Carlo
Alessandrina, sei stata bravissima oggi! Abbiamo fatto tante cose insieme. Ora, cara, aspettami un attimo nellatrio, va bene? La nonna esce subito. Cristina sorrise e accompagnò fuori dal suo studio il bambino.
Signora Cristina Ricci, allora? domandò Lidia Antonelli, la nonna di piccolo Alessandro, tuttaltro che rilassata. Era seduta sul bordo della sedia, stringendo la borsetta di pelle un po fuori moda con mani tremanti; quando la psicologa le disse che dovevano parlare in privato, quasi cadde dalla sedia.
Si calmi, Lidia Antonelli! Perché è così agitata? Va tutto bene, per quanto si possa dire in queste circostanze. Alessandro ha iniziato a parlare, si apre lentamente. Ci sono dei progressi. Sta facendo davvero tutto il suo meglio
Ma? Sento che cè un ma Lidia osservava la giovane donna che le avevano consigliato come una bravissima psicologa. Allinizio si era stupita e quasi aveva pensato di aver sbagliato porta vedendo Cristina così giovane; eppure, laddove altri professionisti avevano fallito per mesi, Cristina aveva smosso qualcosa in una sola settimana. Alessandro era tornato a parlare.
Il ma cè, ha ragione. Il bambino ha paura di lei.
Come? Le sopracciglia di Lidia si sollevarono inarcate. Ma io lo tratto male forse?
No, non è questo il punto. Non si sente ancora al sicuro. Tutta la sua vita è cambiata. Lei per lui ora è ancora una sconosciuta. Non deve stupirsi, né spaventarsi. È normale, dato che non vi conoscevate prima, vero? Nemmeno con i suoi genitori aveva rapporti, se ho capito?
Esatto. Sapevo solo che esisteva un nipote, nullaltro.
Proprio per questo per Alessandro lei è, al momento, una sconosciuta. Come qualsiasi altra signora che incontrerebbe per strada. Deve dargli il tempo di capire che è la nonna e che gli vuole bene. Lei gli vuole bene, vero? Cristina la fissò con occhi indagatori. Lidia esitò, incerta su cosa rispondere. E anche se fosse no, non è una colpa. Avete passato poco tempo insieme e non vi siete legati ancora.
La capisco Lidia Antonelli strinse il manico della borsetta e guardò la psicologa. Cè qualcosa che posso fare per accelerare il processo? Fare in modo che Alessandro si abitui e mi accetti prima?
Non bisogna affrettare i tempi. Né per lui né per lei. Qualcosa, però, si può fare. Avete animali domestici?
No
Spesso gli animali sono ottimi ponti tra adulti e bambini. Ma non serve correre a prendere un pastore tedesco! Basta anche una tartarughina o un canarino anche un pesciolino rosso va bene. Prendersene cura insieme può aiutarvi ad avvicinarvi, a costruire fiducia condividendo attenzioni e responsabilità.
Grazie per il consiglio. Ci penserò. Lidia Antonelli si alzò.
Giunta alla porta si voltò: E un cagnolino? Uno piccolo? Ho sempre sognato di avere un cagnolino
Qualsiasi creatura vivente va bene. Anche un serpente, se le piacciono E se realizza anche un suo sogno nel frattempo, doppio vantaggio.
Lidia salutò ed uscì nel corridoio. Alessandro era seduto composto su una sedia, le mani sulle ginocchia. Il cuore di Lidia si strinse. Il bambino sembrava così piccolo e sperduto che avrebbe voluto correre ad abbracciarlo e rassicurarlo. Ma si trattenne. Aveva già sperimentato cosa succedeva a forzarne laffetto. Quando lo aveva prelevato dallorfanotrofio dove era finito dopo aver perso i genitori, aveva cercato di stringerlo a sé: Alessandro, tesoro! Sono la tua nonna! Ma lui si era irrigidito, gli occhi pieni di lacrime aveva tentato prima di scansare le sue carezze, poi aveva solo chiuso gli occhi. Da allora Lidia non aveva più provato, in cinque mesi non lo aveva mai baciato prima di dormire, temendo di turbarlo ancora.
Alessandro! Lidia sussurrò. Si voltò e, ancora una volta, restò colpita dalla somiglianza con il padre. Alessandro era identico a Eugenio, suo figlio, stessi occhi, stesso volto, persino le orecchie leggermente a sventola, così buffe.
Andiamo, caro, è ora di uscire.
