Una mano tesa: sostegno e solidarietà all’italiana

Mano tesa

Cara diario,

Stasera mi sento come se stessi affondando lentamente nelle ombre di questa stanza semibuia, mentre il pianto di mio figlio vibra tra le pareti. Leonardo ha solo due mesi e le sue guance rosee sono già umide di lacrime, mentre i piccoli pugni si serrano e si rilassano a ritmo del suo grido affannoso. Gli parlo a bassa voce, cercando di non lasciar trapelare la mia stanchezza:

Dai amore, calmati Per favore, smettila di piangere, abbi pietà di mamma! Non ne ho più le forze

Lo tengo stretto a me, sento il suo corpicino scosso dai singhiozzi. Gli lisciavo i sottili capelli, gli accarezzavo la schiena, provando ogni gesto che mi viene in mente per consolarlo. Ma niente sembra scalfire il suo pianto inconsolabile; è come se non mi percepisse, come se tutto ciò che faccio fosse vano.

Perché? mi chiedo, trattenendo a stento le lacrime. Cosa gli manca?

Cè la mamma, innanzitutto: non mi sono mai staccata da lui, non lho lasciato solo nemmeno per un attimo in queste settimane. Ha il pannolino pulito, la casa è ben riscaldata, il pigiamino di cotone lo tiene al caldo, il mio latte è sempre pronto. E il pediatra ha detto che è sano!

Infatti, due giorni fa la dottoressa Giulia Rinaldi, la nostra pediatra di fiducia, gli ha dato unocchiata rapida ma sicura: Tutto bene, il bimbo è sano come un pesce. E la fiducia in lei è massima: ne parlano bene tutti, viene addirittura dalla provincia di Firenze gente pur di farsi visitare da lei.

Anche la mamma è convinta che vada tutto bene. Pochi giorni fa è passata a trovarci, e davanti al pianto disperato di Leonardo ha commentato, con aria quasi distaccata:

Ma dai, non agitarti. Succede, è solo il suo carattere. Anche tu, quando eri neonata, eri iperattiva. Ti portavo in braccio tutta la notte finché non crollavi dal sonno.

Dentro di me so che ha ragione, lei cresciuto tre figli e di storie così ne avrà viste mille. Ma la consapevolezza non basta a togliermi questa sorda angoscia.

Adesso, nella calma apparente della notte, col ticchettio dellorologio appeso e la pioggia che tamburella lieve fuori dalla finestra, mi sento frantumata dalla stanchezza. Continuo a cullare Leonardo, a bisbigliargli parole dolci, ma il suo pianto sembra inguaribile. E dentro di me si agita una disperante impotenza

******************

Ho finalmente conquistato il divano, Leonardo dorme tra le mie braccia dopo ore di capricci. In casa regna un silenzio irreale e io, stremata, ripenso alla telefonata con la mamma di questo pomeriggio.

Come sempre, ha sciorinato consigli: Lo devi tenere così, dargli quella pappa, farlo dormire in questo modo. E poi, immancabile: Non tenerlo troppo in braccio, si vizia e poi non lo togli più. Ho ascoltato, annuito, ma ogni frase mi stringeva dentro. Non desideravo prediche, avrei voluto solo che la mamma venisse. Anche solo unoretta, per stare con Leonardo mentre io facevo una doccia calda, bevevo un caffè in pace o chiudevo gli occhi venti minuti. Abita a due passi, attraversando il cortile, e ogni volta che timidamente chiedo aiuto trova una scusa: mille impegni o devi imparare da sola, è giusto così.

Mi risuonano nella testa le frasi tipiche di amici e conoscenti:
Cosa cè da lamentarsi? Nessuno obbliga le nonne a correre. Il bambino è una responsabilità della madre, punto. Lo volevi, ora crescitelo! Quante donne crescono da sole tre, quattro figli e non si lamentano

Se me lo dicessero stasera, probabilmente scoppierei a ridere isterica, con le lacrime agli occhi. Perché chi può giudicare, chi non ha mai passato notti in bianco, con la stanchezza che accomoda ogni muscolo e lansia conficcata nel petto?

Guardo Leonardo: nel sonno il suo visino è sereno, le manine si muovono appena. Gli sfioro la guancia assorta. Come si fa a spiegare, a chi non ci è passato, che non è questione di pigrizia? Che a volte basta solo un paio di minuti per riprendere fiato, per non sentirsi isolate nella fatica?

