Un posto speciale in cucina

Posto in cucina

Bianca, ti sei addormentata laggiù? Gli ospiti sono già seduti a tavola, per inciso!

La voce della suocera, Anna Maria Ferri, tagliò il frastuono della cucina come un coltello caldo nel burro. Bianca Carla Moretti non fece una piega. Era abituata a quel tono. A quel per inciso. A quel modo sottile, sempre un po invasivo, che ormai era parte dellaria di quella casa milanese.

Arrivo subito, Anna Maria, ancora un minuto.

Un minuto! Sono passati già quaranta, altro che minuto!

Bianca girò le polpette in padella, in silenzio. Sfrigolava, odorava di cipolla e aglio, di casa vera. Coprì la padella, abbassò la fiamma e guardò lorologio: otto minuti esatti alluscita del piatto caldo. Aveva pianificato tutto nei dettagli, come sempre.

Dal salone arrivavano voci, risate, brindisi. Oggi era un giorno speciale: trentacinque anni di matrimonio dei suoceri, Anna Maria e Vittorio Ferri. I due figli con le rispettive mogli, i quattro nipoti, i vicini Angela e Claudio dalla porta accanto. Bianca era in piedi da prima dellalba. Prima il bollito, poi le insalate: russa, capricciosa, taglieri di salumi e formaggi. Poi focaccine ai carciofi perché Vittorio non ne voleva altre poi il risotto. Poi le polpette di carne con pan grattato e prezzemolo. E la torta. La torta aveva iniziato ieri sera: millefoglie su dodici strati, perché quella era la torta del cuore di sua suocera, lunica vera.

Bianca tolse il grembiule, lo appese e si sistemò i capelli. Prese il vassoio delle polpette e andò in sala.

Finalmente! disse Anna Maria, ma senza guardarla davvero, solo per il piacere del rimprovero.

Gli ospiti applaudirono piano. Angela tese la mano verso il vassoio.

E le patate, Bianca? chiese suo marito, Andrea, senza distogliere gli occhi dal cellulare.

Arrivano subito.

Tornò in cucina. Impiattò patate al forno, abbondanti, con un filo dolio e tanto rosmarino. Come piaceva a tutti loro. Come era sempre piaciuto a Vittorio. Come Andrea aveva imparato ad amare.

Quando tornò, qualcuno stava già ridendo per una barzelletta, non sua ovviamente.

Bianca aveva cinquantadue anni.

Ventisette di questi vissuti in quella famiglia. Prima un appartamento minuscolo con Andrea, poi il trasferimento nella grande casa dei Ferri a via Manzoni, quando nacque Marco. “Più comodo così”, avevano detto, “i nonni aiutano”. Ma di quellaiuto, Bianca ne aveva visto poco. Il suo, invece, cera sempre: ogni giorno, festa, domenica, pioggia o sole.

Bianca, porta ancora pane ordinò Anna Maria.

Bianca portò pane.

E la senape, non dimenticare.

Bianca portò la senape.

Mangiava in piedi, alla penisola della cucina. Il suo posto era allangolo del tavolo, tanto si sarebbe dovuta alzare di continuo. Tanto valeva non sedersi mai davvero.

Poi arrivò la torta.

Anna Maria la tagliò da sola, con cerimonia e grazia, mentre Vittorio le sorreggeva la mano. Tutti fotografavano. “Oh, quanti strati!”, sospiravano gli ospiti.

Ma è pasticceria? chiese Angela, sollevando gli occhi.

Ma no rispose Anna Maria è fatta in casa, nostra.

“Nostra.” Bianca sollevò la tazzina del tè. Un sorso, nessuna parola.

Poi Vittorio Ferri sollevò il calice, brindò alla famiglia, alla fedeltà: “La famiglia è la nostra vera ricchezza, Anna Maria è la regina di questa casa”. Sua moglie sorrise, modesta. Tutti applaudirono.

Anche Bianca applaudì.

Poi raccolse i piatti. Lavò tutto. Mise gli avanzi nei contenitori. Pulì il tavolo. Lucidò i fornelli. Gettò la spazzatura. Il solito epilogo di una solita festa.

Andrea arrivò in cucina solo verso le undici, quando tutti se nerano andati.

Tutto ok?

Sì.

Sei stanca?

Un po.

Lui annuì, si versò un bicchiere dacqua. Andò a vedere la partita.

Era una sera come tante. Non era successo niente. Eppure, qualcosa era cambiato. Un dettaglio minuscolo, come la crepa su un vetro. Invisibile, finché il vetro non si frantuma allimprovviso.

