Il silenzio che non trova perdono

– Mi hanno telefonato da quella famosa casa di riposo. Dicono che quasi non mangia più.

– Vittorio, cosa vuoi che faccia? Non posso andare là ogni due giorni, ho il lavoro, i bambini

– È tua madre.

– Anche tua, a ben vedere. Tu ci sei stato almeno una volta questanno?

Vittorio rimase zitto. Galina sentì dallaltro capo del telefono il suo respiro, un po più pesante del solito. Capì che adesso avrebbe trovato quellargomento contro cui era impossibile discutere.

– Sono passato a marzo. E ogni mese le mando i soldi.

– I soldi. Benissimo.

– Gali, dai Solo vai a trovarla, ti prego. Parla con il personale. Scopri che succede. Tu vivi più vicino.

Galina chiuse gli occhi. Più vicino. In effetti lei abitava a circa quarantacinque minuti dalla Serena Sosta, quella casa di riposo dal nome dolce e dalle tende giallo pallido nei corridoi. Vittorio viveva a Bologna. Ma lei lo sapeva bene, la distanza, quella vera, non si misura in chilometri.

– Va bene, – disse infine. – Vado sabato.

Chiuse la telefonata e restò a lungo sulla sedia della cucina, fissando il frigorifero dove era appesa, con una calamita, la foto di suo figlio Michele da piccolo. Adesso Michele ha ventitré anni, ma quella foto è lì da sempre: ride, a capo rovesciato, quello era il suo vero sorriso, e lei lo ricordava a memoria, a occhi chiusi.

Sua madre non rideva così da ventanni. O forse più.

Zita Andreatta entrò alla Serena Sosta un anno e mezzo prima, a ottobre, quando Galina, dopo la terza telefonata dei vicini, arrivò e trovò la madre che non rispondeva al campanello. La trovarono in corridoio: non era caduta, era seduta con la schiena contro il muro, lo sguardo perso in un punto. Da fuori sembrava gravissimo, ma poi il medico spiegò che non era un colpo o una perdita di coscienza. Era solo stanchezza. Solo età. Solo settantotto anni da sola in un trilocale.

Solo, come se questa parola bastasse a spiegare tutto.

Galina, in quei giorni, non dormì. Continuava ad andare a trovarla, portava la spesa, sentiva Vittorio, valutavano insieme alternative. Lui avrebbe voluto trovare una signora di compagnia. Anche lei allinizio lo desiderava, ma la madre, calma e lucida, senza una lacrima, disse: nessuna badante, per favore. Meglio andare lì. Indicò proprio una delle case di riposo di cui aveva già raccolto tutte le informazioni.

Questo era il ricordo che le pesava di più: sua madre si era organizzata da sola. Era chiaro che ci pensava da tempo, mentre stava seduta nella sua casa e faceva i conti con lidea che, un giorno, i figli non avrebbero più potuto prendersi cura di lei. Cercava il modo di togliere loro un peso.

Era difficile da accettare. E così Galina cercava di non pensarci.

La Serena Sosta era in fondo al quartiere, vicino al parco. Dicevano che in estate si stesse bene: alberi, vialetti, panchine. Galina arrivò un sabato mattina di fine novembre, gli alberi ormai senza foglie, il cielo di quellazzurro tagliente che quasi fa male agli occhi senza sole.

Allingresso la accolse una ragazza con la giacca blu con il logo della struttura, giovane, forse trentacinque anni, lo sguardo stanco ma gentile.

– Da chi va oggi?

– Dalla Andreatta. Zita Andreatta.

– Ah, sì, la signora Zita. Venga, laccompagno io. Mi chiamo Nives, sono infermiera qui nei weekend.

Percorrevano il corridoio e Galina guardava le tende gialle pallide. Le ricordava bene. Tutto era pulito, per fortuna niente odore di ospedale, ma qualcosa di neutro, che le rammentava lodore di una mensa scolastica. Da qualche stanza filtrava la TV.

– Come sta? – chiese Galina.

– Ecco – Nives esitò un attimo, e quella pausa valso più di ogni parola. – Fisicamente è stabile, pressione a posto, segue le terapie. Ma mangia davvero poco. E quasi non esce più dalla camera. Prima andava nel salottino comune, si fermava la sera con le altre signore. Ultimamente non la vediamo quasi mai.

– Come mai?

– Non lo dice. Magari parliamone direttamente con lei, forse con la figlia si apre di più.

