Un amore noioso… Quando la passione si spegne tra i vicoli romantici delle città italiane

Un amore noioso…

Era una sera tiepida a Firenze, i lampioni disegnavano ombre tremolanti sui sampietrini quando Martina incontrò Andrea tra amici in una trattoria del centro. Andrea era affascinante, con laria disinvolta da artista: ora si presentava come fotografo, ora come pittore, e strimpellava la chitarra con una grazia che lo rendeva irresistibile, anche se, in fondo, come musicista non era nulla di speciale. Ma cantava con quella malinconia struggente che arrivava dritta al cuore, e la sua voce calda era tutto ciò che serviva per far innamorare una ragazza sognatrice come Martina.

Martina era molto corteggiata, ne era consapevole, e sapeva prendersi cura di sé. Non metteva mai da parte i propri interessi, né sacrificava la sua indipendenza per nessun uomo. Eppure, con Andrea, le cose presero una piega diversa.

Quella sera, mentre le parole di lui dipingevano mondi emotivi nellaria, Martina non riusciva a staccare lo sguardo da quelluomo. Andrea le chiese il numero, poi si offrì di accompagnarla fino al portone e, da lì, iniziò per Martina unattesa insolita: voleva che lui chiamasse. Non le era mai successo. Di solito erano gli uomini ad essere impazienti, a riempire il suo telefono di messaggi. Non si era mai chiesta se fosse piaciuta o meno ad un uomo.

Quella volta, Andrea non chiamò. Non quella sera, né quella successiva. Martina si tormentava nel dubbio, si rimproverava per questa fragilità che non riconosceva. Ma ogni volta che liPhone squillava saltava, anche di notte, per paura di perdersi un suo messaggio.

Tesoro, questa è la chiamano innamorarsi, rise la sua amica Elisabetta, mentre sorseggiavano un cappuccino al bar.

Non mi era mai successo di correre al telefono ogni volta che suonava, sospirò Martina con una smorfia, nemmeno mentre dormivo.

Accade a tutte prima o poi, la consolò Elisabetta. Poi passerà. Vedrai che tra poco sarà lui a pregarti per una cenetta al chiaro di luna.

Sì, ma come faccio a vederlo se non chiama? sbuffò Martina.

Fatti bella, vai dal parrucchiere, esci con uno degli altri ammiratori, vedrai che Andrea si farà vivo, rise lamica.

Ma almeno qualcuno dei ragazzi avrà il suo numero? sbottò infine Martina. Non aveva mai fatto la prima mossa nella sua vita.

Aveva sempre avuto i suoi uomini di scorta, amici che potevano portarla a casa dal club o aggiustarle il computer di notte. Ma chiamare Andrea per farsi avanti? Mai. Elisabetta non approvava affatto.

NO, tesoro, davvero, non farlo tu per prima, la pregò lamica.

Martina sospirò. Era assurdo sentire tutto questo. Doveva reagire.

Si immerse nel lavoro, e con stupore quel giorno fece più del previsto. La sera si tuffò su una serie che non aveva mai avuto tempo di guardare, e il giorno dopo aveva persino la palestra.

Ma proprio quando smise di pensarci, Andrea la chiamò. Quando sentì la sua voce, Martina rimase senza parole.

Ciao, Caramella, disse lui con allegria, che progetti hai per stasera?

Caramella? rispose Martina, dimenticando tutti i discorsi preparati.

Eh sì! Ti avevo chiamata rossa, e tu mi hai corretto: caramello, mica rame. Da qui, Caramella.

Martina scoppiò a ridere, e tutto divenne improvvisamente leggero.

Passiamo in centro, mangiamo una piadina? Che ne dici? propose Andrea.

Se un altro le avesse proposto una piadina per il primo appuntamento, Martina lo avrebbe fulminato con lo sguardo. Ma non riuscì a trattenersi:

Perfetto! rispose con una gioia che la stupì.

Ottimo, ci vediamo alle sette ai giardini di Santa Croce, concluse lui, chiudendo la chiamata.

