Ha scelto un’altra, non me

Lui ha scelto non me

Margherita spingeva il carrello lentamente tra le navate smisurate di un supermercato che sembrava galleggiare, irreale come una città nel sogno. Laria era impastata dal profumo delle pagnotte calde del panificio accanto ai limoni, circolava tra le corsie ancora assonnate del sabato mattina, quando Milano si nasconde sotto le lenzuola pesanti e i tetti si confondono con la nebbia attardata. Il tempo si piegava, si stendeva sulle piastrelle lucide: la fila delle casse era vuota, perfino le voci venivano risucchiate da un silenzio profondo, come nelle domeniche di agosto quando il mare si sogna già freddo.

Margherita si lasciava cullare dal ritmo lento del suo vagabondare settimanale. Da anni faceva la spesa così: una volta sola, ordinata, per scacciare la paura di non avere qualcosa la sera, come se la dispensa, in sogno, potesse restare deserta e infinite le sere. Nel carrello si accatastavano ortaggi lucidi e immacolati cetrioli croccanti, pomodori con i semi trasparenti, un ciuffo di prezzemolo ancora umido. Accanto, i pacchi di riso, la pasta rigata, due vasetti di yogurt che si riflettevano nella lavagna delle offerte. Margherita scorreva con gli occhi una lista scritta di fretta, ogni tanto sussurrava un nome dingrediente come una formula che avrebbe dovuto riportare lordine.

Tutto accadeva come in un sogno: i colori sfumavano, le etichette si disfacevano come fogli bagnati nel lavandino. Solo quando incontrò uno sguardo, tutto sembrò vibrare e rallentare. Allinizio Margherita pensò di illudersi, ma limmagine lì davanti agli scaffali di pelati era nitida.

Eugenio? le sfuggì, la voce distorta, un po più forte di quel sussurro irreale che usano i sognatori nei sogni.

Lui era lì, a scegliere tra scatolette, la mano leggera su quella di una donna anziana la madre, capì subito Margherita, anche senza spiegazioni. La donna passava le etichette sotto il naso stringendo gli occhi, chiedeva qualcosa allorecchio del figlio, che le rispondeva senza impazienza, piegando il busto come davanti a un segreto.

Quando sentì il suo nome, Eugenio esitò, come se dovesse ricostruire le strade e le ore che separavano quel volto dal passato. Poi sorrise, e anche il sorriso sembrava stiracchiato dalla trama del sogno.

Margherita? Ciao Non me lo aspettavo proprio, qui. Sollevò appena un sopracciglio.

Margherita sentì un fremito, ma il suo volto rimase liscio, abile ormai nei sogni a non trasmettere nulla. Avanzò spingendo il carrello per non bloccare la corsia.

Eh sì, quanto tempo Come va la vita?

Le sue parole si mescolavano al silenzio irreale, la curiosità ronzava sotto pelle. Da quanto non si vedevano? Dieci anni, venti? Uneternità onirica in cui tutto cambia senza sforzo.

Tutto normale. Le spalle di Eugenio si sollevarono. Lavoro, casa come sempre.

La madre, ancora assorta nei suoi pelati, alla fine si voltò verso Margherita, squadrandola dagli stivali fino alla frangetta, con lattenzione sospettosa di chi si chiede in quale scena sia appena entrato.

Mamma, lei è Margherita, ci conoscevamo spiegò Eugenio, la voce imbarazzata che si arrampicava sui sogni spezzati.

Ah. La madre schiacciò appena una parola, ma era già tornata a occuparsi delle offerte. Eugenio, prendi queste, sono al tre per due. Indicò un ripiano di lattine.

Eugenio obbedì, come fanno le ombre, riponendo i barattoli nel carrello in silenzio. Margherita osservava quella piccola scena domestica con uno strano distacco, come se seguisse dalla finestra la vita di un altro, senza la tempesta che lavrebbe attraversata anni prima.

È stato bello rivederti. Disse infine, sincera in quel modo triste dei sogni, dove si può dire tutto perché è già lontano. In fondo, sapere che lui stesse bene le dava pace. Del resto, le sue previsioni (quasi profezie) si erano avverate parola per parola. Ti auguro il meglio.

