Ventisette anni di menzogne

Ventisette anni di bugie

– Lei non capisce più niente. Da tre mesi ormai non capisce più nulla.

La voce di Gennaro arrivava attutita dallo studio, ma io rimasi ferma sulla soglia con una tazza di tè tra le mani, senza respirare.

– Tre mesi, dici? rispose una voce maschile, sconosciuta. Un po roca, indifferente, sbrigativa. Sono pochi. Ci vogliono almeno sei mesi documentati di peggioramento. Meglio con visite mediche.

– Le visite le farò. Ho già parlato con Arcangelo Simeoni. Lui sa come fare.

– Bene. E i beni?

Silenzio. Sentivo Gennaro muoversi nella stanza, la sedia che scricchiolava. Quello scricchiolio, in ventisette anni di vita insieme, era sempre stato un rumore di casa. Adesso invece mi pareva non appartenesse più a niente di mio.

– Lappartamento in via dei Tigli è intestato a lei. Anche la casa al lago. E poi il conto in banca. Se ottengo la tutela, tutto passa sotto il mio controllo. Pago il debito e resta pure qualcosa.

– È tanto il debito?

– Piuttosto. Di nuovo pausa Nina non lo sa. Lei non sa mai nulla, è… rise, e quel riso era nuovo per me una donna docile.

Docile. Rimasi ferma nellingresso, con il tè che si stava raffreddando tra le mani. Una donna docile. Ventisette anni. Due figli grandi. La casa al lago costruita insieme, dove ho dipinto quella staccionata da sola e piantato meli con le mie mani. Lappartamento in via dei Tigli, che mi ha lasciato mamma e non ho mai avuto il coraggio di vendere, perché lì rimaneva il suo ricordo.

– E le compresse? chiese quella voce roca.

– Tutto procede come programmato. Lei pensa siano vitamine. Tedesche, care, ho preso proprio quelle. Il medico ha detto che, col tempo, leffetto si accumula. Non bisogna esagerare, giusto una leggera confusione, smarrimento, pensieri sfocati. Basta così, per la relazione.

Sentii la tazza tremare. Forse era la mano, forse era proprio la tazza. Feci attenzione a posarla, silenziosa, su un mobiletto. Il tè colò formando una macchia sulla superficie lucida.

– Nina sa di Carina? domandò il tipo.

– No rispose Gennaro, calmo. E non saprà mai niente. Carina è una ragazza sveglia, sa come ci si comporta.

Carina. Quel nome lo conoscevo. Una giovane donna dellufficio di Gennaro, che mi aveva presentato alla cena aziendale tre anni fa. Mi aveva sorriso stringendomi la mano, dicendo: Ecco, è proprio come immaginavo. Mi era sembrata una frase strana. Non ci avevo dato peso.

Mi allontanai piano dalla porta. Feci due passi indietro fino alla cucina. Mi sedetti. Fuori pioveva, come spesso capita a settembre. Le gocce scendevano giù dalla finestra, e nel cortile qualcuno portava a spasso un cane rossiccio. Tutto sembrava normale. Eppure niente più lo era.

Stavo lì a pensare. Non sentivo niente, pensavo soltanto, ed era importante. Perché la prima reazione avrebbe potuto essere un grido, le lacrime, magari una scenata. Lo fanno molte donne, lo so, è la prima ondata che ti sale da dentro. Io la fermai. E pensai.

Le pastiglie. Quelle bianche capsule nella scatola elegante con le lettere tedesche, che Gennaro ha portato tre mesi fa: Nina, ti serve qualcosa per sostenerti, negli ultimi tempi sembri stanca. Le prendevo ogni mattina, con lacqua, convinta fossero vitamine. Da tre mesi mi sentivo strana. Dimenticavo parole, non ricordavo perché ero entrata in una stanza, a volte perdevo il filo mentre parlavo. Lo spiegavo con la stanchezza. Con letà. Cinquantotto anni. Pensavo: ecco, inizia.

Non iniziava niente. Era tutto voluto.

Mi alzai. Presi il barattolo dal davanzale. Lessi la confezione: Vitamin-Komplex Profi. Belle lettere dorate, produttore sconosciuto. Aprii, versai alcune capsule sulla mano: bianche, opache, nessun odore. Sembravano normali.

Riposi la scatola al suo posto e mi risedetti. Poco dopo sentii le voci nel corridoio e poi la porta dingresso chiudersi. Gennaro aveva accompagnato lospite. Poi entrò in cucina.