Alessandro scese dalla sedia in silenzio e camminò accanto a lei. Non faceva capricci, non chiedeva niente, non rideva nemmeno mai. Un anzianotto in miniatura, come se conoscesse già la vita e ne fosse stanco. Lidia spesso si domandava se la colpa fosse anche un po sua
Eugenio, il figlio di Lidia, era stato un ragazzo prodigio. Fin da piccolo mostrava uno spiccato talento: ascoltava e ripeteva le parole che la madre pronunciava traducendo libri, così lei iniziò a insegnargli lingue straniere. A cinque anni Eugenio parlava già bene inglese e francese. Il nonno, per gioco, lo aveva fatto sedere davanti a una scacchiera: restò stupito dalla rapidità con cui imparava. Finì in una scuola di scacchi, poi al conservatorio, ma preferì la fisica. Questa divenne la sua passione e la sua carriera era in ascesa, fino al giorno in cui conobbe Tania.
Tania era arrivata a Milano per tentare luniversità. Spaesata e agitata, chiese indicazioni a una collega di Eugenio. Nina, che era anche grande amica di Eugenio, abbozzò una spiegazione per prendere la metropolitana, poi guardò Eugenio e gli disse con un sorriso: Portala tu, tanto non ti aspettano da nessuna parte!. Così cominciò la loro storia.
Tania diede a Eugenio quella ragione di vita che lo fece sentire importante: desiderava renderla felice e stare con lei. Ma non fu affatto facile.
Dal primo incontro Tania non piacque a Lidia. Sotto il moderno taglio, le sopracciglia si sollevarono in una smorfia di perplessità: Chi è questa ragazza? Comè possibile che mio figlio si sia innamorato di questo?
Lidia era una signora riservata, ma la giovane fidanzata fu una delusione. Cercando di essere gentile, serviva il tè alla ragazza sempre più impacciata, mentre dentro di sé collezionava argomenti per far desistere Eugenio da tanta follia.
La discussione che ne seguì fu memorabile. Eugenio riaccompagnò Tania in dormitorio e tornando a casa non fece in tempo a togliersi le scarpe che la madre era già sulluscio:
E questa cosè? Ma ti rendi conto? Quella ragazza non sa nemmeno parlare! Da dove viene? Senzaltro una provinciale. Ma secondo te una così può starti accanto? Hai pensato che potresti rovinarti la carriera? Non conosce nessuno! E poi la genetica! Che razza di bambini potrebbero venir fuori? Ora spiegami: perché ti serve una simile compagna? Dimmelo, se riesci!
Eugenio ascoltava in silenzio, le chiavi dellappartamento tra le dita; a un certo punto sollevò lo sguardo blu come il padre: Mamma, la amo. Basta questo?
La ami e con questo? Sarà solo una cotta! Lidia si interruppe, perché lui era già uscito chiudendosi la porta alle spalle. Da allora ruppero i rapporti. Il giorno seguente al lavoro, lei capì che Eugenio aveva preso le sue cose ed era andato via di casa.
Che razza di storia è questa? borbottava Lidia spesso alla foto di suo marito, scomparso troppo presto. Tuo figlio ora chi lo capisce più? Davvero vuoi che gli vada male?
La foto, come sempre, taceva e sorrideva, così Lidia la capovolgeva arrabbiata e si preparava un caffè, cercando di scacciare la rabbia.
Con Eugenio Lidia non parlò per quasi un anno. Lui ogni tanto mandava dei biglietti: Tutto bene, ho affittato un appartamento, lavoro sulla tesi. Sono via per un mese per lavoro, non preoccuparti. Poi arrivò un invito alla loro festa di nozze, ma Lidia non trovò il coraggio di andare. Ormai la delusione per il figlio si era intrecciata alla rabbia per quella scelta sconsiderata. Anche un biglietto che annunciava che era diventata nonna non la commosse.
Nonna? Ma chi sarebbe la nonna?! Che sciocco. È sicuro che sia proprio figlio suo?
Lidia non capiva cosa le stesse succedendo. Era sempre stata ragionevole e buona, eppure era come se un diavoletto lavesse presa e la costringesse a litigare.
Eugenio cercò più volte una riconciliazione, proponendo incontri ma lei rifiutava sempre. Sapeva che lavorava bene, aveva fondi, si era affermato. Sapeva che quella ragazza provinciale aveva terminato medicina e lavorava come chirurgo in una delle migliori cliniche di Milano. Sapeva che avevano un bambino, Alessandro. Non laveva mai visto, fino a quella telefonata.
È la signora Lidia Antonelli?
Sì, sono io.
La chiamiamo dallorfanotrofio Arcobaleno di Genova. È arrivato suo nipote. Da quanto ne sappiamo, lei è lunica parente rimasta.
