Non ti odio affatto

Non ti odio

Ma alla fine, non è cambiato poi molto…

Vittoria giocherellava nervosamente con il bordo della manica mentre fissava il finestrino del taxi. Fuori sfilavano le strade di Piacenza che conosceva a memoria fin da bambina, quelle stesse in cui un tempo correva insieme ad Alessandro, ridendo e facendo progetti per un futuro che ora sembrava una commedia degli equivoci. Sette anni. Sette anni che non rimetteva piede a casa.

Siamo arrivati, signorina la voce del tassista la tirò fuori dai suoi pensieri come se le avesse servito un caffè doppio.

Il taxi si fermò dolcemente davanti al portone della vecchia palazzina gialla a cinque piani. Vittoria controllò meccanicamente il telefono, prese dalla borsa qualche banconota da venti euro (sempre più leggere da quando cè linflazione), pagò in fretta e scese. Appena la portiera sbatté, rimase un attimo lì, immobile, a inspirare quellaria che sapeva di casa, anche se a dirlo ad alta voce ti prendono per sentimentale. Era tutto così diverso da Milano, dove ormai viveva tra grattacieli, traffico e brioche congelate. Qui ogni odore lerba appena tagliata dal parchetto, il profumo di pane dal forno allangolo, e quellintangibile che puoi chiamare solo con una parola: casa le scatenava una nostalgia dolceamara, come una pasta tiramisù di cui hai sentito la mancanza ma che temi di assaggiare.

Era tornata per pochi giorni. Ufficialmente, per aiutare la mamma con una montagna di scartoffie che aspettava da mesi di essere domata. E certo, per passeggiare nei luoghi della memoria, a vedere se labbraccio del passato era ancora caldo come nei suoi ricordi. Ma nel fondo dellanima, la vera motivazione era unaltra. Voleva rivedere Alessandro. Insomma, non è che avesse pedinato le sue mosse come una detective delle fiction, ma qualche amica, chiacchierando al telefono o sui social, lasciava scivolare il suo nome tra una lamentela sulle bollette e una su una nuova pizzeria in centro. Così aveva saputo di sfuggita che lui aveva cambiato lavoro, si era accaparrato una bella posizione, si era comprato un appartamento nuovo, e ci aveva portato pure la mamma. E ogni volta che sentiva parlare di lui, ecco che la mente partiva a immaginarlo e subito dopo scattava la paura, come per non farsi illusioni.

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Il giorno dopo Vittoria decise di fare un giro in centro. Niente programma preciso, solo la voglia di annusare la città, testare latmosfera, vedere se le strade tenevano ancora il ritmo del suo battito. Camminava piano, guardando le vetrine con un sorrisetto che solo chi ha lasciato un piccolo paese per la grande città può capire. Il chiosco dei giornali dove comprava Topolino, la panchina dove sedeva con le amiche dopo scuola, il bar dove, per la prima volta, sentendosi adulta, aveva ordinato un cappuccino rovesciandolo sulla camicetta nuova.

E poi lo vide.

Alessandro avanzava dal lato opposto della strada, lo sguardo basso, pensieroso, proprio come allora. Vittoria si immobilizzò come un manichino in saldo. Sembrava di ingoiare un boccone di crostata troppo grosso: un colpo al cuore e il respiro a singhiozzo. Era identico a sette anni prima, solo un po più uomo, ma la camminata era quella, rilassata, quasi pigra, inconfondibile.

Senza pensarci troppo, attraversò la strada in stile giochi senza frontiere, con il semaforo sul giallo e un camionista che le urlava: Ma dove vaaa? Ma lei nulla, dritta come un treno.

Alessandro! gridò, raggiungendolo vicino alla rosticceria.

La voce le tremò (e non per colpa della cotoletta in vetrina). Lui si girò e nulla. Né gioia, né rabbia, né gelosia. Come se avesse incontrato la postina.

Vittoria? chiese, neutro come lacqua minerale.

Quel tono piatto come una piadina senza ripieno fece più male di uno spintone. Tutto lo tsunami di parole non dette, di scuse preparate, improvvisamente le si rovesciò addosso. Gli occhi si inumidirono allistante, la voce ballò il tip-tap e non riuscì a fermarsi.

Alessandro, io… io ho tanta colpa. Lo so che non avrei neanche il diritto di parlarti, ma io Singhiozzava come quando si taglia la cipolla, solo che le lacrime erano vere. Ti amo, ancora. Ti prego. Scusami…

Le frasi uscivano a raffica, arruffate, come spaghetti troppo cotti: scuse, richieste, verità nude e crude, tutto insieme Le mani lo abbracciarono, si strinse a lui come se potesse tornarle il tempo. In quellistante non esisteva né la bottega della Maddalena, né i passanti curiosi solo il suo calore e un barlume di speranza.