Galina avrebbe voluto dire che non era mica sicura di conoscerla davvero meglio di loro. Ma tacque.

La camera di sua madre era in fondo, la terza sulla sinistra. La porta appena accostata. Nives bussò, poi aprì:

– Signora Zita, è arrivata sua figlia.

E uscì.

Galina entrò. Sua madre era seduta sulla poltrona davanti alla finestra. Vestita, i capelli in ordine, ai piedi ancora le pantofole che Galina le aveva portato i primi tempi. Sulle ginocchia un libro, chiuso, senza segnalibro: non stava leggendo davvero, solo lo teneva.

– Mamma.

– Sei venuta, – disse la madre. Niente rimprovero, nessuna gioia. Solo constatazione.

Galina si avvicinò, la baciò sulla guancia. La pelle era secca e fresca, come una foglia in autunno.

– Hai freddo? Alziamo un po il termosifone?

– No. Siedi.

Galina si mise sul bordo del letto, di fronte alla poltrona. Cera un metro e mezzo tra loro, e tutta una vita.

Zita Andreatta era nata nel 1946, in un paese vicino a Modena, in una famiglia di un ingegnere e una bibliotecaria. Laureata in Lettere, ventanni da maestra di matematica alle elementari. Sposò a ventiquattro anni Sergio Andreatta, persona gentile, capace di aggiustare ogni cosa dai rubinetti fino ai giochi dei bambini. Ebbero due figli, Galina e poi Vittorio. Quando Galina aveva trentadue anni e Vittorio ventotto, Sergio morì di cuore, una notte. Silenziosamente, senza sofferenze, una grazia e uningiustizia insieme.

Dopo la morte del marito, Zita visse altri ventitré anni da sola. Prima davvero da sola, poi con un telefono comprato dai figli, poi con uno smartphone mai imparato del tutto. Veniva dai figli per Pasqua o Natale, a volte aiutava con i nipoti. Aveva la particolarità di non dare mai consigli non richiesti e di non lamentarsi per prima dei suoi acciacchi. Aveva imparato qualcosa che pochi sanno: tenersi il dolore dentro, gioire sinceramente della felicità degli altri, andarsene in silenzio quando capiva che ormai la sua presenza pesava.

Era una capacità che le era costata cara. Ma nessuno ne conosceva il prezzo, perché non lo faceva pesare a nessuno.

– Ha chiamato Vittorio, – disse Galina. – È preoccupato.

– Che venga lui, allora, – rispose la madre. Ma non cera rabbia, solo stanchezza in quelle parole.

– Mamma, lo sai che non può, lui lavora a Bologna.

– Lo so.

Silenzio. Fuori, un ramo nudo oscillava nel vento.

– Ti serve qualcosa? Guarda, ti ho preso due cose. – Galina appoggiò un sacchetto sul comodino. – I biscotti che ti piacciono, quelli con il sesamo. E i mandarini.

– Grazie.

– Nives dice che mangi poco.

La madre la guardò. Lo sguardo limpido, tuttaltro che spento, e in quegli occhi cera quella mezza ironia triste che Galina le conosceva dallinfanzia.

– Nives è una ragazzina. Per lei mangiare poco vuol dire lasciare la cotoletta a metà.

– Mamma

– Gali, basta così. Sto bene. Solo, il mio appetito non è quello di una volta, è normale alla mia età. Non muoio di fame, solo non riesco a stare dietro ai loro piatti pieni.

– Va bene, – Galina intrecciò le mani sulle ginocchia. – E perché non vai più in salotto?

La madre tornò a guardare fuori.

– Cè sempre Antonina che parla dei suoi figli. Sempre queste storie: chi viene, cosa portano, i nipoti che crescono Non è cattiva, anzi. Solo che mi sento fuori posto.

Galina capì solo dopo un attimo.

– Mamma, io

– Non dire altro, Gali. Hai la tua vita, Michele, il lavoro. Capisco tutto.

Quel suo capisco tutto era peggio di ogni rimprovero. Da bambina, Galina lo sapeva già: la madre non urlava mai, non si offendeva apertamente, mai una frase tipo mi avete abbandonata o ho dato tutto per voi. Sempre e solo capisco, con quel tono pacato che ti entrava dentro come uno spillo e restava li.

– Verrò la prossima settimana, – disse Galina.

– Non serve venire apposta. Se hai tempo.

– Verrò. Non se capita. Verrò.

