Le lacrime del cuculo

Le lacrime del cuculo

Papà, sono a casa! E ho una fame!

Giulia buttò lo zaino in un angolo, si tolse le scarpe e cantilenò: «Ehi! Cè qualcun altro in questa casa, oltre me?»

Il grasso gatto tigrato apparve dalla cucina, con la coda che vibrava di stizza.

Ciao, Tito! E papà dovè? Giulia grattò il gatto dietro lorecchio e lo seguì nello studio del padre.

Ma nemmeno lì trovò il genitore, che di solito a quellora era assorto tra appunti e libri della sua tesi.

Tito! Mi sfugge qualcosa. Dovè la nostra stella? Giulia guardò il gatto con sorpresa.

Se papà avesse dovuto uscire, lavrebbe certamente avvisata. Tra loro cera un patto: uno doveva sempre sapere dove si trovava laltro. Una precauzione giustificata, chissà cosa può sempre accadere.

Il padre di Giulia, Andrea Petrini, nonostante i suoi grandi successi in ambito scientifico, era una persona piuttosto distratta e incline a dimenticare dettagli importanti. Ma mai, nemmeno per sbaglio, giungeva a trascurare la sua Giulia.

Dimenticarsi la fermata o prendere lautobus sbagliato? Nessun problema! Scordarsi cosa cè in frigo e tornare a casa con mezzo chilo di salame in più Tito ringrazia.

Ma l’orario di scuola della figlia e i numeri delle sue amiche o della prof di classe, Andrea li sapeva a memoria, a qualunque ora del giorno o della notte. Se lo svegliavi nel cuore della notte, li recitava senza sbagliare una virgola.

Giulia sapeva che per suo padre esistevano due cose fondamentali al mondo: lei e la sua amata fisica.

Perché Giulia pensava di essere più importante della scienza? Era semplice: quando nacque, sua madre decise che la maternità non faceva per lei. Così Andrea lasciò tutto e si dedicò completamente alla figlia.

Giulia a malapena ricordava sua madre. Se nera andata quando aveva appena un anno. Anche prima, la vedeva poco: lei viveva con papà dalla nonna, mentre la madre veniva solo ogni tanto, un bacio sulla guancia, una bambola costosissima che la nonna subito riponeva nellarmadio brontolando che servono giochi adatti alletà, e poi spariva di nuovo per mesi. La madre di Giulia era una cantante lirica. Di voce, ambizioni e voglia di panni da lavare ne aveva da vendere, ma non intendeva consumare i giorni tra pannolini e pappette.

Il talento di sua madre era noto, e quando arrivò la proposta di trasferirsi a Roma, non ci pensò due volte. Lasciò la figlia a Andrea, promettendo a chiunque che lo faceva proprio per dare un futuro migliore a Giulia.

Intanto, Giulia cresceva. Faceva i capricci, organizzava concerti quando le spuntava un dente, imparava a camminare e cercava ogni tanto di chiamare mamma chiunque le stesse intorno. La nonna stoppava questi tentativi, papà non aveva fretta di risposarsi e Giulia si inventò una soluzione: iniziò a chiamare il padre mamma-papà, mappa.

Per lei non era strano: era lui che la cullava alle prime luci dellalba, la convinceva a mangiare almeno un cucchiaio di semolino, distraendola con una banana, infilandole in bocca quello che lei proprio non voleva.

Il semolino Giulia non lo sopportava! Allasilo, mentre gli altri bambini giravano il cucchiaio nel piatto, Giulia trovava mille modi per disfarsi della porzione: nei tamburi, nelle casette di plastica. Le maestre, scoperto chi concimava i fiori e sporcava i giochi, parlarono con Andrea, che risolse subito il problema. Da allora la portava allasilo già sazia: gli inventava ogni mattina frittelle, torte di cioccolato, crespelle tutto, pur di non farla arrivare affamata al pranzo. Le maestre si lamentavano, la vizi troppo, ma Andrea Petrini era irremovibile se la bimba odia il semolino, perché insistere? Ci sono tanti altri modi sani per nutrirla.

Paradossalmente, questo tipo deducazione non rese Giulia viziata. Lo amava tanto da ascoltarlo sempre, senza discussioni. Non cera bisogno di punizioni: bastava un sospiro e unamara scrollata di testa:

Eh, Giulia mia perché fai così

E lei capiva subito che la sua marachella era gravissima. Si scusava e faceva di tutto per dimostrare che non sarebbe più successo.

La nonna finché visse non era daccordo con questi metodi.

