Il muro a suo favore

Il muro a suo favore

Chiara, ma perché devi sempre intrometterti in questa conversazione? disse Marco, senza nemmeno voltarsi verso di me. Stava davanti alla finestra con un bicchiere di vino rosso in mano, spalle larghe, sicuro di sé come sempre, e la sua voce era bassa, quasi dolce, il che faceva male più di qualsiasi sgridata. È Pietro che ha fatto la domanda a me, capisci? A me. Non iniziare a riempirlo con le tue idee.

Pietro Santini, il nostro ospite, socio di Marco in qualche nuovo progetto di logistica, fissava il piatto davanti a sé. Era a disagio e lo capivo dal modo in cui si spostava sulla sedia impugnando la forchetta, pur non avendo alcuna intenzione di mangiare.

Ho solo fatto notare che in centro città ci sono spazi enormi lasciati vuoti, dissi cercando di restare calma.

Chiara, finalmente Marco si voltò e nei suoi occhi lessi quellespressione che ho imparato a riconoscere in ventisette anni insieme. Non era rabbia. Era peggio. Era condiscendenza. Gli ospiti sono stati accolti, la cena era ottima, tutto perfetto. Dai, perché non vai a prendere il dolce?

A tavola cerano altre quattro persone. Laura, la moglie di Pietro, mi lanciò uno sguardo rapido dove lessi una punta di compassione. O forse me lo sono solo immaginato. Mi alzai, presi alcuni piatti e andai in cucina.

Rimasi qualche istante davanti al lavello a fissare il buio fuori dalla finestra. Pioveva, una pioggerella autunnale sottile che trasformava le luci delle case vicine in chiazze giallognole. Avevo cinquantadue anni. Alle mie spalle le voci continuavano, Marco rideva, il tintinnio dei bicchieri si mescolava al brusio. Presi la torta che avevo preparato quella mattina, la sistemai su un vassoio e tornai in sala da pranzo.

La mia vita era così.

La nostra casa era in un bel quartiere di Firenze, dove avevamo vissuto tutta la nostra vita insieme. Marco laveva costruita quando gli affari avevano cominciato a girare, quindici anni prima. Grande, a due piani, con garage e un giardino che avevo curato io personalmente, dato che Marco non aveva mai tempo e il giardiniere combinava solo guai. La casa era bella. Gli ospiti commentavano sempre: Che eleganza, signora Chiara, che gusto! e io sorridevo dicendo grazie, perché davvero ogni tenda, ogni mensola, ogni cespuglio di ribes era parte di me.

Solo che la casa era intestata a Marco.

Non avevo mai lavorato come lui. Dopo essermi laureata ci eravamo conosciuti proprio alluniversità ho insegnato un po disegno tecnico in una scuola. Poi è nato nostro figlio Matteo, poi gli affari di Marco sono cresciuti, sono iniziati i traslochi, le cene con i clienti, bisognava accogliere persone in casa, partecipare agli eventi, stargli vicino. Ho lasciato il lavoro. Marco diceva: Perché perdere tempo con quello stipendio ridicolo? Ci penso io a tutto. E davvero non mi ha mai fatto mancare niente, ma quando desideravo qualcosa di mio dovevo chiederlo o mettere da parte i resti della spesa.

Ho iniziato a fare gioielli per caso dieci anni fa. Ero bloccata alla nostra casa di campagna durante un temporale, ho trovato nella credenza una scatola di perline che avevo dimenticato. La sera avevo già finito una collana. Era venuta proprio bene. Ne ho fatte altre ancora. Le amiche mi hanno chiesto di regalarle, dopo hanno iniziato a proporre di comprarle. Ho preso sul serio la cosa: strumenti, pietre dure italiane, accessori in argento. Era il mio spazio, il mio angolo sacro.

Marco considerava questa attività come lorto di pomodori: Hai qualcosa da fare, almeno non ti annoi. Diceva ogni tanto: Con questi tuoi gioielli, ma davvero pensi di venderli al mercato?

Non rispondevo più. A che scopo?