– Nina, sei ancora alzata? Pensavo fossi andata a letto.

– No, risposi. Bevevo il tè. Mi fa un po male la testa.

– Vai a coricarti, disse meccanicamente, quasi senza guardarmi. Domani starai meglio.

– Magari, mormorai.

Andò via. Rimasi ancora un po seduta. Poi mi feci un nuovo tè, tirai fuori dal frigo un pezzo di formaggio e lo mangiai lentamente, come se stesse a significare qualcosa. Lavai tazza e piattino, li misi ad asciugare, spensi la luce e andai in camera. Mi distesi accanto a Gennaro. Ormai stava già dormendo. Respirava piano.

Guardai il soffitto.

Ecco. Così. Ventisette anni vissuti sotto lo stesso tetto con un uomo che, ad un certo punto, ha smesso di essere quello che conoscevo, forse non lo è mai stato davvero. Donna docile. Vedremo.

Quella notte decisi la prima cosa: non toccare più le pastiglie. O meglio, far finta di prenderle e poi buttarle via in bagno. Facile.

La seconda: nessun cambiamento nel comportamento, nemmeno di un millimetro. Se lui pensa io sia docile e non capisca niente, che continui pure a credere così. Ho bisogno di tempo. Non so ancora quanto.

La terza: serve aiuto. Non unamica a cui piangere addosso. Serve qualcuno con competenze specifiche.

Mi tornò in mente Sandro Morandi.

Alluniversità eravamo in classe insieme, Sandro e io. Poi strade diverse: lui avvocato, specializzato in diritto di famiglia e tutela patrimoniale. Ci incontravamo solo ai raduni dei vecchi compagni, aggiornamenti, auguri di salute. Sandro è una persona retta, lo so bene. E non aveva rapporti con Gennaro.

Non potevo chiamarlo di notte. Ma il giorno dopo, sì. Non col telefono di casa, né col telefono principale. Serve altro.

Sdraiata, elaborai un piano. Strano stare accanto a chi vuole farti del male e progettare, freddamente, come fermarlo. Nessuna lacrima, nessun tremore. Solo chiarezza, bisogna essere intelligenti.

Mi alzai presto. Preparai colazione, misi il caffè. Quando Gennaro entrò, sedetti con la tazza e il giornale, assonnata e normale.

– Buongiorno, disse.

– Buongiorno. Il caffè è pronto, replicai.

Presi la scatola delle capsule, ne versai una in mano e la inghiottii con lacqua. Lo sentivo osservarmi. Ecco la scena: la moglie prende la medicina, tutto regolare.

– Come va la testa?

– Meglio. Grazie.

Andò a prendersi il suo caffè senza dire altro.

In bagno mi sbarazzai della compressa. E, per la prima volta in mesi, mi domandai: quanto tempo ci vorrà perché torni io stessa? Sapendo cosa stava succedendo, vedevo gli ultimi mesi con occhi diversi. Quella fatica, quella nebbia non erano miei. Me li avevano imposti. E sarebbero spariti.

A mezzogiorno, dissi a Gennaro che andavo al mercato. Annui, occupato al computer. Presi la borsa, feci due isolati a piedi, entrai nel negozietto di telefoni e comprai un cellulare semplice, con ricarica prepagata. Pagai in contanti: ho sempre tenuto qualche euro nascosto, per le piccole emergenze. Gennaro non lo sapeva.

Entrai in un bar. Ordinai un cappuccino. Digitai il numero di Sandro a memoria sono sempre stata brava con i numeri.

Rispose al terzo squillo.

– Pronto.

– Sandro, sono Nina Colombo. Non sorprenderti. Ho bisogno del tuo aiuto. Serve discrezione assoluta.

Pausa. Poi la sua voce, calma e attenta.

– Nina. Dimmi tutto. Ti ascolto.

Gli raccontai solo il necessario. Niente dettagli, niente emozioni. Cosa avevo sentito, che probabilmente avevo ingerito farmaci a mia insaputa, che si parlava di beni e di tutela. Nome del medico: Arcangelo Simeoni.

Sandro taceva, ascoltando. Poi disse:

– Sei al sicuro ora?

– Sì.

– Lui sa che hai sentito?

– No. E non deve saperlo.

