Calzini
Ma quanto sei dolce tu! Il mio tesorino! Ma perché i bambini piccoli sono così teneri, eh? Chiara Manfredi coccolava il nipotino, tutta fiera davanti allobiettivo della videocamera.
I sei mesi di Leonardo vennero festeggiati in grande stile. Animatori, palloncini, una torta enorme e bellissima. I nonni si erano proprio superati. Silvia non era stata molto entusiasta di tutta quella festa. Sì, certo, era bello che i suoi genitori volessero vederla e rendere felice il piccolo, ma come da bambina, si era subito sentita soffocata da tutta quella confusione. Anche Leo sembrava aver preso da lei: dopo appena mezzora, era scoppiato in lacrime e Silvia era stata costretta a portarlo dentro casa. Chiuse bene le finestre, si sedette con lui in poltrona e dopo pochi minuti già dormiva.
Sfinito, il mio amore. Queste feste sono ancora troppo per te.
Chiara arrivò in camera, stringendo tra le mani il suo regalo, prelevato dal tavolino dellingresso.
Sta dormendo?
È stanco. Mamma, te lo dicevo che queste feste sono troppo per lui.
Ma va bene così! Tanto vale che si abitui. Tesoro, possiamo permetterci di regalare una festa al nostro adorato nipote. Labbiamo aspettato tanto! Guarda cosa gli ho comprato! Non è delizioso?
La carta stropicciata attirò lattenzione del piccolo, che si agitò nel sonno.
Mamma, dopo, ti prego Silvia si alzò e cominciò a cullare Leo in giro per la stanza.
Ecco, io che ci ho messo ore a scegliere, ma a te non interessa minimamente! sbottò Chiara, posando la scatola sul tavolo con fastidio.
Ma no, mamma, mi interessa eccome! Sono certa che sia un regalo bellissimo! Silvia le rivolse un sorriso pacato. Mi porteresti qualcosa da bere? Ho una sete tremenda
Allora lascia il bambino e scendi giù con noi.
Si sveglierà.
E se si sveglia che sarà mai! Dai, vieni fuori che la festa continua!
Mamma, se si sveglia ora poi piangerà e sarà inconsolabile per ore. Non è proprio il caso, vero?
Silvia, leducazione comincia da piccoli. Come sarebbe a dire se piange? I bambini educati non piangono!
Silvia sobbalzò e si immobilizzò un attimo, poi riprese quel suo lento valzer per la stanza. I movimenti sembravano fusi uno nell’altro, come una coreografia provata per anni. I bambini educati non danno fastidio agli adulti. Le bambine educate devono esser perfette in tutto. Spalle dritte, mento alto, prima posizione! E nessuna obiezione!
Vado dagli ospiti. Tu metti a letto il piccolo e vieni giù. Non sta bene lasciare sola la padrona di casa.
Fai tu le mie veci, mamma.
Chiara lasciò la stanza, mentre Silvia si riaccasciò in poltrona, stringendo a sé Leonardo. Quanta strada aveva dovuto fare perché questo bimbo potesse nascere!
Silvia veniva da una famiglia molto, molto per bene. Nonno universitario rinomato, nonna tra i chirurghi più stimati di una famosa clinica milanese. Il padre non aveva rotto la tradizione e pure lui era diventato medico. Silvia non riusciva a capire come potesse essere diventato completamente argilla nelle mani di sua madre. Chiara, infatti, era l’opposto: a fatica aveva portato a termine luniversità, aveva nascosto la laurea su una mensola polverosa e poi aveva cominciato la caccia al marito. Anzi, in realtà la caccia al marito giusto per la figlia l’aveva iniziata la nonna, la signora Italia. Anni di meticolose presentazioni culminarono nellincontro tra i futuri genitori al compleanno di Chiara, e poi in un matrimonio sfarzoso, organizzato e finanziato da entrambe le famiglie. Silvia nacque due anni dopo, entrando subito sotto legida della nonna. Italia prese personalmente in mano la scelta della tata e delle attività: due lingue straniere, scuola di danza e lezioni private di piano.
In una bambina tutto devessere perfetto!
I fine settimana di Silvia trascorrevano tra teatri e musei, sempre sotto locchio severo della nonna. I genitori li vedeva di rado: il padre lavorava troppo, la madre aveva energie solo per piantarle un bacio volante e scappare allaperitivo di turno.