Matteo era cresciuto, si era trasferito a Milano, si era sposato e stabilito lì. Ci vedevamo solo nelle feste comandate. Mi chiamava la domenica, domandava della salute, io chiedevo del lavoro. Tutto normale, il bene cera. Soltanto ognuno aveva la sua vita.

Tranne me. Io la mia vita non lavevo.

Cera solo questa grande casa ordinata, un marito, ospiti due volte a settimana, pranzi di beneficenza a cui Marco si presentava per convenienze varie, e io sempre accanto, con il vestito giusto, il sorriso perfetto. Ero la sua carta di presentazione. Un signore rispettabile, una bellissima famiglia, una moglie elegante che sa accogliere. Anche questa è una fatica, lo capisco. Solo che di questa, nessuno ringrazia e non ti danno nulla.

La lettera arrivò in febbraio. Una busta semplice, notaio di via degli Artigiani, nome sconosciuto. Lho aperta in cucina, Marco dormiva ancora.

La cugina di mia madre, Ninetta Bellotti, che avevo visto tre volte in vita mia, morta a dicembre. Senza figli. Mi lasciava un palazzo. Non un appartamento, non un terreno: un ex laboratorio industriale nel centro di Firenze, due piani costruiti negli anni ’50, trecentoquaranta metri quadri. Abbandonato da tempo.

Ho letto la lettera tre volte.

Poi ho chiamato il notaio.

Sì, signora Chiara, è tutto corretto. Ninetta le ha lasciato tutto come unica erede. Ah, e anche il terreno su cui sorge ledificio è incluso. È stato formalizzato negli anni ’90, non ci sono problemi.

Un terreno in centro città? ho chiesto.

Sì, piccolo ma in zona eccellente.

Ho ringraziato, ho riattaccato e sono rimasta a fissare la lettera.

Non ho detto subito nulla a Marco. A dire la verità so perché: sapevo già come sarebbe finita. Sarebbe entrato, avrebbe osservato limmobile, mi avrebbe detto che era da demolire o da vendere, che conosceva chi poteva occuparsene, e tutto si sarebbe messo in moto. Di nuovo, io in disparte a sorridere mentre altri decidevano.

La prima volta ci andai da sola, dicendo di andare da unamica.

Ledificio si trovava in una traversa dietro il Teatro della Pergola, in quella zona dove ville liberty, case del 900 e nuovi edifici di vetro si affacciano tutti insieme. La via era silenziosa, acciottolata, i primi germogli timidamente spuntavano dai rami.

Sembrava spettrale. Intonaco scrostato, finestre del pianoterra sbarrate, portone arrugginito. Ma le mura erano solide, le tastai con mano. Il tetto resistette ad una mia sommaria osservazione. Sono entrata da una porticina laterale.

Soffitti altissimi, finestre grandi con pochi vetri rimasti. Le travi lignee del secondo piano, qua e là rovinate ma ancora buone. Piastrelle depoca sotto strati di polvere. Odore di umidità e legno vecchio.

Ero in piedi al centro e guardando verso il soffitto rotto, vidi il cielo.

Allimprovviso una sensazione strana: non paura, non tristezza. Unemozione simile a quando entri in un posto sconosciuto e capisci che sì, quello è il tuo posto.

Il notaio era un tipo affabile, sui quarantacinque anni. In due settimane abbiamo sistemato tutto. Ho preso io stessa i documenti e li ho messi in una cartellina, nascosta nella stanza dove lavoravo ai gioielli: Marco non ci entrava mai.

La mia amica Nadia la conosco dai tempi del liceo lavorava come agente immobiliare. Lho chiamata e le ho raccontato tutto.

Davvero? mi ha chiesto dopo una lunga pausa.

Sì, davvero.

Ma, Chiara, parliamo di soldi veri! Un edificio in centro, il terreno… È una fortuna. Vuoi vendere?

No. Non lo vendo.

E allora cosa vuoi farci?

Ho esitato. Poi ho detto:

Ti ricordi quando andavamo alle mostre? Da giovani, allex Casa degli Artisti in via Verdi.

Certo che mi ricordo.

Una cosa del genere vorrei: uno spazio per le persone. Per esporre, lavorare, imparare, insegnare. Un centro per larte, insomma.