Invece solo consigli, ammonimenti su come si fa, mai unofferta concreta: Vengo io, riposati. Scruto la sera farsi notte oltre la finestra. Domani sarà tutto da capo: poppate, pannolini, pianti e ancora, da sola.

E pensare che non desideravo nemmeno diventare mamma, almeno non ancora!

Guardo il mio diploma di laurea con il voto massimo, quelle lettere rosse sudate in cinque anni. A ventidue anni, pensavo al primo impiego, a una carriera, alla libertà del lavoro, della vita adulta!

Andrea ed io ci eravamo sposati sei mesi fa, in modo semplice, con pochi intimi, convinti entrambi che prima servisse sistemarsi, costruire qualcosa, poi magari pensare a un bimbo. Vogliamo goderci la vita insieme almeno un paio danni. Così dicevamo. E invece la vita, come al solito, ha fatto di testa sua.

Mamma, la mia Valeria, è sempre stata una donna energica; faceva mille cose, aiutava tutti. Poi, la diagnosi, spaventosa. Allinizio non volevo crederci, poi ho lottato tra ospedali e medici, cercando ogni speranza. Ma la mamma, più di tutto, pensava a me:

Chi sa quanto mi resta, sussurrava, con lo sguardo vivido. Voglio solo avere il tempo di viziarmi un nipote, di riempire la casa di giocattoli

Quelle parole mi hanno squarciato il cuore. E io lì, alzando la tazzina da caffè ormai freddo, trattenevo il fiato per non piangere.

Non dire sciocchezze, mamma. Starai bene, vedrai, e i nipoti arriveranno quando starai in forma! Quindi datti da fare, hai capito?

Lei sorrideva flebilmente, senza rispondere. Io, in quel momento, mi ero promessa: se ce la farà, farò di tutto per renderla nonna. Perché la mamma è sempre stata il mio punto fermo, quella che ha creduto in me davvero.

E la mamma ha combattuto: cure, fatica, dolore, ma senza mai lasciarsi andare. Io passavo ogni giorno in reparto, le stringevo la mano, raccontavo storie per farla sorridere.

Dopo sei mesi, i medici hanno detto che era fuori pericolo. Era musica celestiale! E così, mentre la vita tornava alla normalità, io mi preparavo a diventare mamma. Anziché inviare curricula, passavo le giornate a scegliere lettini, peluche e libri sulla maternità. Le riunioni di lavoro lasciavano il posto alle chiacchierate con amiche già madri.

Non rimpiangevo la mia scelta, anzi. Però, guardandomi allo specchio, a volte vedevo sgomento nei miei occhi: È successo tutto troppo in fretta. Ma bastava pensare al sorriso della mamma per sentire che ne valeva la pena.

Andrea mi ha sostenuta, anche se pure lui era spaesato. Non si aspettava di diventare padre così presto, ma aveva capito quanto ci tenevo e ha voluto partecipare: abbiamo scelto insieme la carta da parati della cameretta, discusso sul colore del passeggino

Sapevo che sarebbe stata dura: maternità vuol dire anche notti in bianco e stanchezza cronica. Ma guardando mia madre felice e mio marito accanto, mi facevo forza. Dovevo solo abituarmi alla nuova vita.

Ma la realtà era più complicata di quanto pensassi. Un giorno, il dottor Bellini un amico di papà in confidenza mi disse che la malattia di mamma, per quanto seria, non era mai stata davvero critica.

Un po di pazienza, le cure e andrà tutto a posto, concesse con un sorriso.

Unondata di rabbia mi ha scossa dentro. Una rabbia fredda e lenta, che fa tremare le mani. Ricordavo le notti insonni, le lacrime nascoste, il terrore di perderla

Per cosa? Solo perché lei voleva un nipote subito?

No, non rimpiango Leo, anzi! Già al sesto mese sentivo dentro di me una forza emozionante. Sognavo le canzoni della buonanotte, le storie sussurrate la sera Ma la rabbia restava lì, che covava.

Quando la mamma è venuta a trovarmi, faticavo a guardarla negli occhi.

Coshai oggi, Matilde? mi ha chiesto.