La vizi, Andrea! Così non va bene.

E come dovrei fare, mamma? Nemmeno tu mi hai mai picchiato né fatto stare in ginocchio sui ceci. Spiegavi e basta.

Perché dici così? Una volta la bacchetta l’ho rotta sulle tue gambe. E avevo ragione.

Era quando io e Paolo siamo scappati al lago a nuotare senza dirti niente?

Proprio allora! Stavo per impazzire! Come facevo a sapere che poi avreste litigato pure per Marina? Vedo Paolo tornare solo, chiedo di te. Mi risponde tranquillo che non sa, se sei affogato o stai ancora a nuotare! Birbanti!

Mamma mia! Andrea rideva. Hai rotto lintero manico della scopa su Paolo! Se lo ricorda ancora!

Almeno gli è servita la lezione! Ora fa il capitano! Ma ascolta, figliolo se non aveste litigato per Marina, forse tutto sarebbe andato diversamente. Troppa importanza si dava, a volte: fa litigare amici, abbandona figli come gattini Non è giusto, figlio mio.

Lo so, mamma Ma meglio non parlarne, che Giulia potrebbe sentirci.

Tanto meglio!

No! tagliava corto Andrea. Mai parlar male di sua madre davanti a lei. La verità sì, ma niente insulti. Giulia è metà sua, piaccia o no

La nonna forse non approvava davvero, ma taceva, anche quando Giulia chiedeva qualcosa sulla mamma, preferendo prenderla in giro e rimandarla dal padre.

Chiedi a lui! Tua madre la conosce bene. Prendi una focaccina e non ammorbare la testa!

La nonna se ne andò quando Giulia aveva solo quattro anni. Da allora abitavano solo lei e Andrea nel grande appartamento a cinque stanze in pieno centro a Modena. Quellappartamento era passato al padre di Andrea, direttore di fabbrica fino allultimo giorno. Morì durante una riunione, preoccupato di salvare limpresa. La fabbrica sopravvisse, grazie ai suoi progetti, magari ancora incompleti. Andrea dovette prendersi cura della mamma rimasta sola, smarrita per la perdita del marito amato.

La nonna non si riprese mai del tutto: malata, malinconica, si spense presto, rimpiangendo di non poter dare il calore necessario alla nipote che cresceva.

A sette anni Giulia imparò a lavare il pavimento e a cuocere un uovo al tegamino. A otto preparava la colazione per sé e per il padre. A dieci era ormai autonoma: programma giornaliero diviso tra lezioni e sport, con compiti domestici da spartire col padre. Giulia puliva salotto e camere, a Andrea toccavano cucina, studio e bagni. A cucinare si alternavano. Unico incarico che Giulia mai volle condividere fu la cura del gatto. Da quando aveva raccolto Tito, magro e spelacchiato dalla strada, aveva deciso: ora che poteva prendersi cura di qualcun altro oltre a papà, doveva farlo al meglio. Tutto ciò che riguardava Tito era una sua responsabilità, un suo privilegio. Andrea accontentava il gatto con qualche sgolosità poco salutare, ma la figlia lo rimproverava: no, papà, niente vizi per il nostro ciccione di casa!

Tito guardava Giulia con speranza nel muso tondo, poi la toccò delicatamente con la zampa.

Che cè Tito? Hai fame? Andiamo! Magari papà è uscito a comprare qualcosa Dove può essere andato a questora?

La risposta non tardò. Sul tavolo in cucina cera un biglietto:

«Giulia, mi hanno chiamato alluniversità, tornerò tardi. Ho già dato da mangiare a Tito. Se te lo chiede, non fidarti! Mente! Papà»

Tutto tornava. Giulia si tranquillizzò: papà sta bene. Poteva pensare al pranzo, ai compiti e poi nuoto.

Afferrò al volo il costume steso ad asciugare sul balcone e lo infilò nella borsa per la piscina. Guardò lorologio.

Era ancora in tempo…

La lettera era arrivata il giorno prima, ma Giulia non aveva avuto tempo di leggerla. Accese il computer, allontanò Tito che si era accomodato sulla tastiera e cliccò sulla posta. Ma non fece in tempo ad aprirla: qualcuno bussò alla porta, facendola sobbalzare.

Papà aveva tolto il campanello già da anni, da quando Giulia era piccola le melodie la spaventavano, così lui e la nonna decisero di toglierlo. Se serviva, si bussava. Col passare del tempo, non lavevano più reinstallato. Adesso il campanello lo faceva Tito: ogni volta che bussavano, si precipitava a controllare chi era.