Il cuore di Martina batteva così forte da toglierle il fiato. Era felice, eppure un piccolo tarlo guastava la sua gioia. Quel dettaglio:

Non si è nemmeno offerto di passarmi a prendere, pensava. Niente taxi, niente.

Eppure tentò di scacciare la nube. Era una giornata da ricordare.

Lappuntamento fu un successo. Andrea fece tardi di cinque minuti, ma seppe scusarsi in modo così teatrale che Martina non riuscì a trattenere le risate. Quanto era simpatico!

Non aveva mai gustato così tanto una piadina, e la compagnia era brillante: Andrea la faceva ridere, la prendeva in giro, poi la spiazzava con qualche frase profonda.

Offri un ritratto alla tua ragazza? chiese un pittore ambulante rivolto ad Andrea.

Lui strizzò gli occhi, ci pensò un attimo.

E se lo dipingo io? propose Andrea sottovoce allartista.

Prego, rispose il pittore, porgendogli il pennello.

Martina posò per Andrea più di unora, e il tempo volava. Era felice ad essere guardata così, sentiva che per lui era davvero speciale.

Il quadro le piacque: Andrea glielo consegnò cerimonioso, sussurrando che la tela non rendeva giustizia alloriginale. Martina fissava felice il dipinto: era la sua opera, il suo André.

Tornata a casa, si buttò sul letto. Era agitata, confusa, pervasa da emozioni nuove. Nessun uomo laveva mai scossa in questo modo.

Domani chiamerà pensava sorridendo e ci vedremo ancora ancora e ancora.

Quella notte, quando Andrea le scrisse un messaggio di buonanotte, Martina quasi non si riconosceva: laveva sopraffatta una felicità mai provata per uno stupido messaggino.

Ma il giorno dopo non chiamò. Nemmeno il successivo. Martina resisteva, non voleva scrivere per prima. Al quinto giorno cedette.

Ciao, Caramella! esclamò Andrea come niente fosse.

Non hai niente da dirmi? chiese Martina, indispettita.

Fammi pensare… Oh, ecco! Vieni stasera da me.

Il tono leggero lo avrebbe meritato una strigliata. Ma lei…

Vengo, disse, e una volta chiusa la chiamata si preparò in fretta.

Non pensò nemmeno che doveva raggiungerlo da sola. Indossò la lingerie più ricercata, si truccò con cura, volle essere irresistibile. Andrea doveva capire che non aveva di fronte una qualunque.

Ma anche questa serata prese una piega strana: allingresso lui le mise in mano una confezione di tortellini surgelati.

Cucinali tu, dai, scherzò Andrea, schioccandole un dito sul naso. Muoio di fame. Vado a comprare il parmigiano!

Martina rimase congelata, incapace di dirgli nulla mentre lui la lasciava sola in casa.

Si mise a cucinare, sbirciando in giro: cera disordine ovunque. Andrea avrebbe potuto almeno pulire, pensò mentre girava i tortellini sul fuoco.

Lui tornò in fretta, e mezzo serio, mezzo scherzoso, commentò che una donna in casa poteva almeno fare un po dordine.

Pensavo fossi una vera donnina di casa, borbottò Andrea.

Tortellini voraci per lui, bocca cucita per Martina. Lei avrebbe voluto che la desiderasse, la guardasse, la baciasse. Invece, lintimità arrivò quasi per caso, e Andrea non fece nessun caso al profumo costoso o al pizzo. Cenarono insieme, guardarono un film, sfogliarono vecchie foto. Quella notte Martina restò con lui, e paradossalmente, le sembrava comunque una bella sera.

Iniziarono a frequentarsi. A volte Andrea sembrava innamorato: cantava per lei, la portava a cena, regalava fiori. Ma poi spariva per giorni, spesso annullava uscite per amici o mostre. I soldi non cerano quasi mai, e quando arrivavano, li teneva per sé. Toccare a Martina pagare i cappuccini o il taxi era ormai la normalità.