Alessandro non la respinse, almeno non subito. Per un battito di ciglia, sembrò esitare, come se potesse cedere le spalle più basse, le mani a metà Un lampo che riaccese dentro Vittoria una scintilla: forse cera ancora qualcosa.

Poi lo scatto. La allontanò con fermezza, ma senza cattiveria. Il volto impassibile, neutro, lo sguardo quasi tagliente. Nei suoi occhi non cera più il ragazzo affettuoso che conosceva, ma un uomo murato dentro unarmatura.

Sparisci, sussurrò.

Lo disse piano, come a comunicare che lei non era degna neanche di ricevere una sentenza a voce alta.

Ti odio, aggiunse, stavolta lasciando trasparire una punta di disprezzo.

Si voltò e se ne andò, senza unocchiata indietro. Vittoria rimase lì, paralizzata come dopo una delusione amorosa su TV8. La città intorno riprendeva la sua indifferenza: la gente indaffarata, le auto che impazzivano al semaforo, bambini che ridevano nel parco… Qualcuno la fissava di traverso Ma cosavrà mai quella lì standing ovation in strada? Ma lei non vedeva, né sentiva.

Solo il rumore dei passi di lui che si affievolivano, il suo respiro a singhiozzi, il cuore impastato dalla certezza che era finita. Per sempre.

Tornò a casa. Non sapeva neanche come fosse arrivata. I passi pesanti, lo sguardo fisso, un vuoto siderale nella testa. Dopo aver varcato la soglia dellappartamento di sua madre, passò zitta in camera, si lasciò cadere su una sedia e fissò il cielo. La mamma, vista la faccia smunta e gli occhi gonfi, non chiese nulla. Sospirò piano come se quel momento lo aspettasse da tempo e andò a mettere su la moka. Il gorgoglio del caffè, il profumo del tè tutto sembrava normalissimo, in un contrasto feroce con il dramma interiore di Vittoria. Il quotidiano, però, a volte tiene insieme i pezzi.

Non mi ha perdonata, mormorò Vittoria, stringendo una tazza tra le mani. Il vapore le accarezzava il volto, ma lei guardava solo la superficie ambrata del tè, come se nel riflesso ci fosse la soluzione.

La mamma si sedette accanto a lei. Le accarezzò la spalla, come si fa con una bambina che cade dalla bicicletta. E di colpo Vittoria si sentì proprio piccola, come se tutti i decisioni da adulta fossero solo un mito.

Lo sapevi che sarebbe andata così, disse la mamma, senza amarezza, solo con un po di quella dolce malinconia da domenica pomeriggio.

Lo sapevo, annuì Vittoria. Voce calma, ma esausta. Ma speravo. Sciocca, vero?

Non è sciocco sperare, rispose dolce la madre. Solo che… hai scelto tu questa strada. Alessandro aveva sofferto molto per la vostra rottura è diventato come Kay della Regina delle Nevi il cuore ghiacciato, freddo e intoccabile.

Vittoria sospirò, posò la tazza e chiuse gli occhi: subito le apparvero scene di sette anni prima.

Allora sembrava tutto così semplice. Aveva ventidue anni: letà in cui il futuro è una zingarata e ogni ostacolo pare una fila in posta. Al suo fianco Alessandro affidabile, generoso, quello da presentare senza imbarazzo alle cene con i parenti. Poche parole, ma tanti fatti. Bastava una sua mano sulla spalla per sentirsi al sicuro.

Cera solo un problema, o meglio, lei lo credeva tale. Alessandro lavorava in unimpresa edile, studiava per corrispondenza e sognava di aprire una sua attività. Solido, sì, ma ci sarebbe voluto tempo. Vittoria, invece, non voleva aspettare: non cercava la ricchezza, solo un po di stabilità il mutuo, un lavoro, le bollette pagate senza grattacapi.

Poi, zio Umberto da Milano le offrì un lavoro nella sua ditta. Una svolta. Così, di getto, accettò. Senza nemmeno pensarci troppo. Il futuro era lì, bello chiaro, cosa vuoi di più?

Ma ecco, come sempre in Italia, la verità aveva più livelli di una parmigiana. Quando si trasferì a Milano, conobbe Enrico, imprenditore di successo, doppio della sua età e molto più doppio del suo conto in banca. Si conobbero a una cena aziendale: lui subito gentilissimo, domande, complimenti, interesse per tutto quello che faceva. I segnali dattenzione non mancavano mai. Allinizio Vittoria era quasi infastidita, ma alla lunga si abituò a farsi portare a teatro, a cena in ristoranti dove il menù costa più dellaffitto e a ricevere fiori in ufficio con biglietti tipo Alla regina dellopen space. Con lui la vita era facile. Bastava scegliere dalla carta, non dai sogni.