Nadia si è presa qualche secondo.

Ma è un investimento enorme! I lavori, gli impianti

Lo so.

Hai i soldi?

Non ancora. Ma arriveranno.

Non ha chiesto altro. Nadia sa ascoltare e sa stare zitta: la cosa che più apprezzo di lei.

Per i soldi ho fatto ciò che meglio sapevo fare. Gioielli. In questi anni ne ho accumulati tanti, mai messi in vendita. Alcuni li ritenevo i miei migliori: pendenti in argento con pietre italiane, bracciali lavorati a mano, dei set a cui avevo dedicato settimane.

Nadia ha parlato con una sua conoscente, titolare di una piccola bottega di artigianato e oggetti fatti a mano. Abbiamo fatto così: Nadia portava i miei pezzi, diceva che erano di unartista schiva, il negozio tratteneva solo una piccola percentuale. La prima partita è andata tutta in tre settimane.

Non hai idea! mi ha detto Nadia al telefono. Ti chiedono se ci sarà altro. Quellanello con la pietra di labradorite che non volevi vendere? Sparito in due ore!

Per quanto?

Nadia mi ha detto la cifra.

Sono uscita sul balcone, mi sembrava mancasse laria in casa.

In tre mesi ho venduto gioielli per una cifra che per me era inimmaginabile. Ho messo i soldi su una carta prepagata che ho aperto da sola alla banca vicino allo studio del notaio. Marco non ne sapeva nulla.

Alla stessa maniera ho trovato gli operai. Non tramite amici di mio marito, ma tramite siti e colloqui in bar, sempre negli orari in cui Marco era in ufficio. La squadra che accettò il lavoro era formata da quattro persone guidate da Mario, un uomo silenzioso sui cinquantanni, che guardava alledificio con rispetto.

Le mura sono sanissime, mi disse tastando i mattoni. Il tetto però va rifatto. Al pianoterra bisogna cambiare il pavimento. Gli infissi tutti nuovi. Limpianto elettrico da zero, ovviamente. Ce la caviamo in quattro mesi, se non si interrompe.

Non ci fermeremo.

Mario mi guardava, senza giudizio.

Va bene, concluse.

La vita familiare proseguiva come sempre. Io cucinavo, ricevevo ospiti, accompagnavo Marco ai suoi eventi, sentivo discussioni su logistica, investimenti. Ogni tanto annuivo mentre pensavo al tipo di illuminazione per la sala o a dove mettere le rastrelliere per i quadri.

Marco non notava niente. Sono sempre stata solo lo sfondo, e lo sfondo rimaneva.

Una volta quasi rischiai di farmi scoprire: trovò nella mia borsa uno scontrino di un negozio di edilizia, dove ero stata a prendere dei campioni di vernice.

Cosè questo? chiese a cena.

Una cosa per la casa, risposi con calma.

Cè scritto fondo antimuffa.

Voglio rinfrescare le pareti in cantina, cè umidità.

Lui fece spallucce e riprese in mano il telefono. Fine della conversazione, trenta secondi.

Mario era preciso e onesto. Non aveva fretta quando non era il caso e non rallentava dove cera da stringere. Parlava poco e solo di lavoro. Io andavo spesso al cantiere e stavo lì in mezzo, circondata da rumori, odore di legno e vernice, e mi sentivo bene. Fisicamente bene, come se laria fosse cambiata.

Nadia venne a vedere i progressi a giugno, con gli infissi montati e i muri imbiancati.

Ma è meraviglioso, Chiara, disse guardandosi attorno.

Lo sarà, sorrisi.

Hai già pensato a cosa proporrai? Mostre, corsi? Devi costruire unofferta, come si dice oggi.

Ho pensato: mostre, ovviamente. Ci sono molti artisti locali che non hanno dove farsi vedere. Corsi, affitto di spazi per chi ha bisogno di atelier. In fondo, magari anche un piccolo caffè, un angolo libreria.

Sapevo che avevi tutto in mente, sorrise Nadia.

Ci ragionavo da tre anni, semplicemente non credevo fosse una possibilità reale.

