Gnocchetti
Sofia, sei impazzita! Ma come vi è venuto in mente?! Siete sposati da un soffio! La signora Olga strappava e menava per la cucina, senza sapere da dove iniziare se finire le insalate o infornare la carne.
Nove anni, mamma… Sofia affettò la cipolla, asciugando lacrime di rabbia.
In realtà non era la cipolla a farla piangere. Era esausta! Possibile che la considerassero ancora una bambina, incapace di decidere da sola? Sarebbe dovuta andare avanti sempre col permesso dei genitori?
Figlia mia, capisci che non si scherza con queste cose! È una responsabilità immensa! Per la vita intera! Sei davvero pronta? Non credo proprio Sei sempre stata dolce e sognatrice, coi piedi sulle nuvole. Torna sulla terra, Sofia! Qui si parla di cose serie!
Mamma, secondo te non abbiamo capito niente?! Sofia scoppiò, scagliando il coltello sul tavolo. Non siamo più ragazzini, mamma…
La grande cucina luminosa era il loro regno. Quando i genitori finirono di costruire la casa, Sofia aveva tredici anni. Ma aveva scelto con la madre i colori, le piastrelle, gli elettrodomestici, persino le stoviglie. Aveva già gusto e una passione per la cucina. Molti accessori suo padre li aveva comprati solo per lei. Torte e pasticcini di Sofia facevano impazzire parenti e amici. Nessuna festa si celebrava senza una telefonata:
Sofietta, pensi tu al tavolo dei dolci? Nessuno li fa buoni come i tuoi!
Dove frequentare gli studi dopo il liceo non fu mai una domanda. Mentre studiava economia, di sera lavorava in una piccola pasticceria francese nel centro di Milano e i genitori risparmiavano per realizzare il sogno di Sofia.
Guarda, Sofietta! Non è un incanto? Papà ha cercato tanto! Un caffè piccolo, sì, e ormai chiuso, ma è quasi in centro! E cè persino un laboratorio, anche se piccino. Che dici, rischiamo?
Ma certo, mamma! Sofia camminava piano tra i vetri rotti.
Dei vandali erano entrati nel locale che il padre voleva acquistare. Eppure Sofia già immaginava ogni dettaglio della sua futura pasticceria, dai colori ai dolci da esporre.
Cominciamo in piccolo. Piano piano cresceremo. Ricordi la nostra vecchia pasticceria, quella che faceva le zeppole più buone della città?
E i cannoli! Li avresti mangiati a colazione, pranzo e cena!
Sì! Ma ti ricordi quella volta, quando papà mi lasciò comprarne quanti volevo? Stetti male per giorni! Tutto bene, sì, ma con moderazione…
Questo è certo. Che facciamo allora? Prendiamo il locale?
Prendiamolo! Sofia chiuse gli occhi, ringraziando il cielo per la famiglia e un sogno che ancora non sapeva quanto avrebbe dovuto difendere con tutte le forze, per mantenerlo.
La pasticceria di Sofia ebbe subito successo. Dopo qualche anno aprì un secondo laboratorio, e grazie a suo padre impostò lattività molto diversamente da come aveva sognato allinizio. Da piccolo laboratorio artigianale, divenne unimpresa vera e propria. Cercava fornitori in Brianza, pensava già di aprire un piccolo negozio di prodotti tipici, latte, burro fresco.
Gli affari andavano benissimo, ma Sofia era triste. Solo sua madre capiva perché. Il tempo passava, ma Sofia non trovava né lamore né una famiglia. Viveva come tirata avanti dalla corrente. Il suo cuore desiderava amore e figli, ma nessuna prospettiva pareva allorizzonte.
Sofia non era una bellezza, ma nemmeno brutta, e dire il contrario sarebbe stato uningiustizia. Non aveva lineamenti appariscenti, ma i suoi grandi occhi grigi, una figura aggraziata e lunghi capelli che raccoglieva in uno chignon in testa mentre lavorava, la rendevano unica. Ogni nuova ricetta la testava in prima persona e, solo una volta sicura del successo, passava alla produzione.
