La Zitella
Giulietta, ti prego, copri il mio turno domani! È il compleanno di mia suocera, devo andare a farle gli auguri.
Ma non lhai già festeggiata il mese scorso per lonomastico? domandò Giulietta, sollevando lo sguardo sopra la scatola di moduli.
Dai, Giulietta! Non fare la puntigliosa! Quello era lonomastico, questa è la data di nascita! Ti prego, capiscimi! E poi, che ti costa? Né figli, né marito! Sola come un chicco di riso! Oh… Scusa, non volevo…
Irene si tappò la bocca con la mano, ma era già troppo tardi. Giulietta si voltò, annuì seccamente e uscì dalla sala lettura.
Che figura… Irene alzò le spalle, lanciando uno sguardo furtivo a Lucia.
Con Lucia, pensava Irene, non si poteva scherzare. Lucia sapeva farsi rispettare, e avrebbe messo a tacere chiunque. Nonostante facesse la bibliotecaria anche lei! Irene rideva sempre sentendo discorsi di autodeterminazione. Giulietta invece ne rimaneva turbata.
Guarda, Giulietta scherzava Irene ! Non tutti i bibliotecari sono “zitelle” come te! Guarda me o Lucia. Questa sì che è vita! E tu? Casa-biblioteca e via. Sciarpe, gattini… Una vecchia zitella! Scusami se sono diretta, ma qualcuno deve pure svegliarti! Perché sei così? Sei anche carina, se uno ci bada sana e piena di vita! Ma sembri sempre così afflitta… Dici qualcosa tu, Lucia?
Lucia di solito zittiva Irene subito.
Basta! Ma chi ti credi, la voce dellesperienza? Hai avuto storie a decine e guarda dove sei finita! Vivi con tuo marito Mario che, quando non ti mette le mani addosso, va in giro a divertirsi. E tu vuoi insegnare la vita agli altri!?
Però, io un marito ce lho! E figli! E Giulietta? Solo altri gattini. Prima o poi saranno i gatti a cacciarla di casa, e lei a vivere in biblioteca! Giulietta, perché non fai almeno un figlio per te stessa? Lascia perdere il marito. I tuoi genitori, Dio li abbia in gloria, ti hanno lasciato qualcosa. Potresti crescerlo anche da sola, almeno non saresti più sola.
A queste parole Lucia si infuriava e Irene fuggiva inventando qualche impegno, mentre Giulietta si nascondeva in fondo alla sala, per piangere in silenzio.
Perché doveva sopportare tutto questo? Non aveva scelto di essere sola. Prima il papà, poi la mamma: anni di assistenza, lavatrici, medicine… chi avrebbe mai voluto una vita così? E comunque, nessuno laveva mai davvero cercata. Giulietta si vedeva allo specchio: occhi grigi, lineamenti regolari, la treccia che aveva appena tagliato, pratica per accudire mamma. Era una donna normale, senza vizi, poche speranze, e nessuna ambizione.
A dir la verità, quando guardava la vita delle amiche le veniva i brividi. Prendi Irene: sì, sposata, ma a quale prezzo? In tutto il quartiere sapevano che suo marito aveva una seconda famiglia. Le loro liti, le riconciliazioni, i litigi erano chiacchiera continua. Irene sosteneva che fosse meglio vivere alla luce del sole che nascondere tutto dietro le mura. Giulietta non capiva che senso avesse vivere così, senza rispetto per se stessi, senza fierezza. Poi rifletteva che i romanzi della biblioteca e la vita vera erano mondi separati. Giudicare era facile. Alla fine, Irene era sempre pronta ad aiutare davvero. Quando mamma aveva bisogno di iniezioni, Irene veniva di corsa, senza chiedere nulla in cambio.
Ma vuoi offendermi? sbuffava Irene se Giulietta tentava di darle dei soldi per ringraziarla. Giulietta, sei strana davvero! Siamo vicine di casa, cosa ci vuole?
A Giulietta veniva da piangere per la vergogna. Per ringraziarla, lavorava a maglia per tutta la famiglia di Irene. Guanti con pettirossi, pezzo unico lavorato per settimane, che la figlia di Irene portava solo nelle occasioni speciali, per paura di perderli.
Sono troppo belli! E se li perdo? diceva la ragazzina.
Fu Irene a suggerire a Giulietta di aprire un piccolo negozio online di sciarpe e guanti artigianali.
Ti faranno la coda! Sono capolavori!
Giulietta ci pensò su, ma poi rispose che non riusciva a produrre così in serie. “Ogni pezzo è unico”.
Allora chiama le nostre nonne! Guarda che esercito davanti al portone ogni sera. Hanno tempo e mani doro. Lintegrazione della pensione fa comodo a tutte.
Incredibilmente funzionò. Forse Irene aveva fiuto per gli affari. Gli ordini arrivarono, non milioni, ma abbastanza da stare più tranquilla. Il gruppetto di vicine sedeva con i ferri in mano nel giardino, e Giulietta discuteva i prossimi modelli con Irene.