Anche a te. Eugenio, sempre con quel sorriso un po troppo stirato, salutò. In bocca al lupo.

Margherita lasciò scorrere il carrello lungo la navata, ma i pensieri che camminano sui binari del sogno non vogliono lasciarti. Tornavano, allungavano mani trasparenti per afferrare scampoli di ricordi dolci, appuntiti, colorati di ombretristi come le fotografie sbiadite.

Allora in quellepoca che adesso pareva un romanzo scritto nellacqua tutto sembrava promettente e giusto. Lei e Eugenio stavano insieme già da un anno e ogni giorno era una pagina nuova, leggera o abrasiva, ma piena. Lui era luomo che aveva sognato in cento notti rovesciate: gentile, premuroso, capace di ascoltare davvero. E sapeva ridere, dissolvere ogni tensione con due parole buone, modellando lumore come schiuma del cappuccino.

Passavano le serate in piccoli bar su viali di Milano, sotto una luce burrosa, circondati dallodore di caffè tostato. Andavano al cinema, scegliendo commedie brillanti o drammi, poi ne discutevano fino a notte, come se il senso della vita passasse dai dialoghi degli attori. Ma la cosa più amata erano le passeggiate, senza meta tra le strade di Navigli, potendo parlare di tutto, o tacere senza imbarazzo, solo sentendo vicine le loro esistenze.

A volte Margherita pensava di aver trovato quel per sempre felici e contenti che si sussurra nelle favole. Immaginava una casa riempita di luce e risate, viaggi insieme, anni a sommarsi senza stancarsi mai. Era tutto semplice, tutto naturale.

Ma la vita o il sogno si diverte a cambiare le carte.

I primi segnali arrivarono piegati, morbidi, piccoli. Margherita aveva preparato a lungo le parole, finché una sera, a cena sotto la luce tremolante delle candele, sussurrò:

Forse potremmo iniziare a vivere insieme? Ci vediamo ogni fine settimana, spesso anche durante la settimana, abbiamo già fatto viaggi insieme Mi sembra naturale

I suoi occhi erano pieni di speranza, la speranza sincera di chi sogna di costruire una casa dove aspettare laltro la sera, preparare il caffè, avere qualcun altro a cui dire buonanotte. Forse non era un desiderio così assurdo. Alcuni si sposano dopo pochi mesi.

Eugenio sembrò svaporare. Le dita strinsero la tovaglia, il suo sguardo sfuggì altrove. Silenzio, respiri, infine:

Marghe, lo sai, la mamma è sola non riesco a lasciarla. Per lei io sono tutto.

Non cera rabbia nella sua voce, solo quella nota di uomo-bambino che non sa come liberarsi senza ferire.

Margherita si sforzò di sorridere, confidando che un equilibrio esistesse. Forse sarebbe servito del tempo, non era importante.

Però noi non vogliamo abbandonarla, spiegò, calma, puoi visitarla, aiutarla, chiamarla ogni giorno ma avere uno spazio nostro, una storia nostra, anche solo poter prendere un cane senza che lei abbia una crisi allergica Non ti piacerebbe una vera famiglia?

Eugenio chinò lo sguardo come chi si concentra sulle margherite disegnate sulla tovaglia. Alla fine sospirò.

Lei mi ha cresciuto da sola Non posso Le ho promesso che ci sarei sempre stato.

Margherita si zittì. Lui non diceva no, ma non diceva nemmeno sì. In fondo, aveva parlato di matrimonio, della casa, di figli. E convivere con sua madre sarebbe stata una condanna. Così Margherita sorrise.

Va bene, non abbiamo fretta. Ne parliamo più avanti.

E la serata continuò come sempre, ma qualcosa dentro di lei si spostò, una piccola ansia sottile: e se più avanti non arrivasse mai?

Poi accadde limprevisto: Margherita si ammalò.

Accadde senza avviso, come cadere in un lago ghiacciato. La sera si sentiva solo stanca. Il mattino, invece, tutto era cambiato: il corpo pesante come piombo, i muscoli dolenti, la testa un tamburo spaccato. Aveva la febbre alta, sudava, poi tremava. Con dita tremanti chiamò Eugenio.