Perché tollero tutto questo? si domandava. Ma la risposta era nei suoi occhi, nella voce, in quei gesti che la facevano impazzire.

Alla fine, al richiamo di Andrea rispondeva a qualsiasi ora, dimenticando tutto. Anche quando aveva un meeting allindomani, bastava un messaggio e Martina correva da lui.

Vieni a vivere con me, le propose una sera Andrea dopo una notte condivisa.

Martina esplose dalla gioia. Per un istante credette che una convivenza avrebbe sistemato tutto. Non pensava alla precarietà alimentata dal suo stipendio o ai bilanci vissuti in euro che reggevano la relazione.

Ora saremo davvero insieme, pensava. Solo felicità, dora in avanti.

Purtroppo, la convivenza non cambiò magicamente Andrea. Martina si trovava addosso tutte le faccende di casa; Andrea le rimproverava i piatti lasciati nel lavandino o le cene semplici. Nei fatti, spendeva solo lei.

Non abbiamo bisogno di salmone o caprino a quel prezzo, brontolava Andrea. Eppure, se Martina portava a casa qualcosa di costoso, lui lo divorava in un attimo. Capita a volte di alzarsi e scoprire il frigo vuoto dopo aver lasciato uno yogurt per la colazione.

Nonostante tutto, qualche volta Martina sentiva che stava arrivando alla fine. Ma Andrea sembrava sempre percepirlo: e allora sbucavano un mazzo di girasoli, un gelato in riva allArno, una serata a sorpresa. In quei momenti, Martina era di nuovo felice.

Poi, la promessa di una sorpresa: Andrea non rispose per tutta la sera, la lasciò ad attendere fino allalba, poi tornò sbronzo, offendendosi persino perché Martina si era arrabbiata.

Per la prima volta, pensò che quella storia non avrebbe portato a nulla. Non aveva il coraggio di lasciarlo, sperando ancora che Andrea cambiasse.

Una mattina si sentì male. Chiamò il capo, chiese due giorni a casa.

Ora ti metti a letto? borbottò Andrea, Pensavo venissi sul Monte Amiata con me.

Sto male, ho bisogno di medicina, per favore vai in farmacia, sussurrò Martina.

Per carità, dai, nessuna farmacia tagliò corto Andrea, vado in montagna con i ragazzi. Non restare qui a commiserarti.

Un bacio distratto sulla fronte, e se ne andò.

Martina era distrutta. Peggio della febbre cera lindifferenza di quelluomo. Ma fu in quelle ore di solitudine che prese la sua decisione. Tre giorni dopo Andrea ritornò con aria spensierata, raccontando le avventure in montagna.

Caramella, dove stai andando? si rabbuiò quando vide che Martina aveva preparato la valigia.

Vado via, rispose lei. Puoi aiutarmi a portare le valigie, o spostati, per favore.

Andrea provò a tenerla, la cullava, parole dolci e sussurrate allorecchio. La voce la scaldava ancora, ma sapeva che non poteva più perdonarlo.

In taxi, Martina piangeva e piangeva. Andrea la chiamava, ma lei non rispose. Si domandava come avesse potuto amare un uomo che laveva fatta arrivare a quellumiliazione.

***

A casa della madre, nelle campagne toscane, Martina fu accolta senza esitazione. Gilda, sua madre, non aveva mai sopportato Andrea.

È un imbroglione, Martina, le disse la sera stessa, chinandosi su di lei, E pensare che di ragazzi seri ce ne sono, ma tu ti sei impuntata con quello sbagliato.

Ce ne fossero davvero, Mamma singhiozzava Martina, non riesco a smettere di pensare a lui, chiudo gli occhi e me lo ritrovo davanti.

Allora tienili aperti! sbottò Gilda, Ci sono uomini migliori sotto il tuo naso Che dire di Stefano, il vicino?

Martina sorrise appena. Stefano aveva sempre avuto una simpatia per lei, fin dai tempi del liceo. Un tipo timido, che non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi apertamente.

