Mia madre ci preparava crostate fatte in casa, ma il suo sogno era sempre il mio futuro marito…

Mia madre sfornava per noi torte, ma il suo pensiero era fisso su mio marito

Andrea, non ti sembra che ultimamente la mamma ti guardi in modo un po strano?

Beatrice se ne stava ai fornelli, mescolando il risotto, la voce soffusa come se temesse che le sue parole avessero il potere di oltrepassare le pareti. Andrea sollevò lo sguardo dal cellulare, la fronte corrugata dallo stupore rivolto alla moglie.

In che senso?

Non so Ieri, ad esempio, quando è stata qui da noi, ti ha riempito di complimenti. Della camicia, dei capelli. Perfino di come tieni la forchetta

Andrea sbuffò, tornando a fissare il telefono.

Bea, è tua madre. Cerca solo di essere gentile. Vuole rendersi simpatica al genero.

Conosco mia madre da trentanni, Beatrice spense il fuoco e si voltò. Il suo volto era contratto dallansia, quasi dalla paura. Proprio per questo te lo chiedo.

Andrea ripose il telefono sul tavolo, le si avvicinò e le cinse le spalle in un abbraccio.

Stai pensando troppo. È lo stress del lavoro, tutto qui. Marta Rinaldi è una buona donna, ma è sola da anni. Forse cerca solo un po di attenzioni.

Beatrice avrebbe voluto ribattere, ma tacque, poggiando la guancia sul petto di Andrea e chiudendo gli occhi. Ma nella sua mente girava sempre lo stesso pensiero: mia madre guarda mio marito, e non è lo sguardo di una madre verso il genero. È qualcosa di diverso. E fa paura.

***

Tutto era cominciato sei mesi prima, anche se a ben vedere le radici erano molto più antiche. Marta Rinaldi era andata in pensione a sessantacinque anni, dopo trentotto passati alla cassa di una banca di Firenze. Suo marito laveva lasciata quindici anni prima per una donna più giovane, come spesso accade. Da allora Marta viveva sola in un piccolo trilocale alla periferia di Firenze, fra vecchi palazzi scrostati e balconi pericolanti. Lunica luce della sua vita era Beatrice, la figlia, il suo orgoglio, il senso dellesistenza, come si dice in famiglia.

Quando tre anni prima Beatrice aveva sposato Andrea, Marta era stata davvero felice. Il genero le piaceva: lavoratore, astemio, bravo con le mani. Era ingegnere meccanico in una fabbrica poco fuori città, il suo stipendio era buono. Aveva preso con Beatrice un bilocale in una zona nuova della città, arredato con modestia ma buon gusto. La domenica Marta andava da loro con una torta, aiutava nelle pulizie, parlava con la figlia di ricette e piccoli problemi quotidiani.

Ma qualcosa era cambiato dallo scorso autunno. Marta aveva appena compiuto settantadue anni. La festa era stata modesta: poche colleghe di banca, Beatrice con Andrea, la vicina signora Franca. Una cena semplice, una fetta di torta Sacher dalla pasticceria sotto casa. Beatrice rideva, lanciando la testa allindietro, la pelle luminosa, i capelli brillanti sotto la luce. Accanto a lei Andrea, spalle larghe e camicia bianca. Lo guardava con una tenerezza che fece stringere il cuore a Marta.

Si alzò da tavola preda di una fitta acuta e improvvisa. In bagno si osservò allo specchio: capelli bianchi, tinti in una sfumatura ramata, rughe profonde attorno agli occhi, il collo cascante. Era vecchia. Eppure un tempo, gli uomini si giravano a guardarla per strada. Un tempo era stata anche lei giovane, bella, desiderata.

Si passò una mano stanca sul viso. Da dietro la porta arrivavano le risate di Beatrice e il timbro caldo di Andrea: una famiglia unita, la felicità era palpabile. E lei? Una casa vuota, la televisione accesa di sera, qualche rara telefonata della figlia.

Tornò a tavola con gli occhi arrossati. Beatrice le chiese se andasse tutto bene. Marta annuì, accennando un sorriso forzato.

Solo un po di stanchezza, tesoro.

Ma da quel giorno qualcosa sera spezzato. Marta cominciò ad andare dalla figlia sempre più spesso: due, poi tre volte a settimana. Trovava sempre una scusa: una torta da portare, una mano nelle pulizie, o solo un po di nostalgia. Beatrice era contenta, Andrea la accoglieva con gentilezza, offrendo un caffè, chiedendo della pressione e delle sue faccende.

Allinizio Marta si limitava ad osservare. Come si muoveva Andrea, come parlava, come rideva. Poi cominciò con i piccoli complimenti.