– Bene. Primo: non prendere più quelle capsule. Secondo: non toccare nulla a casa, né documenti né conti, tutto deve sembrare come sempre. Terzo: dobbiamo incontrarci. Non al telefono, di persona. In ufficio o in un luogo neutro.

– Meglio luogo neutro.

– Conosci il bar Betulla vicino Corso Italia? Domani alle due? Puoi venire?

– Sì.

– Ottimo. Altro: hai accesso ai documenti degli immobili? Certificati, contratti?

– Una parte in una mia cartellina. Il resto credo lui lo abbia.

– Quello che hai, se puoi, copia tutto. Fai foto col telefono, ma stai attenta.

– Ricevuto.

Finito il cappuccino, pagai. Per strada la città era viva. Donne e uomini che andavano di fretta, nessuno badava a me. Una donna qualunque, che prende un caffè da sola.

Tornai a casa, comprai qualche alimento al supermercato. I giorni a seguire furono una prova: non per la paura, ma per il controllo. Parlare a Gennaro col solito tono. Domandare se tornava per pranzo. Vederlo mangiare. Ora lo guardavo in un altro modo. Non con dolore né odio, piuttosto con lattenzione di chi osserva uno sconosciuto che si aggira per casa pensando di dominare tutto.

Andai da Sandro fingendo una seduta dal parrucchiere. Gennaro non mi guardò nemmeno.

Sandro era quasi come lo ricordavo, solo un po più di brizzolato sui lati. Si alzò, mi strinse la mano, ordinò un bicchiere dacqua.

– Racconta tutto, disse. Anche i dettagli della conversazione, parola per parola se riesci.

Gli raccontai. Lui prese note rapide.

– Arcangelo Simeoni, ripeté. È medico?

– Sembra di sì.

– Ecco già qualcosa. Nina, ti dico chiaro: ciò che descrivi è reato penale. Somministrare farmaci di nascosto per invalidare una persona e appropriarsi dei suoi beni sono più reati insieme. Truffa compresa.

– Lo immaginavo.

– Per provarlo servono fatti, non solo la tua parola. Cosa cera in quelle pastiglie, chi è il medico, a quanto ammonta il debito di tuo marito, chi era luomo nello studio.

– Serve un investigatore.

– Sì. Conosco la persona giusta, fidata. Lavora con cautela. Sei pronta a sostenere qualche spesa in più?

– Ho dei risparmi personali, lui non sa della loro esistenza.

– Perfetto. Poi: hai detto che la casa al lago e lappartamento sono tuo patrimonio. Vediamo se ora si possono tutelare senza dare nellocchio. Trasferirli subito è sospetto, ma delle soluzioni esistono. Hai parenti vicini e affidabili?

– Mia sorella Olga. E mio nipote Dino.

– Ottimo. Valuteremo quale strada percorrere. Prima raccogliamo informazioni, poi agiamo. E: niente più capsule. Tu vai a farti analizzare. Ho una conoscente medico, esperta in tossicologia, lavora in una clinica privata. Visita anonima, ti farà un referto che può essere prova.

– Quando posso andare?

– La chiamo questa sera, in un paio di giorni dovrebbe essere possibile.

Restammo unora ancora. Sandro spiegava, io registravo tutto. Uscendo dal bar avevo già in testa qualcosa che somigliava a uno scheletro di piano.

Sul marciapiede mi fermai a respirare. Venditori ambulanti offrivano focacce calde, il profumo copriva quello della pioggia. Pensai che era tanto che non mangiavo dolci fatti in casa. Che per tre mesi avevo vissuto dietro il vetro. E che ora il vetro era sparito.

Cinque giorni dopo conobbi linvestigatore: si chiamava Valentino Petrucci. Niente di appariscente: basso, robusto, cappotto grigio, uno che in una folla passa inosservato e forse proprio per questo è un buon investigatore.

Ci trovammo in uno studio che Sandro aveva messo a disposizione. Valentino ascoltava con precisione, faceva domande, annotava. Poi concluse:

– Bisogna identificare luomo nello studio. Verificare i debiti. Indagare sul medico. Ci vorranno tre, forse quattro settimane. Importante che a casa non cambi nulla. Continuate come sempre?

– Esatto.

– Bene. Se sospetta qualcosa, sarà più complicato. Mi occorrono: dati anagrafici completi di suo marito, luogo di lavoro, targa auto, e annotazione delle sue abitudini, incontri, tragitti, tutto.

– Nessun problema.