Bianca spense la luce in cucina. Rimase lì, tra i profumi di casa: carne, cipolla, il giorno che si spegne. Poi andò a dormire.

Le settimane seguenti scorsero uguali: colazioni, pranzi, cene. Lavava, stirava, andava al mercato, pensava al menù della settimana. Andrea odiava il farro, Vittorio niente pesce nei giorni feriali, Anna Maria sempre a dieta, a giorni alterni. Ricordava tutto, senza mai segnare niente.

Tre giorni a settimana lavorava in uno studio di contabilità, piccolo. Il resto del suo tempo spariva in casa.

Quel venerdì iniziò tutto da una banalità.

Per cena aveva preparato pollo alla panna. Ricetta collaudata, tutti la gradivano. Ma quella sera, Anna Maria entrò improvvisa, nemmeno un colpo di citofono, con una sporta di mele dal giardino.

Ah, pollo! locchio nella pentola. Ancora panna? A Andrea viene il bruciore, non lo sapevi?

Lo sapevo rispose Bianca, senza perdere la calma. È panna leggera, quindici percento. Lha chiesto lui.

Boh, non so… io lo avrei fatto al naturale, senza panna.

Va bene, Anna Maria.

La suocera sedette, accese il cellulare.

A proposito borbottò, fissando lo schermo ieri ho parlato con Licia, la nostra vecchia vicina. Suo nuora cucina in un ristorante. Lei le fa trovare sempre roba fresca, pronta.

Bianca attese. Sapeva dove quellallusione portava.

Pensavo… magari anche tu dovresti cercare un lavoro più serio, no? Tre giorni a settimana, così, che lavoro è? Almeno guadagneresti qualcosa.

Bianca rigirò il pollo nella pentola.

Io lavoro, Anna Maria.

Beh, vedi tu. Dicevo così.

Diceva sempre così, la suocera. Mai con odio, mai con urla. Solo, come se nulla contasse.

Bianca chiuse la pentola. E sentì serrarsi dentro qualcosa. Non era nuova, quella sensazione, ma ora la sentiva più intensa.

Il giorno dopo chiamò la sua amica del cuore, Silvia Lodi, compagna dai tempi della scuola tecnica. Viveva allaltro capo di Milano, bibliotecaria, divorziata da anni, e felice.

Sil, come va?

Tutto bene. E tu? Ti sento strana.

È tutto in ordine.

Bianca…

Un silenzio.

Sono stanca, Sil. Solo… stanca.

Silvia non fece prediche. Solo una domanda:

Vuoi venire?

Un giorno verrò.

Vieni presto. Ho il tè pronto. E tanta voglia di chiacchiere.

Bianca sorrise, per la prima volta dopo giorni.

Poi arrivò quella sera, la sera particolare.

Era sabato. Andrea, come sempre, allultimo momento: il fratello Marco e la moglie Giulia sarebbero venuti per cena.

Va bene?

Va bene. Per che ora?

Alle sette.

Nientaltro. Sabato, alle otto, Bianca era già in piedi. Andò al mercato: carne, verdure, patate, melanzane. Immaginò il menù: arrosto di maiale al forno, insalata greca, vellutata di zucca, crêpes ricotta e limone. Tavola da sabato.

A unora dal pranzo era tutto sotto controllo. Larrosto in forno, la zuppa sobbolliva, la pastella riposava.

Alle tre, Anna Maria. Di nuovo senza preavviso.

Oh, avete ospiti oggi? Non mi avete detto nulla.

Vengono Marco e Giulia rispose Andrea.

Ah… la suocera guadagnò la cucina e spiò nel forno. Bianca, hai messo le spezie?

Sì.

Quali?

Rosmarino, timo, aglio.

Oddio… Vittorio non sopporta il rosmarino.

Ma oggi non è invitato.

Silenzio breve, netto. Poi Anna Maria, piano:

Come, scusa?

Bianca si voltò, dritta dalla stufa.

Oggi sono invitati Marco e Giulia. Se il rosmarino non piace a Vittorio, pazienza. Non cè. Larrosto oggi si fa così.

La suocera la fissò, come se la vedesse per la prima volta.

Ho capito disse solo, e uscì dalla cucina.

Bianca sentì il tono basso con cui parlava ad Andrea. Lui entrò poco dopo.

Bianca, perché le hai parlato così?

Cosa ho detto di male?

Eh, si è dispiaciuta.