Guarda qua! Dalla settimana della moda. Zia Vittoria ne aveva fatta una uguale. Basta modificarla un po e viene un gioiello di gonna! Me la metterei subito!
E Giulietta si metteva a lavoro. In due settimane Irene sfoggiava la nuova gonna e il sito aveva una nuova foto.
Non erano guadagni esagerati, ma Giulietta si sentiva finalmente capace. Non era inutile, dopotutto. Qualcosa sapeva farlo anche lei.
Lucia rideva vedendole affannarsi, ma aiutava spesso e volentieri. Speciale la sua tecnica di merletto a ago, tramandata dalla nonna.
Diceva che mi sarebbe tornata utile. Aveva ragione.
I lavori di Lucia erano i più pregiati nel catalogo di Giulietta. E Irene non diceva nulla quando Lucia si metteva a lavorare il merletto nellangolo della biblioteca, lasciando alle colleghe parte dei compiti: sapevano bene quanto servisse quel reddito extra a Lucia.
La vita di Lucia non era stata facile: suo marito era sparito poco dopo la nascita dei gemelli. Uomo “creativo”, non trovò mai davvero posto accanto a Lucia. Non lavorava, “disegnava quadri” e girava spesso alla ricerca di chissà quale ispirazione. La figlia maggiore di Lucia a volte chiamava suo padre “zio”.
Mamma, lo zio Paolo è arrivato!
A lui rodeva sentirsi chiamare così.
Mi umili davanti a nostra figlia! Deve sapere che sono suo padre!
Allinizio Lucia taceva, ricordando le parole di sua madre sulla presenza paterna. Poi, con la seconda gravidanza, cambiò idea e smise di sopportare: “E tu, che hai mai fatto per lei?”
Forse proprio per i figli, Lucia non si disperò allennesima fuga del marito. Aveva il lavoro, i genitori in campagna che la aiutavano con i prodotti dellorto, e dimenticò le ferie fuori dal paese.
I figli di Lucia erano meravigliosi. Guardandoli, Giulietta pensava che, se fosse stata sicura che i suoi sarebbero stati così, avrebbe seguito subito il consiglio di Irene.
Tuttavia, Giulietta non si sentiva di avere figli “per sé”. Temeva troppo la solitudine. Se le fosse successo qualcosa? A chi sarebbe toccato il bambino? Meglio sciarpe e gatti: almeno non portava nessuno allinfelicità.
Naturalmente, Giulietta non poteva sapere che tutto il gruppo, guidata da Irene, lavorava da tempo per trovarle un marito. Il problema era che nel piccolo paese gli uomini erano pochi e sempre gli stessi. Ecco perché Irene ogni tanto sbottava, salvo poi pentirsi della sua lingua lunga.
E invece, linaspettato accadde. Nessuna lavrebbe potuto prevedere, nemmeno Irene o le signore del “cerchio delle magliaie”.
Una sera, dopo che Giulietta aveva accettato di coprire il turno di Irene, si ritrovò a sistemare le foto di un nuovo abito per il sito: un vestito bianco di pizzo, creato da Lucia, destinato a diventare il gioiello del catalogo.
È un abito da sposa Sei bravissima, Lucia!
Dillo ai miei figli! Ieri ci ho quasi rimesso il vestito: appena esco un attimo, mi ritrovo i due con le forbici sul bordo Così precisi che non me ne sono accorta subito. Ho dovuto lavorare tutta notte per sistemarlo.
Si nota?
No. Ho cambiato tutto il motivo. Ora è perfetto.
Appena rientrata a casa, mentre ancora pensava a come descriverlo, Giulietta sentì una voce flebile provenire dal piano di sotto:
Aiuto
Il suono era quasi impercettibile nel trambusto del palazzo antico dove viveva Giulietta. Solo gli anziani erano rimasti, molti senza parenti. Tra questi cera la professoressa Zina Lattanzi, ex insegnante di matematica e grande amica della defunta madre di Giulietta.
Zina, come va la salute? domandava Giulietta durante le visite.
Quella non esiste più, Giulietta cara! Raccontami piuttosto di te.
Solo con Zina Giulietta si lasciava andare, trovando sempre consigli semplici e saggi.
Vivi come vuoi, Giulietta. Ognuno ha la sua strada. Chi ha deciso che dobbiamo vivere secondo schemi decisi dagli altri? Non cercare di indossare panni non tuoi alla fine starai scomoda. E non essere madre o moglie “per dovere”: i figli capiscono, e ne soffrono.
Queste conversazioni calmavano Giulietta, che trovava conforto nel pensiero che non fosse “sbagliata”.
Da anni Zina viveva col suo gatto, Boris, abbandonato e raccolto da Giulietta. Da allora la signora trovava ancora la forza di alzarsi e comprare ogni mattina il pesce fresco per il suo compagno. Vivevano bene così, e Zina raramente chiedeva aiuto.