– E, cosa fondamentale, questo è il mio numero mi diede un biglietto usi solo il cellulare nuovo, mai quello personale.

– Capito.

– Sa, lei ha sangue freddo, disse, senza ombra di complimenti.

– Non ho alternativa, risposi.

Annuì. Nello sguardo vedevo lesperienza di chi ha incontrato molti tipi umani, e sapeva che il coraggio allinizio non sempre dura fino alla fine. Ma pensai che mi credette.

Tornando a casa riflettei su cosa significhi davvero fidarsi. Avevo sempre creduto di fidarmi di Gennaro. Avevamo costruito insieme la vita, cresciuto figli, viaggiato. Ma era tutto vero? O io mi fidavo solo di ciò che mostrava?

E Carina? Da quanto tempo? Non lo sapevo. Dalle parole di lui, probabilmente da tempo. Sono relazioni, non scappatelle.

Mi doleva dentro? Sì. Ma il dolore restava chiuso, dietro una porta che per ora non ho intenzione di aprire.

Dopo tre giorni mi feci gli esami nella clinica che Sandro suggerì. Una dottoressa anziana, mani ferme, mi prelevò il sangue, domandò poco, essenziale. Una settimana dopo Sandro mi spiegò i risultati: nel sangue cerano tracce di una sostanza che agisce sul sistema nervoso. Basse dosi somministrate a lungo provocano esattamente quello che avevo provato. Il referto era una prova.

– Adesso abbiamo un dato medico solido, concluse Sandro. E importante.

– Che succede adesso?

– Aspettiamo Valentino. E intanto vediamo la questione beni. Doppio binario: prove e protezione dei patrimoni.

Il primo confronto con mia sorella Olga fu il più difficile. Lei viveva a Milano, sempre stata vicina a me, ma certe cose al telefono non si dicono. Le annunciai che sarei venuta in treno nel week-end. Lei fu felice.

Mi accolse in stazione. Non mi abbracciava così stretto da quando eravamo ragazze. Per poco non piansi, per la prima volta da mesi. Ma mi trattenni.

Quando la sera rimanemmo sole in cucina, le raccontai tutto, senza saltare nulla. Lei non mi interruppe, cambiò solo espressione. Incredula, poi turbata, infine ferma.

– Nina sussurrò, versando altro tè. Da sola, tutto questo, per settimane?

– Ho saputo solo da poco. Prima vivevo e basta.

– Madonna mia. Si sedette. Che vuoi da me?

– Vorrei dirti il piano, e chiederti una cosa importante.

Le spiegai la questione del passaggio di proprietà.

– Vuoi intestare la casa al lago a Dino?

– Solo temporaneamente. Finché non si chiarisce tutto. Così lui non può toccarla, in caso mi dichiarassero incapace.

– E lappartamento?

– Quello meglio a te. Sei affidabile, hai esperienza.

Olga tacque a lungo. Poi:

– Sei davvero decisa a procedere così? Non sarebbe più semplice andartene e basta?

– Andarmene per perdere ciò che ho costruito in ventisette anni? Quello che era di mamma? La casa che abbiamo imbiancato insieme? No. Non voglio perderla.

Olga annuì. Dimmi che devo firmare.

Dino, informato dopo, fu altrettanto pratico. Ingegnere di ventotto anni, tipo che non si dilunga. Mi chiese solo una cosa:

– Zia Nina, ora sei al sicuro?

– Ora sì. Lui non sa che io so. Non può farmi niente.

– Ok. Dimmi che devo fare.

Ci vollero pochi giorni per sistemare i passaggi di proprietà. Sandro seguì tutto. Nessuna scorrettezza: fu una donazione ad un parente stretto. Lappartamento fu intestato a Olga poco dopo. Gennaro non se ne accorse, convinto che i documenti non valessero la pena di attenzione.

In quei giorni feci tutto come sempre. Pulivo, cucinavo, uscivo per commissioni. Gennaro era spesso chiuso nello studio a telefonare, la voce a volte tesa, a volte soddisfatta. Non origliavo, ma notavo i toni. Una sera annunciò:

– Domani vado a Bologna, due giorni per lavoro.

– Va bene, dove di preciso?

– Da dei soci. Nessun imbarazzo.

– Ti chiamo se serve qualcosa.

– Certo.