Andrea, oggi sei proprio in forma. Vai spesso in palestra, vero?

Lui arrossiva, scuoteva la testa.

Ma no, signora Marta, ho solo molto lavoro in fabbrica

Da giovane avevo anchio un ammiratore che ti somigliava tanto. Così bello statuario.

Beatrice ascoltava quei discorsi sentendosi a disagio, ma li attribuiva a un momento di malinconia della madre. Niente di anormale.

Ma la situazione degenerò. Marta prese labitudine di toccare Andrea: aggiustava il colletto della camicia, spolverava via una lentiggine sulla spalla, gli posava la mano sullavambraccio mentre parlava. Andrea si irrigidiva, confuso; era pur sempre la madre di sua moglie, una donna ormai anziana. Non poteva essere reale, si diceva.

A marzo fecero una gita tutti e tre insieme alla vecchia casa di campagna di Marta, un piccolo fazzoletto di terra tra gli sterrati del Mugello. Dovevano pulire dopo linverno. Marta e Beatrice si chinavano sulle piantine in serra, Andrea riparava la recinzione.

Faceva caldo. Andrea tolse la camicia, restando in canottiera. Marta uscì dalla serra, fissandolo a lungo.

Andrea, vuoi un po dacqua?

Volentieri, grazie.

Lei gli porse la bottiglia. Le dita si sfiorarono. Marta non tolse la mano subito, la lasciò lì un secondo di troppo.

Che lavoratore sei. Beatrice ha avuto fortuna con te.

La sua voce aveva una dolcezza ambigua. Andrea si scostò, bevve un sorso.

Cerco solo di fare il mio dovere. La famiglia per me è tutto.

La famiglia, ripeté Marta, già. Ma non è sempre facile tenerla insieme. Cosa succede quando uno si stanca e laltro è ancora pieno di vita?

Andrea la guardò corrucciato.

Cosa vuole dire, signora Marta?

Lei sorrise, si voltò.

Niente, Andrea. Solo pensieri di una donna che invecchia.

La sera, tornati a casa, Beatrice chiese:

Ti ha detto qualcosa di strano, la mamma?

Andrea scosse la testa.

No. Perché?

Ha detto che sei un uomo bellissimo. Che ormai di uomini così ce ne sono pochi.

Un complimento.

Sì, ma Andrea, credo che la mamma stia attraversando una crisi. La gelosia delle madri verso le figlie Hai mai sentito parlarne?

Ho sentito, ma tua mamma ti adora. Non potrebbe mai.

O forse sì. Lei invecchia, ha paura della solitudine. Io sono giovane, ho te accanto, lei invece è rimasta sola.

Andrea la abbracciò e la baciò sulla fronte.

Non esagerare. Va tutto bene.

Ma neppure lui era più così sicuro.

***

A maggio arrivò la Festa della Liberazione. Come da tradizione, tutta la famiglia si riunì a pranzo. Marta portò il suo celebre insalata russa e una bottiglia di Vecchio Amaro del Capo. Seduta a tavola indossava un abito a fiori con una scollatura insolita, il rossetto marcato, orecchini dargento. Beatrice storse il naso, sorpresa.

Mamma, tutta questa eleganza?

Perché no? È festa, no?

Iniziarono il pranzo. Andrea fece un brindisi a chi ha combattuto per la libertà, per la famiglia, per la pace. Tutti alzarono i bicchieri. Poi Marta prese la parola.

Voglio dire una cosa, iniziò fissando Andrea. Sono felice di avere nella mia famiglia un uomo come te. Forte, affidabile. Un vero uomo.

Beatrice annuì, sorrise.

Ti ringrazio, mamma. Anche io ho avuto fortuna.

Già, fortuna. Marta non staccava gli occhi dal genero. Tenetevi stretti, perché la vita è lunga, e a volte un amore tardivo è più potente del primo.

Nel silenzio improvviso Andrea guardò il piatto. Beatrice si incupì.

Che intendi dire, mamma?

Che non bisogna mai rinunciare a ciò che si ha. Anche quando si pensa che altrove sia meglio.

Il resto del pranzo si svolse nel disagio. Marta andò via presto, accampando un mal di testa. Quando la porta si chiuse, Beatrice sospirò.

Che le succede?

Andrea non rispose. Ormai avvertiva bene la tensione che covava. Un inesorabile dramma psicologico andava prendendo corpo tra quelle mura, e lui non sapeva come fermarlo.

Una settimana dopo Beatrice partì per lavoro per Milano, tre giorni di convegno. Andrea restò solo a casa. La sera, Marta chiamò.

Andreino, sei a casa?

Sì.

Beatrice è partita?