Eugenio, sto male non riesco alzarmi Puoi venire da me per qualche giorno?

Sì, certo che vengo. Preparo subito qualcosa, mancano medicine?

Credo di no.

Arrivo.

Mezzora dopo era lì, con un sacchetto di arance e una scatola di camomilla. Margherita, avvolta nel plaid, sorrise debole.

Grazie di essere venuto

Poteva essere altrimenti? rispose lui, baciandole la fronte. Adesso tu riposa. Penso io a tutto.

La giornata fu una nebbia gentile: lui le dava lacqua, controllava la febbre, preparava vecchie tisane. Quando lei cercava di alzarsi, lui la fermava con una carezza: Devi solo dormire.

A sera, finalmente, Margherita si sentì meglio, sorseggiava il brodo che lui aveva preparato e pensava, forse finalmente è questo luomo su cui posso poggiarmi. Nella testa, mentre ascoltava lacqua della cucina, scorrevano scene di futuro e di complicità.

Ma il sogno, si sa, può frantumarsi in un respiro.

Margherita si svegliò sola; le cose di Eugenio erano sparite, il telefono muto, la luce assente. Tremando, compose il suo numero.

Eugenio, dove sei?

A casa la mamma ha avuto la pressione alta perché non ero rientrato. Mi preoccupo, capisci. Però posso venire dopo il lavoro, portarti quello che serve

Per Margherita fu come scivolare più a fondo nel sogno sbagliato.

Quindi tu hai lasciato una donna sola, malata, perché tua madre si è agitata?

Non è così lei è sola, io posso aiutarti a distanza, ma lei senza di me va giù.

Lui parlava come se proponesse un compromesso qualsiasi, ma ora Margherita vedeva tutto nitido: per lui la madre era il solo centro.

Allora, che sarà quando ci sposeremo? Continuerai a correre via per ogni soffiata di vento?

Ma certo, vivremo insieme tutti e tre. È naturale!

No ormai la voce era stanca, ricamata di amarezza questa non è una famiglia. Siamo adulti! Bisogna avere una vita propria, una casa propria, delle regole proprie

Marghe, ma dai. Una madre è una sola, le donne passano Se dovessi scegliere, sceglierei sempre lei! rispose lui, ormai seccato.

Margherita rimase di sasso, come se un treno nel sogno lavesse appena trapassata.

Bene. Allora, vai pure. Trova unaltra disposta a ballare intorno a tua madre.

Su, non fare la bambina

Ti ho detto tutto. Non tornare.

Lui esitò, come se aspettasse altro. Poi salutò, augurandole pronta guarigione.

Margherita sbuffò. Camminò a fatica fino alla finestra, si aggiustò nella poltrona larga, strinse il plaid intorno alle gambe. Mandò un messaggio rauco allamica Lucia, che arrivò portando arance e brioches. Non avrebbe potuto restare sola.

Ora, dieci anni dopo, davanti al banco dei formaggi, Margherita sorrideva tra sé e sé, il pensiero che tornava a quella scena remota: lei, malata, delusa ma più libera. Era grata alla se stessa del passato, più coraggiosa che disperata.

Col tempo tante cose cambiarono. Allinizio fu dura, certo, ma piano piano la vita prese un ritmo nuovo.

Decise di iscriversi alla magistrale allUniversità di Milano-Bicocca, studiava la sera, lavorava il giorno, ma la soddisfazione cresceva con ogni traguardo. Il nuovo titolo di studio le aprì porte inaspettate: cambiò lavoro, fu promossa, scoprì di avere idee capaci di germogliare.

I viaggi diventarono la sua realtà. Prima solo un fine settimana a Venezia, poi una settimana a Ostuni, a tuffarsi in un bianco irreale e sognare altri mari, e infine tre settimane di tour in Sicilia, che immaginava da ragazzina. Ogni città era un sogno a occhi aperti: i mercati di Palermo, i vicoli di Siracusa, i sassi di Matera, e ogni volta capiva che il mondo era più largo di una paura.

