Non dare retta ai pettegolezzi

Non dare ascolto ai pettegolezzi

Livia finiva di sorseggiare lultimo goccio di caffè, caldo e appena amarognolo, tra un paziente e laltro, nella speranza che qualche stilla di energia si risvegliasse in lei per affrontare altre ore di lavoro. Posò la tazzina e cercò un tovagliolino, quando una sedia si abbatté rumorosamente accanto a lei. Donatella, linfermiera del reparto ortopedia, si sedette senza troppi complimenti, incrociò le braccia al petto e le rivolse uno sguardo storto di finta complicità.

Su, avanti, confessa, sussurrò, inclinando appena la testa.

Livia sobbalzò: stava quasi per soffocarsi con quellultimo goccio. Sentì il caffè bruciarle la gola e si portò una mano alla bocca per tossire piano. Poi levò lo sguardo verso Donatella, gli occhi carichi di silenziosa domanda. Dove voleva arrivare, ora?

Oh, non fare la finta tonta! agitò una mano, come a scacciare la sua espressione perplessa. Ieri ho visto tuo marito. È entrato in gioielleria. E io dietro, curiosa! Non mi sono avvicinata troppo, ma quella scatolina lho vista bene. Su, facci vedere!

Dimprovviso tutto dentro Livia si richiuse su se stessa. Abbassò lo sguardo sulla tazzina, dove il caffè lasciava una chiazza scura come un presagio. Poi incontrò di nuovo gli occhi di Donatella. Cera qualcosa di pungente, perfido, un filo dinvidia nella voce della collega, quasi si stesse provando quellanello già al dito.

Scusami, ma ti sbagli, provò a sorridere Livia, forzando la voce sulla calma. Matteo ieri sera era a casa. Tutta la serata.

Ah sì? Ma erano le sei e venti! Donatella si avvicinò al tavolo, occhi brillanti. Non prendermi in giro! Era lui, lho visto bene, soprattutto quando viene a prenderti: non sbaglio il passo e la giacca nemmeno. Su, mostraci la scatolina!

La gola di Livia si strinse. Sentì il tessuto della camicia appiccicarsi fastidioso alla schiena, sotto il camice bianco perfettamente stirato. Donatella la osservava come se stesse già scrivendo mentalmente la novella della settimana da sussurrare alle altre infermiere.

E invece ti sbagli, ripeté con un filo di voce sicura. Scusa, devo andare. I miei piccoli pazienti, e le loro mamme, sono già impazienti.

Livia si alzò con una rapidità inconsulta, desiderando solo sparire dalla presenza di Donatella. Voleva quei dieci minuti di silenzio, la mezza luce nella saletta del bar dellospedale, la musica diffusa appena percettibile, il respiro profondo prima di tornare tra lo sciame di ansie e domande. Ma neanche oggi era destino.

Come sempre, ecco la regina del pettegolezzo che piomba sul nulla per trasformarlo in tragedia!

Ah, ora è tutto chiaro, sentenziò Donatella, poggiandosi indietro e abbracciandosi finta offesa. Tuo marito ha unaltra. Che bomba! La nostra inarrivabile Livia Romano lasciata dal marito!

Livia sentì tutto il corpo tendersi in un solido nervo, ma non cambiò espressione. Si voltò lentamente verso Donatella e le rivolse uno sguardo duro.

Non dire sciocchezze, tagliò, cercando un tono secco e fermo. Mio marito mi vuole bene. Abbiamo un figlio meraviglioso.

Ma nemmeno è tuo figlio, sussurrò linfermiera, lo sguardo dritto e freddo. Furbo, il tuo Matteo. Bambino appioppato a te, e lui via per lavoro. In ogni città una fidanzata.

Livia strinse il bordo del tavolo, le unghie che scavavano il legno. Dentro, una burrasca, ma in volto solo quiete. Avrebbe voluto urlare perché Donatella stesse zitta, ma invece soffiò via laria lentamente e disse:

Non sai nulla della mia famiglia. E del mio matrimonio. Quindi, per favore, non rovinare la vita con le chiacchiere.