Ora si era messo in allerta e, saltando giù dal tavolo, andò in corridoio insieme a Giulia.

Alla porta cera la vicina, zia Silvana: la sua confidente, baby-sitter e amica, anche se avevano ventanni di differenza.

Ciao, Giulia! Tuo padre è uscito allimprovviso. Mi ha detto di venire a vedere se avevi mangiato e di coccolarti prima della piscina.

Tardi, zia Silvana! Ho già mangiato! rise Giulia abbracciando la vicina.

Conosceva Silvana da sempre: laveva accudita quando la nonna era in ospedale, la andava a prendere allasilo, la ospitava quando Andrea era in trasferta, le faceva le trecce perché era lunica cosa che Andrea proprio non riusciva a imparare. Per qualsiasi problema da femmina, veniva mandata da Silvana. E Silvana mai le aveva negato una risposta, sincera e dettagliata. Non avevano segreti.

Brava! Silvana baciò Giulia sui capelli. Tutto bene? E Luca?

Per carità sbuffò Giulia, accendendo il bollitore.

Se zia Silvana chiedeva, significava che aveva tempo per restare: via allora a una bella chiacchierata, i compiti potevano aspettare.

Silvana sollevò il coperchio della pentola e guardò preoccupata.

E papà, che gli cucini?

Ci sono tortellini in freezer.

Capito. Intanto raccontami di Luca e io pelo le patate. Sì, i tortellini vanno bene, ma un po’ di patate fritte non guastano. Così facciamo felice anche il tuo papà!

Andrea adorava le patate fritte, quindi Giulia non discusse, preparò il tè e si preparò a raccontare di come aveva dato una sberla a Luca aveva provato a baciarla uscendo da scuola. Ma ecco che qualcuno bussò con insistenza.

Oh, chi sarà? Silvana si asciugò le mani e andò ad aprire.

La donna che varcò la soglia Giulia la riconobbe subito.

Mamma

Andrea non aveva mai nascosto a Giulia chi fosse sua madre e cosa facesse. Qualche foto rimasta stava nellalbum famigliare e, ogni tanto, Giulia la guardava per capire quanto le assomigliasse davvero quella ragazza bella e sempre col sorriso sulla bocca.

La donna posò lelegante trolley, si inginocchiò, tendendo le braccia verso Giulia e iniziò a piangere:

Tesoro! Sono io! Non mi riconosci?

La scena aveva un sapore di soap opera così smaccato che Giulia incrociò lo sguardo con Silvana e alzò le spalle.

Certo che ti riconosco. Alzati! Il pavimento è freddo e oggi non lho nemmeno pulito.

Mio Dio! Ma pulisci tu casa?! Marina si alzò, si tolse la polvere dal cappotto costoso e fece una smorfia. Lo sapevo Potevate permettervi la colf, ma non lavete mai voluta. Papà è in casa?

Presto rientra.

Meglio così! Ma io sono venuta per te, amore! Non restiamo sulluscio, su. Hai ricevuto la mia lettera? Anche se ormai non conta più! Vieni qui ad abbracciarmi, Giulia! Ti ho portato tanti regali!

Silvana indietreggiò per lasciar passare la visitatrice, che la ignorò completamente.

Giulia assistette alla scena come se fosse fuori dal suo corpo: ecco la mamma che appende il cappotto, che si specchia aggiustandosi i capelli, che stuzzica Tito col piede. Il gatto, percependo che la nuova arrivata non portava nulla di buono, si mise subito a osservare con attenzione le sue calze e scarpe.

Lasciami stare! cercò di scacciarlo Marina, indifferente allo sguardo attento della figlia.

Vieni qua, Tito! Giulia lo sollevò e fece un passo indietro.

Passo dopo passo, si avvicinò a Silvana che la prese per le spalle.

Tranquilla Dai, Giulia, sono qui!

Marina parlava senza sosta, scaricando dal trolley pacchi impacchettati, borse di negozi famosi di moda.

Non sapevo la tua taglia. Andrea non mi ha mai detto molto di te, solo che stai bene e vai bene a scuola. Così ho preso tutto a occhio e secondo i miei gusti. Se non ti piace qualcosa, la cambiamo insieme a Roma. O scegli pure tu quello che vuoi! E la nonna? Dovè? Non mi è venuta incontro? Non mi ha mai amata, era davvero una donna difficile, ma per te, Giulia, sarei pronta a sopportare tutto.

