Parenti e Affetti di Famiglia

Parenti

Non piangere!

Non ci riiiiesco… Martina singhiozzava quasi urlando, affondata in una vecchia copertina per bambini.

Dai, smettila! Che altro ti ha detto? Elena frugava nervosamente nellarmadietto dei medicinali, borbottando tra sé, alla ricerca della valeriana.

Ha detto che devo lasciare Luca… Martina interruppe il pianto solo per accettare il bicchiere dacqua da sua suocera. Si asciugò le gocce cadute sul grembiule, battendo poi i denti sul bordo del bicchiere. Che devo portare via Lara e crescere da sola. Tanto secondo lei lui mi lascerà lo stesso e a quel punto io non avrò un posto dove andare. Dice che non mi accetterà mai.

E ti disperi per questo? Marti, ti credevo più forte.

Lo pensavo anchio. E non è nemmeno solo per questo che piango. Come fa a dirmi certe cose? È pur sempre mia madre… Perché questa cattiveria? Dopo tutti questi anni…

Ma che importa il perché? Il punto è un altro.

Quale?

Il motivo… Vabbè, calmati! Non serve martirizzarti. Vedrai che ne usciamo.

E come?!

Martina! Comè che ti agiti sempre così! Elena le si avvicinò, accovacciandosi accanto al divano e le posò una mano calda sulla guancia. Non sei sola! Cè Luca, ci sono io, cè il nonno. Hai chi ti sta accanto.

Lei dice che sono una straniera qui. Che non sono sangue vostro…

E secondo te il legame si fonda solo sul sangue? Ragazza mia! Dopo tutto questo tempo insieme non hai ancora capito che qui sei di casa?

Martina singhiozzò, chiudendo gli occhi. A chi poteva davvero credere?

Elena si immobilizzò un secondo, poi si alzò.

Lara si è svegliata. Resta qui, la porto io. Bevi ancora, calmati. Sai, lei sente quando stai così. Finisce che piange anche lei. Vuoi tua figlia in lacrime come te?

No!

E allora tranquilla! Non è niente di irrecuperabile, fidati.

Elena mentiva, lo sapeva. Era una situazione seria, e lei stessa si chiedeva come gestirla. Suo figlio era fuori per lavoro, e con chi avrebbe potuto confidarsi? Solo col nonno. Nessuna amica vera ancora in paese, né tanto meno desiderio di dare argomenti alle chiacchiere delle colleghe dufficio, che avrebbero spifferato tutto nel giro di mezzora.

Oh, quelle donne! Elena sapeva bene come sapessero adorare le maldicenze. Lavoro poco impegnativo e, nei lunghi pomeriggi senzaltra distrazione, avanti con tè e pettegolezzi. Soprattutto in bassa stagione.

Elena si teneva sempre un po in disparte per questo, e ormai in paese circolava su di lei il soprannome di Regina delle nevi. Che poi, amen! Purché non mettano bocca sulla famiglia. Ma qualcuno aveva già spifferato che Martina era cresciuta in orfanotrofio, e allora via con le domande. Come hai fatto ad accettare una così in casa?

E che avrà mai? Una ragazza come tante!

In fondo alcune pettegole ce lavevano quasi azzeccato: non fu immediato per Elena accogliere la nuora.Quando Luca, radioso, le annunciò con chi voleva costruire il suo futuro, lei prese posizione.

Figlio mio, sicuro? Ma la conosci appena! Mesi che vi frequentate?

Quattro. Temevo solo la tua reazione.

Perché questa paura? Elena si era strozzata col tè dalla sorpresa. Da te non me lo aspettavo! Mai nascosto nulla a tua madre!

Stavolta era diverso… Luca aveva tamponato subito una macchia sul tavolo, scusandosi in fretta. Non volevo che ti arrabbiassi. Ma Martina è diversa, davvero speciale, mamma.

Elena rimase in silenzio. Avrebbe voluto dire che non le importava nulla di quella ragazzina dallo sguardo cupo, truccata in modo da non capire nemmeno il colore degli occhi. Era così sulle foto mostrate da Luca: un viso ombroso, unincertezza sottile. Ma era davvero così o era solo la foto a parlare?