Ho appoggiato la tazzina e, con voce piatta, ho chiesto:

Mamma, lo sapevi che da subito i medici dicevano che non rischiavi la vita? Che bastava curarsi?

Sul suo volto è passata unespressione indecifrabile imbarazzo? Fastidio? Ma si è subito ricomposta.

E allora? Cambia forse qualcosa?

Cambia, eccome! ho risposto, fissandola finalmente. Mi hai fatto credere che il tempo stringeva, che potevi morire! Ti avevo paura, piangevo ogni notte, solo per darti la gioia di un nipote!

Tutte le mie amiche hanno già i nipoti, ha ribattuto asciutta. E io dovevo giustificarmi con loro. Se non ti avessi smosso, quando mi avresti dato la bella notizia?

Il gelo. Per la prima volta vedevo la mamma sotto una luce cruda, come una donna pronta a tutto pur di non sentirsi ultima tra le sue amiche.

Hai usato la mia paura, mamma, ho sussurrato. Ho passato notti a tremare, credendo di perderti. E tutto per cosa? Una sceneggiata?

Ho solo desiderato la tua felicità, rispose secca, senza un briciolo di rimorso. I figli sono la felicità, e tu sei sempre stata troppo sensibile.

Mi sono alzata da tavola, in piedi sulle gambe malferme.

Felicità è non dover scegliere tra verità e falsità. Felicità è non sentirsi usati.

Mamma ha fatto per dire qualcosa, ma sono sparita in camera. Solo lì mi sono lasciata andare, finalmente, alle lacrime rubate a lungo.

Dallaltra stanza sentivo i suoi passi. Forse avrebbe voluto rimediare. Ma io non ero pronta. Stringevo la pancia, sentendo il mio bambino muoversi, e mormoravo:

Starò bene. Noi due, senza più bugie.

***********************

La gravidanza è stata tutto fuorché semplice: nausea, rischio di aborto, visite infinite, mille esami. Mi raccomandavano di evitare lo stress, ma come facevo?

Leonardo è nato puntuale, robusto, 3900 grammi, 52 centimetri. Nei primi giorni, la mamma, davvero presa da entusiasmo, era sempre da noi: mi spiegava ogni cosa, faceva il tifo per me, stava ore con il nipote. Ho pensato che finalmente avrei avuto supporto.

Ma la magia è durata poco. Le sue visite si sono fatte sporadiche, prima accorciate, poi ridotte a telefonate serali:

Comè andata oggi col piccolo? Dorme poco? Vabbè, raccontami unaltra volta, volevo solo sentire come state.

Ogni volta finivo la chiamata con una punta damaro. Lei, che aveva bramato un nipote, ora spariva nelle sue commissioni.

E se chiedevo aiuto, ad esempio per una visita dal medico, la risposta era sempre la stessa:

Tesoro, ora non posso. Sei grande, hai scelto tu di fare un figlio, arrangiati. Io ne ho cresciuti tre senza laiuto di nessuno.

Mi ferivano. Fin da piccola la vedevo impegnatissima, il tempo sempre contato. Adesso mi scoprivo io in quella stessa solitudine.

Guardo Leonardo che dorme. Per lui sopporterei ogni fatica. Ma quanto avrei voluto sentirmi dire: Vado io un po con lui, riposa intanto

**************************

Allimbrunire, cullando Leonardo, sento il silenzio pesante della casa. È ormai il quinto giorno senza Andrea. È dovuto partire per lavoro: progetto fondamentale, via per un mese. Quel mattino mi ha baciata sulla tempia, sussurrando: Torno il prima possibile. Anchio ho annuito, ma dentro di me ero assalita dallansia.

Mamma, nei suoi anni, ha sempre potuto contare su papà: silenzioso, ma solido, sempre pronto a occuparsi dei figli o a fare la spesa. Io, ora, sono sola. Andrea non ha scelta: si giocava mesi di stipendio da ingegnere.

E più tardi, mentre il pianto di Leonardo ricomincia, sento le energie abbandonarmi. Mi sfugge qualche lacrima, una dopo laltra, in un fiume che non riesco più a frenare. Mi copro la bocca per soffocare i singhiozzi.

Allimprovviso, sento bussare.

Mi asciugo gli occhi e vado ad aprire con il cuore in gola. Chissà, forse mia madre ci ha ripensato? Invece, sulluscio, cè Gabriella, la mamma di Andrea. Stringe in mano un sacchetto da cui escono profumi di lasagne e pane caldo, in volto unaria severa, ma occhi colmi di dolcezza.