La madre annuì. Prese in mano il libro, lo aprì, ma Galina vide che non leggeva: gli occhi fermi sulle pagine, come lacqua in una tazza, immobile.

Galina tornò a casa in silenzio. Non accese la radio.

Michele non alzò la testa dal portatile:

– Comè la nonna?

– Bene.

– Perfetto.

E non chiese altro. Aveva ventitré anni, un lavoro, amici, una ragazza di cui Galina sapeva pochissimo. Diceva sempre è presto. Galina non insisteva. Aveva imparato da sua madre a non forzare, a non intromettersi, a mantenere la distanza che ognuno si ritagliava. Una qualità che a volte sembrava bellissima, a volte solo paura di essere respinti.

Quella notte sognò la casa della mamma. Proprio quella dove erano cresciuti lei e Vittorio. Nel sogno era vuota, ma tutti i mobili al loro posto: un vuoto diverso dal disordine, più simile a unassenza. Sul tavolo della cucina una piccola agenda dalla cover grigia. Nel sogno Galina sapeva che non doveva aprirla. Ma la mano si muoveva da sola.

Si svegliò prima della sveglia, a fissare il soffitto.

Lagenda esisteva davvero. Laveva vista spesso, era sulla scrivania della madre, e non aveva mai chiesto cosa ci fosse dentro. Per rispetto, si ripeteva. Ma forse per paura di scoprire qualcosa che avrebbe cambiato la sua idea sulla madre, su di sé, sul loro rapporto.

Telefonò alla madre di mercoledì. Rispose dopo il secondo squillo.

– Pronto.

– Mamma, sono io. Come va?

– Tutto a posto. Cè il sole, oggi sono uscita un po in cortile.

– Bene, – Galina si rallegrò. – Hai fatto due chiacchiere con qualcuno?

– Un po con Antonina. Mi ha fatto vedere delle foto, la nipotina che ha appena battezzato.

– E comè?

– Una bambina carina. Rossa di capelli.

Un po di silenzio, ma non pesante. Era il loro modo di stare zitte insieme, un piccolo spazio tra le parole dove riposavano.

– Mamma, ti volevo chiedere. Ti ricordi quella tua agenda grigia, piccola? Ce lhai lì con te?

Una pausa.

– Sì, ce lho. Perché?

– Me la sono ricordata stanotte. Cosa cera dentro?

– Numeri, indirizzi, un po di tutto.

– Solo quello?

– Gali, cosa vuoi sapere esattamente?

Galina in realtà non lo sapeva.

– Niente, davvero. Mi è venuta in mente nel sogno.

La madre rise. Piano, ma sinceramente.

– Ti è apparsa lagendina. E allora saranno soldi!

– Mamma!

– Scherzo Sì, ce lho qui. Ce lho sempre avuta con me.

– Me la fai vedere?

Lunga pausa.

– Certo. Quando vieni.

E così Galina ci tornò anche sabato successivo. Questa volta la madre la accolse già in corridoio, non chiusa in stanza. Era diritta, forse ancor più magra, ma lo sguardo era quello solito, la schiena dritta, quasi militare.

– Ciao mamma.

– Ciao. Dai, andiamo nel salotto che oggi è libero, prendiamo un tè.

Si sedettero lì. Sul tavolino cera una ciotola con fiori secchi ormai scoloriti. Sul divano un plaid a scacchi arancione e marrone, come quello che cera da nonna Elena tanto tempo fa. Forse era solo una casualità, ma la colpì.

La madre tirò fuori dalla tasca della vestaglia la sua agendina grigia. La mise sul tavolo, senza aprirla.

– Ecco qua.

Galina la fissò. La copertina consunta, gli angoli ingialliti, subito leggibile una calligrafia in matita. La scrittura della madre, ordinata, inclinata.

– Posso?

– Guarda pure.

Galina aprì. Sulla prima pagina, Z.A. Andreatta. Iniziata 1987. Poi una lista di numeri, sì, tante pagine di numeri con nomi a lei sconosciuti, compleanni, indirizzi. In mezzo allagenda le pagine cambiavano: niente telefoni, ma appunti, pensieri, memo privati, senza data. Galina leggeva piano.

Galina ha preso il primo quattro in chimica. Ci soffre. Non dire che non è niente, perché per lei è importante. Solo starle accanto.

Vittorio ha litigato con Luca in classe sua. Dice che non vuole più vederlo. Lasciare che si arrangi. Non intromettersi.

