Sono tornata prima dal lavoro e ho trovato mio marito nella nostra camera da letto…

Sono tornata a casa dal lavoro prima del solito e ho trovato mio marito nella nostra camera da letto…

Ecco, Lidia cara, oggi una sorpresa: Giacomo ha pensato di aiutarmi e… ha trovato unaiutante per casa. Sì, sì, una donna vera, si chiama Stefania. Dice che mi affatico troppo e che lei, per pochi euro, farà le pulizie e cucinerà la cena. Non so, dovrei essere contenta o preoccuparmi?

Grazia strinse il telefono contro lorecchio, ascoltando la voce concitata dellamica. Lidia reagiva sempre così, ma ormai Grazia aveva smesso di seguire ogni parola. Guardava fuori dalla finestra della cucina, dove due vasi di gerani rossi le coloravano la giornata, ricordandole gli anni in cui lavorava ancora in filanda: allora riusciva a tenere tutto in ordine, coltivare i fiori e la sera chiacchierare con Giacomo. Ora, da quando era passata a part-time come contabile nella cooperativa del quartiere, il tempo sembrava persino di meno.

Lidia, devo andare, tra poco inizio turno. Ne parliamo dopo, va bene?

Appese e si aggiustò gli occhiali dal bordo metallico. Notò la cicatrice sulla mano sinistra, una memoria di quando, negli anni Ottanta, la macchina tessile le aveva tirato dentro la stoffa e anche la mano. Aveva sentito un dolore tremendo, ma non aveva abbandonato il lavoro. Era giovane, forte. Adesso di anni ne aveva cinquantotto, ma sentiva il vigore scivolarle via.

Giacomo uscì dalla camera stropicciandosi la testa. I pantaloni del pigiama scendevano un po dal ventre, i capelli grigi arruffati.

Grazia, ma come mai ti sei alzata così presto? Neanche sono le sette.

Ho il turno alle otto, Giacomo. Hai dimenticato?

Ah già. Senti, Stefania oggi arriva. Falle vedere dovè tutto. Mi sembra in gamba, si orienta in fretta.

Grazia annuì mentre si versava il tè. Un senso strano, simile allansia, le si agitava dentro. Ma scacciò la sensazione con un gesto. Che male poteva venire? Una donna veniva ad aiutare in casa. Anche la vicina, la signora Zina, aveva una collaboratrice e tutto andava bene.

Basta che le spieghi di non toccare la mia collezione di tazze. La Neve, tienila docchio. Era di mia madre.

Lo farò, non ti preoccupare.

Giacomo sbadigliò e aprì il frigorifero. Salame, pane, cominciò a tagliare. Grazia lo osservava e pensava a quanto fosse cambiato nellultimo anno. Quando guidava ancora i tram era vigile, pieno di energia. Ora pensionato, sembrava perso: passava le giornate davanti alla TV o a incollare le sue navi in miniatura, che ormai invadevano mezza veranda. Grazia non si opponeva almeno così aveva una passione.

Vado. Tornerò verso le sette.

Vai tranquilla. Qui con Stefania sistemiamo tutto e prepariamo la cena. Non ti accorgi neanche.

Indossò il cappotto, raccolse lo scialle e uscì. Nella tromba delle scale incrociò la signora Palma, la vicina impicciona.

Grazia, è vero che prenderete una donna per i lavori di casa?

Verissimo, signora Palma. Lha trovata Giacomo, dice che ci aiuterà.

Occhio, Grazia. Far entrare sconosciute in casa… non è uno scherzo.

Grazia sorrise, scese le scale. Palma aveva la passione di ingigantire ogni cosa. Ma Giacomo era stato sempre fedele, trentotto anni insieme più tre di fidanzamento. Un figlio cresciuto bene, una nipotina Arianna che già va in quinta. Tradimento? La faceva persino ridere quella fantasia.

La giornata al lavoro fu lenta, tra fatture controllate e telefonate degli inquilini. A mezzogiorno aveva già mal di testa e avrebbe dato tutto per essere a casa. Ma doveva attendere le sette. Pensò a Stefania, la nuova aiutante, conosciuta da Giacomo al mercato. Venditrice di fiori, aveva raccontato di tempi difficili, e Giacomo le aveva offerto il lavoro in casa.

Quando Grazia rientrò, un profumo dolciastro e sconosciuto riempiva lappartamento. In cucina Giacomo mescolava una pentola. Accanto a lui una donna sui trentacinque anni, capelli scuri lisci, mani curate, bocca truccata con gusto. Jeans, camicia chiara, una catenina sottile al collo.

Eh Grazia, eccoti! Questa è Stefania. Stefania, mia moglie Grazia.