Non lo chiamai. Ma Valentino non riposava. Qualche giorno dopo mi mostrò delle foto stampate: Gennaro fuori da un hotel, con una giovane donna Carina. La riconobbi subito. Mano nella mano, come una coppia qualunque.

– A Bologna lui non ci è andato, commentò Valentino. Era in un hotel qui vicino, per due giorni.

Guardavo le foto. Carina era giovane, capelli scuri, cappotto chiaro. Mano nella mano con mio marito.

– Altro?

– Certo. Il debito. Tuo marito deve quasi centomila euro a un certo Ruggiero, privato ma noto in certi ambienti. Prestito risalente a due anni fa, conguagli e interessi pesanti. Metodi non propriamente bancari.

– E sul medico?

– Arcangelo Simeoni, psichiatra in una clinica privata. Qualche problema in passato con lalbo, sospeso e poi riammesso. Un tipo elastico.

– Tutto documentato?

– Sì. Ho anche i file, li passo a Sandro.

Lo ringraziai. Lui sorrise.

– Brava. Pochi avrebbero resistito senza crollare.

– Non ho ancora finito, risposi. Non è tutto.

– Ma sei sulla buona strada.

Da quel momento iniziò la parte più difficile. Non solo vivere come sempre, ma proprio recitare la parte che mio marito voleva vedere.

Sandro mi spiegò: se stanno preparando la scena per una perizia che dimostri il mio peggioramento, devo rafforzare lentamente questa impressione.

– Cosa devo fare esattamente?

– Dimentica nomi, confondi le date, chiedi due volte la stessa cosa. Sii meno pronta, più esitante. Niente recite eccessive. Lascialo trovare ciò che si aspetta.

– Dici che già si sta lamentando in giro del mio stato?

– Sicuro. Sta preparando il terreno. Dice in giro che la moglie è peggiorata, che si preoccupa. È la prassi.

Cominciai a peggiorare. Mi scusavo per aver ripetuto domande già fatte, commettevo piccoli errori, sbagliavo nomi di persone che conoscevo da tempo. Gennaro mi guardava con quellaria a metà fra la premura e la soddisfazione.

Intanto Sandro preparava i documenti: referto medico, prove dei debiti di Gennaro, dossier di Valentino. Tutto pronto da consegnare nel momento opportuno.

– Quando?

– Ancora presto. Bisogna coglierli nel fatto. Non lintenzione, il fatto. Quando porta a casa il medico, quando compilano i documenti. Lì cogliamo in flagrante.

Aspettare era pesante. Dormire accanto a chi cerca di distruggerti giocando il ruolo della moglie devota stressa lanima. A volte avrei solo voluto andarmene.

Ma non potevo. Se scappo troppo presto perderemmo ogni arma. Bisogna restare.

Guardando mio marito, a volte mi chiedevo dove fosse la persona che avevo scelto da ragazza. Ricordavo le sue passeggiate, la cultura, perfino il modo di starti accanto in silenzio quando serviva.

Sono cambiata io, o era solo unillusione?

Non cerano risposte. Non ora.

Un sera dottobre a cena Gennaro disse:

– Nina, secondo me sarebbe il caso che ti vedesse un medico.

Alzai lo sguardo su di lui.

– Un medico? Perché?

– Ultimamente fai confusione, sbagli, dimentichi cose. Mi preoccupo. Ho un amico specialista, Arcangelo Simeoni. Posso chiamarlo.

– Arcangelo… ripetei in tono vago. Se vuoi tu

Distolse lo sguardo. Continuò a mangiare. Finsi nulla.

Quella notte scrissi a Sandro dal numero nuovo: Ha detto il nome del medico. Segue il piano. Sta pronto.

Rispose rapido: Ricevuto. Siamo in dirittura darrivo. Aspetta.

Le settimane seguenti furono un esercizio di autocontrollo. Per non strafare, stabilivo per me una sola dimenticanza al giorno. Gli errori veri si fanno a piccoli passi.

Una mattina feci finta di dimenticarmi il bollitore acceso (lavevo appena spento, lo riaccesi). Gennaro se ne accorse e lo segnò sul telefono. Unaltra volta lo chiamai per chiedere se tornava a pranzo, anche se me lo aveva già detto il giorno prima. Mi rispose comprensivo, più del solito. Segno che il suo piano funzionava.

Sandro organizzò tutto coi suoi contatti. Quando Gennaro mi avrebbe annunciato giorno e ora della visita, dovevo avvertirli immediatamente.

La chiamata arrivò un giovedì sera.