Ma quella voce esitante proveniva proprio dalla sua porta.
Senza esitazione, Giulietta si precipitò giù e andò dalla signora Maria, lamministratrice del condominio.
Maria, cè unemergenza!
Maria, con la copia delle chiavi di tutti gli anziani, non aveva bisogno di altre spiegazioni: Ci pensiamo noi!
Trovata la porta aperta, Giulietta e le altre si spaventarono: Zina era svenuta in bagno, bloccata per ore dopo una caduta.
Fu solamente Giulietta a sentirla e a salvarla.
Dopo giorni in ospedale e la riabilitazione, Giulietta aiutò Zina portandola a casa sua. Non era la prima volta che si prendeva cura di una persona malata. Irene, ovviamente, si offrì per le medicine e le flebo.
Vi rimettiamo in piedi, garantito! dichiarava, entrando ridendo.
Zina resistette allinizio, temendo di disturbare, ma si convinse vedendo il cuore sincero di Giulietta.
Sei unanima rara, Giulietta! Dove sono gli angeli quando servono? Tu dovresti essere protetta da uno di loro… o forse lo sei tu langelo?
La vita, di colpo, si rianimò. Giocare coi gatti, ascoltare le chiacchiere di Zina, sedare le battaglie tra Boris e le gatte raccolte da Giulietta: la casa era sempre più allegra e accogliente.
Tutto cambiò una sera, quando qualcuno suonò alla porta.
Irene? chiese sorpresa Giulietta, mettendo in pausa un film che guardava assieme a Zina.
Ma sulla soglia cera uno sconosciuto. Un uomo sulla quarantina, dalla barba curata, aria severa, jeans consumati e giubbino di pelle. Non il classico uomo di paese.
Cercate qualcuno?
Salve! Cerca la signora Zina Lattanzi? domandò luomo.
Sì, è con noi. Posso sapere…
Il tempo di domandarsi se farlo entrare, e Boris si fiondò tra le gambe delluomo.
Boris! Ciao, vecchio amico! Luomo prese in braccio il gatto con gesto sicuro, illuminandosi dun sorriso che sciolse ogni diffidenza a Giulietta.
Prego, entri pure, mormorò.
Zina, vedendolo, spalancò le braccia:
Sergio! Caro! Che sorpresa! Cosa ti porta qui?
Andavo da amici in Liguria. Questanno ci raduniamo col gruppo in moto. Ma dovevo passare a salutarti!
Hai fatto benissimo! Ti presento Giulietta, il mio angelo custode e la donna più buona dItalia. Non esagero, fidati!
Imbarazzato, Sergio si rabbuiò per la timidezza.
Piacere mille…
Zina, che lo conosceva bene (era stato suo studente), capì ancor prima di Giulietta, e fece di tutto per trattenerlo a pranzo e dare loro modo di conoscersi.
Sergio ripartì dopo due giorni soltanto, ma non era che linizio. Passarono poche settimane e tornò ancora. E Giulietta si trovò promessa sposa.
Ma Sergio, praticamente ci conosciamo appena Non sarà troppo? borbottava Giulietta.
Ma chi dobbiamo rendere conto, a parte noi due? Siamo adulti, no?
Quando Giulietta confidò la novità a Irene e Lucia, le due si emozionarono, pur restando zitte per rispetto.
Giulietta, ma tu lo ami?
Irene, dai non è che abbiamo più ventanni! Ma sì, è una brava persona.
Guardando Giulietta, Irene rimase senza parole. Solo il giorno prima era era timida, oggi sembrava una regina. Aveva gli occhi che brillavano. Così, semplicemente, la felicità.
Ho detto delle stupidate, Giulietta Scusami! E sii felice! Lucia, dobbiamo togliere dal sito quel vestito da sposa.
Già fatto! Lucia ammiccò.
Quella fu la festa più strana che il paese avesse mai visto: la processione di motociclette per la strada lasciò tutti a bocca aperta.
Ma che succede?
È Giulietta, la bibliotecaria, che si sposa!
Sul serio? Beata lei! È una brava donna. E lui?
Mi pare in gamba.
E dopo tre anni, si vide Sergio dare il braccio a Zina, decisa a camminare da sola fuori dallospedale.
Ce la faccio da sola! Vai a prendere tuo figlio, Sergio!
Giulietta, con un abito nuovo fatto da Lucia, sistemò la pettinatura e ordinò al fotografo:
Tutti! Voglio che ci siano tutti nella prima foto del mio bambino.
Nel gruppo cerano Irene, Lucia coi figli, la banda delle magliaie e Maria, la portinaia.
Perché così devessere, pensava Giulietta: nelle belle storie, di persone buone ce ne sono sempre tante.
E così, come spesso accade nella vita, le cose migliori capitano quando meno ce le aspettiamo, se abbiamo il coraggio di restare fedeli a noi stessi e aprire il cuore agli altri.