Sergio è tornato tardi. Stanco. Non chiedere nulla.

Galina ha scritto da Firenze che va tutto bene e non le manca niente. Le manco, ma vuole sembrare grande. Scriverle che sono orgogliosa.

Galina si fermò un attimo. Era andata a Firenze per un anno, aveva vent’anni. Aveva scritto quelle cartoline sbrigative, senza dettagli: tutto andava bene! E la mamma rispondeva sempre tranquilla, nessuna lamentela. Lei pensava fosse solo carattere, quella mancanza di effusioni, di slanci.

E invece, la madre annotava nellagenda: Galina dice che non le manco. Lasciamola.

Voltò ancora pagine.

Vittorio si sposa. Elena sembra brava. La guarda con rispetto. Non intromettersi nella loro casa, nemmeno per i dettagli. Imparino da soli.

Galina mi ha richiamato: con Andrea va male. Non lo dice direttamente, ma sento che soffre. Non insistere, lasciare che decida lei. Solo esserci.

Andrea era il primo marito di Galina. Sei anni insieme, poi la separazione. Sua madre non diceva mai una parola contro di lui. Non rincarava mai la dose, ma nemmeno difendeva Andrea. Semplicemente ascoltava. Galina allora si arrabbiava: “Dai, mamma, dimmi qualcosa! Dì che è uno str” Ma la mamma restava muta, e Galina leggermente la odiava per quel silenzio, che scambiava per indifferenza.

E invece la madre annotava: “Solo esserci”.

Chiuse lagenda.

– Mamma – La voce le uscì roca, così diversa dal solito.

– Non piangere, – disse la madre calma.

– Non sto piangendo.

– Ti vedo che ci sei vicina

Galina sorrise, anche se aveva gli occhi che bruciavano.

– Perché scrivevi queste cose?

– Per non dire cose inutili, – rispose la madre, semplice. – Mi veniva da parlare, da fare cose che a voi non servivano. E allora scrivevo lì.

– Tutto questo riguarda noi due? E Vittorio?

– Anche papà, finché cera.

Galina fissò la copertina grigia.

– Mamma, ti sembra normale tenersi tutto dentro così?

– Certo. È solo che non va di moda. Tutti fanno così. Almeno io scrivevo invece di parlare a vuoto e pentirmene.

– E se invece avessi bisogno che qualcuno ti ascoltasse?

La madre tacque. Prese la ciotola coi fiori secchi, la rigirò tra le dita, la rimise a posto.

– Allora telefonavo a unamica. Avevo Tamara. Luniversità insieme. È morta tre anni fa.

– Lo so.

– Dopo di lei, nessuno da sentire davvero. Quello è il peggio, non che i figli stanno lontani o sto qui. Ma che non sai più chi chiamare solo per chiacchierare.

Galina sentì qualcosa stringersi dentro. Non faceva male, ma lo percepiva netto.

– Puoi telefonare a me sempre, per parlare di niente.

– Tu sei occupata.

– Mamma!

– Non è un rimprovero lo so, Gali. Il lavoro, Michele, la casa. Laltro giorno, quando ho chiamato, avevi messo la pentola sul fuoco. Mi hai chiesto tre volte di ripetere.

– Bastava che avessi spento tutto.

– Non serve spiegare. Tamara era una di quelle persone che non cera bisogno di spiegare nulla. Era e basta. Raro.

Rimasero in silenzio. Dal viale si intravedeva una figura anziana che camminava piano col bastone.

– E lagenda? Quante pagine rimangono?

– Poche, – rispose la madre. – Scrivo di meno, penso più lentamente. O magari penso ad altro.

– A cosa?

La madre la guardò a lungo.

– Se ho fatto davvero la cosa giusta. Non come madre, ma come donna. Forse avrei dovuto parlare meno poco magari ci capivamo di più, noi.

– Tu ci hai capiti benissimo, – disse Galina.

– Sì, ma voi me poco. Perché non vi ho lasciato la possibilità.

Strano sentirle ammettere una cosa del genere. Non era una questione di verità, ma sua madre parlava sempre solo con se stessa, mai ad alta voce.

– Sei cambiata, – disse Galina.

– In questo posto cambi, – rispose la madre, accennando al corridoio. – Qui impari la sincerità: quando stai con chi ormai non nasconde più niente, impari a non nasconderti neanche tu. Antonina poco fa diceva: da giovane pensavo che sarei stata forte per sempre. Ora mi chiedo: per chi?