Per cosa?

Nessuna risposta. Andrea la guardava come per attribuirle una colpa generica. Era sempre così: qualcuno doveva essere la colpa, e Bianca era la più comoda.

Marco e Giulia arrivarono alle sette. Allegri, con una bottiglia di Barbera e cioccolatini della pasticceria Marchesi. La cena venne benissimo. Larrosto, dorato; la vellutata, cremosa, piacque a tutti.

Bianca, tu dovresti insegnarci a cucinare! esclamò Giulia.

Dai, impareresti.

Macché, io sono pigra rise Giulia. Noi viviamo di delivery.

E va bene così rispose Marco.

Anche qui si sta bene aggiunse Giulia, accarezzando la tovaglia. Guarda quanto si dedica Bianca.

Dedica. Bianca sparecchiò. Portò le crêpes. Mise il bollitore sul fuoco.

Dai, Bianca, siediti! la esortò Giulia. Basta correre.

Si sedette, una crêpe nel piatto, il tè che fumava.

Marco interruppe il fratello è vero che volete rifare la cucina? Mamma dice che tu Bianca vuoi rivoluzionare tutto, lei è contraria.

Ne abbiamo parlato, sì rispose Bianca.

Ma mamma vive a casa sua. Noi qui. Due cucine diverse.

Già Marco fece spallucce.

Non dire così Andrea intervenne dimprovviso. È casa sua.

Bianca alzò gli occhi.

Casa di chi, Andrea?

Dei tuoi genitori. Loro lhanno costruita.

Noi ci viviamo da ventanni.

E allora?

Il silenzio scese sulla tavola, denso come una coperta. Giulia si perse nella sua tazzina, Marco prese una crêpe.

Buone, davvero disse.

Nessuno riprese il discorso.

Quella notte, Bianca fissava il soffitto. Andrea dormiva accanto, il respiro lento. Lei pensava a questa è casa loro. Loro, non nostra. Nemmeno tua. Solo loro. Dopo venti anni, ancora estranea.

Al mattino si alzò come sempre. Mise su il caffè, preparò il porridge.

Tutto tornò a scorrere uguale, per altre due settimane ancora.

Poi fu la cena dellanniversario. Trentacinque anni.

Bianca preparò la lista con la suocera. Anna Maria volle tutto: bollito, secondo piatto, due insalate, i rustici ai carciofi per Vittorio, torta. Bianca appuntò. Chiese quanti ospiti. Quattordici, forse quindici. Anna Maria avrebbe aggiornato.

Venerdì, tardi: siamo in diciassette.

Bianca fece un altro giro di spesa. Frutta, vino, carne.

Sabato, sveglia alle quattro.

Il brodo lo aveva già messo su la sera prima. La gelatina era soda, perfetta. Limpasto per i rustici le scaldava le mani, vivo, vibrante. Ricordava la mamma a insegnarle: limpasto lo devi sentire, non leggere.

La mamma non cera più, da otto anni.

Bianca preparava e la pensava: anche lei passava la vita in cucina, con il grembiule e la radio accesa sulle vecchie canzoni della sua infanzia.

Alle dieci, i rustici erano pronti. Alle dodici le insalate, alle due il forno con lo sformato. Ce la faceva.

Gli ospiti iniziarono ad arrivare alle tre.

Bianca accoglieva, prendeva cappotti, offriva prosecchi, portava antipasti, controllava la cottura, rispondeva ai saluti, girava il sugo.

Bianca, posso portare già i rustici? si domandava, chiusa in cucina, perché nessuno domandava mai a lei.

Li portò. Applausi.

Ma, fatti in casa! esclamò Angela.

Sì, li ha fatti Bianca rispose Marco.

Brava Angela sorrise, e subito tornò da Anna Maria. Quanto sei fortunata! Tua nuora è una padrona di casa.

Si arrangia rispose la suocera con distacco.

Bianca rincasò in cucina.

Alle quattro portava il secondo. Il vassoio pesava sulle braccia. Aprì la porta col fianco.

Finalmente! urlò Anna Maria, abbastanza forte per tutto il tavolo. Stavamo per pensare che ti eri dimenticata di noi!

Qualcuno rise, in modo bonario.

Bianca poggiò il vassoio. Si raddrizzò.

Che spettacolo disse Vittorio. Brava davvero.

Bianca, le patate sono a parte?

Le porto subito.

Tornò in cucina.

Fu proprio allora che, nel corridoio, sentì la frase.

Angela domandava sottovoce:

Che lavoro fa Bianca?