Donatella rise, scosse la testa e si alzò.

Vedremo tra una settimana, o magari tra un mese. Gli uomini sai quanto sono incostanti.

Se ne andò trascinando i tacchi sul pavimento di marmo, ogni passo una ferita sonora sullaria. Livia rimase seduta. Le mani le tremavano, le nascose sotto il tavolo temendo che qualcuno notasse il suo stato. Le parole di Donatella roteavano nella mente, si aggrappavano ai pensieri come spine.

Livia si alzò di scatto, gli occhi accesi dalla collera. Raggiunse Donatella prima che svoltasse nel corridoio e con voce tagliente scandì:

Se dici ancora una parola, domani parlerò col direttore sanitario. Finirai senza lavoro in un attimo. E nessuno ti difenderà. Hai stancato tutti.

Quel tono era così deciso e gelido che Donatella fece un passo indietro. Voleva rispondere, ma Livia già si era voltata verso luscita del bar, trascinando i passi come in una parata.

Lo dico per il tuo bene! strillò Donatella, abbastanza forte da essere udita Lascialo, prima che sia tardi! Lho visto anche in un negozio di fiori! E sussurrava dolce al telefono! Livia mah!

Le ultime parole Donatella le borbottò a denti stretti, mordendosi le labbra per la frustrazione. Livia non si voltò: la schiena dritta, landatura ferma, come se quella pioggia di chiacchiere non la riguardasse. Ma dentro si contorceva.

Donatella restò qualche secondo impalata, giocando nervosamente con il bordo del camice. Alternava pugni chiusi e aperti, imprigionata nellirritazione. Solo il buon senso la trattenne dallandare subito a raccontare tutto alle colleghe. Livia era temibile; avrebbe parlato alla direzione e addio stipendio! E trovare un altro posto Non è che tutti assumano in una clinica privata e con uno stipendio simile

Sospirò, guardò lorologio. Il turno sarebbe finito tra ore. Lumore era ormai a terra. Tornò alle cartelle cliniche, sbuffando, in attesa del cambio.

****************

Livia era stata rapita dai dubbi. Con gli altri riusciva a mentire, a sorridere, a insistere che la loro casa era un porto sicuro. Ma da sola, la voce di Donatella era una scheggia piantata in gola, tornava a far male appena smetteva di occuparsi daltro.

Matteo in effetti, ieri, era tornato più tardi del solito, vicino alle otto. Di norma si faceva vedere verso le sei, le sette al massimo, e invece, quella sera Un mucchio di lavoro, le aveva borbottato senza guardarla negli occhi, infilandosi in bagno come se volesse lavarsi addosso le tracce della giornata. Livia lo aveva lasciato fare. Ma era rimasta a galla, nella pancia, una sensazione strana e amara. Forse davvero, dietro quei ritardi, cè solo qualcosa di a dir poco banale? Magari Donatella non ha tutti i torti

Aprì la porta di casa e chiamò:

Sono a casa!

Le rispose solo il silenzio.

Rimase qualche istante immobile. In genere, tutto era diverso: ad accoglierla cera sempre prima Leone, il golden retriever che la seguiva ovunque come unombra dorata lei era la sua sola padrona, il resto della famiglia, a suo avviso, esisteva appena. Subito dopo si precipitava Andrea, il suo bambino, la sua gioia: pronto a farsi prendere per mano e portarla a vedere ogni nuovo disegno, modellino, gioco inventato.

Ma ora, nulla. Solo il ticchettio dellorologio nella penombra.

Livia tolse le scarpe, appese la giacca, e scivolò nelle stanze, scrutando ovunque.

Dove siete? ripeté, sforzandosi di sorridere nel tono.

Nessuno.