Galina sorrise.

– E tu che hai risposto?

– Le ho detto: appunto.

Risero insieme, per la prima volta in visita, come due bambine.

A dicembre Galina iniziò a passare più spesso. Non ogni settimana, ma ogni dieci giorni sì. A volte uscivano lungo il viale del parco, la mamma teneva il braccio di Galina, non perché non potesse camminare, solo per abitudine, come quando portava la figlia allasilo.

Un giorno, passeggiando, la mamma disse:

– Ti ricordi in terza elementare, non volevi andare alla festa di Natale a scuola

– Non me lo ricordo.

– Io sì. Ti costrinsi ad andarci. Tornasti a casa contenta, con un mandarino e un coniglietto di cotone. E non dicesti niente, solo poggiasti il coniglio sulla mensola.

– E quindi?

– Nessun quindi. Solo, me lo ricordo.

– Quel coniglietto cè ancora, – sussurrò Galina. – In una scatola, in fondo allarmadio. Non lho mai buttato.

La madre si fermò, la guardò.

– Davvero?

– Non chiedermi perché. Non ci riuscivo.

Restarono ancora qualche istante nel viale, tra gli alberi spogli. In quel silenzio cera tutta la storia che nessuna delle due riusciva a dire ad alta voce.

Vittorio chiamò a metà dicembre, la voce allegra, ma con una punta di colpa.

– Gali, con Elena a gennaio andiamo in Andalusia. Già preso i biglietti. Sì, lo so, Capodanno e tutto, ma era un affare e lei ci teneva.

– Vittorio, la mamma.

– La chiamo, la saluto, le faccio un regalo.

– La lasceremo sola a Capodanno Tu lo sai.

– Ma lì fanno festa, no? Tu dici che fanno cena, mettono la musica

– Vittorio.

– Gali, ma non è che posso sacrificare la vacanza per questo, scusa. Tu vai da lei?

– Sì. Vado io.

– E allora va tutto bene.

Galina chiuse la chiamata. Guardò il tè freddo sul tavolo. Pensò che Vittorio non era una brutta persona, che anche lui voleva bene alla mamma, ognuno a modo proprio, con una distanza che non si misura con i chilometri.

Chiamò la Serena Sosta: la notte del 31 organizzavano cena e ospiti. Si poteva andare.

A Capodanno, andò con Michele. Michele inizialmente tentennò: aveva programmi con gli amici, magari sarebbe passato il giorno dopo, ma il 31 proprio non ce la faceva. Galina non insistette, disse solo:

– Michele, lei sarà sola. Anche Vittorio è via.

E Michele sospirò, fece una smorfia: Va bene, va bene, vengo. Mise la camicia buona rarità e prese per la nonna una scatolona di cioccolatini. Non i soliti biscotti al sesamo, non i mandarini, ma cioccolatini da festa.

Zita li accolse sulla porta della camera indossando un abito blu scuro che Galina ricordava dai pranzi di famiglia di ventanni prima. Un po più largo di allora, ma la madre era dritta, ordinata, con la collanina di perle che Sergio le aveva regalato.

– Michele, – disse lei, il suo volto improvvisamente giovane.

– Ciao nonna, – Michele la abbracciò con delicatezza, e Galina vide le mani magre della madre stringergli la schiena un po più forte, per poi lasciarlo andare.

Stettero nel salone, con tutti gli altri. Antonina era una donna robusta e allegra, che offriva torta fatta dalla figlia. Un signore elegante raccontava una barzelletta. Qualcuno mise su la musica, a basso volume, vecchie canzoni dei film italiani.

A mezzanotte brindarono con lo spumante. La madre appena ne assaggiò un sorso, e Michele disse:

– Nonna, esprimi un desiderio!

– Già fatto, – rispose lei.

– Quale?

– Non si dice. Non si avvera.

– Un indizio?

Lei fissò prima lui, poi Galina, poi di nuovo lui.

– Vi posso dire solo che ho chiesto la vostra salute. È tutto quello che desidero.

– E tu?

– Quello è tutto, per me.

Michele annuì. Si voltò verso la tavola. Galina vide il suo profilo: deglutì, e capì che aveva compreso, forse davvero per la prima volta.

Tornarono a casa dopo luna. La neve cadeva grossa e silenziosa. Zita li accompagnò fino al portone. Galina si voltò e la vide, ferma sotto il lampione, piccolina, dritta, col vestito blu scuro e una sciarpa sulle spalle.