Contabile rispose la suocera. Tre giorni alla settimana, da qualche parte. Ma il suo posto è la cucina. È quello il suo vero posto.

“Il suo posto è la cucina. È quello il suo posto.”

Bianca rimase immobile. Schiena al corridoio, occhi ai fornelli.

Angela rise, un colpetto. Anna Maria concluse:

Qualcuno deve pur cucinare.

Ecco, appunto.

Bianca rimase ancora un attimo col vassoio. Poi prese le patate. Tornò in sala. Posò il piatto.

Grazie Bianca qualcuno disse.

Annuii. Si sedette sulla sedia allangolo, versò acqua, non vino.

Mangiava in silenzio. Rispondeva alle domande, sorrideva su richiesta. Sparecchiava. Torta, caffè.

“Il suo posto è la cucina. È quello il suo posto.”

Quella notte non dormì.

Ripassò nella mente quelle parole, senza rabbia. Le girava nella testa, nella frase. Ventisette anni in cucina. Mani nella farina, nellimpasto, nellacqua bollente, nei piatti lavati per diciassette invitati. Mani che nessuno vede. Solo il risultato.

La strada che porta dove? Dove si è sempre stati.

Andrea dormiva. Bianca guardava il suo volto, familiare, che conosceva più di sé stessa. Sapeva delle sue intolleranze, della spalla che duole dinverno, di gusti, abitudini, paure. Un uomo buono, in fondo. Solo cieco, completamente cieco.

Si alzò piano. Indossò la vestaglia. Andò in cucina.

Accese la luce. Mise il bollitore.

La cucina era perfetta. Ogni piatto al suo posto: il risultato solo suo, invisibile.

Preparò una tisana. Aprì il telefono. Cercò Silvia nella chat.

Scrisse: Sil, dormi?

Dopo cinque minuti: No, sto leggendo. Cosa succede?

Bianca guardò lo schermo. Poi digitò: Niente. Solo che vorrei venire. Posso domani?

Risposta quasi istantanea: Certamente. Ti aspetto.

La mattina dopo preparò la colazione. Uova strapazzate, toast, pomodori a fette. Tavola pronta. Andrea, assonnato, si sedette.

Buongiorno.

Buongiorno.

Gli versò il caffè. Lo guardò.

Andrea, devo parlarti.

Mh rispose, afferrando la forchetta.

Voglio andare via per qualche giorno.

Dove?

Da Silvia. Un paio di giorni.

Lui la fissò.

Perché?

Così. Rilassarmi.

Lui la guardò ancora, alzò le spalle.

Vai pure. E io?

Nel frigo trovi le polpette, la zuppa di ieri, tortelli in freezer.

E poi?

Poi te la cavi.

Partì domenica dopo pranzo. Un trolley piccolo.

Silvia la accolse in ingresso. Guardò la valigia, la guardò negli occhi. Nessuna domanda. Solo labbraccio.

Tè? propose.

Sedettero fino a mezzanotte nella cucina di Silvia, stretta, calda, con una piantina di geranio, una vecchia lampada e le tazze scompagnate. Silvia portò i biscotti. Bianca parlò a lungo, a tratti si impappinava, a tratti taceva.

E sai disse piano alla fine non sono neanche arrabbiata, a essere sincera. Solo… stanca. Non del lavoro. Dellinvisibilità.

Capisco disse Silvia. Molto bene.

E adesso che faccio?

Non lo so. Ma di certo, non correre a casa.

Bianca annuì. Stringeva la tazza nelle mani, sentiva il calore, vero calore, sotto le dita.

Dopo tre giorni, Andrea telefonò.

Bianca, quando torni?

Non lo so.

Come non lo sai? Qui il frigo è vuoto.

Vai a fare la spesa.

Silenzio.

Non so cucinare.

Luovo strapazzato lo sai?

Beh, sì.

Allora cucina le uova.

Chiuse la chiamata. Si sentì scoppiare a ridere, la prima risata dopo tante settimane.

Il quarto giorno Silvia le disse:

Senti, una mia amica lavora in una scuola di cucina. Cercano uninsegnante, temporanea, per corsi di pasticceria e cucina di casa. Ti interessa?

Bianca la fissò.

Io? Non sono uninsegnante…

Cucini da ventanni meglio di chiunque. Parla con loro. Poi decidi.

Due giorni dopo, Bianca si sedette nel piccolo ufficio della scuola LArte del Gusto, davanti alla direttrice, Claudia Pozzi: donna rapida, occhi vivaci.