Un giorno, mentre Sofia era in laboratorio ed il padre procurava uova da un contadino nel cremonese, avvenne lincontro che le avrebbe cambiato la vita.
Giovane, da noi non si fa così! Lo chef non riceve i clienti! si sentiva gridare dalla sala.
Sofia guardò con domanda la sua assistente fidata e migliore amica Vittoria.
Che succede?
Non lo so, Sofì. Vado subito a vedere! Vittoria si tolse i guanti, si sistemò il grembiule. Qualcuno fa storie. Ma risolvo io, tranquilla!
Vittoria ormai gestiva la pasticceria splendidamente, tanto che Sofia le aveva affidato tutte le consegne. La stupiva come la sua amica, elegante coi ricci ramati e gli occhi limpidi, sapesse risolvere ogni problema senza scomporsi, anche litigando coi fornitori.
Ah, Vitto! Io con loro non sono capace! Mi fregano sempre…
Perché capiscono che sei troppo buona, Sofia! Così cercano di approfittarsi. Ma con me smettono subito! Ricorda chi ci ha cresciute? Sono abituata a dare battaglia per chi amo! Non ti preoccupare, ai fornitori penso io!
Sofia non ne aveva mai dubitato. La storia di Vittoria la conoscevano tutti a Monza: come la sua mamma fu sequestrata durante il rientro dal turno notturno; come la ridussero, e quando la ritrovarono solo anni dopo era ormai troppo tardi. Il padre di Vittoria non trovando aiuto, si affidò a vecchi amici, fece giustizia a modo suo e solo dopo, si costituì. Chiese al padre di Sofia che Vittoria vivesse con loro quanto necessario.
Così anche Sofia si ritrovò una sorella. Per i loro genitori non cera differenza: tutto era diviso in parti uguali, giochi, dolci, vestiti.
Quando il padre di Vittoria fu scarcerato, lei aveva dodici anni. La prima cosa che fece fu iscriverla a karate.
Devi saperti difendere. Non si sa mai, figlia mia. Speriamo che non ti serva, ma è meglio così.
Non solo imparò, ma diventò campionessa cittadina e poi provinciale, rifiutando però di proseguire con le gare nazionali.
Papà, non faccio sport per questo. Voglio essere una ragazza normale! Voglio dolci, le coccole. Ma prima, voglio imparare a cucinare. Sofia fa dolci, io non posso? Non mi vengono come i suoi, ma se mi spiega, posso riuscirci anchio!
Come vuoi, figlia mia. Sarà come dici tu!
Sofia fu felicissima di accoglierla in pasticceria.
Ma non volevi sposarti, Vitto?
E allora? Essere moglie non vuol dire rinunciare a un sogno, no? Ci sono persone che non sognano nemmeno. Io voglio la mia felicità! Voglio un ristorante tutto mio, dove non si facciano solo dolci: io so anche cucinare! È stata tua madre a insegnarmi, ti pare poco? Aprirò un posto così, cucina italiana, quella vera. Tu penserai ai dolci, io al resto. Che ne dici?
Fai bene! Dove posso, ti aiuterò. Sognare è bellissimo!
Ma Vittoria dovette rallentare i suoi progetti quando nacquero prima una bambina, poi un maschietto.
Pazienza! controllava i documenti della pasticceria cullando pian piano il bimbo addormentato. Cè il papà, ci aiuta, e anche la suocera ha promesso. Ce la faremo!
Vitto, puoi prenderti una pausa, davvero. I bambini hanno bisogno di te!
Sei crudele, Sofia! Così vado fuori di testa! Amo i miei figli, più della mia vita, ma amo anche lavorare! E poi studio! Tempo per stare a casa non ce nè! A proposito, perché la farina è così poca? Vittoria, cullando il piccolo che si svegliava, si voltò e ammiccò. Tu dici pausa…
Sofia osservava come la sua amica gestiva impeccabilmente figli e lavoro, e nel cuore desiderava quel destino per sé: sentire un bambino tra le braccia, assaporare a pieno la felicità.
E per lei non arrivava. Fino a che non comparve Alessandro…
Ecco, Sofì! tornò Vittoria dalla sala con uno sconosciuto in giacca elegante. Questo vuole parlare con te!