Stefania le strinse la mano, gentile.

Un piacere. Giacomo ha detto solo cose belle su di lei.

Piacere mio. Tutto a posto? Siete riusciti a sistemare?

Sì, tutto pulito, polvere via, pavimenti lavati. E ho preparato il minestrone. Non sapevo se le piacevo più con o senza sedano, ne ho messo poco.

Grazia annuì, passò in soggiorno. Tutto sembrava normale, solo quellaroma di profumo le dava fastidio, come se mancasse aria. Si tolse il cappotto, pulì le lenti degli occhiali. Era sfinita, aveva solo voglia di non pensare più a niente.

Durante la cena Stefania parlava molto: raccontava la sua vita in un piccolo paese, il lavoro in un centro estetico Incanto, e quanta fatica serva a farsi una vita in città senza conoscenze. Giacomo ascoltava, le riempiva la tazza. Grazia taceva, pensava solo che domani avrebbe dovuto annaffiare i gerani e chiamare il figlio, per sapere se Arianna sarebbe venuta il fine settimana.

Devo andare. Grazie della cena. Domani passo alle dieci, va bene?

Certo, ti aspettiamo, rispose Giacomo, accompagnandola alla porta.

Grazia rimase in cucina a sorseggiare il tè. Linquietudine cresceva, senza un motivo preciso. Stefania lavorava, cucinava, era cortese. Eppure qualcosa la turbava.

I giorni passavano simili. Stefania arrivava ogni mattina, la sera se ne andava. Grazia notava piccoli dettagli: Giacomo sorrideva più spesso, si radeva tutti i giorni, cambiava camicia con cura. In cucina erano comparsi caffè più pregiato, cioccolata, frutta secca.

Da dove vengono queste cose?

Stefania le ha portate. Dice che voleva offrirci qualcosa.

Un giorno, tornata dal lavoro, Grazia notò che il letto in camera era stato spostato poco, ma lei lo notava. Anche le lenzuola erano cambiate.

Giacomo, hai cambiato tu il letto?

No, Stefania ha detto che è meglio lavare spesso la biancheria, fa bene alla salute.

Grazia tacque. Andò ad aprire il mobile dove teneva il servizio Neve, regalo della madre: tutto era al proprio posto, ma il sospetto non le dava tregua. Accese il bollitore e si appoggiò al tavolo. Prese il telefono, chiamò Lidia.

Lidia, ho una strana sensazione. Qualcosa non va in casa.

È colpa della nuova collaboratrice! Te lavevo detto di non far entrare estranee. Guarda che gli uomini, a questa età si credono ancora giovani!

Ma Giacomo non è così. È sempre stato fedele.

Finché non ha avuto loccasione. Ora lei è qui ogni giorno capisci da sola.

Grazia buttò giù la chiamata. Lidia aveva torto. O forse no? Grazia credeva di essere solo gelosa, insicura. Ma allora, perché quel gelo al petto, quella paura pesante?

Passò unaltra settimana. Grazia faceva finta di non sentire lodore dei profumi sconosciuti, ignorava lo sguardo complice tra Giacomo e Stefania, il modo in cui lei gli versava il caffè sorridendo. Una sera, trovò una molletta dimenticata sul divano: lucida, di pietrine colorate.

Giacomo, di chi è questa?

Di Stefania, avrà dimenticato.

Lho trovata sul divano. Perché Stefania si è sdraiata qui?

Si sarà solo riposata. Lavora tantissimo.

Grazia lasciò la molletta sul tavolo e si chiuse in camera. Si sdraiò sul letto. I pensieri ruotavano come un turbine. Un tradimento può sfiorare chiunque, anche chi pensava che il proprio matrimonio fosse saldo come il marmo. Si chiedeva come si sopravvive a un tradimento, se dovesse accadere. Ma non voleva crederci. Forse Arianna sarebbe venuta nel weekend, allora tutto sarebbe tornato normale.

Intanto, le stranezze aumentavano: un nuovo docciaschiuma apparso nel bagno, cibi che non aveva mai comprato. Un giorno, rientrando prima del solito, vide Giacomo e Stefania seduti in cucina si tenevano per mano. Non lavevano sentita entrare; poté cogliere uno sguardo tenero, una vicinanza che avrebbe dovuto esserci solo tra marito e moglie.

Che fate? domandò.

Si scostarono di colpo. Giacomo si affrettò a spiegare:

Stefania mi raccontava dei suoi problemi di famiglia. La stavo solo ascoltando.

Capisco.