– Guidate piano, – disse.

– Torna dentro che fuori fa freddo, – rispose Galina.

Zita agitò la mano, rientrò. Galina attese che la porta si richiudesse.

In macchina, Michele era silenzioso. Poi sulla tangenziale disse:

– Mamma, secondo te lì sta davvero bene?

– Sì, – disse Galina.

– Però secondo me le manchiamo.

– Le manchiamo.

– Dovremmo vederla più spesso?

– Dovremmo.

Michele rimase zitto. Poi aggiunse:

– Ci proverò. Andrò da solo, la prossima volta.

Galina non commentò. Non percher non ci credesse, ma per non spegnere la sua decisione quando ancora era calda.

Gennaio scivolò via in fretta. Vittorio tornò dallAndalusia abbronzato, telefonò alla madre, raccontò il mare, la Spagna. La madre ascoltava: che bello, sono contenta. Chiese comera andata a Elena. Molto bene, disse. Allora perfetto, chiuse la madre.

A febbraio, Michele mantenne la promessa. Andò da solo. Alla sera telefonò:

– Mamma, sono stato due ore con lei. Mi ha raccontato del nonno. Non sapevo così tanto di lui.

– Cosa ti ha raccontato?

– Che costruiva giochi in legno. Che una volta le fece uno scrigno con un segreto per il compleanno, inventò da solo il meccanismo. Che non alzava mai la voce, nemmeno arrabbiato. Che a volte lei pensava fosse troppo silenzioso, e poi capì che quella era una forma dellamore.

Galina ascoltava, pensava che nemmeno lei quella storia della scatola la aveva mai sentita. O forse laveva dimenticata. La memoria delle famiglie è strana: certe cose le senti dentro sempre, altre scivolano via.

– Hai fatto bene ad andare, – disse.

– Mamma, possiamo portarla qui per il mio compleanno, a marzo? Per qualche giorno.

– Certo che può venire. Basta avvisare il personale della casa.

– Allora organizziamo.

Organizzò davvero. La madre venne per tre giorni. Dormì sul divano, perché non cera una stanza apposta, ma disse che andava bene, che le piaceva sentire movimento in casa anche di notte.

Tre giorni che volarono: la madre aiutava Galina in cucina, sbucciava le patate anche senza chiederle, spostò i barattoli sullo scaffale come trovo meglio io, e Galina non rimise a posto stavolta. Michele appena tornava dal lavoro si metteva in cucina con la nonna. Galina li sentiva ridere dalla stanza e restava fuori, per lasciarli soli.

Lultima sera, la madre prese lagenda dalla borsa. La posò sul tavolo.

– Voglio leggere una cosa, – disse a Galina.

Galina le si sedette davanti.

Zita aprì su una pagina verso metà, e iniziò a leggere, con quella voce calma di quando leggeva ai figli da piccoli.

– Oggi Galina ha detto che sicuramente io non capisco cosa vuol dire essere giovani adesso. Ha ragione, non lo capisco. Ma capisco questo: ogni volta che se ne va, ho limpressione che sia un po più lontana della volta prima. È giusto così. È la vita. I pulcini escono dal nido. Ma di notte sento il vento e penso: E se avessero freddo?

La madre richiuse lagenda. Guardò Galina.

Galina non disse niente. Guardava la madre, la schiena dritta, la collana di perle, lagendina tra le mani, e pensava a tutti quegli anni in cui la madre sentiva il vento e pensava a lei, senza dirlo mai.

– Mamma

– Sì?

– Io non ho mai avuto freddo. Voglio che tu lo sappia. Ho sempre avuto caldo, anche quando non me ne rendevo conto.

La madre la fissò a lungo.

– Mi fa piacere, – disse. – La cosa migliore che potessi dirmi.

– Perché non me lhai mai chiesto?

– Avevo paura che mi dicessi il contrario.

Una sincerità che Galina non avrebbe mai pensato di sentire da lei. Non perché mancasse di onestà, piuttosto perché la madre sembrava sempre tanto sicura nel suo silenzio. E invece aveva paura anche lei. Aveva paura della risposta a una domanda semplice.

– Hai fatto bene a temere il peggio, – sorrise Galina.

– Forse sì, forse no. Però alcune cose credo di averle fatte giuste.

– Tante cose.