È successo qualcosa? chiese Sofia, preoccupata.
Non aveva paura dei controlli, suo padre aveva amici in tutta Milano pronti ad aiutarla, e Sofia rispettava sempre le regole.
Proprio per questo lo strano visitatore, vestito come per lufficio di Piazza Duomo, la mise in allarme.
Mi scusi, ma questa ricetta dei bignè Da dove lha presa?! È quella di mia madre! Solo lei sapeva farli così! luomo era emozionato, fissando Sofia come se avesse ritrovato un fantasma.
Mi dispiace, è la mia ricetta, rispose Sofia con calma, guardando Vittoria che capì al volo. Li preparo da quando avevo dieci anni. È stata mia madre a insegnarmi. Provi pure! Sono contenta che le piacciano!
Porse alluomo una scatolina di bignè che aveva preparato, ma lui esitava a prenderla.
Lei è sposata? chiese dimprovviso, lasciando tutti di sasso.
Ma come?! protestò Vittoria, ma Sofia fu sincera.
No. Non sono sposata.
Allora… Vorrei invitarla a cena. Glielo posso chiedere?
Vittoria, alle sue spalle, faceva segno di no, ma Sofia aveva già acconsentito.
Va bene. Sarò libera dopo le sette.
Laspetterò!
Naturalmente, Vittoria disse la sua sulla fretta di Sofia e sugli sconosciuti che invece dei dolci volevano attenzione, ma Sofia non ascoltava. Pensava a quelluomo che la guardava come se avesse ritrovato qualcosa di prezioso, perso chissà dove.
Non gli ho chiesto nemmeno come si chiama…
Quello sì! E già accetti duscire insieme! Io non ti lascio sola, Sofia! Avverto mio marito e veniamo anche noi nello stesso ristorante!
Ma perché? Sofia si riscosse, sorpresa.
Per non rischiare! Non penserai che ti lasci andar da sola con un tizio che neanche conosci! Non è di qui, lhai visto il suo completo?
Che ha?
È ottimo! Forse troppo. Un po di prudenza non guasta!
Sofia dovette cedere.
Ma tutto filò liscio. Lo sconosciuto era un manager di una grande società che voleva costruire uno stabilimento di finestre in plastica in provincia. Sofia gli era piaciuta subito; non sapendo proprio come conquistare le donne, fu diretto.
Ti ho cercata per tanto… credevo di non trovarti mai! le sussurrò mentre si sposavano. Mia moglie… la mia felicità…
Ale, mi fai arrossire! rideva Sofia abbracciandolo. Anchio cercavo te e ti ho trovato!
Sei tu che hai vinto, invece! Le tue zeppole mi hanno salvato!
Anche quelle, sì!
La loro vita matrimoniale era perfetta. Niente litigi, niente scenate. Talmente sereni che la stessa Vittoria se ne stupiva.
Sofia, guarda che una piccola lite ogni tanto ci vuole!
Ma perché? per Sofia, una famiglia così era normale.
Così vivevano i genitori. Ogni tanto si discutono, ma dopo la mamma prepara i piatti preferiti del papà, e lui ripara le piccole cose in casa e la invita a pescare.
Non andiamo da tanto.
Sofia sapeva che i suoi alla pesca parlavano di tutto, litigavano e poi si baciavano come ragazzini ignorando i pesci.
Vittoria, non lo so perché non litighiamo… Non cè motivo. Ci vediamo mattina e sera, la domenica. Siamo sempre al lavoro. Ale è spesso fuori città. Quando dovremmo litigare? E poi… Vogliamo la stessa cosa: una famiglia, dei figli… Sono due anni che ci proviamo, ma niente. I medici dicono che cè qualche piccola difficoltà, ma nulla di grave. Eppure non succede…
Vedrai che arriverà, Sofia! Avrai i tuoi bambini a cui cantare la ninna nanna dei gnocchetti come la mia. Ricordi quando volevi impararla?