Un ragazzo fedele, non ti levo gli occhi di dosso da anni, ricordava sua madre. Si è illuminato quando ha saputo che eri tornata.

Lo so, Mamma. Ma non lo amerò mai, tu capisci? È troppo noioso per me.

Ah, perché Andrea era una festa continua? ribatté la madre, ironica. Che spasso, sì.

Martina sospirava. Andrea le aveva dato dolore, certo, ma anche emozioni fortissime. Un fiore bastava a farle battere il cuore allimpazzata; e che dire di quando le suonava Battisti alla chitarra!

Poi Gilda lasciò cadere i discorsi. Stefano, tuttavia, iniziò a fare capolino nella vita di Martina: le proponeva passaggi per andare al lavoro, la veniva a prendere la sera. Nonostante lo trovasse monotono, la sua presenza la distraeva nei momenti in cui la tentazione di chiamare Andrea era più forte.

La sua eccessiva attenzione la infastidiva e i suoi messaggi non avevano nulla di ardente, pochi complimenti, nessuna frase a effetto. Andrea, invece, sapeva sempre come farle mancare il fiato. Stefano si limitava a domandare come stava e sarebbe corso ovunque con un cenno.

Nemmeno gli altri corteggiatori riuscivano a scalfirla, da quando Andrea laveva lasciata a pezzi. Con Stefano, almeno, cera qualcuno accanto. Lui non reclamava nulla, era solo premuroso e innamorato.

Mamma, Stefano mi ha chiesto di sposarlo, raccontò un giorno a Gilda.

E tu ci stai ancora pensando? la prese in giro la madre. Aspetti ancora Andrea?

Ormai non aspetto più nessuno, sussurrò Martina, però non mi va di sposarmi senza amore.

Pensi che lamore sia sempre tempesta e adrenalina a mille? disse la madre.

Eh sì, ammise Martina, arrossendo. Quellamore con Andrea le era sembrato unico.

Sbagli, cara, sorrise Gilda. Vedrai che amore è anche altro.

Ci pensò su Martina. Stefano laveva aspettata per più di un anno, offrendole solo presenza e dedizione. Era disposto a tutto per lei. Forse doveva darsi una possibilità. Accettò.

***

La vita con Stefano si rivelò meno monotona del previsto. Lui si impegnava per sorprenderla, lavorava anche il sabato pur di far tornare i conti in euro, la trattava con premura autentica.

Martina viveva calda di quella sicurezza, ma sapeva di non amarlo. Pensava: esiste davvero la felicità senza farfalle nello stomaco?

Poi, un giorno Stefano la invitò a un weekend con i colleghi fuori città: terme, piscina, musica, due giorni di festa. Martina si incuriosì, aveva voglia di nuove esperienze.

Ma il giorno prima partì la febbre. Chiamarono il medico.

Letto, riposo, vitamine, niente feste, sentenziò il dottore.

Martina sospirò, lasciando il vestito color corallo nellarmadio.

Dai, Stefano, prendi un taxi o la macchina e vai, lo hai aspettato tanto! lo incitò vedendolo vestito ancora in pigiama.

Che taxi, che macchina! sbottò lui, guardando il termometro. Il mio posto è qui.

Ma ci tenevi tanto!

Stefano scoppiò a ridere, come se non concepisse neppure la domanda. Riempì un bicchiere dacqua, glielo porse.

Bevi tanto, sussurrò.

Martina rimase colpita. Non aveva davanti un uomo da grandi discorsi o canzoni damore. Andrea le mancava ancora, lo sapeva, ma sentiva nascere un altro tipo di calore.

Stefano non la lasciava mai sola: le somministrava le medicine puntuale, le cambiava i panni freddi, le cucinava, la aiutava quando doveva alzarsi. Preparava tè con il limone, camminava in punta di piedi, le leggeva libri ad alta voce per farla distrarre.