Tanto impegno diede i suoi frutti: Silvia venne prima presa in accademia, poi chiamata da un rinomato teatro. Sembrava linizio di una carriera brillante finché non conobbe il suo futuro marito. Davide non piacque a nessuno, tranne che a suo padre.
Oddio, che disastro! sbuffava nonna Italia stesa sul divano, stringendosi le tempie. Ma pensaci, amore mio! Davvero pensi che ci sia qualcosa tra di voi? Che ci farai con uno così, che a malapena sa parlare?
Nonna, vicina a te pochi reggono il confronto… Silvia era rannicchiata in poltrona, cosa che di solito sarebbe stata causa di rimprovero, ma ora la nonna era presa da altri pensieri.
Che vuoi dire?! la nonna scrutava la nipote, indispettita.
Dico che nel mondo pochi possono anche solo tentare di avvicinarsi al tuo livello intellettuale.
Nonna Italia la guardò sospettosa.
Ma soprattutto ti dico, nonna, che Davide per me è importante. Lo amo. E non sei tu che dici che è lamore la forza che muove anche larte?
Larte, sì, ma la vita? Come pensi di vivere con quello lì?
Spero a lungo. E, se possibile, felice.
Fu combattuta, quella battaglia, a colpi di rimproveri e lunghi discorsi. Silvia tenne duro e, guardando negli occhi Davide, rispose sì. Da quel momento non ammise più repliche. Per Davide, Silvia era una divinità scesa in terra: fragile, delicata, ma con quella forza silenziosa che incuteva rispetto e voglia di proteggerla da tutto e da tutti.
Non ho molto da darti, ancora. Ma farò di tutto perché tu sia felice. Posso amarti, se me lo permetti.
Bastavano quelle parole. Silvia capiva finalmente che per qualcuno era perfetta così comera, nessun dovere, nessuna aspettativa da soddisfare.
La loro strada non fu semplice. Davide non aveva santi né parenti ricchi. Suo padre era mancato presto, la madre, Paola, maestra delle elementari e in seguito vicepreside, aveva cresciuto Davide da sola. Era una donna forte, sempre con la battuta pronta e il conforto giusto. Proprio grazie a lei, Davide era riuscito a laurearsi in una delle migliori università milanesi. Credendoci sempre, Paola aveva venduto la casa grande, dato la differenza al figlio e così era iniziata la prima piccola impresa. Davide ci sapeva fare, e nel giro di qualche anno l’azienda ingranò, fino a diventare una delle migliori nel settore. Persino Italia, la nonna, dovette ammettere le sue capacità. Quando nacque il pronipote, il perdono era completo.
Silvia desiderava un figlio con tutta l’anima. I grandi non diventano madri, diceva la nonna, ma a Silvia della grandezza importava poco: voleva solo quella felicità semplice. Ma sembrava che il destino la pensasse diversamente. Anni di analisi, due interventi e nessun risultato. Piangeva in silenzio, di notte, per poi convincersi che Davide aveva il diritto di essere padre. Alla fine decise e propose di lasciarlo libero, ma si scontrò col sorriso commosso di lui.
Sciocchina! Da quando la mia felicità passa solo dalla paternità? Sei tu la mia vita, non lo capisci?
Silvia scoppiò a piangere: di sgomento e sollievo insieme.
Capire che un figlio per lei restava un sogno era facile, accettarlo no. Cercava di abituarsi, ma non era facile. La madre gettava benzina sul fuoco, lamentando il fatto di non poter essere ancora nonna. Le amiche la invitavano alle feste dei loro bambini e Silvia, con fatica, sceglieva sempre i regali migliori, sperando di farli felici. Poi, piano piano, cominciò a lasciar andare, smise di notare i bambini ai parchi e, pensandoci su, aprì un suo corso di danza.
Devo occuparmi di qualcosa. Altrimenti impazzisco!
Davide non capiva fino in fondo ma Paola gli spiegò tutto.
Davide, non immagini nemmeno quanto sia difficile per lei. È forte, sì, ma è anche donna. E una donna a volte desidera solo mettere al mondo un figlio per luomo che ama. E ora Silvia ha bisogno di tutto il tuo sostegno. Qualunque cosa voglia fare, lasciala fare.
Ho capito, mamma.
Fu Davide a trovare il locale. Silvia batté le mani, felicissima della sala luminosa e spaziosa.
Era esattamente quello che sognavo! Sei un genio!
Tra montare gli attrezzi, le iscrizioni e le lezioni, Silvia si immerse nel lavoro. I primi sintomi li ignorò: pensava fosse stanchezza.