Il cuore si chiuse a pugno. Forse erano usciti per una passeggiata? Ma Leone non si allontanava mai da sola, e Andrea sapeva bene che la mamma non voleva che uscisse senza permesso. Livia estrasse il cellulare, chiamò Matteo. Nessuna risposta. Chiamò ancora, e ancora.

Solo silenzio.

Crescente oppressione nel petto. Andò in cucina a scrutare eventuali segni di vita recente. Una tazza di tè a metà, un libro con i disegni di Andrea lasciato aperto, una ruspa di plastica sul pavimento. Sembrava che lì ci fossero stati fino a pochi istanti prima, e poi improvvisamente svaniti.

Inspirò profondamente.

Calma, disse a bassa voce. Magari sono solo scesi un attimo e stanno tornando.

Ma una voce sottile e maligna le bisbigliava altro: E se invece Donatella avesse davvero ragione?

Si avvicinò alla finestra. Loro fioco della sera colorava il cortile di toni caldi, bambini urlanti sulla giostra, cani in giro, ma non c’era traccia di Matteo, Andrea o Leone.

Si sedette e afferrò il bordo del tavolo. Nella testa rimbalzavano dubbi senza risposte. Dove saranno? E perché nessuno risponde? Forse Donatella aveva davvero visto qualcosa che Livia ostinava a non voler vedere?

Fu allora che la vide: al centro del tavolino del soggiorno unenorme busta color crema. Non la solita posta, né pubblicità: un oggetto estraneo e solenne, la scritta in stampatello grasso, APRI QUI. Un piccolo sortilegio di carta.

Livia, incerta, si avvicinò e si piegò verso la busta, sulle punte delle dita. Era come se temesse che, con un tocco troppo forte, potesse svanire. Le mani tremavano. Si sforzò dinspirare, sciogliendo il nodo, e alla fine la prese. Era leggera ma inquietante. Aprì il lembo, estrasse un foglio ripiegato e lo strinse brevemente negli occhi chiusi. Divorzio? Me ne vado? Frasi dopo cui tutto cambia per sempre.

Deglutì e lesse.

Solo una frase. Un indirizzo: quello storico, quello del bar con le vetrate sulla piazza di Porta Ticinese, a Milano, quello delle tovaglie a righe e delle panchine di ferro dondolanti. Lo stesso dove, anni fa, Matteo si era inginocchiato davanti a lei, imbarazzato e pieno di speranza, chiedendole di sposarlo.

Livia sorrise. Langoscia si sciolse lentamente tra costole e pancia. Le mani ancora tremanti, ma ora di unemozione che frizzava come la nebbia di primavera a inizio mattina. Rilesse quellindirizzo come in cerca di un messaggio in codice.

Sarà un segno, stavolta? pensò, stringendo il foglio al cuore.

********************

Livia scese dal taxi, si avvolse nel cappotto e inspirò i profumi di autunno di via Torino. Milano aveva quel colore di Resina e polvere, ma tutto le sembrava stregato quella sera: uno strano incanto in gola le stringeva il respiro.

Spinse la porta a vetri del bar, il tintinnio dargento del campanellino ruppe il silenzio caldo. Dentro odorava di caffè appena fatto, zucchero, brioche alla vaniglia. Livia rimase ferma, spaesata, e tremò allimprovviso vedendo il tavolino di sempre, in fondo, quello vicino alla finestra.

Tutti lì. Matteo camicia impeccabile e giacca scura , Andrea il golfino blu della domenica e lentusiasmo negli occhi e Leone, il golden retriever, che si fiondò verso di lei scodinzolando.

Sorrisi, abiti eleganti, latmosfera così luminosa. Alle spalle, una cifra sospesa: un gigantesco 5 argentato, di carta traforata, troneggiava sulla parete. Livia si accigliò: Perché cinque?. Ma non fece in tempo a chiederselo; Andrea le corse incontro.

Mamma! Auguri! gridò, saltandole in braccio.