Passò oltre, in camera. Sedette sul letto a pugni chiusi, il vecchio segno sulla mano tutto bianco. Quella ferita in fabbrica era stato dolore fisico, secco ma chiaro e superabile. Questa era una fitta diversa, che le toglieva il respiro.

Il giorno dopo arrivò a casa e non trovò nessuno. Telefona, Giacomo non risponde. Si mise a fare il tè, fissando i gerani che trionfavano rossi e lucidi: non riuscì a gioirne. Doveva continuare a mentire a se stessa o parlare apertamente con Giacomo?

Il rumore della chiave la scosse. Giacomo entrò, il viso cupo.

Sei tornata prima? Ti aspettavo più tardi.

Mi hanno mandato via, la collega è malata.

Sono uscito a fare due passi, oggi cè il sole

Grazia annuì, non credendogli. Prese il tè e si sedette. Giacomo accese la TV e scomparve in salotto. Grazia assaporava la sconfitta. Così si sbiadiva una vita che una volta era tutta colori.

Poi accadde linevitabile.

Due settimane dopo, tornando a casa per un malore improvviso al lavoro, salì lentamente fino al quarto piano. La porta si aprì silenziosa, sentiva che qualcuno era dentro. Un rumore arrivava debole dalla camera da letto. Grazia aprì la porta: sul letto che era stato il rifugio di trentotto anni, stavano Giacomo e Stefania. Così presi luno dallaltra che non si accorsero subito di lei.

Fu Giacomo il primo a vederla: sbiancò. Stefania gridò, strinse il lenzuolo contro di sé. Grazia rimase immobile. Non cerano parole.

Grazia ti spiego

Lei si voltò, lasciandolo senza risposta, e andò in cucina. Si sedette, la testa tra le braccia. Dentro, un dolore sordo e senza suono.

Giacomo la seguì, chiudendosi la camicia. Stefania uscì di corsa, la porta si richiuse. Rimasero soli.

Grazia, non è come sembra…

No? Allora spiegami cosè, Giacomo.

Il suo tono era gelido, controllato.

Mi sento solo, Grazia. Tu lavori sempre, io passo le giornate da solo. Stefania… mi ascolta. Mi fa sentire… visto.

Sono stata io cieca per trentotto anni? Era così dura per te, la vecchiaia con me?

Non è colpa tua. Sono io che ho sbagliato. Mi sono sentito inutile.

E così lhai portata nel mio letto?

Giacomo non rispose. Grazia si alzò, guardò fuori; le luci delle altre case brillavano, ognuna con la propria storia. Anche la sua casa aveva ora il suo dolore, da gridare o da fuggire.

Vai via, Giacomo. Devo pensare.

Non posso, è anche casa mia.

Allora me ne vado io.

Prese una borsa, buttò dentro qualche vestito con mani tremanti. Giacomo la fermò sulla porta.

Grazia, dove vai?

Da Lidia. Stanotte sto da lei. Domani si vedrà.

Non andartene, parliamone.

Parlarne? Di cosa, Giacomo?

Chiuse la borsa, uscì e incontrò la signora Palma fuori.

Grazia, dove vai?

Da unamica.

E Giacomo?

In casa.

Palma annuì. Se hai bisogno sono qui.

Grazia camminò a lungo, poi raggiunse la casa di Lidia che, aprendo la porta, capì tutto con un solo sguardo.

Vieni dentro. Ti preparo un tè.

Sedute in cucina, Grazia raccontò ogni cosa. Lidia ascoltò scuotendo il capo.

Sono tutti uguali, sti uomini. Non sanno stare soli.

Non so se restare o andarmene, Lidia. Non so se perdonare.

Che ti dice il cuore?

Dentro, sento solo il vuoto.

Allora resta qui con me, pensaci. Poi decidi.

Grazia rimase da Lidia tre giorni. Giacomo telefonava, chiedeva scusa, prometteva che con Stefania era finita. Ma Grazia non ci credeva. La ferita era troppo fresca.

Il quarto giorno la chiamò il figlio.

Mamma, che succede? Papà mi ha detto che sei andata via.

Divergenze, niente di più.

Dai mamma, Arianna deve venire sabato. Che le dico?

Grazia pensò a sua nipote. Come dirle che la nonna e il nonno non stavano più insieme?

Arrivo io, Marco. Dille che la nonna la aspetta.

Il sabato tornò a casa. Giacomo, invecchiato di colpo, la accolse in silenzio.

Sono qui per Arianna. Solo per lei. Arriva stasera e non deve vedere la famiglia distrutta.

Ho capito. Grazie.

Grazia notò tutto pulito, lenzuola nuove, nessuna traccia di profumi estranei. Si sistemò e quella camera ora le sembrava estranea.