Luca intanto sembrava felice come non lo vedeva da anni, da quando era mancato suo padre un anno prima.

Erano stati tempi difficili. Luca aveva conosciuto suo papà solo negli ultimi due anni, perché prima… Meglio non pensarci nemmeno. Quanti anni, quanti nervi buttati! E chi era colpevole di tutto? La madre di suo marito, la suocera di Elena.

Da ragazzina, Elena era stata ingenua come poche. Figlia unica, amata e viziata, cresciuta a coccole e protezione. A diciassette anni aveva conosciuto Giorgio, si erano frequentati un anno di incontri rubati tra scuola e tramonti, poi avevano deciso di sposarsi.

La mamma di Elena era già malata: nessuna obiezione. Il padre, invece, non ne sapevano nulla. I genitori di Elena morirono entrambi nel giro di due anni. Lei fece in tempo a sposarsi, a scoprire dessere incinta. Il padre conobbe il nipotino Oleg no, Luca la madre solo che una bambina sarebbe arrivata.

Luca nacque debole. E come poteva essere altrimenti? Elena si era consumata tra ansie e stanchezze, rifiutando di affidare i suoi malati a badanti. Giorgio aiutava, nonostante i rimproveri della madre:

Non sono affari tuoi, Giorgio! Quelli non sono parenti! Hanno la figlia adulta, possono permettersi una badante. Che centri tu? Sei fatto di ferro forse?

Mamma, nemmeno Elena è fatta di ferro.

Tu sei mio figlio. Prima di tutto io penso a te!

Elena aveva sentito tanti di questi discorsi. Non solo da rumor di cucina, ma placati e stratificati nei cuori; parole che gocciolano lente e pesanti, lasciando cicatrici impossibili da cancellare, che ogni tanto fanno ancora male. Se sei fortunato, qualche balsamo un sorriso di un bambino, un bacio dato la mattina li lenisce. Ma se non arriva?

Si resta per anni a rimuginare. E quella storia lasciò molti graffi sul cuore di Elena.

Allinizio sopportava tutto, sperando che la suocera cambiasse idea era una donna intelligente, ma dura. Laureata, buon lavoro, unarroganza che le faceva credere di poter piegare il mondo al proprio volere.

Non vi lascerò vivere. Chiaro? Mio figlio merita di meglio.

E io cosa le ho fatto di male?

E chi sei mai? Nessuna, senza titoli, senza lavoro. Una topina nella tana. Mio figlio ha bisogno daltro!

Di che tipo?

Una che lo aiuti a far carriera. Che sappia trattare con le persone giuste.

E chi sarebbero?

Lo sapprebbe, se fosse intelligente!

Abbiamo un bambino…

E allora? I figli, come le mogli, potrebbero cambiare. Ma una madre è per sempre. Tu potrai al massimo avere gli alimenti.

Non pensiamo nemmeno di separarci!

Per ora. Il tempo dirà. Non sfidarmi, ragazza.

Elena dopo si domandava: dovè che ho sbagliato? Era stato tutto un errore?

Alla fine divorziarono. Luca aveva appena compiuto tre anni. Era la solita storia: compleanno della suocera, una ex compagna delle medie di Giorgio, la cucina buia dove casualmente Elena era stata mandata. Niente di particolare solo una donna che piangeva e Giorgio che la consolava. Ma tanto bastava ad accendere insicurezze. Letà, la mancanza di esperienza, nessuno con cui chiedere consiglio, e il pasticcio era servito.

Quella sera Elena tornò allappartamento dei suoi genitori, chiuso e polveroso, portando Luca e una valigia. Lo mise a giocare, pianse, e poi passò la notte a pulire e rassettare. Poche ore di sonno e poi in posta: un telegramma al nonno, lunico parente rimasto.

Il nonno, Michele, arrivò tardi. Prima dovette disfare la casa di campagna, lorto, le api. Ma arrivò.

Devi studiare.

Nonno! E con che soldi viviamo?

La mia pensione, mi trovano un lavoro, e un po da parte ce lho. Ce la caviamo.

Ma chi ti assume?

Un custode serve sempre. E tu, che vuoi fare?