Stettero zitte. Fuori il marzo era ancora freddo, ma già con una luce diversa. Il cielo sembrava più in alto.

– Mamma, vuoi tornare là (alla Serena Sosta) o resti con noi?

La madre alzò le sopracciglia.

– Sul serio?

– Sul serio.

– Gali, da voi non cè spazio. Il divano è comodo, ma sempre sul divano

– Troveremmo una soluzione.

– Non serve. Là sono abituata. Cè Nives, cè Antonina, cè la mia routine. Non voglio essere un peso.

– Non lo saresti.

– Lo sarei, Gali. Sono realista. Di notte sono in piedi, vi do fastidio, mi preoccuperei quando siete tardi, e voi lo sentireste. Non è vita. Là sono tranquilla.

– Sei felice?

– Là sto bene, qui sono felice, ma per qualche giorno. Poi voglio tornare a casa.

Galina capì che casa, per la madre, era la Serena Sosta. Ma non era una nota di tristezza, era solo verità. Il suo modo di accettare le cose.

Vittorio telefonò ad aprile: vuole venire a luglio, con Elena e i bambini. Vuole passare da mamma. Galina disse: va bene, avvisa per tempo. Non disse nulla dellagenda grigia. Alcune cose sono solo tra madre e figlia, perdono valore se spiegate a tutti.

A maggio Galina passò ancora un sabato e trovò la madre in giardino, sulla panchina. La madre buttava delle briciole ai passeri, lagenda accanto a lei.

– Scrivi?

– No. Rileggo.

– Le vecchie pagine?

– Sì. È come guardare il passato da un vetro. Non fa più male. Si vede.

– E che vedi?

La madre tacque. Prese altre briciole, i passeri si avvicinarono.

– Una donna che aveva paura di sbagliare. Che pensava che meno si intrometteva, più forti sarebbero cresciuti i suoi figli. Come alberi: meno li tocchi, più le radici si fanno forti.

– È vero. Ma non basta solo laria, alle radici serve acqua.

Galina guardò gli uccelli.

– Ti penti di qualcosa?

– Di alcune cose. Vorrei aver chiesto di più. Ero sempre spaventata di essere invadente e voi non sempre sapevate che vi pensavo bene, perché non lo dicevo mai. Davo per scontato che lo sapeste. Ma a volte bisogna dirle, le cose.

– Io lo sapevo.

– In un modo, sì. Ma sentirlo è diverso.

– Mamma, sei stata unottima madre. Voglio che sia chiaro.

La madre non rispose subito. Guardò i passeri. Poi disse:

– E tu sei una buona figlia. Questo volevo dirtelo.

Era detto con una semplicità che proprio per quello restava.

A giugno la madre le confidò un ricordo sconosciuto. Nel 97, quando Galina era nel mezzo della crisi matrimoniale con Andrea, smise di rispondere al telefono per giorni. La madre prese un treno e arrivò, senza preavviso. Bussò alla porta. Galina aprì e disse solo: mamma, è tutto a posto. La madre la fissò e rispose: lo so. Posso fermarmi? Voglio vedere la tua città.

Allora lei non la capì. Solo col tempo, lo comprese: era il suo modo di aiutare senza dirlo.

– Per due giorni giravi con me, – disse Galina. – Andammo anche al museo.

– E pure quel parco coi fontanili.

– Già. Io pensavo che ti interessasse davvero.

– Mi interessava, certo. Ma non era quello il punto.

– Ora lo so, – rispose Galina. – Ora sì.

Lagenda giaceva tra loro. Nellultima pagina, quella che Galina non aveva letto, cera una scritta molto breve, la calligrafia più tremula.

– Cosa cè scritto nellultima pagina?

La madre non rispose subito.

– Lo scriverò quando finirò lagenda, – disse.

– E pensi di finirla?

– Non so. Magari ne comprerò unaltra.

Galina sorrise.

– E continuerai a scrivere e non parlare?

– No, – disse la madre, e nella sua voce cera qualcosa di nuovo. – Ora parlerò. Sarà tardi, magari. Ma lo farò.

Restarono sedute sulla panchina del parco, quello con le tende gialle pallide e lodore di mensa, dove Antonina mostrava le foto della nipotina rossa e Nives girava per i corridoi col golfino blu. Era maggio pieno, foglie grosse e verde scuro, e il sole sembrava davvero estivo. I passeri finirono le briciole e volarono via.

