Il Bene Ereditato: Lascito di Solidarietà

Buona eredità

Oh, Mariangela! Sei arrivata proprio nel momento giusto! Non so più che pesci pigliare!

Mariangela poggiò sulla panchina il pesante sacchetto della spesa e sospirò.

Cosa succede, signora Veronica?

Tranquilla, Mariangela. Ricordiamoci: educazione, sempre educazione. Solo così si trattano gli anziani! Anche quelli un po acidi.

Che la signora Veronica Stefani fosse acida lo sapeva tutto il quartiere. Più litigiosa di lei cera solo il cane del panettiere.

E perché la chiamano signora, vi chiederete? Perché la signora Veronica sapeva litigare con la grazia di una marchesa, ma portare alla disperazione chiunque con una sola alzata di sopracciglio.

Cara mia, mi permetta, ma non ha proprio ragione.

Non sono la sua cara!

Eh, che peccato! Ai miei tempi era una fortuna essere considerate care. Oggi invece Che generazione perduta! Comunque, sia così gentile da raccogliere le deiezioni del suo cagnolino.

E se non lo faccio?

In tal caso lo verrà a sapere tutto il quartiere, tesoro!

A chi pensava che le sue minacce fossero solo chiacchiere, Veronica Stefani dimostrava subito quanto si sbagliavano. Lo faceva coi fatti, non con le parole. Chi le mancava di rispetto il giorno dopo si ritrovava sulla bacheca della vergogna.

Veronica chiamava così ogni albero, palo o bacheca sul quale affiggeva volantini con la foto del trasgressore e la scritta, quasi sempre uguale: Non ci vantiamo di loro! Seguiva una descrizione precisa della marachella. E di volantini ne stampava a raffica, da quando il vicino le aveva insegnato luso della stampante. Di carta ne aveva a volontà, comprata a tonnellate grazie a una buona pensione e agli aiuti dei figli. E poco le importavano le multe che il giudice, ormai un conoscente di famiglia, le comminava ogni tanto. Ai processi partecipava sempre, scusandosi per la perdita di tempo, e i giudici ormai la trattavano più come mascotte che come scocciatrice da schivare.

Certo, qualcuno la ringraziava anche. Come quella volta che, grazie alle sue campagne, rifecero tutto il sistema di scolo del quartiere. Quello fu il suo capolavoro: dieci anni di lotte, scontri con burocrati di ogni tipo e notti insonni. Ma, raggiunta la vittoria, il quartiere smise di vederla come una pazza contestatrice: se le auto non si trasformavano più in sottomarini dopo ogni temporale, era merito suo. I proprietari ora la salutavano con rispetto, mentre Veronica sfilava con i suoi volantini in mano. Chiunque le passasse accanto si domandava: Sarà la mia faccia la prossima?. Uno sguardo alla sua coscienza e tutti sospiravano sollevati nel vederla passare senza fermarsi.

Prendeva di mira chi non raccoglieva i bisogni dei cani, le mamme troppo impegnate a chiacchierare e bere birra anziché badare ai figli, i morosi degli alimenti, gli alcolisti rumorosi e anche quelli silenziosi; insomma, chiunque ignorasse le più elementari regole di civiltà meritava un posto sul suo albero della vergogna.

Non tutti apprezzavano, ovviamente. Una sera, persino la aspettarono al buio sotto casa. La picchiarono, ma per poco: qualcuno la sentì e mise in fuga i balordi. Veronica, anziché scoraggiarsi, ne uscì più determinata di prima. Se danno così fastidio, allora vuol dire che ne vale la pena! si disse.

I lividi passarono, la gamba rotta guarì male e da allora Veronica sentiva le previsioni del tempo nellosso. Ma anche qui sapeva vedere il lato positivo:

Perlomeno so quando portare lombrello! Non è fantastico?

I colpevoli furono identificati in fretta e ricevettero la punizione più severa: la Stefani era famosa anche tra i carabinieri.

Dal fattaccio guadagnò contatti preziosi: tre vigili e un ispettore ai quali non faceva scrupolo rompere le scatole appena serviva.

Alessandro, caro! Per carità divina, ho proprio bisogno di te! chiamava Veronica al vigile.

E Alessandro, un omone baffuto che da poco era anche suo vicino di casa, correva ai suoi richiami. E come biasimarlo? Quella strana signora secca secca, affabile ma temibile, in pochi mesi aveva conquistato anche la madre di Alessandro, donna arcigna e insopportabile. Era stata proprio Veronica, con qualche battuta al vetriolo, a convincere la madre che andare ogni giorno dal figlio ormai cresciuto non era la miglior forma di affetto.