Corso di ragioneria. Ho sempre amato la matematica.

Benissimo, ma un diploma serio non guasta. Pensaci su.

Elena studiò, anche alluniversità serale. Alla fine, dopo anni, presentò il diploma al nonno stringendolo forte.

Cosa farai senza di me, adesso, orfana più che mai?

Nonno! Cosa farei senza di te?

Eh, sono il quinto cane per te! Sei speciale, Elena. Vorrei solo vedere te e Luca sereni. Poi sì che potrei morire tranquillo.

Ma nonno!

Dimmi una cosa: adesso sei meno di zero?

Il nonno si tolse gli occhiali, se li riposizionò e brontolò:

Non ascoltare la gente sciocca! Una persona vale sempre qualcosa, dal principio alla fine. Tuo figlio vale nulla forse? Se lo chiamassi così, che penserei di me? Idem tu! Anche senza laurea, sei una madre fantastica. Luca ci sta crescendo alla grande! Era così anche tu da bambina iperattiva ma dal cuore doro. È importante solo la posizione che occupate nei nostri cuori, non quello che pensano gli altri. Chi giudica male è solo infelice.

Ho capito, nonno! Davvero, senza di te sarei persa…

Luca iniziò le medie e il nonno decise di tornare al paese.

Devo andare! La casa lassù non può restare vuota. Ce la farete benissimo qui. Però, Elena…

Sì?

Se ti dovesse venire voglia di risposarti, rifletti tre volte. Luca è in unetà delicata. Se succede, portalo da me e ne parliamo.

Non ci penso nemmeno!

Per ora. Mai dire mai.

Nel frattempo, Giorgio non partecipava più di tanto alleducazione del figlio, salvo auguri nelle feste e alimenti puntuali cosa che la sua ex suocera non mancava mai di rinfacciare.

Ha già una nuova famiglia, due figli.

Tre.

Elena! Tu non sei mai stata intelligente!

Già, già. Tutto qui? Buongiorno!

Rispondere così, allinizio, non le riusciva facile. Non capiva proprio perché la gente dovesse litigare. Era già difficile essere felici…

Eh, Elena, sei proprio una santa! rideva il nonno Alcuni vivono per bisticciare. Tu sei buona, e ci soffri.

Non voglio esserlo!

Eh no! Ognuno la sua strada. Cè chi si porta un bastone, chi del pane. Tutto qua. Impara, finché ci sono.

E lei imparava dagli errori, dal bene o dal male visto nelle persone. Non sempre, ma abbastanza da costruirsi una vita sensata, come diceva il nonno.

Poi arrivò la lezione più grande. Un pomeriggio, davanti alla porta di Elena comparve una donna paffuta, due bambine per mano, uguali a Giorgio.

Ciao Elena. Io sono Irene, la moglie di Giorgio. Possiamo parlare?

Parlarono a lungo, e dopo quella conversazione, Luca riacquistò un padre e guadagnò due sorelline.

Non abbiamo nulla da dividerci: sono i figli che contano. Era stata mia suocera a dipingerti così nera, ma poi ho capito… avrebbe detto lo stesso delle mie figlie. Non va bene che un ragazzo cresca senza padre. Giorgio dipende tanto dalla madre, ma le mie figlie hanno bisogno di una famiglia. Così avranno un fratello maggiore. Se tu sei daccordo…

Cosa poteva rispondere Elena? Ne parlò con Luca e decisero insieme.

Quando la madre di Giorgio morì, la pace tornò. Irene si occupò di lei fino alla fine, ma tirò un sospiro di sollievo al funerale.

Elena, non vorrei mai essere ricordata solo per quel sollievo, non per il bene fatto…

Dai, tu già vivi nella maniera giusta! Di te piangerò io, stai sicura.

Sempre la solita… Ma in fondo mi dispiace. Piango per ricordare il buono che, nonostante tutto, cera.

Ci riesci?

Un po. Amava almeno le sue nipoti, a modo suo.

Quella conversazione Elena non la dimenticò più.

