Ormai è troppo tardi per cambiare le cose

Nulla ormai può essere cambiato

Alessandro fissava dai vetri opachi la distesa di luci fioche che riverberavano sulla città addormentata. Lì sotto, in via Carducci, il silenzio era quasi irreale per una Milano dinverno: pochi passanti si affrettavano verso casa, mentre le auto lasciavano dietri di sé scie di fari sfuocati. La pendola antica sulla credenza segnava mezzanotte e mezzo, un orario impossibile per trovare serenità nel cuore. Ma Teresa non era ancora rientrata, e uninquietudine sottile strisciava nellanimo di Alessandro. Si passò una mano tra i capelli, incapace di fermare la giostra dei pensieri: dentro di sé rivedeva innumerevoli volte i momenti vissuti quel pomeriggio, soprattutto quel breve scambio di parole che aveva avuto con Teresa, poco prima che lei si chiudesse in camera

Tre ore prima.

In salotto cera quellatmosfera placida delle sere tra amici: risate soffocate, chiacchiere serene, bottiglie di birra Moretti sul tavolino insieme a ciotole di noccioline, patatine e fettine di salame piccante. Tutto era stato preparato per una serata semplice e conviviale che, a giudicare dagli sguardi che si scambiavano i suoi amici, rischiava di andare storta.

Marco, il più vecchio compagno di scuola, si distese sulla poltrona e, abbozzando un sorriso ironico, domandò:

Eh, Ale, la tua bella Teresa dovè? Son venti minuti che aspettiamo: non vorrà mica farsi desiderare?

Alessandro raggiunse il gruppo di amici, quattro ragazzi con cui era cresciuto a Lodi. Cercò di parlare con voce tranquilla, anche se sentiva salire un fastidio sordo:

Era stanca. È tornata da lavoro sfiancata e ha detto che non aveva voglia di vedere gente.

Francesco, il più pungente, si lasciò andare sul divano, sollevando un sopracciglio:

Stanca? Mi sa che la vizi troppo. Una donna deve sapere stare al suo posto, dai!

Quelle parole colpirono Alessandro come una spina. Le trovava volgari e inadeguate. Anche se, dentro di sé, doveva ammettere che il comportamento di Teresa ultimamente gli pesava. Quante volte aveva organizzato cene con gli amici sperando che lei si unisse volentieri, per poi sentirsi dire che non aveva voglia, che era stanca, che preferiva restare in disparte? E proprio stasera, che aveva sognato una serata diversa, lei si era rifugiata in camera, lasciandolo con limpressione che i suoi desideri non contassero nulla.

Inspirò a fondo, sforzandosi di dominare la marea di emozioni. Si domandava dove avesse sbagliato, se fosse stato troppo esigente o se fosse solo una giornata storta. Guardò i suoi amici che continuavano a ridere e scherzare, ma sentì una crescente distanza fra sé e loro.

Adesso ci penso io, disse risoluto, alzandosi e andando verso la camera da letto. Un senso di tensione, misto a rabbia e delusione, gli premeva nel petto. Gli dava fastidio sentire le battute dei ragazzi, vedere i loro sorrisi allusivi. Ora avrebbe sistemato lui la cosa; avrebbe mostrato chi comandava a casa sua.

La porta era chiusa a chiave. Bussò secco e deciso.

Teresa, vieni. Gli amici ti aspettano, disse, cercando di sembrare calmo. Smettila di fare la bambina!

Dopo qualche secondo di silenzio, la risposta arrivò, esile e stanca:

Alessandro, sono esausta. Ti prego, unaltra volta. Oggi non ce la faccio.

Lacrime di insoddisfazione gli salirono agli occhi, mentre la voce assumeva un tono più duro:

Basta con questi unaltra volta! Apri subito!

Di nuovo silenzio. Alessandro stava già pensando di prendere le chiavi di scorta, quando udì il clic della serratura. Teresa fece capolino. Aveva il volto pallido, le occhiaie profonde, i capelli spettinati come se avesse già tentato di riposare.

Davvero, non riesco, sussurrò guardando il pavimento. È stata una giornata infernale: tre progetti urgenti, il capo che urlava, i colleghi che mi lasciavano tutto addosso Voglio solo dormire, non ho la forza di far finta di nulla. Non ce la faccio a stare con i tuoi amici, hai capito?

Alessandro trattenne a stento le emozioni. Era combattuto fra dispiacere e lamara esigenza di non voler sembrare davanti agli altri un uomo senza polso.