– Nina, sabato viene Arcangelo Simeoni a casa. Non voglio portarti in clinica, preferisco qui, è più familiare.

– Sabato, a che ora?

– Alle dodici.

– Segno.

– Segna, brava. Sorrise come a una bambina.

Io finsi timidezza.

Appena restai sola scrissi a Sandro: Sabato, ore 12. Verranno qui.

Rispose subito: Tutto a posto. Sarò pronto. Tu apri la porta, basta comportarsi come sempre.

Il giorno dopo trascorse lento. Sistemai casa, preparai il pranzo. Gennaro fu a casa tutto il giorno, lavorando chiuso nello studio. Gli offrii un caffè, chiesi qualcosa di banale. Rispose nello stesso tono premuroso.

La sera chiamò Olga.

– Come stai, Nina?

– Sono solo un po stanca

– Riposati. Dino domani è in città: può passare a salutarti?

– Senzaltro. Mi farà piacere.

Gennaro passando annuì. Tutto come al solito.

Quella notte non dormii quasi. Contai le crepe sul soffitto e pensai: domani. Il giorno decisivo.

Sabato mattina Sandro mi scrisse alle sette: Tutto ok. Sii a casa, niente movimenti strani.

Preparo la colazione. Gennaro mangia, nervoso ma si sforza di sembrare tranquillo. Dice che oggi cè bel tempo. Che porterà aria in casa. Che il dottore è bravo, Nina, non temere.

– Non ho paura, rispondo.

Mancano venti minuti a mezzogiorno. Gennaro chiama qualcuno, parla piano, poi esce nellingresso. Si aggiusta la camicia.

Puntuale il campanello. Sono pronta. Gennaro apre. Sento voci: la sua, quella di uno sconosciuto.

Entrano in salotto.

Arcangelo Simeoni appare un sessantenne basso, benvestito. Sguardo clinico e gelido, da medico pratico e distaccato.

– Signora Nina Colombo mi stringe la mano. Come si sente?

– Così così giorno meglio, giorno peggio, dico con voce incerta.

– Si accomodi. Esce un blocco notes.

Mi siedo. Gennaro poco distante. Arcangelo inizia linterrogatorio: la data, il giorno, richiama nomi di parenti, cosa ho mangiato.

Rispondo piano, con pause, fingo di non ricordare. Lui scrive. Gennaro annuisce.

Poi, dopo circa venti minuti, accade ciò che tutti aspettavamo. Suonano alla porta, con forza. Poi ancora.

Gennaro va di malavoglia. Si sente la porta aprirsi, voci di più persone, maschili, autoritarie.

– È lei Gennaro Colombo?

– Sì Cosa succede?

– Ci segua, prego. Abbiamo un mandato.

Arcangelo, che annotava tranquillo, si irrigidisce. Sgrana gli occhi.

Un uomo giovane si affaccia al salotto: Dottor Arcangelo Simeoni? Dobbiamo parlarle.

Tutto, da quel momento in poi, fu come visto dietro un vetro finalmente trasparente. Gennaro condotto fuori dallingresso, protestava, poi tacque. Arcangelo, seduto, sembrava frastornato.

Entrò Sandro. Nel vederlo sulla soglia mi permisi finalmente di abbassare le difese.

– Nina, è finita. Puoi respirare.

Sospirai. Un lungo sospiro, liberatorio.

Sentivo Gennaro gridare: È un equivoco, pretendo un avvocato! Poi più nulla.

Dino arrivò venti minuti dopo che la polizia si portò via Gennaro. Mi trovò in salotto.

– Zia Nina, come stai?

– Bene, Dino. Benissimo.

– Sicura?

– Sicurissima.

Sedette davanti a me.

– Ho portato la mamma. Olga è giù in macchina. Può salire?

– Certo.

Olga salì col suo tipico dolce avvolto nella stagnola. Mi abbracciò per qualche istante, quasi commossa, poi si mise a fare il tè.

– Ecco, Nina. Tutto a posto ormai.

– Sì, risposi metti pure lacqua a bollire.

Olga rise. Io pure.

Linchiesta durò mesi. Sandro fu meticoloso come sempre: raccolse documenti, referti medici, testimonianze di Valentino, registrazioni. Arcangelo confessò subito, collaborando. Mise nero su bianco cosa aveva fatto e perché.