Cara mia, forse suo figlio ha bisogno ancora del suo fazzoletto?

Ma cosa dice! Sono una madre meravigliosa!

Non ne dubito! Ma non trova sia ora che suo figlio si soffi il naso da solo? Che tristezza, un uomo che ancora dipende dal fazzoletto materno! Mi dispiace molto per lei.

Da quel momento le visite della suocera calarono, e Alessandro e famiglia tirarono un sospiro di sollievo, pieni di gratitudine per la Stefani, capace di sistemare le questioni più impossibili in due parole e uno sguardo arcigno.

Mariangela, assistente sociale di mestiere, conosceva bene queste storie: sapeva tutto delle connessioni diplomatiche della Stefani. Perciò, si stupì non poco trovandola in lacrime sulla panchina davanti al portone.

Cosè successo?

Mariangela La sua assistita la signora Galina…

Cosa? a Mariangela cadde locchio sulle finestre note.

Alessandro è su adesso. Galina non cè più…

Un tuffo al cuore. Mariangela si lasciò cadere sulla panchina, quasi mancando il bersaglio.

Ma che giornata era quella?!

La mattina le fogne fuori casa erano esplose, roba che i figli avevano fatto tardi a scuola. Poi aveva litigato furiosamente con il marito. Certo, amava suo Gabriele, anche lo adorava, visto che lavorava, non beveva, la amava sopra ogni cosa: roba rara, dicevano le amiche. Ma conviverci, ecco, non era una poesia. E ammettiamolo: la lite era stata per una sciocchezza: la lampadina bruciata, che Mariangela poteva benissimo cambiare da sola. Forse era la stanchezza, o magari solo un po di scemenza. E ora ad avere questi pensieri quando cè chi, come Galina, da un giorno allaltro, non cè più…

Sollevando il volto rigato di lacrime, accettò il candido fazzoletto che Veronica le porgeva. Quanto somigliava a quello che Galina le aveva regalato a Capodanno!

Questo è per lei, Mariangela! Un pensiero di gratitudine.

Ma che meraviglia! Ma è ricamato?

Ho ricamato le sue iniziali.

Una tale bellezza è un peccato usarla davvero!

Mariangela, è solo un fazzoletto. Non posso permettermi altro, con la pensione che ho.

Mia nonna diceva che il regalo migliore è essere ricordato.

Sagge parole. Sua nonna vive ancora?

No. Ormai mi sono rimasti solo marito e figli.

Un vero peccato Non fraintenda! Non è che mi dispiace che abbia marito e figli, anzi, fortunata lei! Io, invece, niente marito né prole. Solo tanti parenti, tutti pieni di consigli non richiesti. Sorelle, fratelli, zii… Alla fine, grazie al loro aiuto, mi sono ritrovata completamente sola. Ma la colpa è anche mia, ovvio. Lesito, Mariangela? La solitudine… Non lo auguro a nessuno, glielo assicuro! Siamo animali sociali da soli si soffre. Se non fosse per i miei gatti, non saprei che farmene della vita.

Ma… i parenti?

I miei odiano i gatti. Se muoio, li buttano via con la spazzatura. A chi serve questo ciarpame? hanno detto.

Non lo permetterò!

Mariangela, lei non conosce la mia famiglia!

E non voglio conoscerla! Sa che le dico?

Cosa?

Mi lasci i suoi gatti in eredità!

In che senso?!

Per legge i gatti sono beni. Me li lasci, così se succede qualcosa, staranno al sicuro. Ereditare qualcosa di buono, no? Non si può abbandonare queste anime pelose!

Mariangela, lei è un angelo! Mai avrei pensato a una cosa simile. Ma che peso!

Ma quale peso! Come si dice? Casa senza gatto, vita senza cuore! accarezzava il soriano Giulio e scansava la zampata di Tiberio.

Giulio era con Galina da dieci anni, Tiberio da poco, portato a casa da Veronica, che laveva trovato tremolante davanti al supermercato:

Galina, tu sai cosa fare di questa creatura. Io sono allergica! Povera bestiolina, guarda che sottilino che è

Veronica, lo accolgo volentieri, ma è lultimo, già Giulio è stato un tuo regalo… Non posso permettermene tre.

Capito, Galina, grazie…

Scoprì dopo, a sorpresa, che Tiberio non era affatto Tiberio, quando dopo poco tempo, Galina si svegliò con una cucciolata nel letto.