E io? Devo farmi ridere dietro come uno zerbino? Vieni almeno mezzora, poi puoi tornare a dormire.

Teresa si morse le labbra. Dopo qualche secondo, rispose con freddezza:

Mi spiace, ma non farò da scudo al tuo orgoglio. Potevi avvisarmi almeno, o organizzare per sabato. Invece mi ritrovo casa piena dopo una giornata terribile; perdonami se penso prima a me.

Alessandro, esasperato, la afferrò per il polso e la tirò. Teresa si irrigidì subito e cercò di divincolarsi:

Lasciami! gridò, la voce terrorizzata.

Per un istante Alessandro esitò, poi la sollevò per la vita. Teresa sussultò, cercando di liberarsi.

Ho detto, vieni subito! le urlò, mentre cercava di non farle male. In casa mia comando io!

Lei continuava a divincolarsi, tentando di sfuggirgli. Alessandro la portò verso il soggiorno, le voci degli amici appena udibili oltre la porta.

Lasciami! Sei impazzito? gridò Teresa, tentando con forza di liberarsi dalle sue braccia. Alessandro non mollava.

Sta mezzora e poi ti lascio andare! borbottò, stringendo la mascella. Dentro di sé pensava che stesse esagerando solo per metterlo in difficoltà davanti agli altri.

Teresa, esasperata, gli diede una gomitata sul fianco. Alessandro, sorpreso dalla fitta, mollò la presa. Teresa riuscì a scappare, correndo verso la camera nella speranza di rinchiudersi.

Lui la rincorse, la afferrò per la spalla, stringendo con più forza del dovuto:

Calmati! disse, esasperato. Non voleva litigare, solo che la smettesse di fare i capricci.

Non osare toccarmi! esclamò lei, la voce rotta dalla rabbia e dai lacrimoni trattenuti.

Dimpulso, Alessandro la schiaffeggiò. Un gesto automatico, non così forte, ma comunque doloroso e umiliante. Teresa rimase paralizzata, lo sguardo colmo di dolore e incredulità.

Quello fu listante decisivo. Senza aggiungere una parola, Teresa afferrò la giacca, spalancò la porta dingresso e scomparve nella notte. Sbatteva la porta dietro di sé, lasciando nella casa una quiete lugubre.

Gli amici avevano assistito alla scena. Qualcuno tossicchiò a disagio, un altro abbassò lo sguardo. Marco, che era rimasto seduto vicino alla porta, sussurrò:

Ale Fai qualcosa. Corri da lei.

Alessandro rimase nella penombra dellingresso, le mani che si stringevano a pugno. Avrebbe voluto trovare una giustificazione, una parola. Ma riuscì solo a bisbigliare, evitando lo sguardo degli altri:

Torna, vedrai. Le passa e torna.

Ma Teresa non tornò.

Dopo unora iniziò davvero a preoccuparsi. Chiamò il suo numero, solo squilli senza risposta. Mandò qualche messaggio: Dove sei?, Per favore, parliamone, Mi preoccupo. Teresa, infuriata, mise poi il suo numero nella lista nera.

Provò a contattare anche le sue amiche. Nessuna aveva visto Teresa, nessuna sapeva dove fosse andata. Solo Chiara, la sua compagna di università, lasciò una risposta asciutta:

So bene comè fatta Teresa. Se se nè andata, aveva tutte le ragioni. Non recitare la parte dellinnocente, Ale; lo sai che la colpa è tua.

La voce di Chiara era calma, ma determinata. Alessandro avrebbe voluto ribattere, ma lei aveva già riagganciato. Si ritrovò a fissare il telefono, tormentato da pensieri pesanti.

A mezzanotte, lasciati gli amici nellappartamento, si avvolse nel cappotto e scese in strada. Laria fredda di novembre lo colpì in viso, costringendolo ad alzare il bavero e affrettare il passo. Vagava nelle vie umide, illuminate a tratti dai lampioni giallastri, come se cercasse qualcosa che non sapeva nemmeno nominare. Il suo passato riaffiorava a ogni passo.

Si erano conosciuti un anno prima, in un bar piccolo vicino Piazza XXIV Maggio. Lui era entrato per un caffè, affidandosi alle note del jazz in sottofondo. A un tavolino da sola, una ragazza dai capelli ramati, un libro tra le mani. Sorrise nel nulla, e quellaccenno di gioia colpì Alessandro come una primavera inattesa. Si fece coraggio, le chiese il titolo del romanzo. Era La Mennulara, e ne seguirono chiacchiere, battute, discussioni accese. Dopo una settimana cenarono insieme, dopo un mese Teresa aveva già portato la sua valigia da lui.