Silvia, ti chiedo solo se vuoi rispondi, ma… sei incinta? domandò Paola, durante un incontro al loro bar preferito vicino lo studio. Se non vuoi, non rispondere.
Silvia si irrigidì. Sentiva il cuore in gola: come si permetteva? Sapeva quanto fosse doloroso.
Non avercela con me! Ma mi è sembrato… Paola la rassicurò.
Proprio in quellistante Silvia si sentì male, dovette sedersi. La nausea era terribile.
Paola chiamò subito un bicchiere dacqua. Poi aprì una scatoletta e la mise davanti alla nuora.
Basta indovinare, giusto?
I camerieri guardarono strano quelle due donne che, poco dopo, abbracciate ballavano un girotondo piangendo e ridendo. La felicità nei loro volti era tale che in molti cominciarono a intuire che era successo qualcosa di meraviglioso.
Leo nacque forte e sano, facendo sudare non poco i medici.
Sei una ballerina, vero? chiese la neonatologa, guardando Silvia.
Sì.
Beh, hai fatto un capolavoro.
Ti stupisce?
Un po, sì. Di solito ci sono più problemi. Invece, un maschietto così robusto… complimenti!
Ora Silvia si svegliava ogni mattina col cuore colmo di gratitudine. Temeva quasi tutta quella gioia.
Ma non sei sola, amore mio. La dividiamo in due. Siamo in due, eh Davide accarezzava il viso minuscolo del piccolo Leo, nella copertina di pizzo tanto amata da Chiara.
Le dimissioni dallospedale furono un incubo: Chiara organizzò tutto come aveva deciso lei. Fotografi, saluti, amici e parenti che venivano a congratularsi, tavola imbandita a casa. Silvia, stremata dal parto, sognava solo di farsi una doccia calda e dormire.
Mamma, perché tutto questo?
Ma che dici! È la norma! È pur sempre una festa, non sei daccordo? Sono troppo felice!
Silvia ormai sapeva che controbattere era inutile. Faticò a salire le scale e si bloccò, delusa, notando quanta gente laspettava ancora. Non tutti erano riusciti a venire fin dallinizio.
Sono solo cari amici! disse fiera la madre.
Visti gli occhi solidali di Paola, in piedi nel corridoio, Silvia quasi crollò. Stare in piedi diventava insopportabile, ma la folla dei parenti sembrava infinita.
Permettete che rapisca la neomamma e il nipotino per un attimo? Paola si fece largo e afferrò Silvia per il braccio. Dobbiamo confabulare.
Con un cenno dintesa passò il piccolo a Davide, portò Silvia in camera.
Coricati. Ti preparo tutto e poi ti vai a rilassare. Hai fame?
Silvia annuì stanca, guardando il marito che poggiava delicatamente Leo nella culla. Ma subito si mosse, inquieta.
Dovrei scendere.
Ma chi lo dice? Paola alzò le sopracciglia. Staranno benissimo anche senza di te. Hai già dato.
Silvia sospirò di sollievo e, lasciandosi andare, si accorse di avere un sonno tremendo. Si rannicchiò, osservando Paola che girovagava per la stanza.
Hai sonno? Paola prese una coperta morbida e gliela posò sulle gambe. Dormi pure! Al piccolo ci penso io.
Leo… Silvia sentiva la voce farsi ovattata e già si addormentava entrando nel sonno. Il nome era stato scelto da Davide, in onore del nonno.
Quando Chiara arrivò poco dopo, trovando la figlia a dormire invece che tra gli invitati, storse il naso.
E questo come si chiama?
Si chiama: mamma che allatta. Serve riposo, altrimenti il piccolo rischia di restare senza il latte della mamma.
Ma va, io Silvia lho allattata solo due giorni. È venuta su benissimo Chiara muoveva qualche passo verso la stanza per svegliare Silvia, ma Paola la fermò per il braccio.
Festeggiamo noi due in privato? Dopo tanti anni di attesa! Secondo te, sarà meglio essere chiamate “nonne” o preferisci solo il nome?
Davide chiuse la porta della camera e ringraziò mentalmente la madre. Con la suocera non cerano mai stati rapporti semplici. Lei si godeva i vantaggi che lui poteva offrire, ma non si curava mai dei suoi consigli. Davide, di carattere pacifico, faceva uno sforzo per non esplodere, soprattutto quando si trattava della suocera. Col suocero invece si era sempre inteso, che apprezzava le sue capacità ma sul matriarcato preferiva tacere.