Quando Luca, parlando di Martina, si appoggiò allo schienale della sedia sorridendo così serenamente che la cucina sembrò illuminarsi ancora di più, Elena capì: tutto ciò che aveva imparato era messo ora alla prova. Ed era da come si sarebbe comportata con quella ragazza che dipendeva ormai il futuro di tutti. Solo adesso avrebbe saputo che donna era diventata, e che uomo aveva allevato.

Tutto diventò più facile quando conobbe meglio Martina.

Esile e un po spettinata come un passero, la ragazza non riuscì a lasciarla indifferente.

Vieni, Martina, non devi avere paura. Non mordo mica.

Ma io NON HO PAURA!

La voce le tremava appena, e Elena sorrise dentro di sé: sì, certo, dillo a qualcun altro… le mani le ballavano e la sciarpa non si voleva slegare.

Lhai fatta tu?

Sì. Zia Annalisa mi insegnò allorfanotrofio. Chi voleva, imparava. Era una persona meravigliosa.

Sei cresciuta in orfanotrofio?

Sì! Perché?

Martina si rizzò, agguerrita come un passerotto, ma Elena la rassicurò:

Tranquilla. La vita ci mette tutti su strade diverse. Io ti voglio conoscere, tutto qua.

Perché?

Devo imparare a conoscere la mia futura figlia, no? Luca qualcosa mi ha già raccontato, ma è giusto sia tu a scegliere cosa dirmi.

Ok…

Da sotto quella frangetta, Martina la osservava così diffidente che a Elena scappò quasi un sospiro: ma quanto potrà aver sofferto questa ragazza? E ora cosa si fa?

Quella sera scoprì poco di lei. Martina rispondeva appena ai quesiti, con imbarazzo e umiltà. Elena osservava la sua compostezza, la timidezza nel prendersi il pane, e si meravigliava: si può crescere così bene senza una famiglia?

Scoprì la sua storia molto dopo, quando ormai i ragazzi si erano sposati e Martina era diventata una presenza stabile in casa. Il nonno aveva subito approvato la nuova arrivata: Dammi retta, vedrai che sarà una benedizione. Non stressarla troppo: il tempo farà il suo corso. Ti racconterà lei stessa tutto quando sarà pronta.

Il tempo venne prima del previsto.

Un giorno, tornando dal lavoro, Elena scivolò salendo sullautobus e si ruppe una gamba. Rimase a letto. Martina accudiva, portava da mangiare e la rincuorava con delicatezza.

Conosco bene gli ospedali… Da piccola ci passavo tanto tempo. Stai tranquilla, torno dopo le lezioni.

Fu così che i rapporti tra loro cambiarono profondamente. Giorno dopo giorno, Elena imparò a conoscere davvero la nuora e non smetteva di stupirsi di quanta bontà e calore ci fosse in quella ragazza tanto provata.

Mia madre finì in carcere, quando avevo un anno e mezzo.

Perché?

Furto e altro. Le diedero sei anni.

E tuo padre?

Mai conosciuto. Cera una nonna, ma rifiutò di occuparsi di me. Disse che non ce la faceva.

Era anziana? Malata?

Niente di tutto questo. Non andava daccordo con la mamma, forse non voleva problemi. Non lo so. Mi portarono via, io non capivo nulla, cercavo la mamma, piangevo sempre. Solo dopo molto ho smesso.

Tua madre ti scriveva?

Sì, lettere. Me le leggevano. Io aspettavo, tanto. Lei prometteva che sarebbe venuta a riprendermi. Ogni giorno stavo alla finestra, coi piedi sul davanzale, fissavo il cancello. Ma niente.

E alla fine arrivò?

No. Sono cresciuta, sette anni, poi otto, poi… sedici. Nulla. Scriveva che le mancavo, che sarebbe venuta. Ma non si fece vedere mai. Poi, quando ero già allistituto, finalmente si presentò. Allinizio, contentissima. Pensavo: ora cambia tutto! Invece niente. Disse che vivere insieme non andava bene, che non era comodo. Io non capivo, mi vergognavo perfino a chiedere. Quasi non mi ricordavo di lei.

Martina, avevi un anno e mezzo! Cosa volevi ricordare?

Ma lei diceva che dovevo. Che dovevo ricordare anche il furto per cui entrò in carcere, perché era per salvarmi.