Sì, perché?

Nulla. Avevo bisogno di scambiare due parole. Posso venire? In cucina si è rotto il rubinetto. Tu che sei pratico

Andrea esitò. Dire di no gli sembrava una scortesia.

Va bene, venga pure.

Unora dopo si presentò Marta, vestita in modo semplice ma ben curata, col rossetto e i capelli freschi di piega. In mano una bottiglia di Chianti.

Pensavo un bicchiere insieme, alla salute.

Andrea si irrigidì ma tacque. Si sedettero in cucina. Lui versò il vino. Marta si mise di fronte, le mani intrecciate.

Andrea, devo dirti una cosa.

Mi dica.

Ho settantadue anni. Ma non mi sento vecchia. Dentro, sono la stessa Marta dei ventanni: desiderosa di amare e dessere amata.

Andrea bevve un sorso, posò il bicchiere.

Signora Marta, dove vuole arrivare?

So che sembrerà assurdo. Ma non posso più fingere. Quando ti guardo, vedo luomo che avrei voluto accanto. Forte, generoso, buono. Mi fa male che tu sia con mia figlia, non con me.

Andrea gelò. Non poteva crederci.

Ma si rende conto di quello che dice?

Mi vergogno. Ma sono stanca di mentire a me stessa. Invidio Beatrice. La sua giovinezza, la sua fortuna. Ho paura di morire da sola, senza affetto.

Si alzò, gli posò una mano sulla spalla. Andrea si allontanò di scatto.

Basta, la prego. È follia.

Perché? Perché sono vecchia? Perché sono la madre di tua moglie? Se fossi più giovane, avresti pensato anche tu

No! Amo Beatrice. Lei è sua figlia. Non può, non deve, è sbagliato.

Marta abbassò la testa e pianse. Le sue spalle tremavano, Andrea rimase lì, i pugni stretti, combattuto fra pietà, disgusto e rabbia.

Vada via, disse a bassa voce. Le chiedo solo di andarsene. E non lo faccia mai più.

Lei lo fissò con occhi rossi.

E se tornassi? E se dicessi a Beatrice che sei tu quello che ha tentato di sedurmi?

Andrea impallidì.

Non lo farà.

Perché sei così sicuro? Sei giovane, hai molto da perdere: la famiglia, la reputazione. Una voce di tradimento Anche se fosse falsa, il sospetto resterebbe.

Andrea tremava. Dovera la suocera premurosa che portava torte e aiutava nelle faccende? Chi era questa donna dagli occhi freddi e minacciosi?

Perché, Marta? Anche se distruggesse tutto, io non starei mai con lei. Non potrei.

Lei si stirò i capelli.

Lo so. Forse sto impazzendo. La vecchiaia fa paura. Ti svegli e capisci che la vita è finita e tu non hai avuto abbastanza. Rimangono solo i ricordi, sempre più sbiaditi.

Prese la borsa e andò verso la porta.

Me ne vado. Non verrò più. Ma ti dico la verità: invidio mia figlia. E sto male.

La porta si chiuse. Andrea rimase solo in cucina, le mani che tremavano. Si versò un altro bicchiere di vino e lo bevve tutto dun fiato.

Il giorno dopo chiamò Beatrice.

Andre, tutto bene? Ti manco?

Mi manchi. Quando torni?

Dopodomani. Senti, la mamma ti ha chiamato?

Andrea esitò.

No. Perché?

Oggi mi ha telefonato. Dice che non si sente bene. Mi ha chiesto se puoi passare da lei a vedere se tutto va bene.

Bea non posso. Ho tanto lavoro.

Su, per favore. Mi fa paura, da sola.

Andrea chiuse gli occhi. Una trappola perfetta. Marta stava tessendo la sua ragnatela, e lui era già impigliato nei fili.

Va bene. Passerò stasera.

Grazie, amore mio. Ti voglio bene.

Anchio.

Andrea capì di dover decidere. O raccontare tutto a Beatrice, rischiando di spezzare il suo rapporto con la madre. O tacere, lasciando a Marta la possibilità di continuare il suo gioco. Non cerano alternative.

Quella sera andò a casa della suocera. Salì al quarto piano nelle scale buie. Marta spalancò subito la porta, come se lo aspettasse. Indossava una vestaglia, il volto pallido, senza trucco.

Entra, Andrea.

Lui non si tolse il giubbotto.

Marta, vengo solo per vedere se sta bene. Me lo ha chiesto Beatrice.

Sto bene. Bevi un tè.

No, grazie. Devo andare.

Lei gli si avvicinò, lo guardò negli occhi.

Hai detto tutto a Beatrice?

No.

Perché no?

