggerezza: buona serratura davvero.
Antonella…
Mi voltai.
Mi chiami?
Lo fissai a lungo.
Sì, chiamerò.
E scesi le scale, mentre Milano sognava unaltra notte.