E perché non mi hai chiamata? sbotta entrando. Ho sentito mio figlio ieri, mi ha detto tutto. E tu qui senza fiatare?

Vorrei parlare, ma le parole mi si fermano in gola, così mi limito a indicare il piccolo.

Basta, taglia corto Gabriella. Dammi qui il bambino, tu vai a dormire. Non sei neanche più in piedi, guarda.

Le metto in braccio Leonardo quasi automaticamente. Lui, avvertendo la presenza familiare, si fa subito più calmo, curioso.

Ha mangiato da poco, bofonchio. E poi dovrei

Ci penso io, dice sicura, sistemando il piccolo tra le braccia. Ora preparo due cose, poi cambiamo Leonardo e lo facciamo addormentare come si deve.

Resto senza parole: la stanchezza ancora mi attanaglia, ma la voce ferma di Gabriella mi fa sentire subito un po più leggera.

Mi ritrovo sul divano a osservare questa donna che, fino a ieri, mi sembrava fredda e distante, immersa nei suoi affari e impegnata come sempre. Non abbiamo mai avuto grande confidenza, spesso i nostri rapporti si sono limitati a frasi di cortesia. Eppure, eccola qui, con Leonardo in braccio, e nei suoi occhi non cè giudizio, solo forza e calore.

Grazie sussurro. Non volevo disturbarti, so che hai tanti impegni

Averne, di impegni, non vuol dire non vedere chi ha bisogno, mi interrompe decisa. Non si pretende che tu sia una supermamma da sola.

Ingollo il nodo alla gola, sorpresa dalla comprensione.

Ma il tuo lavoro

Ci sarà sempre il lavoro, mi rassicura. Dominanti ora siete tu e Leonardo. La famiglia viene prima.

Aggiusta la coperta nella culla e mi si siede accanto.

Ora, sai cosa facciamo? dice fissandomi negli occhi.

Cosa?

Andiamo tutti al casale in campagna. Lì cè aria buona, calma; puoi riposare e Leo starà con me. Verrà anche mia nipote Chiara con i suoi bambini, due pestiferi ma bravissimi con i neonati. Tra due settimane Andrea sarà di nuovo a casa e avrai avuto il tempo di rimetterti in sesto.

Scoppio in un singhiozzo liberatorio. Non riesco a parlare, ma annuisco, piano ma sempre più convinta. Un briciolo di speranza si riaccende: sì, forse adesso ce la faccio.

Sei sicura che funzioni? chiedo a voce bassissima.

Assolutamente sì. Sei una mamma, non una santa. Aiutarti non è debolezza, è intelligenza.

Guardo Gabriella: per la prima volta colgo nei suoi occhi una tenerezza non scontata. Un aiuto inaspettato, e proprio per questo ancora più prezioso.

***********************

Andrea torna due settimane dopo: stanco ma raggiante. Mi abbraccia forte, prende Leonardo tra le braccia e lo osserva a lungo, come se fosse la prima volta.

Sei una roccia, sorride. Torniamo a casa nostra, che dici?

Acconsento felice. In quellintervallo in campagna mi sono davvero ripresa; sono meno nervosa, affronto tutto con nuova energia. Ma il mio posto è tra le nostre mura.

Andrea organizza il ritorno, monta la culla, sistema tutto. E già il giorno dopo, Gabriella si affaccia alla porta con una grossa sporta.

Passavo per portare una torta e vedere se hai bisogno di una mano. O magari posso stare con Leo così voi vi riposate.

Da allora diventa unabitudine: Gabriella fa capolino spesso, porta dolci, tiene Leo se io e Andrea dobbiamo sbrigare altro, lo porta a passeggio nei Giardini Margherita, chiacchierando sottovoce con lui. E Leo, con la nonna, è calmo.

Allinizio mi imbarazzavo; era pur sempre la suocera, in passato così formale. Ma capisco col tempo che lei non lo fa per obbligo, ma perché vuole bene a Leo e a me, ormai. A modo suo, col suo affetto silenzioso.

Grazie, le dico un giorno. Ci aiuti più di quanto immagini.

È dovere, figurati, minimizza. Siete la mia famiglia, la famiglia si aiuta.