Un giorno, mentre comprava crocchette per il gatto del vicino, incontrò uno scricciolo di pelo grigio. Non seppe resistergli e così entrò in casa sua Marcello, il gattone che ora la salutava con miagolii gutturali e occhi come perle.

Imparò a fare un cappuccino perfetto, prima sperimentando con la moka, poi con una Gaggia nuova, schiumando il latte come una barista del centro. Ogni mattina, la fragranza del caffè e del latte scaldava il giorno più della coperta.

Poi, accadde la sorpresa più inattesa. Nella notte di San Silvestro, a una cena aziendale, conobbe Andrea. Lavorava in un altro team, capelli castani, occhi dolci, una risata morbida. Allinizio si scambiavano solo battute sui colleghi, poi lui iniziò a portarle cannoli alla ricreazione. Lentamente le conversazioni si allungavano, diventavano profonde e necessarie.

La storia con Andrea fu un viaggio lento, senza scosse né sbandamenti. Passeggiate al Parco Sempione, discussioni su libri, pic-nic improvvisati sui Navigli. Un anno dopo decisero di vivere insieme; fu come togliersi un cappotto troppo stretto. In breve trovarono un ritmo perfetto, condividendo tutto senza sforzo. Dopo due anni si sposarono, una festa calda e semplice, tra pochi amici e parenti, con una crostata di frutta e vino rosso.

Ora Margherita era lì, davanti al banco dei formaggi, a scegliere qualcosa di speciale per cena, e sentiva un tepore diffuso. Lei e Andrea aspettavano il loro primo figlio, un sogno che metteva radici nel cuore. Immaginava già il futuro: raccontare storie di viaggi, insegnare la gioia delle piccole cose, offrire fiducia e dolcezza.

Prese una confezione di taleggio, sorridendo. La vita era molto più sorprendente e generosa di quanto potesse pensare dieci anni prima, al finestrone con la neve che cadeva come farina.

Tutto bene? domandò Andrea alle sue spalle, la voce piena di calore, e Margherita non si spaventò, tanto era abituata alla sua presenza. Lui la raggiunse piano, le poggiò la mano sulla spalla, come per essere sicuro che fosse davvero lì.

Sì, benissimo. Margherita si voltò e sorrise, appoggiandosi a lui un poco. La sicurezza di quella carezza, la rughetta familiare sulla fronte di lui, il profumo che sapeva di pane fatto in casa, erano il filo che la riportava sempre alloggi. Pensavo solo al passato.

Bello o brutto? chiese Andrea, tenendo ancora la sua mano sul cappotto. Cera solo attenzione, mai invadenza.

Più istruttivo. A volte serve passare dal dolore per capire chi siamo e dove vogliamo andare davvero.

Andrea annuì, senza chiedere altro. Una delicatezza che lei non aveva mai smesso di apprezzare: sapere ascoltare anche i silenzi, senza chiedere confessioni.

Dai, prendiamo anche la crostata al cioccolato, propose lui, sempre sorridente, sennò perdo il profumo e lo sai che poi me la prendo.

Margherita rise, di quella risata limpida che spazza i sogni torbidi e li scioglie nel sole. A lui la pasticceria faceva venire gli occhi brillanti, come quando si aspetta una notizia lieta.

Andiamo, disse, spingendo il carrello oltre il banco dei formaggi. Però voglio scegliere io la torta.

Mentre si allontanavano, immersi in chiacchiere leggere, Margherita sentì che il sogno era diventato la sua realtà, e che questo bastava.

Intanto, dallaltra parte del supermercato, sotto i neon che sembravano nuvole fluorescenti, Eugenio e sua madre sceglievano ancora barattoli in offerta. Lui metteva tutto nel carrello senza opporsi mai; la sua vita era ancora tutta ordinata dentro una sola navata, dove niente cambiava e niente avrebbe mai dovuto cambiare.

Così terminava il sogno, tra la calma surreale di quel supermercato in cui il tempo si era fermato proprio dove doveva.