A settembre incontrai Martina alla fiera dellartigianato: vendeva le sue bambole fatte a mano, seduta dietro un banchetto, con un libro aperto mentre la gente passava. Le sue bambole erano uniche. Mi fermai, ne presi una tra le mani.

Le fa lei? chiesi.

Sì, tutte io.

Da quanto tempo?

Sette anni. Mi guardò. Le piacciono?

Moltissimo. Io sono Chiara, sto aprendo uno spazio darte, cerco persone che vogliano collaborare, esporre, lavorare insieme.

Martina chiuse il libro.

Così iniziò a crearsi un piccolo gruppo. Martina conosceva due pittori, uno dei pittori portò con sé uno scultore, che era amico di una ceramista che cercava un posto dove tenere corsi. A ottobre avevo già una lista di dodici persone in attesa dellapertura.

I soldi finivano. Gioielli da vendere me ne erano rimasti pochi, solo lavori molto particolari. Mario doveva ancora ricevere la parte finale, servivano fondi per le luci, per l’insegna.

Vendetti lultimo set che non avrei mai voluto dare via, quello a cui avevo lavorato per due anni: argento e ametista. Nadia mi chiamò il giorno dopo.

Chiara, se lè preso subito una cliente appena è arrivato in negozio. Ha detto che non aveva mai visto nulla di simile. Chiede se ce ne sono altri.

Non ce ne sono, risposi.

Sei triste?

No, dissi. Ed era la verità.

Spazio Bellotti aprì i battenti a novembre. Nessun evento sfarzoso: pubblicai solo un annuncio nel gruppo Facebook della zona, avvisando che era nato lo spazio e invitando curiosi e artisti. La prima sera arrivarono una sessantina di persone.

Quella sera Marco era fuori città per lavoro. Gli dissi che sarei stata da Nadia. Mi disse: Va bene, mi scaldo io qualcosa.

Restai in mezzo a quella sala, guardavo la gente che si perdeva tra le opere, che chiacchierava, che prendeva in mano le bambole di Martina, e mi tremavano le mani. Non dalla paura. Quando rincorri un sogno per tanto tempo, e improvvisamente succede, il corpo non obbedisce.

Mario venne anche lui. Rimase contro una parete, osservò bene.

È venuto proprio bene, disse.

Grazie, Mario.

Grazie a lei, rispose, semplice.

Il resto andò meglio di quanto avessi mai sperato. Atelier affittati, corsi di ceramica pieni già dal primo mese, il caffè al piano terra che Sonia, una giovane con tanto entusiasmo, trasformò in un piccolo punto di riferimento per il quartiere. Anche i giornalisti locali scrissero qualche pezzo. Poi altri ancora.

Una volta incrociai un vecchio vicino fuori, un uomo anziano che viveva nella casa di fronte.

Siete stata voi ad aprire qua? mi chiese, indicando ledificio.

Io.

Vivo qui da una vita, è la prima volta che cè un posto dove andare in questa via. Avete fatto una gran cosa.

Ringraziai e proseguii, e sorrisi, credo, fino alla macchina.

Marco venne a saperlo a gennaio. Non da me. Un suo socio aveva letto un articolo con una foto dellinaugurazione e il mio nome. Lo menzionò a tavola.

Chiara, mi disse Marco quella sera dopo che gli ospiti erano andati via, cè qualcosa che vuoi raccontarmi?

Stavo sistemando i piatti. Tranquilla, senza fretta.

Sì, ammisi. Siediti, preparo un tè.

Gli raccontai tutto: delleredità, del palazzo, dei lavori, dei gioielli. Lui ascoltava in silenzio, la faccia impassibile, la stessa che usava negli incontri daffari.

Quando finii, lui rimase zitto, poi disse:

Lhai tenuto nascosto.

Sì.

Perché?

Lo guardai. Voleva davvero sapere? O pensava di volerlo?

Perché se te lavessi detto subito, Marco, saresti intervenuto tu. E sarebbe diventata una cosa tua. Non mia.

Non è corretto.

No, dissi. Proprio come non è stato corretto che in ventisette anni non mi hai mai chiesto davvero che cosa desideravo.