Nonostante la febbre e la stanchezza, Martina si sentiva bene, come non mai. Sapeva che con linfluenza sarebbe bastato aspettare uno o due giorni, ma quella delicatezza le rimase nel cuore.

Questa è lamore, pensò. Guardava il suo marito timido e un po impacciato girare il cucchiaino nella sua tazza e sorrideva.

Stai meglio? domandò subito Stefano, vedendo il sorriso sul volto di lei.

Sì, molto meglio, sussurrò Martina.

Lui le posò la mano sulla fronte, ancora calda. Non capiva come potesse star bene con quella febbre.

Stefano, ti amo, disse infine Martina a mezza voce, col viso ancora arrossato.

Stefano si bloccò, emozionato. Cercando di non farsi notare, si voltò un attimo. Dai, non piangere ora, pensò tra sé.

Ma le lacrime non vennero. Le sue parole furono come una carezza. Le prese la mano sottile, la baciò dolcemente e, appoggiando le labbra allorecchio di Martina, sussurrò un semplice: Anchio ti amo.

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— Buongiorno, amore mio. Si svegliò come sempre un minuto prima della sveglia: un’abitudine rimasta dai tempi dell’esercito. Si rotolò dal letto al pavimento, fece qualche flessione a occhi chiusi, mentre il sangue che scorreva veloce scacciava gli ultimi residui di sonno. — Vado a svegliare i ragazzi, Len. I “ragazzi” sono i due gemelli di dieci anni che dormono nella stanza accanto. Due versioni in miniatura del papà, con la bocca leggermente aperta come se stessero sognando la stessa avventura. Durante la notte il riscaldamento aveva funzionato male, così quella mattina aveva evitato la solita corsa, lasciandoli dormire un po’ di più. Li guardò, orgoglioso dei loro corpi già forti. Alla loro età, lui era l’opposto: mingherlino, impacciato e un po’ ricurvo. Timido, così tanto che tutti lo prendevano per un codardo. Gli studi gli riuscivano facili, più difficili da digerire invece erano gli insulti dei compagni. Non sapeva difendersi: era cosciente di essere il più debole. Dava tutto durante ginnastica, ma le battute dell’insegnante smorzavano subito l’entusiasmo. Quanto agli sport, sua madre era inamovibile: — Non ti ho messo al mondo, io, per fare il pugile! Un ragazzo ebreo per bene non va certo ad imparare a tirare pugni! Anche lì la timidezza aveva la meglio: la voglia di diventare forte veniva sempre sconfitta. Sua madre, affettuosa e premurosa, mostrava raramente polso duro… e proprio per sfuggire a quell’eccesso di dolcezza, appena finita la scuola era scappato militare. Da lì, due anni dopo, tornò allenato, determinato, un vero sportivo promettente. Il ragazzo fragile e insicuro era diventato un solido candidato Maestro negli sport da combattimento. Un dispiacere per la mamma, ma una gioia per chi lo accoglieva all’Istituto Superiore di Scienze Motorie di Roma, dove scelse di proseguire la carriera sportiva. Gli anni dell’università cambiarono tutto: gare, il collegio, nuovi amici. Ma comparve subito un nuovo ostacolo: le ragazze. Pur tra i successi sportivi, la timidezza non svaniva. Invitarne una al cinema o semplicemente parlarle, a vent’anni, era difficile come lo era stato a dieci. E poi un giorno arrivò lei. Elena era la promessa dell’istituto: campionessa di tuffi, bellissima, bionda, occhi verdi intensi. Dolce, intelligente, riservata — tanto da essere soprannominata l’Aliena. Diventarono subito amici. Stare insieme era naturale: passeggiavano ore senza parlare, si facevano il tifo alle rispettive gare. Dopo il primo bacio, lui le chiese subito di sposarlo. “Tutti a festeggiare il matrimonio dei Marziani!” — e davvero tutto il corso, li adorava per la loro semplicità e sincerità. Dopo un anno, Elena