Silvia mi dice che sei bravissima. Cosa sai fare?

Bianca rifletté.

Cucina italiana famigliare. Paste, torte, impasti a mano, secondi di carne, conserve, minestre. Anche qualcosa di europeo…

Fai tutto da te? Niente preparati?

Sempre da sola. Mai buste o robe pronte.

Claudia sorrise.

Facciamo una prova. Piace agli allievi, firmiamo.

La prova fu il venerdì. Tema: pane casereccio con lievito madre.

Bianca non dormì tutta la notte di giovedì. Pensava che era assurdo. Che nessuno aveva mai imparato da lei. Cosa avrebbe detto Andrea? Anna Maria?

Ma poi si chiese: perché importa così tanto cosa penseranno?

Venerdì arrivò in aula. Otto persone. Donne di ogni età, una giovanissima. La guardavano, curiose.

Bianca salutò, prese una ciotola, versò la farina.

Iniziamo dalle mani. Il pane non nasce dalla ricetta, ma da quel che sentite sotto le dita. Quando la pasta si stacca dai bordi e diventa liscia: quello è il momento. Nessun timer vi dice se è giusto, serve ascoltare.

Mentre parlava, impastava. Mostrava. Spiegava. Perché lacqua deve essere tiepida, perché la pazienza conta.

Una ragazza chiese:

E se sbaglio?

La terza volta riesce sorrise Bianca. Limpasto non si offende.

Risero tutti. Anche la direttrice, dalla porta.

Alla fine, Claudia le disse:

Spieghi davvero.

Non ci avevo mai pensato.

È per questo che ci riesci. Se ci pensi troppo, perdi la vita. Firma il contratto?

Lunedì, Bianca firmò.

Tre incontri a settimana. Retribuzione a ora, ottima. Più della contabilità.

Chiese aspettativa in ufficio.

Poi telefonò ad Andrea.

Ho trovato lavoro. Insegno cucina.

Davvero? Quando torni a casa?

Non so.

Sul serio?

Sì.

Silenzio.

Mia madre mi ha chiamato. Ha detto che ti sei offesa.

Non sono offesa. Sono stanca.

Di cosa?

Pensò a lungo. Scelse parole semplici.

Di non essere vista, Andrea. Per ventisette anni non sono esistita. Esistevano i piatti, le camicie stirate, la tavola apparecchiata. Ma io, no.

Silenzio.

Bianca…

Non ti incolpo. Lo dico e basta.

Sentì come lui cercasse parole che non aveva.

Richiamo dopo disse lui.

Va bene.

Passarono altre due settimane. Bianca viveva da Silvia. Cucina e gesti nuovi, Silvia ringraziava sempre. Ogni volta, con sincerità.

Un giorno, Silvia le disse:

Sei cambiata.

Davvero?

Sì. Sei più calma. Non sei più pronta a scattare per tutto.

Bianca ci pensò su.

Forse.

Alla scuola la cercavano sempre più persone. Gruppi pieni. Claudia le disse che molti si erano iscritti solo dopo aver saputo di lei.

Dai calore. Ed è raro le spiegò.

Bianca dava. Ed era la sua arte.

Solo che ora qualcuno notava.

Andrea arrivò dopo la seconda settimana. Avvisò prima. Silvia uscì, discreta. Bianca e lui seduti in quella cucina.

Torniamo a casa?

Bianca lo guardò con attenzione. Era dimagrito, più stanco.

Perché?

È casa. La famiglia. Sono solo, lì.

Tu sei solo da tre settimane. Io lì, da ventisette anni.

Lui abbassò gli occhi.

Non capivo.

Lo so.

Allora tutto finisce? Mi perdoni?

Sospirò.

Non cè niente da perdonare. Non sono arrabbiata. Sono cambiata.

Come?

Non tornerò alla vita di prima. Non perché sono arrabbiata. Ma non riesco. Come un vestito che è diventato troppo stretto. Non entra più.

Tacque a lungo.

E allora? Divorzio?

Non so. Forse no. Ma, diverso. Ora lavoro davvero. E non sarò più la domestica di nessuno. Né tua, né di tua madre.

Mamma non voleva offenderti.

Andrea, ascoltami bene. Non è questione di offesa. È quel che ha detto davanti a tutti: Il suo posto è la cucina. È quello il suo posto. Capisci?

Lui la guardò.

Hai sentito.

Sì. E non solo quello. Per ventisette anni.

Silenzio.