Si alzò, prese la tazza, rimase un po alla finestra.

Vuoi che ti dica che sono fiero di te?

No, risposi. Non è necessario nemmeno parlare.

Lui rimase zitto.

Vivemmo ancora qualche mese insieme, sotto lo stesso tetto, ma qualcosa cambiò. Non con fragore, piuttosto come il disgelo: piano, in silenzio, che si trasforma senza rumore.

Poi ci fu il ballo.

Ogni febbraio, in città, si tiene il Ballo di Beneficenza. Un appuntamento centrale per limprenditoria fiorentina. Marco ci andava sempre. Quellanno arrivò anche un invito a nome mio, separato dalla consueta busta. Una signora del comitato organizzatore mi chiamò e mi disse che sarebbe stato consegnato per la prima volta il premio dellassociazione Nuove realtà urbane, e lo Spazio Bellotti così lavevo chiamato, in omaggio a mia zia era tra i premiati.

Può partecipare di persona? mi domandò.

Sì, certo.

Marco seppe della premiazione nello stesso giorno; non lo nascosi. Mi guardò in modo strano, come si guarda qualcuno che credevi di conoscere del tutto e invece ti sorprende.

Complimenti, fu tutto ciò che disse.

Grazie.

Il vestito lo comprai da sola: blu scuro, ben tagliato, senza fronzoli. Indossai gioielli miei: un anello con labradorite, creato apposta, e orecchini con piccoli granati.

Nel salone del palazzo antico ci misero a tavoli diversi. Marco, nella veste di membro del comitato, era vicino al palco; io seduta tra gli altri premiati. Cercai il suo sguardo quando mi sedetti. Mi guardò, fece un cenno. Ricambiai.

Era una sala antica, stucchi e lampadari di cristallo, unatmosfera carica di eleganza. Io me ne stavo dritta, a pensare che un anno prima ero a lavare piatti in cucina, ascoltando risate dietro un muro.

Alla chiamata del premio, mi alzai e salii sul palco. Le gambe un po deboli, ma camminai sciolta.

Il presidente del comitato, un uomo detà con una voce calda, parlava dellimportanza degli spazi culturali in città. Poi pronunciò il mio nome, mi porse una statuina di cristallo e una busta.

Vuole dire due parole? mi chiese.

Presi il microfono. In sala cadde il silenzio. Scorsi Nadia tra il pubblico, sorridente. Poi cercai Marco. Mi fissò, sul suo volto unespressione che non sapevo decifrare: né orgoglio né risentimento, qualcosa nel mezzo.

Vorrei ringraziare chi ha creduto in questo luogo prima ancora che esistesse, dissi. Gli artisti, gli artigiani, chi è venuto e ha deciso di restare. E mia zia Ninetta, che non cè più. Non sapeva che mi avrebbe lasciato molto più che un edificio.

Parlai tre minuti al massimo. La sala mi applaudì. Scesi dal palco con la statuina in mano e tornai al mio posto.

Nadia mi strinse forte nellintervallo.

Chiara, hai visto la sua faccia?

Sì.

E allora?

Niente di speciale.

Marco mi avvicinò a serata avanti, quando la musica aveva riempito la sala e la gente ballava.

Bellissimo discorso, disse.

Grazie.

Sei splendida.

Marco, risposi, non serve.

Lui tacque.

Dobbiamo parlare. Sul serio.

Lo so, dissi. Parleremo a casa.

Fu un discorso lungo, non uno scontro. Ormai eravamo troppo stanchi anche per quello, in fondo non avevamo mai litigato molto. Era più uno sfinimento muto, tra due che vivono vicini ma si sfiorano appena.

Gli dissi che volevo il divorzio.

Lui rimase in silenzio a lungo. Poi mi chiese:

Hai qualcun altro?

No. Voglio solo la mia vita.

Ormai la tua vita la hai. Vivi come vuoi, ora.

Sì. E voglio continuare, da sola.

Si alzò, camminò avanti e indietro.

La casa divideremo?

È tua, risposi senza esitazione. Ma il terreno su cui poggia è mio.

Rimase di sasso.