Allinizio era stato tutto perfetto. Alessandro ricordava ancora le loro prime serate: risate, chiacchiere infinite, profumo di pasta al forno e torta della nonna. Teresa era brillante, colta, capace di dar sostegno nei momenti cupi. E cucinava divinamente: casa loro aveva sempre il tepore di un rifugio sicuro.

Poi erano emerse le differenze. Alessandro amava le compagnie numerose, la casa rumorosa, la tavola imbandita. Teresa preferiva la calma, i film sul divano, la lettura silenziosa, il chiacchierare sottovoce. Alessandro non capiva perché rifiutasse spesso di uscire o di stare con i suoi amici; le sembrava naturale volere che lei fosse sempre partecipe, come se stare insieme significasse condividere tutto, sempre. Ma Teresa reclamava i suoi spazi, il diritto di scegliere. E lui spesso, senza volerlo, imponeva anziché proporre.

Forse ho davvero calcato troppo la mano, ammise Alessandro, fermandosi sotto un lampione. La luce calda metteva in risalto le rughe sulla sua fronte, segno di troppe, recenti inquietudini. Solo ora, con lucidità, vedeva le settimane passate: aveva chiesto, spesso comandato, devi, invece di parlare, di ascoltare.

*************************

Il giorno dopo provò ancora a chiamarla, messaggiò inutilmente. Infine, decise di andare dal suo unico appiglio: la casa dei genitori di Teresa in zona Navigli.

Ad aprirgli fu la signora Graziella. Da sempre lo aveva accolto con simpatia, ma stavolta il suo sguardo era fermo e diffidente.

Alessandro? Posso sapere cosa vuoi?

Buonasera, signora Graziella. Cè Teresa?

No, non cè. Fosse qui, certo non te lo direi.

La durezza della risposta ferì Alessandro, ma cercò di rimanere calmo.

Non capisco, cosa ho sbagliato?

La donna esitò un attimo, poi si fece da parte:

Entra. Parliamo in cucina.

In casa si sentiva profumo di crostata di marmellata, forse appena sfornata. A quella fragranza di casa, Alessandro sentì una nostalgia terribile delle serate con Teresa.

Sei un bravo ragazzo, Ale, gli disse Graziella, sedendosi di fronte a lui al tavolo coperto da una tovaglia a quadri. Ma devi capire una cosa semplice: Teresa non è una tua proprietà. È una donna che merita rispetto, silenzi, spazio per sé.

Alessandro stringeva i pugni. Avrebbe voluto replicare, spiegare che non vedeva Teresa come sua proprietà. Ma la voce era bloccata.

Se nè andata. Non ti ha detto nulla, non ti ha lasciato una parola

Hai mai provato a capire il perché? lo interruppe la donna, la voce calda ma severa. Sei sempre stato troppo impegnato a pensare a quello che volevi tu. E ieri sera, invece di starle vicino, lhai trattata come un oggetto.

Alessandro ripensò con dolore a quella scena: la presa per il polso, la voce sollevata, il gesto dimpulso.

Mi ha chiamata in lacrime. Mi ha raccontato tutto. Mi ha detto che hai cercato di trascinarla davanti agli amici, che lhai colpita. Anche se piano, era comunque un gesto sbagliato. Pensavi davvero di non farle male solo perché non lhai colpita forte?

Colto dalla vergogna, Alessandro sentì la pelle bruciare. Non sapeva come giustificarsi, riuscì a sussurrare:

Non volevo. È stato uno sbaglio. Avevo perso la testa.

Capisco la rabbia, ammise Graziella, pur con un pizzico di amarezza. Ma lasciarsi andare così non è da uomo. Teresa ti stimava, parlava sempre bene di te. Stanotte, però, hai distrutto qualcosa dentro di lei. E da queste cose non si torna più indietro.

Lui si alzò. La voce gli tremava. Aveva improvviso bisogno di rimediare, di rivedere Teresa, di chiederle scusa e ascoltare la sua voce.

Devo trovarla, disse con decisione.

La signora annuì.

Fallo. Ma per prima cosa, chiedi perdono. Non giustificarti. Ascoltala.

******************************

Quel tramonto Alessandro lo trascorse su una panchina dei Giardini Pubblici Indro Montanelli. Era la loro panchina, quella dove spesso si fermavano al ritorno dal lavoro, chiacchierando sottovoce tra gli odori degli alberi bagnati e le foglie cadute. Guardava le coppiette che si tenevano la mano, le famiglie, i vecchi che giocavano a carte. E pensava, con rimpianto, a cosa sarebbe stato se solo avesse avuto più pazienza.