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Ha scelto un’altra, non me
Il sapore della libertà — Abbiamo finito i lavori lo scorso autunno, — ha iniziato il suo racconto Vera Ignatievna. Abbiamo perso ore a scegliere la carta da parati, discusso fino a perderci la voce sul colore delle piastrelle del bagno, e ricordato con un sorriso quando, vent’anni fa, sognavamo questa tanto desiderata “trilocale”. — Ecco, — disse soddisfatto mio marito, mentre festeggiavamo la fine dell’epopea dei lavori, — ora possiamo pure sposare nostro figlio. Misha porterà qui sua moglie, nasceranno dei bambini, e la nostra casa diventerà rumorosa e davvero viva. Ma i suoi sogni sono svaniti presto. La nostra figlia maggiore, Katia, è tornata a casa con due valigie e due bambini. — Mamma, non ho più dove andare, — disse, e quelle parole cancellarono tutti i nostri programmi. La stanza di Misha data ai nipoti. Lui, fortunatamente, non si è lamentato, ha solo alzato le spalle: — Non fa niente, presto avrò la mia. “La mia” — era il monolocale di mia madre. Dove anche lì era stato fatto un bel lavoro, e che affittavamo a una giovane coppia. Ogni mese arrivava una somma modesta, ma importante — il nostro “cuscino di sicurezza” per quando io e mio marito saremmo diventati invalidi e inutili. Un giorno ho visto Misha e Lera, la sua fidanzata, passare davanti a quel palazzo, alzare la testa, discutere animatamente. Capivo cosa speravano, ma non ho proposto nulla. E un giorno ho sentito: — Vera Ignatievna, Misha mi ha chiesto di sposarlo! Abbiamo pure trovato il posto per la cerimonia! Si immagini! — Lera brillava di felicità, — lì c’è una vera carrozza! E un’arpa vera! E una terrazza estiva! Gli invitati usciranno in giardino… — E poi dove andrete a vivere? — non sono riuscita a trattenermi, — una festa del genere costerà davvero cara! Lera mi guardò come si guarda chi domanda il tempo su Marte. — Per ora da voi. Poi… vedremo. https://clck.ru/3RKgHm — Da noi, — dissi lentamente, — già vivono Katia e i bambini. Diventerà un ostello più che una casa. Lera fece il broncio. — Già. Forse da voi è meglio di no. Cercheremo un vero ostello. Almeno lì nessuno si metterà nei nostri affari. Quell’amaro “nessuno si metterà nei nostri affari” mi colpì. Non mi ero mai messa in mezzo, volevo solo evitare loro sciocchezze. Poi parlai con Misha. Ultimo tentativo. — Figlio, a che serve questa scena? Fate una firma in Comune, e i soldi teneteli per l’anticipo della vostra casa! — la voce mi tremava. Mio figlio guardava fuori, con il viso duro. — Mamma, dimmi: perché da venticinque anni festeggiate ogni anniversario di nozze al “Dragone d’Oro”? Potreste farlo a casa, sarebbe meno caro. Non ho saputo cosa rispondere. — Ecco, — sorrise con una punta di cattiveria, — voi avete la vostra tradizione, noi la nostra. Paragonò la nostra modesta cena in famiglia ogni cinque anni alla loro festa da mezza milione! Nei suoi occhi ho visto non un figlio, ma un giudice: il verdetto era questo—siete ipocriti. A voi tutto è concesso, a me nulla. Dimenticando che noi ancora paghiamo il finanziamento della sua macchina. Ovviamente non pensa mai al “cuscino di sicurezza”. Adesso gli serve la festa! E che festa! Alla fine, sia Misha che la futura sposa si sono offesi. Soprattutto perché non ho voluto dargli le chiavi della casa della nonna. *** Una sera, tornando tardi a casa su un autobus vuoto, guardavo la mia immagine riflessa nel vetro scuro. Davanti a me una donna stanca, che sembrava più vecchia della sua età. In mano una borsa piena, negli occhi la paura. All’improvviso, con una lucidità quasi dolorosa, capii