Arianna arrivò la sera. Nonna, facciamo i tortelli?

Certo, tesoro!

Prepararono insieme la cena. Giacomo restava in soggiorno; Arianna lo salutò, ma poi corse subito di nuovo dalla nonna. Grazia ascoltava la chiacchierata della nipote, e pensava che valesse la pena vivere solo per quei momenti.

Dopo cena, mentre Arianna parlava di scuola e rideva, Grazia guardava Giacomo: seduto, silenzioso, ormai estraneo.

Quando Arianna fu a letto, Giacomo si avvicinò.

Grazia, devo dirti qualcosa. Ho fatto un errore immenso. Mi è mancata attenzione e lho cercata dove non dovevo. Ma ti amo ancora. Spero che un giorno potrai perdonarmi.

Grazia non trovò parole. Perdonare? Ma come perdonare chi ti ha distrutto la fiducia di una vita? Ripartire da sola, a quasi sessantanni?

Non lo so. Ho bisogno di tempo.

Prenditelo. Io sarò qui.

Passarono settimane. Grazia tornò a lavorare, Giacomo cercò di aiutare in casa. Parlarsi era difficile, si limitavano alla quotidianità, come coinquilini.

Una sera Grazia annaffiava i gerani, pensava che la vita andava avanti nonostante tutto. Giacomo comparve.

Grazia, mi sono iscritto a un corso di computer. Magari trovo qualcosa da fare, così non resto inutile in casa.

Fai bene, Giacomo.

Mi vergogno di quello che ho fatto. Voglio provarci a recuperare, se me lo permetti.

Grazia lo guardò a lungo. Era luomo con cui aveva passato tutta la vita. Ma ora il passato si era incrinato.

Non lo so, Giacomo. Il dolore è troppo.

Vuoi che vada via?

Non è necessario. Ma non chiedermi ora il perdono.

Giacomo abbassò la testa.

Non ti toglierò mai Arianna. Lei ti vuole bene come nonno, lasciamo stare la nostra storia.

Così andarono avanti, vicini ma distanti. Lidia la chiamava spesso.

Come va?

Tiriamo avanti.

Giacomo si sta redimendo?

Cerca di fare qualcosa, ma dentro sono a pezzi. Non so se avrò mai la forza di perdonare.

Non devi sforzarti. Solo tu puoi decidere cosa fare della tua vita.

Dopo un mese Giacomo trovò un lavoro come custode in un centro commerciale, due giorni a settimana. Gli dava un senso di utilità; Grazia non commentava.

Arianna veniva ogni weekend. Era il raggio di sole nella casa vuota nelle altre ore. Una sera, sola, Grazia prese lalbum di fotografie: lei e Giacomo giovani, il figlio piccolo, il mare. Anni di sogni e fiducia. Forse qualcosa aveva effettivamente smesso di funzionare già da tempo. Forse entrambi avevano dato troppo per scontato laltro.

Giacomo tornò tardi una notte: Grazia era ancora sveglia.

Grazia, dobbiamo parlare. Non possiamo vivere così, separati da un muro invisibile.

E che cosa vuoi, Giacomo? Una risposta che io stessa non conosco? Forse un giorno si potrebbe riprovare, forse no. Non lo so.

Proviamoci, allora? Davvero, senza maschere.

Grazia valutò quella proposta. Voleva davvero ricostruire? O era solo la forza delle abitudini? Dopo tutto, forse era il tempo, non le promesse, che avrebbe deciso.

Vedremo. Andiamo avanti, senza aspettative. Lasciamo parlare il tempo.

Va bene.

La settimana dopo Arianna portò un disegno: tutta la famiglia unita, che si tiene per mano.

Nonna, guarda! Siamo noi.

Grazia sorrise: per i bambini la famiglia resta sempre un rifugio. E forse anche per gli adulti resta, nonostante i dolori, una radice da cui non ci si può sradicare del tutto.

La sera, Arianna a letto, Grazia uscì sul balcone. Annaffiò i gerani, guardò il quartiere illuminato, migliaia di vite con i loro segreti, dolori, gioie. Giacomo la raggiunse. Restarono in silenzio. Anche se la ferita bruciava, qualcosa le diceva che, in fondo, si può sopravvivere anche a un dolore che sembra insormontabile.

Quella notte, osservando il nuovo bocciolo rosso apparso sul geranio proprio quando tutto sembrava finito, capì che la speranza non muore mai. A volte bisogna solo trovare il modo di annaffiarla, anche tra le lacrime. Bisogna imparare che la fiducia, se si spezza, non torna mai uguale, ma la vita continua e meritano una possibilità quelli che la cercano con onestà.

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La mia famiglia