Abbracciò il figlio, immergendo il naso nei suoi capelli profumati di talco. Tutte le tensioni si sciolsero in quellabbraccio.

E… per cosa? chiese, smarrita. Non è luglio, non è il nostro anniversario…

Andrea rise di gusto, la prese per mano e la condusse al tavolo.

Non è quello! Lo scoprirai!

Matteo si alzò sorridendo, porgendole un enorme mazzo di rose bianche, legate con un nastro di raso. Livia restò senza fiato. Lui era giovane, bello così come era la prima volta che laveva guardata veramente.

No, oggi non è lanniversario, disse Matteo consegnandole i fiori. Ma questa data è perfino più importante. Sono passati esattamente cinque anni da quando ci siamo visti la prima volta. Quel giorno, il destino ha fatto tutto.

Livia accarezzò la testa di Andrea e sorrise.

Non è vero, disse ridendo. È stato questo disastro qui che ci ha fatto incontrare: lui si è schiantato contro lo stipite a tre anni e siamo finiti tutti al pronto soccorso.

Andrea alzò il petto, orgoglioso.

Io! disse, con il sorriso a pieno viso, come se avesse vinto una coppa.

Si misero tutti a ridere, Livia e Andrea per primi, e Matteo li fece suoi con uno sguardo colmo damore.

Era scritto, aggiunse lui, lo sguardo luminoso. E tu, quella sera, saresti già dovuta essere a casa, ma ti sei dimenticata il cellulare in ambulatorio.

E sono rientrata solo per quello e poi sono rimasta due ore in più! bisbigliò Livia. Cera un piccolo koala che proprio non voleva mollarmi.

Guardò Andrea, che sembrava amare essere il protagonista della storia.

Lo vedi? Era destino, concluse Matteo. Ho un regalo per te. Voglio che te lo ricordi per sempre.

Fece un passo avanti e le porse una scatolina lucida, fiocco rosso in cima. Livia trattenne il fiato mentre sollevava il coperchio.

Sul velluto giacevano orecchini sottili, pietruzze che riflettevano la luce in mille scintillii. Livia esalò un piccolo suono stupito. Gli orecchini si abbinavano alla perfezione al ciondolo che portava sempre. Si guardò intorno, poi abbracciò con lo sguardo i suoi uomini.

Non ho parole, mormorò, le lacrime lucide negli occhi. Grazie. Grazie a tutti e due.

Il tremito della voce tradiva solo una gioia disarmante. Prese gli orecchini e tornò con lo sguardo su Matteo.

Sono bellissimi, sussurrò. Come hai fatto a pensarci?

Volevo qualcosa che tenesse sempre vivo il ricordo di questo giorno. Di quando ci siamo trovati. Quando siamo diventati famiglia, tutti insieme.

Andrea, emozionatissimo, la cinse con un abbraccio alle ginocchia.

Ti voglio bene! proclamò con una gravità che fece scoppiare Livia in una risata, e la spinse a chinarsi per baciarlo.

Leone, sentendo di non poter essere dimenticato, scivolò accanto a lei e le spinse il muso sulla gamba. Livia gli accarezzò la testa, il cane mosse la coda felice.

Nel bar spirava un calore denso, lento. Chi era nei tavolini accanto sorrideva, la felicità della loro famiglia sembrava contagiosa. Livia, stringendo il regalo, sentiva finalmente tra le mani qualcosa di vero.

****************

Il giorno dopo, Donatella era già alla finestra del corridoio. Braccia incrociate, digrignava i denti fissando Livia che passava di là: composta, altera, i capelli raccolti in uno chignon severo che metteva in risalto il volto. Alle orecchie, quegli orecchini cesellati danzavano con il sole dottobre che bagnava il corridoio.

Donatella serrò le mani a pugno. Guarda come brilla un soldo nuovo, pensò. Ieri sembrava le crollasse il mondo addosso… Ricordava bene tutte le frecciatine seminate il giorno prima, e ora davanti agli occhi aveva una donna sicura, felice.