Così, tra una coccola e laltra, divennero una coppia. Non cera passione da film con Riccardo Scamarcio, ma la sua compagnia trasmetteva quella sicurezza che non aveva mai avuto. Adesso che la sua vita era tutta una paillette, il pensiero di Alessandro le faceva quasi fastidio. Arrivò perfino a disprezzarlo, sostenendo con le amiche che con uno così semplice non si va da nessuna parte.

Tornò a Piacenza solo per fare scena. Niente chiarimenti, nessuna voglia di scuse, solo la voglia di fare la sfilata della nuova sé davanti ad Alessandro guarda come sono diventata, tiè!. Aveva programmato tutto: si organizzò laperitivo nel bar più in del corso, si mise il vestito costoso che Enrico le aveva regalato per il compleanno, sfoggiò anello e borsa nuova come monili della vittoria.

Quando Alessandro entrò, Vittoria si mise in posa, ridendo un po troppo forte alle battute del nuovo fidanzato. Incrociò lo sguardo di lui: negli occhi, smarrimento misto a dolore e incomprensione. Ma Vittoria, invece di sentire qualcosa, si impose di non battere ciglio. In quel momento pensò di aver vinto. Aveva dimostrato (a sé stessa o a lui?) che ora aveva tutto ciò che voleva.

Solo che quando Alessandro uscì dal bar, la risata finta le si bloccò tra i denti. Guardò il regalo costoso, la borsa firmata nuova di zecca e il compagno che già pensava al prossimo business lunch, e allimprovviso sentì un vuoto. Tutta quella bella vita, per cui aveva rinunciato perfino ai tortelli della mamma la domenica, ora le suonava come una farsa.

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Quella vittoria si rivelò più amara di un espresso bruciato. Ci mise un po a rendersene conto, però. Enrico inizialmente era ancora cavaliere fiori, ristoranti, complimenti. Ma la fiamma della novità durò meno di una stagione di Sanremo.

Prima arrivarono le critiche velate (Un po di palestra non ti farebbe male, Non ridere così forte, sembra un mercato!), poi la scomparsa improvvisa: giorni, settimane senza una chiamata. Lei rimaneva sola in quellappartamento grande come una promessa tradita, ad ascoltare solo il ticchettio dellorologio. Quando provava a parlargli, lui la liquidava con Hai tutto quello che volevi, no? Cosa ti manca ancora?

Vittoria cercava di giustificarlo: il lavoro, lo stress, la crisi economica cera sempre una scusa. Non voleva ammettere levidenza: era stata solo quellennesima novità che dopo un po stufa. E allora resisteva, sopportava le freddezze e le assenze, pur di non affrontare la verità: aveva fatto un errore colossale.

A poco a poco, anche le gioie materiali persero il sapore: i vestiti eleganti rimasero nellarmadio, i gioielli scivolavano in fondo a un cassetto, nei ristoranti chic avrebbe preferito un supplì al telefono con Alessandro che mille antipasti con Enrico. Gli spruzzi di profumo costoso le davano la nausea.

Così, a fine giornata, dalla finestra osservava la città, e pensava: E se invece… Ma subito si proibiva quei pensieri: troppo tardi per i rimpianti, meglio le serie TV e il lavoro.

Nei momenti più silenziosi, la mente ritornava sempre ad Alessandro: alle mani tozze ma calde, al sorriso vero e silenzioso, ai sogni raccontati piano, senza grandi parole ma con una certezza che bastava. E si accorgeva che con lui non aveva mai avuto paura di niente.

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Il terzo giorno decise di passeggiare sul viale alberato dove con Alessandro aveva trascorso infiniti pomeriggi. La panchina sotto lacero era ancora lì. Ricordava il giorno in cui, con le foglie che cadevano a pioggia, lui le aveva detto: Sai, vorrei una casa tutta nostra. Con le finestre grandi, la luce e la felicità ovunque. Allepoca le era sembrata una banalità. Oggi suonava come loccasione che si lascia scappare davanti allofferta speciale.

Si fermò, inspirò forte, quando alle spalle sentì una voce conosciuta.

Vittoria?

Era Marco, il loro amico di sempre. Sembrava felice di rivederla.

Non pensavo di trovarti qui! sorrise, un po stupito. Come va?

Vittoria fece fatica a non lasciar notare la crepa nella voce, ma riuscì a fingere una mezza allegria.

Tutto bene, una visita alla mamma rispose abbozzando un sorriso quasi decente.