Non aveva ragione sussurrò. Neanche io. Non ti vedevo.

Già.

Lui sembrava di nuovo il ragazzo di tanto tempo fa. Confuso e vero.

Che devo fare?

Non lo so. Ma se vuoi cambiare davvero, comincia dal brodo. Impara a fartelo.

Lui sorrise.

Sul serio?

Sì, so spiegare. Ora sono insegnante.

La guardò a lungo.

Tornerai?

Bianca ci pensò per davvero. Allappartamento di via Manzoni. Allaroma di burro la mattina. A una vita intera intrecciata e non perfetta.

Cinquantadue anni. Non diciotto. Né novanta.

Forse rispose. Ma non ora. Adesso ho bisogno di tempo.

Quanto?

Quello che serve.

Lui uscì. Bianca si mise alla finestra. Il geranio era lì, lautunno milanese ballava tra le luci. Poi si alzò. Tirò fuori farina, burro, uova. Cominciò un impasto. Solo per sé. Non per qualcun altro.

Tiepido, vivo, tra le sue mani.

Dopo un mese, Claudia le propose un contratto stabile.

Abbiamo bisogno di te. Non per sostituire. Proprio tua.

Tre moduli a settimana, più un workshop mensile. Le condizioni erano giuste. Non ricchezza, ma libertà.

Accetto disse Bianca.

Firmò il contratto. Uscì, fermandosi a respirare quellaria dautunno.

Telefonò a Silvia.

Sono dentro a tempo pieno.

Brava Bianca! Festeggiamo?

Sicuro. Preparo qualcosa.

E ci mancherebbe.

Si sorrisero.

Con Andrea, ora le telefonate erano calme. Lui raccontava della cucina: prima omelette, poi, timidamente, chiese la ricetta del minestrone. Bianca spiegò. Poi: Perché il sapore è un po acido?

Hai messo troppo pomodoro, forse.

Ho seguito la dose, te lo giuro.

Cucchiai da tavola o da tè?

Silenzio.

Uh, erano diversi?

Risero entrambi.

A fine ottobre, lui tornò. Portò fiori: crisantemi. Bianca non li riceveva mai ora sì. Allimprovviso.

Sono belli.

Sapevo che ti piacessero.

Bevettero tè, parlandosi di tutto. Dei nipoti, di Marco e Giulia che volevano traslocare, di Vittorio che si era ammalato e stava guarendo.

Poi Andrea:

Mamma vuole parlarti.

Bianca prese tempo.

Lo so.

Sul serio, è cambiata. Cucinava da sola. La torta, anche se riuscita male, lha fatta lei. Ha detto che con te ha sbagliato. Davanti agli ospiti.

Meglio tardi che mai.

Parlerai con lei?

Quando me la sentirò. Non oggi.

Va bene.

Lui non forzò. Strano, per lui. Era un inizio.

Sul pianerottolo, si voltò.

Bianca…

Sì?

Avevi ragione. Non guardavo davvero. Era sbagliato.

Lei lo fissò.

Lo so.

Mi dispiace.

Non disse che andava tutto bene. Non era vero. Ma forse qualcosa poteva andare davvero bene, col tempo.

Domani fammi sapere comè il minestrone.

Promesso.

Chiusa la porta.

Bianca rimase in ingresso. Rientrò in cucina. Mise il bollitore. Guardò la città illuminarsi. Poteva pensare alla lezione di dopodomani: Pasta frolla. Ecco, lì serve toccarla poco, mani fredde, burro freddissimo. Altrimenti perde la sua leggerezza.

Lo avrebbe spiegato. Perché spiegare, aveva scoperto, era capace.

Il bollitore fischiò. Bianca preparò il tè. Sedette alla finestra.

Da qualche parte là fuori cera la sua vita. Quella vecchia e quella nuova, insieme, mescolate. Non sapeva ancora quale sarebbe stata la strada giusta. Se sarebbe tornata a via Manzoni, se sarebbe rimasta, se avrebbe trovato una terza via.

Ma, quella sera, seduta nella cucina di Silvia, con il suo salario guadagnato e persone che imparavano dalle sue mani, questo le bastava.

Il giorno dopo, Andrea telefonò a pranzo.

Ho fatto il minestrone.

E comè venuto?

Meglio del previsto. Anche il colore cè.

Allora hai centrato la cottura.

Sì. Ho seguito i tuoi consigli.

Bravo.

Pausa.

Bianca, tu come stai?

Bene rispose lei. E questa volta era la verità.

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