Per venti minuti parlarono di niente. Di Michele che voleva prendere un cane, Galina era incerta con quel piccolo appartamento. Di Antonina che aveva insegnato alla mamma un nuovo modo di lavorare la lana. Del fatto che in quel giardino servirebbe unaltra panchina, perché una sola, con tutto quello spazio non basta.

Era la conversazione più comune del mondo. Ma proprio in quella semplicità cera tutto ciò che nellagenda non era entrato.

Poi la madre disse che si sentiva stanca, preferiva stendersi prima di cena. Si alzarono, la madre prese Galina sottobraccio, come sempre, e si diressero assieme verso lingresso. Proprio lì, la madre si fermò.

– Gali

– Sì?

– Michele mi ha chiamato ieri. Non era per caso vero?

Galina esitò.

– No, non glielho chiesto io. Non lo sapevo.

La madre annuì. Si afferrò alla maniglia.

– È bravo, – disse.

– Sì. Assomiglia a suo nonno. Tranquillo, ma profondo.

– Sì.

Aprì, entrò. Si voltò una volta ancora.

– Vieni sabato prossimo?

– Vengo.

– Porta i biscotti al sesamo. E te stessa.

– Porto tutto.

La madre annuì, chiuse la porta nel modo più lieve.

Galina rimase ancora per strada. Guardò il cellulare, lo rimise via. Non cera nulla da chiamare, nulla da spiegare. Solo sabato. Solo i biscotti al sesamo. Solo se stessa.

Camminava verso la macchina, pensava allagenda grigia e a quello che cera nellultima pagina. E non sapeva se lo avrebbe mai letto, o la madre glielo avrebbe mostrato, o magari no. O magari cera solo una nota senza importanza, una data, un numero.

O magari cera scritto qualcosa su di lei. Su di loro. Su quei pensieri che capisci troppo tardi per correggere, ma abbastanza in tempo per non perderli.

Non lo sapeva. E quellincertezza non le pesava; era come la coperta dellagendina: vissuta, ma affidabile.

Il cellulare vibrò. Un messaggio da Michele:

Mamma, dove sei?

Rispose:

Torno dalla nonna. Tutto bene. Ma perché le hai telefonato ieri?

Arrivò subito la risposta.

Così. Avevo voglia di sentirla. Strano?

Galina fissò lo schermo. Poi scrisse:

No, per niente.

Rimise il telefono in tasca, salì in macchina, rimase ferma un attimo prima di mettere in moto. Fuori il cielo di maggio, il verde, il vento caldo. Da qualche parte, là dentro, la madre lasciava il corridoio dalle tende gialle per raggiungere la sua stanza con la finestra. Forse si sedeva, magari apriva lagenda, o forse no, guardava solo fuori.

Galina accese il motore, ripartì.

E pensò che la prossima settimana avrebbe portato ancora i biscotti al sesamo, e avrebbero rimesso sulla panchina del parco, i passeri sarebbero tornati per le briciole, e la madre forse avrebbe raccontato qualcosa che Galina non sapeva di lei, o del padre, o di un tempo che ormai è quasi leggenda. E questa volta Galina avrebbe ascoltato davvero. Non distrattamente, non tra due pentole.

Era un desiderio semplice, piccolo come lagenda. Ma è di queste piccole cose che, a distanza di tempo, puoi dire: Eravamo vicine.

E finché non è troppo tardi, ci si può provare ancora.

Magari già sabato prossimo.

Magari anche adesso.

Lagendina era nella stanza della madre, accanto ai mandarini. Lultima pagina quasi piena. La scrittura tremolante, ma leggibile. Tre righe, scritte a marzo, quando la madre era venuta a stare da loro e si svegliava di notte, sentendo la casa animata.

Tre righe che Galina non aveva letto.

Forse la madre gliele avrebbe lette, o forse no. O forse Galina avrebbe chiesto, o forse no.

Anche questa era parte della loro storia.

Il telefono vibrò di nuovo. Chiamava la mamma.

Stavolta, Galina rispose subito, senza neanche sorprendesi.

– Mamma, tutto bene?

– Tutto bene, solo volevo dirti una cosa.

– Dimmi.

Una piccola pausa. Poi la voce della madre, stabile e semplice:

– Sono contenta che sei venuta oggi. Tutto qui. Vai piano per strada.

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Il silenzio che non trova perdono
Oggi è l’ultimo giorno del mio cane e piange piano seduto davanti a me.