Marco le propose di sedersi sulla panchina. Camminarono insieme, lui chiacchierando delle piccole notizie di provincia, lei un po distratta, ma rassicurata dalla sua presenza. Era strano: tornare nel teatro di vecchi ricordi e trovare un attore secondario che aveva sempre fatto da spalla nei momenti topici.

Poi, inevitabile, la domanda:

Hai visto Alessandro?

Vittoria abbassò lo sguardo sulle foglie a terra. Sul momento non rispose. La memoria la riportava alla scena del giorno prima: al suo sguardo glaciale, alle parole pesanti come fossili. Finalmente mormorò:

Sì. Ieri.

E… comè andata? domandò Marco, senza forzare.

Niente, ammise, più stanca che addolorata. Non mi vuole più vedere. Mi odia proprio.

Marco sospirò e si sedette. Guardava lontano, verso il sentiero, immerso in una foschia che sapeva di foglie secche e malinconia. Poi parlò, senza fretta:

Lo hai proprio distrutto, Vittoria. Non ti ha sentita più. Nessun messaggio, nessuna risposta. Gli è crollato il mondo.

Vittoria serrò le mani a pugno, la vergogna che le bruciava dentro.

Lo so, sussurrò quasi a sé stessa.

Marco la guardò, ma non fece prediche, limitandosi a informarla con quella chiarezza che solo gli amici veri hanno:

Alessandro ha provato a dimenticarti. Ha avuto pure un breve flirt, ma nulla. Dice che non può amare nessuna come te. E credimi, dopo la tua esibizione con quellaltro a Piacenza… ci ha messo mesi a riprendersi. Ieri mi ha chiamato era ubriaco, non lo sentivo così male da anni. Non venire più, vittoria. Non fargli altro male.

Vittoria morse il labbro, trattenendo le lacrime. Aveva capito che Marco aveva ragione. Il suo tentativo di recuperare, la voglia di saldare il conto avevano solo riaperto la ferita.

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Quella sera seduta in cucina, guardò le luci della città salire ad accendersi una dopo laltra, mentre dentro di sé sentiva solo il buio. Immaginò come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta. Magari avrebbero preso in affitto un bilocale, magari Alessandro ci avrebbe messo anni ad aprire la sua azienda, magari di cene al ristorante non ce ne sarebbero state molte. Ma ci sarebbero state risate, abbracci, e parole calde da scambiarsi nei momenti difficili.

Il mattino dopo partì per Milano. Fece la valigia lenta, senza fretta, la mamma la osservò col rimpianto di tutte le mamme: Attenta, figlia mia, le disse, lasciandole un bacio sulla guancia e un ultimo profumo di casa.

Alla stazione comprò un biglietto per Milano Centrale due ore di treno, tempo perfetto per pensare a non pensare. Guardò scorrere fuori dal finestrino la periferia, i condomini coi gerani sul balcone, la bottega del pane, le giostrine del parco giochi. Tutto, adesso, era distante. Lì, tra quelle strade, restava lunico uomo che non aveva saputo trattenere.

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Passarono sei mesi. Vittoria continuò la sua esistenza milanese: lavoro, aperitivi con le amiche la domenica, domande cortesi al bar. Nulla di diverso allapparenza. Dentro, però, era tutto cambiato. Non tentava più di cancellare il passato con borse nuove o incontri a caso. Adesso lo accettava, con tutta la pena e la consapevolezza che ne derivava.

Aveva imparato a svegliarsi e a ripetersi: Ciò che è fatto è fatto. Sbagliato, ma ormai è storia. E nella rassegnazione cera, paradossalmente, una specie di pace. Non contentezza, ma almeno la possibilità di respirare.

Una sera, mentre preparava pasta e zucchine (in mancanza di meglio), il cellulare vibrò. Un messaggio da numero sconosciuto: Non ti odio. Ma non riesco a perdonarti.

Rimase paralizzata. Stringeva il telefono come se potesse sentire il battito dellaltra persona. Non sapeva che significasse. Riconciliazione? Laddio definitivo? O solo un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi ma ancora vivo?

Vittoria sorrise tra le lacrime, un sorriso piccolo piccolo ma vero. Forse non era la fine. Forse, un giorno, avrebbero potuto parlarsi ancora calmi, senza più alibi o accuse. Forse avrebbero trovato le parole per chiudere, oppure cominciare, un nuovo capitolo. O, chissà, solo per salutarsi finalmente da adulti.

Per ora, le bastava sapere che, laggiù, qualcuno ancora pensava a lei non solo come a un errore. Che non era stata solo una parentesi dolorosa, ma una pagina della vita di entrambi.

E questo, per ora, era tutto.

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