che faccio tutto per… paura! La paura di diventare un peso. Di essere lasciata sola dai figli. Di ciò che mi aspetta. Non do l’appartamento a Misha non per avarizia, ma per il terrore di perderlo e rimanere senza nulla. Lo spingo a imparare a cavarsela, ma gli levo le ali, pagando la sua vita: se non riuscisse, il ragazzo si scoraggerebbe. Voglio che sia adulto, ma lo tratto da bambino incapace. E loro, lui e Lera, desiderano solo che la loro vita inizi col botto. Carrozza e arpa. Sì, è sciocco e costoso. Eppure ne hanno diritto! Se se lo pagano. Per prima cosa ho chiesto agli inquilini di trovare altra sistemazione il prima possibile. Un mese dopo ho chiamato Misha: — Venite. Dobbiamo parlare. Sono venuti guardinghi, pronti a combattere. Ho preparato il tè e… messo le chiavi della nonna sul tavolo. https://clck.ru/3RKg9f — Prendetele. Ma non vi illudete: non è un regalo. La casa è vostra per un anno. In questo tempo dovete decidere: la volete con un mutuo oppure restate con altre condizioni. L’affitto per quest’anno lo perderò. Pazienza: sarà il mio investimento. Non nella vostra festa. Nella vostra possibilità di fare famiglia, non solo convivere. Lera sgranò gli occhi. Misha scrutava le chiavi come se non fosse sicuro di capirne il significato. — Mamma… e… Katia? — Anche per Katia ci sarà una sorpresa. Ora siete grandi. La vostra vita è la vostra responsabilità. Noi non saremo più portafoglio e contorno. Solo genitori. Che amano, ma non salvano. In casa calò il silenzio. — E il matrimonio? — chiese Lera. Per la prima volta tremava. — Il matrimonio? — alzai le spalle, — fate come volete. Arpa? Se la trovate, fatela venire. *** Misha e Lera sono andati via, io invece… avevo paura. Da piangere. E se non ce la fanno? Se si offendono davvero? Eppure, per la prima volta dopo tanti anni, respiravo a pieni polmoni. Perché finalmente avevo detto NO! Non a loro—ai miei timori. E avevo lasciato che mio figlio affrontasse la vita adulta, difficile, autonoma. Qualunque essa sia… *** Ora vediamo la situazione dagli occhi del figlio. Io e Lera sognavamo una festa fuori dal comune. Il divorzio di mia sorella ha mandato tutto all’aria. Quando mamma mi disse che non aveva senso spendere per il matrimonio, mi si spezzò qualcosa dentro. — E allora perché ogni anniversario lo festeggiate al ristorante? — sbottai. — State a casa, spendereste meno! Ho visto mamma impallidire. Volevo ferirla. Ero arrabbiato, davvero. Sì, loro mi hanno regalato l’auto. Va bene, ma non l’ho chiesta io! Ora mi rinfacciano i pagamenti. Che c’entro? Scelta loro! Ristrutturano la casa, dicevano, per noi. Ma ora non ci possiamo andare. Il monolocale della nonna — intoccabile, “riserva sacra”, più importante della festa del figlio unico! E adesso? Come dire al mondo, e a noi stessi, che esistiamo e siamo una cosa sola? Un giorno, Lera mi disse, abbassando gli occhi: — Misha, non ho niente da offrirti. I miei genitori non possono aiutarci, hanno il mutuo. — Mi dai te stessa, — risposi per consolarla. Dentro, però, ero furioso. Non con lei, ma con l’ingiustizia. Perché tocca tutto ai miei genitori? E perché aiutano col broncio, come se ogni euro fosse un chiodo nella loro bara? Questo non scalda: brucia di senso di colpa. Le recriminazioni erano sospese nell’aria. Poi la telefonata. La voce di mamma ferma e decisa. — Venite. Parliamo. Andavamo come al patibolo. Lera mi strinse la mano: — Se ci nega l’aiuto per la festa, — bisbigliò, — addio. — Forse, — annuii. *** Sul tavolo, il mazzo di chiavi della casa della nonna. Le ho riconosciute subito dal portachiavi. Erano le chiavi della mia