Carina, la ragazza sveglia, sparì nellimmediato. Sandro spiegò che le indagini su di lei si persero in fretta: aveva già avuto guai coi tribunali e preferì far perdere le tracce.

Gennaro inizialmente protestò, ma poi il suo avvocato lo ricondusse ai fatti. La sua storia era classica: debiti cresciuti, affari andati male, tentativi disperati di rimediare.

Ha provato a risolvere tutto speculando su di me. La solita donna docile.

Alludienza lo rividi. Invecchiato, quasi rimpicciolito. Non mi guardò quasi mai. Solo una volta incrociò i miei occhi. Li abbassò subito.

Il processo fu lungo. Sandro lo aveva anticipato. Testimoniai più volte, con calma. Il commissario, a sentenza emessa, disse a Sandro che la mia deposizione fu tra le più solide.

Nel frattempo rimisi ordine nella vita. Era un lavoro a sé: la casa fu divisa ciò che mi spettava restò mio. Lappartamento fu ri-registrato, la casa al lago lo stesso. I risparmi furono salvi.

Andai da un medico vero, non compiacente. Seguii la terapia. Tornai lucida. Era difficile spiegare la pace provata: la nebbia che lascia il posto a giornate chiare.

Ripresi a camminare. Strano, non lo facevo da anni. Sempre troppo impegnata. Ora invece amavo uscire la mattina, andare verso il fiume, sedermi su una panchina col thermos, semplicemente guardare lacqua.

Un giorno mi chiamò mia figlia, da Firenze. Sapeva tutto, glielo avevo spiegato. Parlammo a lungo.

– Mamma, perché non mi hai chiamata subito?

– Avevo bisogno di tempo. E di farlo bene.

– Ma potevi chiedere aiuto!

– Lho chiesto. A Sandro. Ad Olga. Dino.

– Ma non a me!

– Tu sei lontana, lavori, hai i tuoi figli. Non volevo coinvolgerti troppo presto.

– Mamma, sei incredibile. Non so come hai fatto a sopportare tutto questo.

– Come ogni cosa, Giorgia. Un giorno dopo laltro.

Mio figlio, Andrea, fu più silenzioso.

– Hai bisogno di qualcosa? Soldi, aiuto?

– No Andrea, sto bene.

– Papà

– Ha fatto le sue scelte, Andrea. Punto.

– Verrò a Natale.

– Ti aspetto.

La sentenza arrivò a marzo. Gennaro condannato. Arcangelo perse la professione. Ruggiero, il creditore, fu indagato separatamente.

Quando Sandro chiamò per darmi la notizia, ero in cucina, con la mia tazza blu preferita, senza zucchero.

– Nina, si è chiusa.

– Grazie, Sandro.

– Merito tuo. Io ho solo dato una mano.

– Anche Valentino.

– Come stai?

– Prendo il tè.

Rise.

– Miglior risposta di tutta questa storia.

Lestate arrivò calda. Aprii la casa al lago a maggio. Da sola, per la prima volta dopo anni. I primi giorni provavo disagio: troppe stanze, troppa pace interrotta solo dai cani dei vicini saltati oltre la recinzione. Pulivo, aprivo finestre, spostavo i mobili fuori.

I meli che avevo piantato erano cresciuti bene. Quellanno promettevano frutti abbondanti.

Valentino mi chiamò in giugno, allimprovviso.

– Signora Nina, scusi se disturbo. Sono nei dintorni per lavoro. Se non la disturbo, le va un caffè?

Esitai un momento. Poi pensai: perché no?

– Sono al lago, risposi Se non teme le zanzare, venga pure.

– Non mi spaventano.

Arrivò dopo poco, con una busta di ciliegie e una scatola di biscotti. Ammirò i meli.

– Bel posto.

– Li ho piantati io.

Ci sedemmo in terrazza a sorseggiare tè. Parlammo con leggerezza. Mi raccontò del suo lavoro, io di Olga, di Dino, dei figli. Mi accorsi che sapeva ascoltare senza invadenza.

– Torna spesso qui?

– Da ora in poi sì. Prima trovavo scuse per non venire. Ora ho smesso.

– Lo capisco.

Quando se ne andò, aprii il cancello e lo guardai andare via.

– Le piacerebbe venire a un concerto settimana prossima? mi chiese, senza fare scena.

– Mi piacerebbe. Non vado da tempo.

– Allora ci vediamo.