Poi la vide. Era proprio Teresa, che camminava a passo lento, avvolta nel suo cappotto color panna e la sciarpa arrotolata fino a coprire metà del volto. Aveva le spalle ricurve, il passo stanco di chi porta un peso invisibile troppo grande. Alessandro si alzò, il cuore in tumulto.

Teresa mormorò.

Lei si voltò. Gli occhi spenti, nessuna traccia di rabbia, solo unimmensa fatica. Era pallida, i lineamenti contratti per il dolore e il troppo pianto.

Cosa vuoi, Alessandro? Non voglio vederti.

Avrebbe voluto dirle tutto quello che aveva pensato, spiegare cosa aveva sbagliato e quanto fosse pentito. E invece, preda ancora del vecchio orgoglio ferito, tornò ai vecchi motivi: vedeva il volto dei suoi amici, le allusioni sottovoce, la paura di apparire debole.

Ma tu ti rendi conto che te ne sei andata lasciandomi lì davanti a tutti? sbottò, la voce incrinata dallamarezza. Mi hai umiliato. Davanti agli amici. Ora mi prendono in giro e dicono che sono uno senza spina dorsale, un sottoposto.

Teresa rimase ferma, la schiena ancora più diritta, ma il volto segnato.

Non era mia intenzione umiliarti. Volevo solo uscire da una situazione insopportabile.

Ah, sì? E allora perché mi hai abbandonato senza nemmeno spiegarmi?

Dovrei spiegare tutto a te? replicò lei, lo sguardo più duro. Tu mi hai mai chiesto come stavo? Ti sei mai accorto che ero a pezzi dopo ore in ufficio? Per te contava solo che io sorridessi e stessi fra i tuoi amici.

Tu pensi solo a te stessa! scattò ancora lui, la voce ormai tesa. Ho organizzato tutto per voi, volevo solo passare una bella serata insieme. E tu

E io? Io ho passato la giornata a rimediare agli errori degli altri, a reggere grida e responsabilità non mie. Tornata a casa, tutto ciò che desideravo era mezzora di silenzio, solo quello! Ma tu hai preteso il contrario, mi hai strattonata, costretta. E hai alzato una mano. Questo non si dimentica.

Le sue parole erano come sentenze. Alessandro restava in silenzio, incapace di difendersi. Si rese conto, con chiarezza, di quanto era stato cieco e ingiusto.

E adesso? sospirò Teresa, guardando le foglie ai suoi piedi. Ripeterai le stesse accuse o proverai ancora a impormi la tua volontà?

Non aveva più nulla da dire. Ormai le sue giustificazioni suonavano vuote, fragili come carta bagnata. Qualsiasi cosa avrebbe solo peggiorato la situazione.

Lo sai cosa speravo davvero? sussurrò Teresa facendo un passo indietro. Che ti accorgessi del mio stato, che mi abbracciassi, che capissi che avevo bisogno di un bagno caldo, di una carezza. E invece hai pensato solo a te stesso e a come saresti apparso davanti agli altri.

Io balbettò, ma Teresa lo interruppe alzando la mano, già pronta ad andarsene.

Basta, Alessandro. Questa volta è davvero finita. Sono stanca.

Camminò via, lentamente, dissolvendosi tra le ombre tremolanti della sera lombarda. I lampioni ne inghiottivano i passi, lasciando Alessandro solo, immobile, con i pugni chiusi in tasca.

Intorno, la città continuava a vivere; si sentivano ancora voci, rumori dauto e i richiami lontani di bambini, ma per lui era tutto distante, dato che gli bastava il peso del proprio respiro e il battito del cuore a scandire i secondi irreversibili.

Fu allora che sentì di aver perso non solo una compagna, ma una donna che aveva creduto in lui, che aveva addolcito la sua vita, portato calore e comprensione. Un amore sciupato per orgoglio, per la paura di mostrarsi vulnerabile, per lincapacità di ascoltare e fermarsi davvero.

Cosho fatto?, pensò, mentre una stretta dolorosa gli attanagliava il cuore più di qualunque rimprovero.

Teresa era scomparsa dietro la curva dellalberata, e lui rimase così, come parte di un paesaggio ormai privo di qualsiasi calore. Il parco, le luci, tutto sembrava dirgli addio a una vita che non sarebbe più stata la stessa.

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Ormai è troppo tardi per cambiare le cose
Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.