Veramente lo fece per te? Elena sentiva crescere una rabbia amara.

Non lo so. E che cambia? Era mia madre, non avevo nessun altro.

Quelle ultime parole tagliarono il cuore di Elena, ma si sforzò di restare calma. Quanto male può fare tutto questo a una bambina?

La forza danimo di Martina, Elena la capì solo lanno dopo il matrimonio, quando la madre di lei, Giovanna, ricomparve per trascinare tutti in un inferno di tensioni.

La prima visita fu breve.

Dovevamo conoscerci! Siamo parenti ormai! Su, brindisi!

Elena alzò il bicchiere e subito lo posò. Sentiva una strana inquietudine.

Chi lavrebbe detto? Appena nata la mia figliola, ed eccola già sposata e quasi madre! Così capirà che fatica è far figli e crescerli senza nessun riconoscimento. I figli non capiscono mai il valore di una madre!

Elena taceva, ascoltando. Martina correva avanti e indietro dalla cucina, sempre più cupa.

Fortunatamente, Giovanna ripartì velocemente, dopo un misterioso colloquio con Martina e uno sguardo stizzito a Luca.

Martina comparve la sera, occhi gonfi come fessure, il viso pallido.

Che ti succede, Marti?

Niente, tutto bene, Elena.

Sì, come no! Su, mangia qualcosa, se domani svieni allesame saranno tutti contenti!

Proprio oggi non ho fame…

Devi mangiare! Se no ti porta via il vento! Prendo il tè?

Va bene…

Passarono i mesi.

Poco prima della nascita di Lara, Elena propose di vendere la casa in città e trasferirsi in campagna, vicino a nonno Michele.

Là la casa è solida, e cè spazio per tutti. Io vado a vivere con lui, a voi compriamo una villetta là vicino. Il nonno non molla lorto né le api, ma ha bisogno di aiuto. La scuola è ottima, lasilo cè, un lavoro per te lo troviamo, Marti. Che ne dite?

Parlarono tutti insieme, alla fine si convinsero.

Furono gli eventi però a cambiare il quadro: fu il nonno a insistere perché tutti restassero nella sua casa, mentre lui si trasferiva nella nuova depandance.

Tanto sto quasi sempre sullapiario. Vi serve una casa vera, non una ancora da comprare. Se volete più in là ci sarebbe pure il terreno accanto, mio. La vostra vita, il vostro nido. Niente affitto.

E così fecero.

La seconda visita di Giovanna fu più lunga e tumultuosa: bisticci tra Martina e Luca, tra Luca e la suocera; alla fine, Elena stessa perse la pazienza quando vide Giovanna dare del lardo a Lara, che aveva appena un mese.

Ma che stai facendo, Giovanna?!

Lho sempre fatto con i miei figli…

La tolse subito dalle braccia della donna, poi tornò furiosa in cucina.

Prima di dare qualcosa a una neonata, chiedi alla madre!

Ma tu forse chiedi mai?! rispose Giovanna, quasi ridendo.

Certo che sì!

Ma va là! Non credo tu chieda permesso ad una ragazzina! Lei qui vive di rendita!

Non si è mai lamentata.

E sbaglia. L’avete già registrata la bambina? Sennò, se la buttate fuori…

Giovanna, ma che stai dicendo? Cosa vuoi esattamente?

Voglio gli alimenti.

Gli alimenti? Elena non credeva alle sue orecchie.

Quelli che spettano di diritto. Io ho fatto una figlia, ora tocca a lei occuparsi di me. Mio marito è invalido, io sono malata, anche la figlia più piccola ha bisogno. E quindi?

E pensi che Martina debba mantenervi?

E certo! La legge è dalla mia parte. Non mi hanno tolto la patria potestà: è obbligata!

E tu, che fai per lei?! questa volta Elena urlò davvero, poi si tappò subito la bocca per non svegliare Lara. Ascolta, Giovanna, fai le valigie e vattene. Qui non avrai mai un euro!

Ci penserà il tribunale! ribatté quella, occhi stretti e smorfia amara. Cerchi di fare la mamma? E chi ti credi! Non sarai mai chiamata madre da lei. Lei ha una sola mamma: io. Tu sei solo la suocera, e così sarà!