Disgrazie o fortuna? Hai dei cuccioli bellissimi, brava Tiberia! Giulio, guardati: se non fai il bravo papà, ti tolgo tutto quello che ami!

Che il micio fosse furbo lo si era già capito. Mariangela, visitando la fresca famiglia felina, diceva:

E chi lavrebbe mai detto, eh? Tiberio ci ha stupiti tutti!

Pensavo solo stesse ingrassando! rideva Galina Ma adesso, Mariangela, cosa farò con tutti sti gattini?

Ci penso io! Ho un bel giardino e, se serve, chiediamo a Veronica: lei sì che non si tira indietro!

Ricordandosi dei gattini, Mariangela saltò su dalla panchina.

Cosa faccio qui seduta? Sono tutti affamati…

Ritirò la sua eredità il giorno stesso. Alessandro nemmeno protestò; portò la cesta a casa di Mariangela e chiese:

Mi tieni da parte un gattino? I miei figli lo chiedevano da anni, ma mia madre non accettava animali. Ora si può Galina era una persona speciale, e i suoi gatti saranno speciali.

Certo! Quale vuoi? Mariangela scostò la coperta della cesta.

Quello rosso lì!

Appena cresce, è tuo!

Grazie!

Ma figurati Anzi, dimmi: i parenti? Si sono fatti vivi?

Eccome! Hanno detto che sono troppo impegnati, devo occuparmi io di tutto.

Mariangela quasi lasciò cadere la cesta. Ma come?!

No, questo non succederà! Faccio io.

Ma lei non era neppure loro parente.

Su questo si sbaglia! Con Galina eravamo amiche, da più di cinque anni. A volte bastano due giorni per affezionarsi, altre, nemmeno una vita basta, anche se sei parenti. Non permetterò che Galina non abbia il saluto che merita!

Alessandro le sorrise, battendole una mano sulla spalla:

Adesso mi ricorda proprio una mia amica Ma tranquilla, la aiuto io.

Grazie sospirò Mariangela.

Entrata in casa, la accolse il profumo del ragù sul fuoco e il vociare dei figli dalla cucina. Gabriele le venne incontro, vedendola sulluscio.

Mari, che succede? Ho cambiato la lampadina e aggiustato il rubinetto. Così puoi innaffiare i tuoi tulipani. Dai, non piangere!

Non piango… e invece sì, ma stavolta senza tentare di trattenersi.

E questa cesta pesante?

Sono i gatti…

Cosa?!

Guarda! togliendo il coperchio, i figli urlarono di gioia tale che Gabriele dovette zittirli per non spaventare la banda felina.

I gatti si ambientarono subito. Giulio faceva il suo dovere di cacciatore, portando talvolta in dono un topolino sullo zerbino, e ogni tanto si vedeva pure girare nel cortile della Stefani, dopo essere salito sullalbero davanti alla vecchia casa di Galina, per chiamare con versi strozzati lumana scomparsa. I vicini abituali non si lamentavano: era chiaro che soffriva ancora la perdita della sua vecchia padrona.

A volte restava sullalbero per ore, poi tornava a casa tardissimo, tanto che Mariangela, aprendogli la porta, brontolava:

Gatto nottambulo! Domani si lavora!

Ma, strofinandosi sulle sue gambe, Giulio si assicurava che tutto fosse sotto controllo e poi si infilava nella cesta con Tiberia e la prole.

Galina ebbe un degno addio. Mariangela si stupì vedendo quante persone vennero a salutarla.

Tutti questi chi sono? chiese sottovoce a Veronica, che aiutava a sistemare.

I suoi ex allievi. Galina insegnava fisica, poi faceva la tutor per luniversità. Guadagnava bene, finché i problemi alla vista la costrinsero a smettere. Ma vedi quanti la ricordano Era brava, davvero.

Lo so…

Notti intere Mariangela si svegliava per fare entrare il gatto, riflettendo sulla brevità della vita e, di recente, su un altro segreto che ancora non aveva detto nemmeno al marito…

Accarezzando i cuccioli di Tiberia, mormorava:

Fra poco diventerò di nuovo mamma Ho paura, un po. I miei figli sono cresciuti, chissà se me la cavo

La gatta le rispondeva con una fusa così potente che anche Giulio arrivava a controllare. Mariangela, sorridendo, pensava: Ma sì! Siamo pieni qui dentro, ce la faremo di sicuro!

Proprio quando stava per parlare a Gabriele del nuovo bambino in arrivo, avvenne limprevedibile.