E questa felicità la faceva impazzire.

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Non dare retta ai pettegolezzi
Voglio solo tornare a casa, figliolo Vittorio Petrovici uscì sul balcone, accese una sigaretta e si sedette su uno sgabello basso. Un nodo amaro gli salì alla gola, cercava di trattenersi ma le mani iniziarono a tremare. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe arrivato il giorno in cui non ci sarebbe più stato posto per lui nella sua stessa casa… — Papà! Non fare il permaloso, non ti arrabbiare! — Larisa, la figlia maggiore di Vittorio, corse sul balcone. — Non ti chiedo tanto… Lasciaci solo la tua stanza! Se non hai cuore per me, pensa almeno ai tuoi nipoti. A breve iniziano la scuola e ancora devono vivere tutti nella stessa camera… — Lara, non andrò in una casa di riposo, — rispose calmo l’anziano. — Se siete troppo stretti qui, potete trasferirvi dalla madre di Michele: ha un appartamento con tre stanze ed è sola. Ci sarà una camera per voi e per i bambini. — Lo sai che non potrei mai convivere con lei! — gridò la figlia, sbattendo forte la porta del balcone. Vittorio accarezzò il vecchio cane, fedele compagno di vita, e ricordando la sua Nadenka, si mise a piangere. Ogni volta che pensava alla moglie gli venivano le lacrime; era rimasto vedovo cinque anni prima, sentendosi subito orfano, nonostante figlia e nipoti. L’avevano cresciuta con amore e gentilezza, eppure qualcosa era andato storto… Larisa era diventata egoista e crudele. Barone, il cane, si accucciò mestamente ai suoi piedi. Sentiva la sofferenza del padrone e ne soffriva a sua volta. — Nonno! Non ci vuoi bene? — il nipotino di otto anni entrò nella stanza. — Cosa dici, piccolo mio? Chi ti ha messo certe idee? — chiese stupito il nonno. — Perché non vuoi lasciarci la tua stanza? Sei avaro? — gli rivolse lo sguardo carico di rabbia, ripetendo evidentemente le parole della madre. Vittorio voleva rispondere ma capì che contro Larisa non aveva scampo. — Va bene. Me ne vado, — rispose spento. — Lascerò la stanza. Sentiva che in quella casa ormai tutti lo detestavano, dal genero ai nipoti, ai quali era stato insegnato che il nonno rubava loro lo spazio. — Davvero te ne vai? — entrò felice Larisa. — Sì, ma promettimi almeno che ti occuperai di Barone. Mi sento proprio un traditore… — Bastaaa! Ci penseremo noi, lo porteremo a spasso ogni giorno. E il weekend ti veniamo a trovare, — promise la figlia. — Ti ho trovato la migliore casa di riposo, vedrai che ti piacerà. Due giorni dopo Vittorio fu portato nella casa di riposo. Larisa lo aveva organizzato da tempo e aspettava solo che il padre cedesse. Appena entrato nella stanza umida e impregnata di cimici, l’anziano si pentì amaramente. Era stato ingannato: non era un residence privato ma un normale istituto, dove vivevano persone sole e abbandonate. Dopo aver sistemato le sue cose, scese in cortile, si sedette su una panchina e si sentì sopraffatto dalla tristezza. Vedendo altri anziani, pensava a quanta miseria e solitudine lo attendevano. — Sei nuovo? — gli si avvicinò una signora anziana, gentile. — Sì… — sospirò Vittorio. — Non ci pensare troppo. Anch’io all’inizio stavo male, poi mi sono abituata. Mi chiamo Valentina. — Vittorio, — si presentò. — Anche a te i figli ti hanno messa qui? — No, il mio unico nipote. Non ho avuto figli e ho lasciato a lui la casa… ma forse ho sbagliato. Ora è sua e io sono qua. Almeno non sono finita in strada… Passarono