Rimasi fuori. Era una sera di giugno, profumata derba e di fiori. Il cane dei vicini curiosava tra le aiuole.

– Dai, torna da dove sei venuto, gli dissi senza rabbia.

Non se ne andò.

Il tribunale per la divisione dei beni si chiuse ad agosto. Tutto come doveva andare: niente più, niente meno. Non sono mai stata avida, volevo solo il mio.

Lappartamento e la casa ritornarono a nome mio. Feci qualche cambiamento: buttai quello che mi pesava, presi un nuovo divano, piantai delle rose vicino alla recinzione. Piccole cose, ma ognuna era come mettere ordine anche nella mente.

Cominciai a chiedermi cosa volessi per me, dora in avanti. Che desideri rimandavo?

Mi accorsi che volevo sempre imparare a dipingere. Avevo cinquantotto anni, non ci avevo mai provato, pensavo non facesse per me. Mi iscrissi a un corso dacquerello. La prima lezione fu imbarazzante ma liberatoria: insegnante giovane, mano ferma. Non cercate di fare giusto o sbagliato, lasciate andare la mano. Lo feci.

Ne venne fuori un cielo blu pasticciato, un albero indefinito. Ma mi piacque. Cera qualcosa di vero.

Valentino mi portò a concerti altre volte. Era silenzioso e leale. Mi piaceva la sua compagnia.

Una sera andavamo insieme sul lungarno.

– Sai, Nina, pensavo a te anche mentre lavoravo sul caso.

– In che senso?

– Ho visto molte persone affrontare crisi. La maggior parte si blocca, o fa troppi errori. Tu niente di tutto questo.

– Avevo paura.

– Lo so. Ma sei andata avanti.

Camminammo piano. LArno rifletteva i lampioni.

– Mai sola?

– Qualche volta sì. Ma è una solitudine diversa. Prima, da sposata, ero più sola che adesso.

– Capisco.

In settembre andai a trovare mia figlia a Firenze. Tre giorni fra musei, caffè, passeggiate. Giorgia mi studiava con gioia cauta.

– Mamma, disse lultimo giorno sei diversa.

– Diversa come?

– Come se fossi più viva.

Sorrisi.

– Forse lo sono.

– Come hai resistito a tutto?

– Che intendi?

– Non ti sei spezzata. Non ti sei persa.

Versai altro minestrone.

– Ricordi come papà diceva è una donna docile?

– Sì.

– Ecco. Docile e debole non sono la stessa cosa. Ha confuso lui.

Stette zitta, poi piano:

– Sì. Ha confuso.

In autunno tornai al lago. I meli diedero un raccolto enorme, come promesso. Invitai Olga e Dino a fare marmellata. Profumo di casa, di buono.

Venne anche Valentino. Dino lo guardava curioso. Olga poi mi sussurrò:

– È una brava persona.

– Lo so.

– Come fai a sapere?

– Lo vedi subito, quando uno non ha niente da nascondere.

Olga rise.

– Saggia.

– Sono vecchia, ho diritto.

– Vecchia tu, ma va là! sbottò la sorella.

Tutte le sere di ottobre sedevamo in veranda avvolti nei plaid contro il freddo, sorseggiando tè e mangiando la torta alle mele di Olga. Si parlava poco, si sorrideva.

Quando la famiglia tornò a casa e restammo solo io e Valentino, nel buio del giardino lui disse:

– Fa freddo.

– Si sente.

Guardò il cielo.

– Ci sono belle stelle stasera.

Anchio guardai. Era una notte limpida, cielo limpido, stelle grandi.

– Sa riconoscere le costellazioni?

– Solo Orione e lOrsa Maggiore.

– Bastano.

Ci fermammo ancora. Non aveva fretta. Io neanche.

– Signora Nina

– Solo Nina. Ormai basta formalità.

– Nina. Provò il mio nome, come assaggiandolo. Posso chiedere beh, lo sa.

– Lo so.

– E?

Esitai. Guardai i meli, il cielo, lui.

– Chieda in modo semplice.

Lui rise, sincero.

– Semplice. Nina, posso venire qui ogni tanto, aiutare con il giardino?

Restai un attimo in silenzio.

– Le rose andrebbero coperte questinverno. Da sola non ci riesco.

Mi guardò.

– Può farcela, lo so. Ma verrò a darle una mano.

– Allora venga pure, dissi.

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Ventisette anni di menzogne
Ma sì, volevo solo dare un’occhiata