Cosa?

Gli spiegai tranquilla. Il terreno su cui sorgeva la casa era stato intestato anni prima tramite Ninetta, la cugina di mia madre. Una storia lunga che scoprii con il notaio dopo leredità. Il mio avvocato fece le dovute verifiche. Tutto regolare.

Marco mi guardava come non aveva mai fatto.

Lo sapevi da tanto?

Da quando è successa leredità.

E hai taciuto.

Sì. Come tu hai taciuto su molte altre cose.

Sedette.

Parlammo a lungo. Senza grida e senza lacrime. Due persone stanche, ormai avanti con letà, che si rendono conto di vedere qualcosa di nuovo o forse qualcosa lasciato indietro.

Gli avvocati ci misero tre mesi. La separazione fu pacifica, senza urla. Lasciai la casa a Marco, ma alle condizioni concordate dal mio legale. Usai la liquidazione per lo Spazio Bellotti: ampliazione del caffè e apertura della sala espositiva al piano superiore.

Presi in affitto un trilocale. Sempre nello stesso quartiere dello Spazio. Quarto piano, vista su tetti rossi e una vecchia, storta pianta di tiglio che in primavera profuma tutta la strada.

La prima notte mi svegliai alle tre, restai a letto nel buio a sentire il silenzio: nessuna voce, nessun passo, nessun respiro accanto. Solo qualche auto lontano e la pioggia.

Avevo cinquantatré anni. Ero sola. E non avevo paura. Solo quello, per me, era esserci riuscita.

Passò un anno.

Il Bellotti, linverno dopo, era fiorente. Tre artisti con spazi fissi, corsi di ceramica affollatissimi, il caffè di Sonia trasformato nel centro del quartiere, con tavolini in legno e vecchie foto in bianco e nero alle pareti. Il venerdì sera la musica jazz dal vivo.

Martina aveva venduto tutte le bambole e ora lavorava solo su commissione. Siamo diventate amiche vere.

Nadia spesso mi diceva:

Chiara, sembri ringiovanita di dieci anni!

Merito del sonno, rispondevo.

Continuavo a creare gioielli. Non per soldi, ma per piacere. La sera, a casa, accendevo la lampada sulla scrivania, disponevo pietre e argento, mi mettevo a lavorare. Era il mio tempo, silenzioso, solo mio.

A inizio dicembre incontrai per caso Marco: io uscivo da un bar vicino allo Spazio, lui attraversava la strada. Ci notammo subito.

Sembrava più vecchio. O magari ero io, che lo vedevo con occhi diversi.

Chiara, disse.

Marco, ciao.

Ci fermammo. Nessun imbarazzo, solo una pausa tra persone che si conoscono bene e hanno finito le cose da dirsi.

Come va? chiese lui.

Bene. E tu?

Così così. Esitò. Senti, avrei una domanda di lavoro, se me lo concedi. Vorrei aprire un piccolo showroom in centro. Sai per caso chi sta facendo ristrutturazioni affidabili in zona?

Lo guardai. Dentro di me qualcosa si mosse: un vecchio riflesso, forse. Anni e anni a risolvere per lui, essere utile, pronta. Era una traccia che mi portavo addosso.

Sorrisi.

No, Marco, risposi pacata. Questa volta non so aiutarti.

Si sorprese, non fu deluso, solo stupito.

Va bene, disse. Capito.

Buona fortuna, augurai.

Anche a te.

Proseguimmo per strade opposte. Svoltai allangolo, sollevai il bavero. Faceva fresco, ma era un freddo secco, gradevole. Da una traversa arrivava il profumo dei pini e degli abeti del mercatino di Natale.

Pensai che la sera sarei andata allo Spazio Bellotti: Martina appendeva la nuova mostra, sarebbe arrivata gente, Sonia avrebbe preparato qualcosa di speciale. Jazz, voci, la luce attraverso le vetrate grandi.

Andai avanti, con passo deciso, finalmente in cammino sulla mia strada.

Da quellanno ho imparato che la libertà non è qualcosa che si chiede: si costruisce. E a cinquantatré anni imparare a farlo da soli è la conquista più grande.

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