Eh, Vittoria! Magari il Cielo ti ascoltasse! Quanto lo vorrei…
Passò un anno, due, tre, e Sofia e Alessandro non ebbero figli. Chiesero ai migliori specialisti che però dicevano solo:
Non dipende da noi. Medicamente tutto va bene! Se ne occupa il cielo. Magari la vostra cicogna si è persa. Abbiate pazienza!
E così continuavano ad aspettare. Ma la cicogna tardava. Fu allora che Alessandro propose di adottare un bambino.
Sofì, tu che ne pensi? Se non possiamo averne nostri, perché non dare una casa a chi ne ha bisogno? Damore ne abbiamo a pacchi. E a che serve se non lo doniamo? Che dici?
Credo tu abbia ragione, Ale! Volevo proporlo anche io, ma temevo non comprendessi.
Sbagliavi, amore mio! Alessandro la abbracciò, asciugandole le lacrime. Non dobbiamo temerci. Mai. Altrimenti tutto si rovina.
Non lo farò più, Ale… Secondo te ci lasceranno adottare?
E perché no? Se non a noi, a chi?
Nessuno si oppose. Frequentarono il corso per aspiranti genitori, raccolsero i documenti e attesero. La speranza tornò a scaldare la loro casa.
Nellattesa, fu il momento di dirlo ai genitori, che presto sarebbero diventati nonni.
No, Sofia! No! la signora Olga scuoteva la testa. Lo sai cosa potrebbe succedere? Se il bambino avesse una brutta eredità? E se fosse malato? Se…
Mamma! Sofia la interruppe, abbracciandola stretta. Calmati! Perché pensi al peggio? Dove è finita la tua fiducia? Mi hai insegnato ad affrontare la vita senza paura! E ora? Dovrei spaventarmi? Non lo farò. È una possibilità che il destino ci offre. Forse non avremo mai figli nostri, questa è la verità… Ma non divorzierò per questo! Amo Alessandro, lui ama me. Abbiamo forza e amore da donare. Se il bambino è malato, lo cureremo. Forse noi saremo la sua unica possibilità di una vita degna.
Ma se…
Mamma, basta! la fermò Sofia. Non esiste nessun se. La scelta è fatta. Non ti chiedo di permettermelo: ti chiedo di accettarlo. O… dovresti rifiutarmi come figlia…
Cosa vai dicendo?
Mi accetterai solo se vivrò secondo i tuoi desideri? Così?
Ma no!
Allora rispetta la mia scelta! Ormai è decisa.
Non ci riesco… la madre pianse. Io volevo solo nipoti miei…
Ma chi è tuo davvero? Sofia scosse il capo. Quando Vittoria arrivò, le volevi bene come a una figlia, anche se allora era unestranea. E ora, ti prepari per il suo compleanno come per il mio. Lami, mamma! E invece un bimbo sconosciuto già non lo vuoi. È questo giusto?
Oh, Sofia! Cosa mi fai fare?
Nulla, mamma. Solo pensaci. Quando e se capirai che abbiamo bisogno ancora di te, sarai benvenuta tra i nonni di nostro figlio.
Ci penserò…
Le riflessioni di Olga non durarono molto. Due settimane dopo il compleanno di Vittoria, arrivò la telefonata tanto attesa: Sofia e Alessandro divennero prima tutori, poi genitori veri. Non di un solo bimbo, ma di due: fratello e sorellina rimasti soli per una tragedia, le nonne troppo anziane. Sofia e Alessandro accolsero con gioia Gianluca, due anni, e Chiara, poco più di uno.
Sette anni più tardi, la stessa Sofia diventò mamma naturale: un figlio atteso da tempo nacque per lei, una mattina di terribile primavera. Olga, col marito, il genero e i nipoti, venne a trovarli e prese fra le braccia, con delicatezza, il neonato.
Sofia… adesso siamo in tre… Che felicità…
Sì, mamma! Grazie… Sofia abbracciò il marito e chiamò a sé i bambini. Forza, venite a conoscere il fratellino!
Sì!
A notte fonda, nel silenzio della casa di Sofia, si sentiva appena la voce che veniva dalla stanza chiusa:
Oh, gnocchetti, gnocchetti,
sono arrivate le colombe
Le colombe a tubare,
a cullare i bimbi ad addormentare…