Giulia si irrigidì. Tito miagolò quando lei lo strinse troppo, allora Silvana glielo prese delicatamente.

Lasciamolo in cucina. chiuse la porta dietro il gatto e abbracciò di nuovo Giulia.

La nonna non cè più.

La voce roca e spenta della ragazza non fermò il fiume di parole di Marina.

E Giulia, allora, urlò così forte da far tremare i muri.

La nonna non cè più! Da tanto tempo! E tu nemmeno! Perché sei venuta?!

Marina rimase spiazzata per un secondo, poi si riprese.

Mi mancavi!

Non ci vedevamo da anni, vero, mamma? Quanti anni avevo quando mi hai lasciata?

Giulia, io non ti ho lasciata! Semplicemente le circostanze mi hanno costretto a partire! Non capisci Anni di studio, sacrifici non potevo perdere la mia chance solo perché

Si interruppe, ma Giulia, ironica, completò la frase.

Solo perché cera una piccola che mandava in aria i tuoi piani? Che male poteva fare? Sì, lasciamola al papà e alla nonna! Parenti, no? Se la caveranno! È così che hai pensato?

Giulia, dai… sono qui per…

E allora? Giulia si strinse alla mano calda di Silvana, cercando conforto. Cosa vuoi?

Le gambe le tremavano a tal punto che stare dritta diventava difficile. Silvana, capendolo, la strinse più forte.

Io vorrei… Marina si avvicinò, cercò di toccare i capelli della figlia, ma Giulia si spostò di scatto, quasi facendo cadere Silvana.

Non toccarmi! stavolta la voce di Giulia era ferma, quasi tranquilla. Silvana stessa ne fu sorpresa.

Giulia, che succede?

Va tutto bene Giulia annuì, come a dire di avere ritrovato il controllo.

Giulia cara, tu…

Non intrometterti nella nostra conversazione! tagliò corto Marina. Lei chi sarebbe? La nuova moglie di Andrea? Benissimo! Si occupi delle sue cose! Lappartamento è un disastro! Mia suocera, pace allanima sua, anche rompiscatole che fosse, mai lasciava il disordine! Casa sempre linda!

Silvana sbuffò, e Giulia le sorrise appena.

Ecco! Mi sorridi già! Marina si illuminò, ma Giulia tornò subito seria.

Non a te! replicò, fissandola negli occhi. Rido della tua sfacciataggine.

Sfacciat… Da dove tiri fuori certe parole?

Pensi davvero che giochi ancora con il sonaglino? No, mamma. Papà si è occupato della mia educazione. So fare molte cose. Ti sorprenderesti.

Raccontami almeno una! Marina pose le mani giunte e si dondolò come una bambina.

Se ci tieni… rispose Giulia, sfilandosi dallabbraccio di Silvana e avvicinandosi alla madre. Per esempio so che non puoi portarmi via. Papà si è già mosso da tanto. Posso vivere solo con lui, e vederti solo se lo voglio.

Ma lo vorrai, no? Marina si guardò intorno smarrita.

Ma alle sue spalle non cera nessuno pronto a sostenerla.

Giulia, invece, aveva chi ci teneva a lei.

Direi che può bastare! Silvana spinse Giulia verso la cucina.

Vai. Tito ha fame. Pensa a lui. Noi sistemiamo il resto.

Giulia annuì in silenzio, ignorando le proteste di Marina, ed eseguì ciò che zia Silvana le aveva chiesto.

Quando la porta si chiuse, per Marina non restò la mamma indaffarata, ma una leonessa che proteggeva il suo cucciolo.

Sentimi bene. Tutte le future discussioni sui parenti rispuntati dal nulla le farai solo con Andrea presente.

E tu chi sei? Marina, senza volere, imitò la posa di Silvana, che stava lì con le mani sui fianchi, sbarrando la porta.

Sono colei che ha sostituito te, cucù, in questi anni! Io, con Andrea, ho cresciuto questa bambina! Secondo te lascerò che tu le sconvolga la vita ora? Vuoi portarla a Roma? Hai chiesto a Giulia se è quello che desidera?

Poi mi ringrazierà!

Neanche per sogno! Non sai nulla di lei. Come puoi prenderti una figlia che non conosci? Pensi che bastino due vestiti firmati per comprare la sua anima? Scordatelo! Ora fuori da qui! Aspetta Andrea giù nel portone, cè una bella panchina. Adesso scusa, devo occuparmi della bambina, visto che la madre non cè e qualcuno dovrà pur prendersene cura!