Non si cambiano le persone, e avere un vulcano in casa non conviene mai.
Silvia si risvegliò dopo unora e mezzo, disorientata. Sentì Leo muoversi, sentì le risate provenire dal piano di sotto, e si riprese. Allattò il piccolo, aspettò il marito e finalmente riuscì a raggiungere il bagno. Seduta al tavolino davanti alla finestra, divorava la zuppa cucinata da Paola e la tormentava di domande sulla cura del bambino.
In ospedale mi hanno spiegato qualcosa, ma era poco… Ho paura! Silvia posò il cucchiaio.
Mangia, e non temere! I bambini sono più forti di quel che si crede. E tu sei la loro mamma. Lascia andare le tue paure, verrà naturale. Quandè nato Davide ero sola, nessuno mi aiutava. Cè chi sbaglia, ma tu saprai cosa fare, fidati. Può sembrare un discorso generico, ma credimi, è così.
E col tempo, aveva ragione. Silvia imparò tutto e la paura, pur restando, si attenuò molto.
I primi sei mesi passarono in un soffio. Paola veniva un paio di volte la settimana e finiva sempre alle prese tra fornelli e pulizie, nonostante Silvia allinizio ci restasse male.
Silvia, goditi questi momenti. Passano in un attimo, te lo assicuro. Scivolano via. Non perderti nulla. Approfitta, io sono ancora in gamba per darti una mano.
Chiara, invece, appariva più di rado ma ogni visita era una vera e propria messinscena.
Silvia, guarda la carrozzina che ti ho portato! È meravigliosa!
Mamma, la nostra va benissimo!
Ma questa non si paragona! Su, vestiti il bambino che la proviamo!
Non si rassegnava al nome del nipote.
Ma dove lavete trovato sto nome? Non potevate chiamarlo diversamente? Leonardo! Ma dai, troppo comune!
Dai mamma, è un nome regale! Cosa cè che non va?
Che il bambino dovrà portarlo tutta la vita! Gli verrà la presa in giro a scuola!
Allora andrà a una scuola normale! Comunque sia, il nome lo decidono i genitori, o no?
Ma che dici! Io a te il nome lho scelto la nonna. Ti avrei chiamata diversamente.
Infatti ora il nome di mio figlio lho deciso io. Ed è meglio così.
Chiara sbuffava, prendeva Leo e usciva a fare la passeggiata. Bella carrozzina, piccolo addormentato e una nonna giovane e sbarazzina, che sentiva: “Che bambino adorabile! E sua mamma è proprio una bellezza!”. La lusingava il fatto che la scambiassero per la madre. Poi, però, i vicini capirono subito tutto e così Chiara cessò di portare il nipote a passeggiare. Preferiva presentarsi per un caffè, dare un bacio al bambino e ripartire per i suoi impegni.
Sarò la nonna delle feste! ogni visita portava una nuova e variopinta sorpresa nella cameretta di Leo.
Le parti nella famiglia si assestarono.
La festa dei sei mesi, che Chiara aveva organizzato, fu quasi causa di litigio.
Silvia sorrise al figlio appena sveglio e allungò una mano verso la scatola portata da Chiara. Un sonaglio dargento meraviglioso la lasciò senza fiato.
Leo, guarda che bello!
Il piccolo stringeva la sonagliera e sorrideva, mostrando i primi dentini.
E cosa ti ha regalato la nonna Paola? Silvia aprì il sacchetto lasciato dalla suocera prima della festa.
Un completino bianco, fatto a maglia da Paola con le sue mani, così morbido che Silvia lo strinse alla guancia con tenerezza.
E i calzini! Che meraviglia! Hai una nonna doro, piccolo mio!
Chiara entrò in quel momento, lasciando andare un gridolino ammirato:
Ma che carino! Un capo di marca?
No, è fatto da Paola.
Chiara studiò il golfino, sospirò.
Ma davvero non trovava di meglio da regalare? Per unoccasione così! Si poteva comprare qualcosa di più bello. Questa tirchieria davvero non la capisco!
Mamma!
Ma cosa cè, non ho forse ragione?
Silvia non sapeva dove guardare: Paola era sulla soglia, aveva sentito tutto. Appoggiò silenziosa il bicchiere di succo sul comò e uscì. Silvia si attardò con Leo, agitato. Quando scese, Paola era già andata via.