Il cuore di Lidia ebbe un sussulto, strinse più forte il telefono.
Perché è lì? Cosa è successo ai genitori?
Non lo sapeva? Sono morti annegando ieri. Il papà si è tuffato e ha avuto un malore, forse un crampo. La mamma ha provato a salvarlo ma entrambi sono rimasti vittima delle onde.
Lidia ascoltava, stringendo il cellulare tanto che le mani le facevano male.
Mi sente, signora? Vuole venire a prendere il nipote o dobbiamo cercargli un tutore?
Vengo io fu come se si ascoltasse da fuori, stupita di quanto velocemente accettava, guidata dal mero istinto. Come raggiungo lorfanotrofio?
Siamo a Genova, prenda nota dellindirizzo.
Senza riflettere, Lidia raccolse i documenti e partì allaeroporto. Tutto le sembrava irreale. Non riusciva neppure a piangere. Solo due settimane dopo, quando, sistemate tutte le pratiche e i saluti, sentì davvero la perdita: suo figlio non cera più. Il bambino, appena visto allorfanotrofio, era così uguale a Eugenio che non riuscì a trattenersi e lo spaventò col suo abbraccio distinto. Poi, rientrata in sé, lo portò con sé a Milano.
I primi tempi furono difficili. Guardava Alessandro e rivedeva Eugenio: i gesti, il modo di sedersi a tavola ma Alessandro mangiava senza dire nulla, annuiva riconoscente e basta. Non parlava mai. Dopo vari tentativi, Lidia lo accompagnò prima da un, poi da più psicologi. Solo Cristina riuscì a trovare la chiave per fargli tornare la parola.
Quando uscirono dallo studio, Alessandro alzò gli occhi silenzioso.
Oggi non si va a casa.
Alessandro inclinò la testa senza dire nulla.
Andiamo in un rifugio.
Gli occhi di Alessandro si spalancarono, spaventati. Fece un passo indietro.
No, non quellorfanotrofio! Un canile un rifugio per animali senza padrone. Magari troveremo qualcuno a cui possiamo dare una nuova casa. È triste vivere al rifugio, vero?
Alessandro annuì e, per la prima volta, prese lui stesso la mano della nonna. Lidia finse che fosse tutto normale e lo accompagnò al taxi. Lungo la strada cercava di invogliarlo a parlare.
Ti piacerebbe di più un gatto o un cane?
Alessandro rispose piano: Un cagnolino
Benissimo! Anche io ho sempre sognato un cagnolino piccolo, con gli occhietti furbi e il pelo soffice.
Nel rifugio camminarono a lungo tra le gabbie finché Alessandro si fermò davanti a una. Dentro cerano diversi animali; Lidia non capiva quale avesse attirato il nipote.
Quale ti piace, amore? Indicami.
La mano di Alessandro si allungò verso un cagnolino rannicchiato in un angolo, un batuffolo rossiccio con il pelo tutto arruffato.
Questo? Sei sicuro? La giovane volontaria guardò la coppia un po dubbiosa. Vuoi pensarci ancora? Abbiamo cuccioli gioiosi e sani. Quella è una cagnolina adulta, e non sta bene.
Cosa ha? Lidia la fissò interrogativa.
È rimasta orfana del padrone una settimana fa. Era anziano, il cuore ha ceduto. I parenti non hanno voluto occuparsene e così è venuta da noi. Da allora non mangia, a stento beve. Soffre molto.
Che razza è?
Uno spitz. Bellissimi quando sono in salute. Ma lei sta molto male, e si vede.
Lidia esitava. Valeva la pena rischiare, dando a un bambino già traumatizzato una creatura così fragile? Ma Alessandro si era incantato davanti alla gabbia.
Sei sicuro che vuoi proprio questa?
Sì! Il tono deciso la stupì quanto la prontezza. Persino la cagnolina sollevò la testa, come sorpresa.
Allora prendiamo lei!
La volontaria scosse la testa, ma aprì la gabbia. Il cagnolino era sfinito, il pelo appiccicato, gli occhi umidi.
Alla clinica veterinaria, i dottori strabuzzarono gli occhi. In che stato lavete trovata!
Vi metterete al lavoro o faremo solo lamentele? Lidia tirò su le sopracciglia da maestra severa. Fate tutto il possibile: ora è la cagnetta di mio nipote.
Qualche iniezione, flebo, forbici e bagnetto: il cagnolino migliorava. Ma lo sguardo restava velato di tristezza. Tornati a casa, Lidia tirò fuori un vecchio tappetino, chiedendo al nipote: Dove la mettiamo?