Ma che vedremo! Elena sbatté i piatti e decise: nessuno avrebbe mai più potuto avvelenare la serenità di Martina.

La mattina dopo, Giovanna si trattenne a parlare con Martina in corridoio, e quando Elena scese lei era già partita: lasciandosi alle spalle solo lacrime e confusione.

Elena, parlato con la nuora, uscì chiamando il nonno al telefono.

Nonno, come va?

Finché respiro, bene…

Tocca ferro! rise il nonno.

Faccio il duro. Che cè?

Questione importante…

Dimmi pure.

Quanti risparmi abbiamo in banca?

Una settimana dopo, Elena partì per due giorni. Al ritorno, prese Martina da parte:

Ti ho liberata.

Cosa?! gli occhi di Martina si spalancarono come due laghi.

Tua madre non verrà mai più. Mai.

Ma davvero? Come?

La speranza tremava nella voce di Martina; a quel punto Elena decise di stringerla in un abbraccio, quello che da sempre riservava solo a Luca.

Giuro, Marti. Non verrà. Ho sistemato tutto. Ora raccoglieremo i documenti, parliamo con un avvocato. Sono andata nel tuo orfanotrofio… E sai cosa mi hanno detto?

Cosa? Martina si strinse ancora di più.

Che tua madre non ha mai pagato un centesimo di alimenti per tutti quegli anni. Ora abbiamo una buona possibilità per liberarti da ogni obbligo.

Ma allora perché le hai dato ora dei soldi?

Perché nessuno deve venire qui a ferire i miei figli! E lei non si sarebbe mai arresa: avrebbe continuato a telefonare, a tormentare tutti. Così basta. Storia chiusa!

Martina, sentendo solo le parole “i miei figli”, rimase immobile, pietrificata. Poi, con voce rotta:

I tuoi figli?

Eh, Martina, ma ancora non lo capisci? Sei figlia mia quanto Luca! Non sono stata capace di riscaldarti abbastanza da farti sentire parte di questa famiglia? Allora davvero non valgo come madre…

Ma che dici! Sei la mamma migliore… e Martina scrollò la testa con una forza che fece ridere Elena tra le lacrime. La più brava di tutte…

Allora chiamami così, se ti va. Niente più signora Elena, ti prego!

Grazie… Martina chiuse gli occhi un istante, lasciando che bruciassero di gioia, e poi con nuova sicurezza sussurrò, finalmente: MammaMartina rimase ancora un momento in silenzio, stretta tra le braccia di Elena, sentendo per la prima volta che casa non era un luogo, ma la certezza di essere volutadi non essere mai, mai di troppo. Si lasciò cullare, abbandonata a quel tepore materno così nuovo e antico assieme. Solo allora, dal corridoio, arrivò una risata cristallina: Lara si era svegliata davvero e muoveva le gambette, stropicciandosi gli occhi.

Elena si scostò un poco, asciugandosi le lacrime con la mano di Martina.

Vai a prenderla tu, mamma?

A quella parola, sfuggita eppure così cerimoniosa, nessuna delle due rispose. Non serviva. Martina si rialzò, affannata ma felice, e corse in camera dove la piccola la guardava già seria, come per domandare: Va tutto bene, adesso?

Sì, amore, tutto bene. Le sfiorò la fronte con un bacio e si prese tutto il tempo che non aveva mai avuto da bambina, abbracciando sua figlia e lasciando andare per sempre la paura di non appartenere a nessuno.

Fuori dalla finestra, lape regina svolazzava come ogni giorno tra i fiori; sul tavolo, un mazzo di violette, raccolte dal nonno quella mattina, profumava di nuovo inizio.

Quel giorno, senza annunciare nulla a nessuno, Martina decise che non sarebbe più tornata dietro la finestra a guardare il cancello. Ora sapeva dove restare. E mentre Elena preparava la cena e Luca rincasava sorridente con una pagnotta sotto il braccio, la casa sembrava un alveare dorato: ronzio quieto, fatiche condivise, miele damore. E, finalmente, famiglia.

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