Davide! Che figuraccia! Mi vergogno!
Ma non hai fatto niente tu! Perché dovresti vergognarti?
Non lho fermata subito! Non va bene!
Stai tranquilla, mamma capisce tutto.
Silvia meditava su come rimediare, ma la vita mise tutto a posto. Per mesi tentò di affrontare il discorso con Paola, ma lei la tranquillizzava sempre:
Lascia stare, Silvia. Davvero, non me la sono presa.
Eppure Silvia sentiva che qualcosa si era incrinato. Cercava di aggiustarlo in ogni modo.
Un pomeriggio, Silvia iniziò a sentirsi male, sola in casa con Leo che dormiva al piano di sopra. Si morse la guancia dal dolore e chiamò il marito, ma il telefono era spento. Forse Davide era in riunione o fuori per lavoro. Sapeva che il padre era in clinica. Provò a chiamare la madre, che la riempì di chiacchiere:
Ciao cara! Tutto bene lì? Come sta il piccolo? Da quella festa non ci vediamo, eh! È stato un successone! Lo sapevo che bisognava fare tutto per bene! Siamo tutti felicissimi!
Mamma
Ma non ringraziarmi, sono sua nonna! Aspetta che ho una chiamata Chiuse la chiamata e Silvia rimase con il telefono in mano, smarrita. Richiamò: solo segnale di occupato.
Il dolore aumentava, una morsa. Chiamò il 118 e poi la suocera.
Silvia?
Paola per favore non ci vedo più Leo
Paola non aveva mai corso così. In ciabatte, gettò una borsa in spalla e volò fuori, fermando un taxi con un cenno disperato.
Oh Signora! Vuole farsi ammazzare?! protestò il tassista frenando allultimo.
La prego, mia nuora sta male, faccia presto!
Sali su, signora!
Paola abbracciava la borsa, tremando, la città scorreva fuori. Il tassista, per rincuorarla: Non si preoccupi, trentanni di volante, mai avuto incidenti. Ce la facciamo!
Arrivarono insieme allambulanza.
Qui, qui, venite! gridò Paola correndo incontro ai medici.
Silvia ritornò in sé pochi minuti dopo.
La portiamo in ospedale.
Dove, perché? chiedeva confusa per il dolore.
Silvia, è necessario. Non ti preoccupare! Io resto con Leo, Davide sta arrivando.
Loperazione riuscì perfettamente e dopo due settimane Silvia si sentì meglio. Voleva rientrare subito ma il padre fu irremovibile.
Non si scherza, tesoro mio! Devi rimetterti in forma. Leo ha bisogno di te forte!
Tornata a casa, si gettò ad abbracciare il figlio e poi chiamò la madre.
Mamma!
Silvia! Come stai?
Ancora debole Avrei bisogno che venissi a darmi una mano, per un po. Con Leo da sola non ce la faccio, non posso sollevare pesi.
Certo, certo! Ma non pensavo si mettesse così male. Ho il volo già prenotato per la vacanza, la tariffa non è rimborsabile ci pensavo da mesi
Silvia chiuse gli occhi per un istante, poi spense il telefono, decisa a cavarsela da sola. Diede da mangiare al piccolo e si sdraiò. Quando finirà questo dolore? I medici e suo padre insistevano che avrebbe dovuto già passare, ma i punti si facevano ancora sentire.
Fu svegliata dal rumore dei passi in camera.
Oh! Non volevo svegliarti! Paola prese in braccio Leo e sorrise a Silvia. Hai fame? Ho cucinato la tua zuppa preferita, cè anche il tortino caldo. Ora porto Leo da Davide e ti servo tutto. Riposati! Se vuoi, resto qui un paio di settimane: così ti rimetti sul serio.
Silvia guardò la suocera e scoppiò a piangere.
Ma dai, tesorina! Non si fa! Il medico ti ha detto che ci vogliono solo emozioni positive. E allora ce le creiamo insieme, va bene? Vieni che ti facciamo vedere una cosa.
Paola poggiò Leo per terra e, tenendolo per mano, poi lasciò. Le lacrime di Silvia svanirono di colpo nel vedere il piccolo muovere i primi passi verso di lei. Lo accolse tra le braccia e guardò la suocera.
Ecco, emozioni positive, eh? Ah ah! rise Paola. Ora vieni a mangiare, devi tornare in forze: tra poco, quando quel signorino comincerà a correre, ti servirà tutta lenergia che hai.