Giulio non tornava da due notti. Mai successo prima. Il rumore della pioggia e il vuoto dietro la porta la rendevano inquieta. Andò anche davanti alla casa di Galina, niente. Né Veronica né Alessandro, che quella settimana faceva il suo giro per il quartiere, lavevano visto.

Mariangela, vai a dormire. Tornerà. lo rassicurava il marito.

Non riesco! Se si bagna? Dove sarà quel mattacchione?

I gatti si arrangiano! Se ha fame, torna!

Questa volta lo chiudo a chiave!

Infine, esausta, si addormentò in poltrona, ignorando il ritorno tanto agitato di Giulio.

Il gatto non si limitava a tornare: correva in giro per casa miagolando come fosse suonata la fine del mondo. Ma il cortile era grande, il muro spesso e il freddo improvviso daprile aveva fatto chiudere tutte le finestre. Solo Tiberia, dormendo con i cuccioli, si svegliò, annusò laria e di colpo scattò via.

Si lanciò sulle gambe di Mariangela graffiandola.

Ahi!

Dormicchiando, Mariangela stava per liberarsi della gatta, ma il dolore la svegliò del tutto.

O Tiberia, cosè? Scrat che dolore! Ma hai graffiato?

Fu allora che sentì i miagolii di Giulio e un lieve odore di fumo.

Gabriele! Ragazzi! Al fuoco!

Il suo grido anticipò Tiberia, che nel frattempo aveva morso delicatamente uno alla volta i bambini per svegliarli.

Mariangela afferrò il più piccolo, spinse il maggiore verso Gabriele, poi afferrò anche la cesta con i gattini.

Furono i vicini a chiamare i vigili del fuoco. Questi, arrivati prontamente, domarono le fiamme nellangolo lavanderia. Nel frattempo i gatti, in formazione completa, si stringevano alla famiglia.

Tutto ok! Casa salva! dissero i pompieri. Avete avuto fortuna a svegliarvi in tempo!

Mariangela, abbracciando Tiberia, annuì:

Grazie…

Gabriele lasciò che i bambini andassero a ringraziare i pompieri, poi abbracciò la moglie:

Tutto bene?

Sì…

Ne sei sicura? poggiò la mano sulla pancia di Mariangela, che spalancò gli occhi.

Ma tu lo sapevi?

E come no? Non sono tuo marito? Ormai, con due figli anzi, quasi tre! ti conosco meglio della tv. Quelle crisi, i nervi…

Ho paura…

Ma non dire sciocchezze! Ci sono io, i bambini, una squadra di gatti. Sopravviviamo anche a una guerra! E guarda: la casa è qui!

Mariangela affidò la gatta a Gabriele, i cuccioli ai figli e restò un istante sulle scale, col naso allinsù.

Grazie, Galina, per tutto il bene che ci hai lasciato! GrazieMentre il primo sole del mattino filtrava attraverso le tende, una calma speciale avvolse la casa. Mariangela restò lì, sulle scale, mentre la luce le sfiorava il viso, ascoltando la confusione gentile della sua vita. I bambini ridevano con i gattini, Gabriele si chinava a controllare la lavatrice ancora sporca di fuliggine, e Tiberia, regale, osservava tutto dallalto del mobile. Giulio balzò sulla spalla di Mariangela e le strusciò il muso sulla guancia, poi saltò fuori sul davanzale, a scrutare il quartiere dove era stato, per tanti anni, il gatto di Galina.

In quel momento, Mariangela sentì che la vera eredità non era fatta di cose, ma di gesti custoditi, attenzioni tramandate, e memoria viva. I fazzoletti ricamati, le battaglie di Veronica, la gentilezza di Galina, gli scherzi di Tiberia: tutto passava di mano in mano, di cuore in cuore.

La vita non smetteva di accadere con i suoi dolori e le sue meraviglie , ma in quella casa non cera più spazio per la paura. Solo per nuove storie, code allegre, mani pronte a prendersi cura dellaltro, senza badare a legami, origini, o parentele. In quel piccolo cortile, Mariangela finalmente lo capì: ogni giorno era davvero una buona eredità.

E mentre il quartiere si svegliava piano, tra un saluto, una poppata di cucciolo, una carezza sorniona del vento, Mariangela si voltò verso la finestra e ridendo disse:

A proposito, ragazzi tra qualche mese ci servirà una cesta in più.

Fu allora che, senza clamore, fra cielo, rose e miagolii, la felicità entrò quieta dalla porta spalancata.

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