Silvana respirò a fondo, cercando di calmarsi, e mise la mano sulla porta della cucina, ma alle sue spalle sentì uno strano rumore. Si voltò, interdetta.

Marina stava piangendo, senza pudore, con le lacrime che scioglievano il trucco accuratamente steso prima dellincontro con la figlia.

Cosa dovrei fare? singhiozzava Non mi perdonerà mai?

Silvana esitò. Poi sospirò e scosse la testa.

Ma che persona sei? estrasse un fazzoletto e glielo porse. Soffiati il naso! Credevi di tornare così, dopo anni, e che la bambina ti saltasse al collo? E chi saresti per lei? Una sconosciuta e basta. Vuoi essere madre? Fatti avanti. Ma sappi che la strada sarà lunga e piena di ostacoli. Se impari a pensare prima a lei che a te stessa, magari qualcosa ne verrà fuori. Ora vai in bagno a sistemarti. Poi resta in camera, Andrea arriva e parlerete. Ma non dare più fastidio a Giulia, oggi ha già avuto abbastanza. E per curiosità, dimmi ora: perché sei tornata?

Marina voleva ribattere, ma lo sguardo di Silvana la bloccò.

Mi risposo. Mio marito è una brava persona, ma non può avere figli. Sa di Giulia, si è detto disposto ad accoglierla. Ha molti mezzi, molte conoscenze Potrebbe offrirle le scuole migliori, farle studiare alluniversità che preferisce, ovunque! Vorrei che fosse felice!

Lo è già, Marina Silvana alzò le spalle. Ma come potresti saperlo? Non la conosci per niente.

Non lo so Marina rispose, poi si incamminò verso il bagno.

Andrea arrivò unora dopo quel dialogo. Trovò Marina in camera di Giulia, seduta per terra con un vecchio sonaglino tra le mani: era stato di Andrea da piccolo. Giulia lo aveva ereditato dalla nonna e lo portava ovunque come portafortuna.

Lhai conservato Marina guardava Andrea e lui capiva che non stava parlando del sonaglino. È bellissima

Lo so, Marina. Perché sei venuta?

Pensavo di volere una cosa, invece era altro Chi è quella strega che ha difeso Giulia come una leonessa?

Unamica.

Di chi?

Mia, di Giulia, nostra.

Stai con lei? Giulia la chiama mamma?

Ma cosa ti passa per la testa, Marina? Perché sei sempre così? Prima agisci, poi pensi… Andrea scosse la testa. Silvana è sposata, felice, con tre figli. Ci aiuta solo perché…

È una brava persona? Marina sorrise, amara.

Proprio così.

E io sono cattiva…

Non lho detto io.

Andrea, mi permetterai di vedere Giulia?

Quando mai te lho proibito? Andrea guardò Marina e, per la prima volta, lei abbassò lo sguardo. Se vuoi, torna pure. Spazio ce nè. Forse, un giorno, vorrà davvero parlarti.

Io ci spero Marina porse il sonaglino ad Andrea. Ora devo andare

Questa volta non salutò Giulia. Quando tornò, un mese dopo, Giulia ancora rifiutava il dialogo. Si fece accompagnare nel bosco da Silvana e, trovando un piccolo fiore blu tra lerba quello che le aveva mostrato la nonna anni prima chiese:

Lo sapevi che questo fiore si chiama lacrime del cuculo?

Certo che sì, Giulia. Perché lo chiedi? Silvana la fissò con apprensione.

Secondo te, vuole davvero che io le parli? Il modo in cui Giulia la guardava era eloquente.

Credo di sì.

Giulia rigirò lo stelo esile tra le dita, poi disse:

Proverò. Se capirò che non va, avrò sempre papà. E te. Lo so.

Certo, lo sai!

Giulia lasciò piano il fiore sullerba, ascoltando il silenzio, poi aprì le braccia:

Sempre quando voglio chiedere, non cè mai un cuculo a cantare! Zia Silvana, quanto vivrò?

A lungo, mia cara! rise Silvana. Lunga e felice! E per saperlo, il cuculo non serve! Intesi?

Sì, ho capito!

Giulia, alla fine, parlerà con la madre. Ma per ricostruire il rapporto ci vorranno anni.

E sarà solo al proprio matrimonio che abbraccerà finalmente la madre senza timidezza, guardandola negli occhi.

Sii felice, figlia mia!

Lo sarò! Giulia cercherà tra gli invitati il padre e Silvana, e con un cenno farà capire che ora va davvero tutto bene.

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A un passo dal disastro