Intanto, mia mamma si fa sentire meno. Ogni tanto chiede quando può venire a vedere Leo, ma ormai la sua voce è quasi fuori sincrono con la nostra vita. Una mattina si presenta allimprovviso:

Ma dovè Leo? Ho tagliato gli impegni per vederlo fra una cosa e laltra! Mi aspettavo di trovarlo qui.

La guardo perplessa.

Mamma, te lavevo detto che Gabriella oggi lo avrebbe portato fuori Tu non avevi detto nulla

Il suo volto si irrigidisce subito:

Quindi adesso vengo trattata da ospite di serie B? Nemmeno avvertita che il nipote non era in casa? Perfetto.

Saluta frettolosamente e se ne va; poco dopo scopro che ora si dedica allaltra mia sorella, che è incinta. Le fa visita, sceglie i vestitini, si informa ogni giorno.

Lho saputo di riflesso, ascoltando la sua voce in una chiamata. Prima ci sono rimasta male, poi poi ho capito che non mi pesava più così tanto. Ora ho attorno le persone giuste: Andrea, che resta sempre accanto a noi, e Gabriella, che arriva ogni volta col sorriso e una brioche appena sfornata.

Sai, dico una sera ad Andrea, seduti in cucina, non riesco più nemmeno a essere arrabbiata con la mamma. Ho tutto quello che mi serve qui con voi.

Andrea mi abbraccia: Questo è limportante. Il resto è solo contorno.

E io annuisco. Leo dorme sereno, Andrea mi stringe la mano, domani la nonna tornerà col cesto di panini caldi. Il resto, adesso, non conta davvero più nulla.

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Una mano tesa: sostegno e solidarietà all’italiana
Mio marito mi ha lasciata dopo undici anni di matrimonio: la sua motivazione, sorprendentemente semplice, era che secondo lui avevo smesso di curarmi come un tempo. Diceva che lo notava già da tempo, anche se non ne aveva mai parlato chiaramente. Quando ci siamo conosciuti, ero sempre in ordine: trucco impeccabile, abiti scelti con cura, capelli sempre a posto. Lavoravo, uscivo, avevo tempo per me stessa. Poi sono arrivati i figli, la routine, le responsabilità. Ho continuato a lavorare, ma ho anche preso in mano la casa, la cucina, le pulizie, le visite mediche, tutto quello che tiene in piedi una famiglia ma che nessuno vede mai. Le mie giornate iniziavano prima delle sei e finivano dopo mezzanotte. Spesso uscivo senza trucco solo perché non avevo tempo. Indossavo la prima cosa pulita che trovavo. Non era disinteresse, ero solo esausta. Lui tornava, mangiava, guardava la TV e si addormentava. Non mi ha mai chiesto come stessi, né se avessi bisogno di aiuto. Col tempo sono arrivate le critiche: che non mi curavo più come prima, che non mettevo più vestiti eleganti, che sembravo trasandata. Pensavo fossero commenti isolati. Non avrei mai immaginato che potessero diventare il motivo per cui se ne sarebbe andato. Non mi ha mai detto “mi sento lontano da te” o “dobbiamo parlare”. Ha semplicemente preso le sue cose e se n’è andato. Il giorno in cui è partito me l’ha detto in faccia: non provava più le stesse cose, secondo lui ero cambiata, gli mancava la donna che si prendeva cura di sé per lui. Gli ho ricordato tutto quello che facevo per la casa, i figli, la nostra famiglia. Mi ha risposto che non bastava, che aveva bisogno di essere orgoglioso della donna al suo fianco. In silenzio ha fatto le valigie. Qualche giorno dopo ho scoperto che usciva già con un’altra. Una donna senza figli, con tempo per la palestra e la possibilità di prendersi cura di sé ogni giorno. Lì ho capito che il problema non era mai stato solo il trucco. Oggi mi alzo ancora presto, lavoro ancora, tengo ancora in piedi la casa. Mi prendo cura di me quando lo voglio io, non quando lo devo a qualcuno. Non ho smesso di curarmi per mancanza d’amore: ho smesso perché portavo il peso di una vita intera sulle spalle. E nonostante tutto, lui ha scelto di andarsene. Sto pensando di iscrivermi in palestra, ma non ho tempo. Pazienza – forse non ha mai voluto davvero me.