prese una pausa dagli studi: era incinta. Di sera, lui andava alla Stazione Termini a lavorare come facchino. Proprio in quei giorni si sentì forte davvero — non per i sacchi sollevati, ma perché sapeva che avrebbe protetto la sua famiglia, che sarebbe stato in grado di crescere quei figli. Forte, perché aveva lei. Elena era agitata, ma il medico la rassicurava: tutto andava bene, e scherzava: — Posso solo dirvi una cosa che vi deluderà: se non vi piacciono i bambini, la situazione per voi è doppia… aspettate due gemelli! Nelle notti, sognavano insieme il futuro: come sarebbero stati i loro figli, come sarebbero cambiati loro negli anni, quale casa avrebbero comprato sul mare… Ma i sogni, si sa, si fanno di notte. Alla vigilia del parto, lei lo prese per mano, dicendo: — Promettimi che, qualsiasi cosa succeda, non li lascerai mai! Lui rimase stupito, pensò quasi di offendersi, ma vedendo i suoi occhi annuì solamente. Il giorno dopo iniziarono le doglie. Fu un parto lungo, difficile: quasi un giorno intero senza che lei riprendesse conoscenza. Quando i medici trovarono la causa dell’emorragia, era già troppo tardi. Di quella notte, lui non ricorda niente. Si risvegliò all’alba alla Stazione Termini, fradicio, una pozzanghera sotto di lui. La testa scoppiva, l’alcol ancora in circolo, ma una sola idea gli diede subito lucidità: due bambini lo aspettavano. Si laureò con ottimi voti ma smise presto con le gare. Lo Sport Club gli assegnò una casa, dove andò a vivere coi “ragazzi”. All’inizio la madre aiutava, poi i gemelli crebbero e restarono solo loro tre. Insegnava educazione fisica nella sezione sportiva del Coni, poi, quando i ragazzi iniziarono la scuola, prese servizio proprio lì come docente. Continuò il secondo lavoro alla Stazione Termini, da qualche anno capo turno: lo stipendio da prof non bastava. Pian piano si sistemarono, ma la sua anima rimaneva vuota: avrebbe voluto sfogarsi, ma senza Elena si sentiva muto. Per un periodo, gli amici provarono a presentargli delle donne. Ma non riusciva a resistere più di un’ora: una lo ricordava negli occhi, un’altra nel modo di muovere i capelli… Così, pian piano, cominciò a parlare con Elena la notte. Si arrabbiava perché le parole non bastavano: alla fine, si abituò. Le confidava paure e orgoglio. Proprio ieri, i ragazzi erano tornati a casa soddisfatti per il bel voto preso in un compito in classe: — E io rispondo loro che vantarsi non è da uomini. Che nemmeno impegnarsi solo per il voto vale davvero. Ma in realtà sono così orgoglioso di loro! Crescono bene — intelligenti, forti, senza cattiveria… A volte, sai, il mio sergente mi diceva: “Il coraggio sta nel saper avere paura, senza darlo a vedere”. Forse esagero a non lodarli, per non sembrare debole… persino dirgli che li amo non l’ho mai fatto. Ma loro lo sanno, vero Elena? In quel momento fu preso da una tenerezza immensa: voleva abbracciarli, dirgli quanto gli erano cari, ma non voleva svegliarli nel cuore della notte. In cucina era ancora freddo. Guardò il termometro: meno cinque. Un inverno bello, secco — solo la neve tardava. Da dietro i vetri vide la vicina del secondo piano che spazzava il cortile. Gli sembrò stesse parlando da sola. Entrarono “i ragazzi”: il maggiore, il primo nato, preparava il tè; il minore metteva la padella sul fuoco — quella mattina toccava a lui cucinare. A un certo punto, uno diede una gomitata all’altro. Poi, un po’ impacciati, si avvicinarono, abbracciarono il papà e dissero: — Papà, lo sappiamo che ogni tanto parli con la mamma… Dille, per favore, che anche se non la ricordiamo molto, le vogliamo tantissimo bene. E anche a te, papà…