infanzia. — Prendetele, — disse mamma. E fece un discorso. Breve, ma rivoluzionario. Un anno. Scelta. Stop al ruolo di “sponsor e sfondo”. L’alibi “non abbiamo casa” non vale più, e la speranza “i genitori sistemeranno tutto” va in frantumi. Ho preso le chiavi. Erano fredde e incredibilmente pesanti. Mi è arrivata un’illuminazione tanto improvvisa quanto scomoda. Volevamo tanto, ci siamo sempre offesi, ma non abbiamo mai detto ai nostri: “Mamma, papà, capiamo le vostre paure. Parliamone, troviamo una strada che non vi dilani.” No. Abbiamo solo aspettato che capissero e realizzassero i nostri sogni—senza domande, senza patti, con il sorriso. Come da bambini. — E la festa? — chiese sottovoce Lera, smarrita. — Il vostro matrimonio? — mamma alzò le spalle, — se trovate l’arpa, avrete l’arpa. Siamo usciti. Smanettavo le chiavi in tasca. — Cosa facciamo? — chiese Lera. Non della casa—della nostra vita. — Non lo so, — risposi. — Ora è affare nostro… In questa nuova, spaventosa responsabilità c’era qualcosa di selvaggiamente autentico: la libertà. E il primo passo era questo—capire se davvero servono carrozza e arpa. Le tradizioni contano, ma devono poggiare su qualcosa di più di una giornata memorabile… *** Il risultato? La vita adulta di Misha e Lera iniziò il giorno dopo. Finalmente insieme! Vivono nello stesso appartamento! Non è il loro, per ora, ma è comunque qualcosa. Piccolo, ma accogliente. Bel lavoro. Nessuno intorno! Prima—ospiti ogni giorno! Come no. È libertà! Poi, dopo un mese, la voglia: vogliamo un cane! E non uno piccolo—uno grande! Si scopre che Lera lo sognava da sempre, ma la madre non voleva. Misha ne aveva avuto uno, da bambino, ma era scappato. Fu una tragedia… Insomma, la felicità completa arrivò con un cucciolo di Golden Retriever, Lexus. https://clck.ru/3RKgGM La piccola peste impostava subito le regole: graffiare, mordere, sporcare. Dappertutto. Quando Vera Ignatievna è andata a trovarli, è rimasta sconvolta: nessuno l’aveva avvertita della presenza di un nuovo inquilino. — Misha! Lera! Come avete potuto?! Nemmeno vi siete degnati di chiedere! — quasi piangeva Vera Ignatievna, guardando la casa, — ma perché? Per una cane grande ci vogliono occhi dappertutto, e lui sta solo tutto il giorno! E poi: peli ovunque! Non li togliete? E l’odore! No, è inammissibile! Dovete restituirlo! Domani! — Mamma, — sbuffò Misha, — ci hai dato la casa per un anno. Vuoi ancora dirci come vivere? Vuoi che ti restituiamo le chiavi? — No davvero, — scattò Vera Ignatievna, — la parola è parola. Un anno è un anno. Ma ricordate: la casa dev’essere restituita come la avete ricevuta. Intesi? — Intesi, — dissero all’unisono Misha e Lera. — E non aspettatemi più. Non voglio vedere. *** La madre mantenne la promessa. Non si fece più vedere. Chiamava poco. Dopo quattro mesi Misha tornò a casa: lui e Lera si erano lasciati. Per settimane ha raccontato quanto lei fosse disordinata. Cucina mediocre. Poco attenta al cucciolo. Non lo portava fuori. Lexus tornò al cane originale, dopo molte trattative. E pure costoso! Mangime per tre mesi da comprare in anticipo, così ha voluto il padrone. E il mangime costa! — Non ti sei affrettato un po’ con Lera, figlio? — chiese Vera Ignatievna tra le lacrime di una risata, — volevate pure la festa con carrozza e arpa… — Ma quale matrimonio, mamma!? Ma figurati! Affitta pure la casa della nonna. — Perché? Abita lì, ti sei abituato? — No, sto meglio a casa, — Misha scosse la testa, — o la pensi diversamente? — Sono sempre “d’accordo”, — rispose Vera Ignatievna, — specialmente ora che, dopo la partenza di Katia e dei bimbi, qui è tornato il silenzio…