la serata parlando della gioventù, dei rispettivi amori, e il giorno dopo andarono a passeggiare insieme. La presenza di Valentina era una piccola gioia. Vittorio passava più tempo possibile fuori, il cibo era pessimo ma mangiava il minimo per tirare avanti. Aspettava la figlia, sperava che Larisa si pentisse e lo riportasse a casa. Ma i giorni passavano e lei non arrivava. Provò a telefonare, voleva sapere di Barone, ma nessuno rispose. Un giorno, vicino all’ingresso della casa di riposo, Vittorio incontrò Steno Iellini, suo vicino di casa. — Ma allora sei qui! — esclamò Steno, sorpreso. — Tua figlia diceva che ti eri trasferito in campagna! Non ci ho mai creduto. Sapevo che non avresti abbandonato Barone. — Che vuoi dire? Cos’è successo al mio cane? — L’abbiamo portato in canile. Larisa mi disse che eri andato a vivere in campagna e che la casa sarebbe stata venduta… riguardo al cane, diceva che era troppo vecchio per occupartene. Ma cosa è successo davvero? — domandò l’uomo, vedendo la faccia pallida di Vittorio. Vittorio gli raccontò tutto, compreso il desiderio di tornare indietro e cambiare scelta. Non solo la figlia l’aveva privato di una vita dignitosa, ma aveva anche cacciato il suo fedele Barone. — Voglio solo tornare a casa, figliolo… — sussurrò Vittorio. — Ecco perché sono qui. Sono avvocato e tutelo spesso gli anziani. Se non ti hanno ancora tolto la residenza, possiamo agire subito, — spiegò Steno. — No, non ho fatto nulla. A meno che lei non mi abbia tolto di nascosto… — Prepara le valigie, ti aspetto in auto! Una figlia così non è degna… Vittorio salì rapidamente, buttò tutto in una borsa e scese. Alla porta trovò Valentina. — Valentina, devo andarmene. Ho saputo che mia figlia ha venduto la casa e cacciato Barone… — E adesso io? — Appena mi sistemo, vengo anche per te, — promise Vittorio. — Dici così… ma chi mi vorrà mai? — mormorò lei. — Abbi fede. Devo andare, ma manterrò la promessa. Vittorio non riuscì a rientrare a casa. Non aveva le chiavi e l’appartamento era stato già affittato. Steno lo ospitò. Poco tempo dopo scoprirono che Larisa si era sistemata dalla suocera, mentre l’appartamento era stato dato in affitto. Grazie all’avvocato e vicino, Vittorio riuscì a riottenere i suoi diritti. — Grazie, — disse al suo amico. — Ma non so come andare avanti. Continuerà a perseguitarmi… — C’è solo una soluzione, — rispose Steno. — Possiamo vendere la casa, dare la sua parte a Larisa e con il resto comprare una piccola casa in campagna per te. — Sarebbe meraviglioso! — si entusiasmò Vittorio. Dopo tre mesi Vittorio si trasferì nel suo nuovo casale. Steno lo aiutò sempre e ora lo accompagnava con Barone. — Dobbiamo passare da una persona, — chiese Vittorio. Da lontano vide Valentina, sola sulla loro panchina, con uno sguardo malinconico. — Vale! Vieni con noi, ora abbiamo un casale in campagna. Aria buona, pesca, frutti di bosco, funghi… che ne dici, vieni? — Come faccio? — Alzati e vieni, — rise Vittorio. — Deciditi! Non c’è più nulla per noi qui. — Aspetta solo dieci minuti, — sorrise lei, commossa. — Ti aspetto! — rispose lui sorridendo. Nonostante l’egoismo di chi li circondava, questi due anziani sono riusciti a lottare per la loro felicità. Hanno scoperto che il mondo è ancora pieno di persone buone e che, malgrado tutto, la bontà vince sempre. Vittorio e Valentina lo hanno provato sulla propria pelle: hanno combattuto, e infine trovato la serenità e la gioia di vivere.