Alessandro la portò nella sua stanza.
Vuoi che dorma con te?
Il bambino annuì.
Daccordo. Lidia preparò il tappeto vicino al letto. Però facciamo un patto: dovrai parlarmi, così curiamo meglio la nostra amica. Se non comunichiamo, magari rischia di soffrire. Ci stai?
Sì. Alessandro si inginocchiò accanto al cagnolino.
Serve un nome. Hai idee? Io nessuna. Come si chiamano di solito?
Non so.
Cerchiamo idee su internet?
Sì.
Passarono la sera a scegliere un nome. Tra i documenti, cera un nome impronunciabile affidato dal veterinario.
Carlotta! esclamò infine Alessandro sorridendo.
Carlotta? Ottima scelta! Come Carlotta Chaplin.
Vedendo lo sguardo stupito del nipote, Lidia rise: Non sai chi è Charlie Chaplin?
Alessandro scosse la testa.
Ragazzo, hai davvero tanto da imparare!
Passarono il resto della serata a guardare vecchie comiche di Chaplin. Alessandro dapprima accennava appena un sorriso, alla fine rideva di gusto alle buffe scene.
Carlotta giaceva accanto a loro, ogni tanto si agitava appena sentiva le risate alte del bambino. Ma le ciotole di acqua e cibo quel giorno restarono piene.
Per quasi una settimana Lidia osservò Alessandro seduto accanto al cane, parlandole a voce bassa. Le portava la ciotola dacqua vicino al musino. Un giorno Carlotta prese a bere; due giorni dopo, accettò un po di cibo. Lidia portava la cagnolina in braccio fuori tre volte al giorno. Allinizio non voleva camminare, poi si azzardò qualche passo, e dopo una settimana raggiunse da sola il portone.
Alla successiva seduta da Cristina, arrivarono tutti e tre.
Oh! Un nuovo amico, Alessandro? Cristina accarezzò la cagnetta. Come si chiama?
Carlotta!
Che bello! E sai chi è Charlie Chaplin?
Dal corridoio, Lidia si asciugava lacrime di gioia ascoltando il nipote descrivere i film visti insieme. Carlotta sentiva ogni parola, occhi fissi su Alessandro.
Fantastico disse Cristina quando il bimbo uscì. Non mi aspettavo effetti tanto rapidi!
Si sono trovati. Entrambi hanno perso chi amavano, soffrono e si consolano a vicenda. Lidia, stavolta senza quella tensione di tempo prima, appuntava tutte le raccomandazioni che Cristina le dava.
Mi pare che anche lei stia un po meglio notò Cristina.
Sì. Vedere Alessandro cambiare mi dà speranza. Ma temo sempre che non reggeremo.
Invece ce la farete sicuramente. Un giorno, spero, ci incontreremo in un posto che non sia il mio studio.
Lo spero anchio.
Un anno dopo.
Sei sicuro, Alessandro? Vai davvero da solo? Aspetta che chieda ai giudici.
Lidia annuì: Hanno accettato, ma sto in pensiero.
Nonna, lo sai che solo io posso correre con Carlotta sul ring! Andrà tutto bene.
Certo, caro mio! Su, vi chiamano! Carlotta, dai il meglio, che oggi finiamo in coppa!
La mostra era affollata e rumorosa. Solo un anno prima, Lidia non avrebbe mai creduto di essere lì, tra cagnolini pettinati e padroni entusiasti. Ma il loro trio era la prova che i miracoli esistono. Guardava il nipote correre tenendo il guinzaglio di una cagnetta splendente, perfettamente curata, sorrideva con il cuore gonfio.
Sono i suoi? Una signora col taccuino lavvicinò.
Sì, mio nipote e la sua Carlotta.
Una coppia perfetta! Si capiscono davvero al volo. Guardi come affrontano la passerella nemmeno gli adulti sono così coordinati! E da come il bambino presenta il cane, si capisce che sono amici veri.
Amici, esatto. Lidia annuì e prese in braccio Carlotta che saltellava di gioia.
Questi due hanno il futuro davanti disse la signora sorridendo.
Ne sono certa! Lidia arcuò un sopracciglio con orgoglio e avvolse il nipote in un abbraccio. Aspettiamo la nostra medaglia, vero ragazzi?
A volte la strada che porta al cuore passa per le cicatrici che condividiamo. Alessandro e Carlotta avevano curato le proprie proprio così: con il coraggio di stare insieme e il tempo di imparare a volersi bene davvero.