Le si spezzerebbe il cuore. La vuole bene.

Marta abbassò la testa.

Lo so. Lamo anchio. Ma lamore è anche questo, a volte: far soffrire.

No, questo è egoismo.

Lei annuì.

Forse sono una cattiva madre, una cattiva persona.

Andrea sospirò.

Lei è solo una donna infelice. Ha bisogno di aiuto: amici, un psicologo, uno scopo nella vita. Ma non di me.

Marta lo fissò e nei suoi occhi cera tanta tristezza che Andrea provò pietà. Una donna sola, spaventata, che tentava di rubare la giovinezza alla figlia.

Te ne vai, mormorò lei. E io resterò sola. Come sempre.

Chiami Beatrice. Parli con lei, sinceramente.

E che dovrei dirle? Che sono gelosa della sua felicità? Che volevo portarle via il marito?

Che ha paura della solitudine. Che le serve aiuto.

Silenzio. Poi Marta annuì.

Vai, Andrea. Grazie di essere venuto.

Lui uscì dallappartamento, respirò laria umida della sera. Tirò fuori il telefono e compose il numero di Beatrice.

Pronto, sono appena stato da tua madre.

Come sta?

Beatrice, dobbiamo parlare. Sul serio.

Di cosa? Andrea, mi fai paura.

Di tua madre. Di quello che è successo. È importante.

Silenzio. Poi Beatrice disse:

Va bene. Quando torno ne parliamo.

Andrea guardò in alto: al quarto piano la luce era accesa. Vide Marta dietro la tenda, gli occhi che lo seguivano, un attimo appena. Poi tornò il buio.

***

Beatrice rientrò da Milano la sera dopo. Andrea la accolse con un mazzo di fiori. Si abbracciarono, si baciarono. Poi seduti in cucina lei chiese:

Allora, raccontami. Cosè successo?

Andrea versò il tè, rimase in silenzio a lungo. Poi iniziò a parlare. Raccontò tutto: i complimenti, le mani posate, la sera del vino, le minacce. Beatrice ascoltava e il suo viso si faceva sempre più pallido. Quando lui terminò, lei si alzò e andò alla finestra.

Lo sapevo, sussurrò. Sentivo che cera qualcosa che non andava, ma non volevo crederci.

Mi dispiace, Beatrice.

Lei lo guardò.

Per cosa? Non hai colpa.

Per non avertelo detto prima. Per essere andato da lei lo stesso ieri.

Beatrice lo abbracciò.

Hai fatto bene. Hai provato ad aiutarla. La colpa è mia, che non mi sono accorta di nulla.

Cosa facciamo ora?

Lei si asciugò gli occhi.

Non lo so. Domani proverò a parlarle.

Il giorno dopo però Marta non rispose al telefono. Beatrice andò a casa sua, aprì con le chiavi. Lappartamento era vuoto. Sul tavolo un biglietto: «Sono andata da Lucia al paese. Ti chiedo scusa. Mamma».

Passò una settimana, poi due. Nessuna notizia. Beatrice la cercava, ma il cellulare risultava spento. Andrea la sosteneva, ma la vedeva soffrire.

Un mese dopo Marta telefonò. La voce era stanca, rauca.

Beatrice, sono io.

Mamma! Dove sei finita? Eri sparita!

Sono da Lucia, in Maremma. Qui è tranquillo.

Quando torni?

Pausa. Non lo so. Forse non torno. Lucia mi ha offerto di fermarmi quanto voglio.

Mamma, dobbiamo parlare.

So già tutto. Andrea ti ha detto?

Sì.

Silenzio. Poi Marta sussurrò:

Mi vergogno, Beatrice. Non riesco a guardarti in faccia. Perdonami.

Beatrice scoppiò in lacrime.

Ti prego, mamma. Vieni a casa. Ti aiutiamo. Cerchiamo uno psicologo. Non devi restare sola.

Lo sono sempre stata. E forse è giusto così.

Non dire così

Ti voglio bene, figlia mia. Anche ad Andrea. Difendilo. E amatevi.

La comunicazione si interruppe. Beatrice restò col telefono in mano, singhiozzando, Andrea la abbracciò e la strinse forte.

Passarono altri due mesi. Ogni tanto, Marta chiamava: diceva di essere ancora in campagna, che aiutava lamica, che lì si stava bene. Beatrice la visitava una volta al mese, portava cibo, qualche soldo euro . Bevevano tè sul tavolo della cucina della casa colonica, discutevano del tempo e del raccolto. Di ciò che era successo, mai una parola.

Una sera, al rientro da uno di questi viaggi, Beatrice si sedette sul divano accanto ad Andrea.

Sai, disse sottovoce, ho guardato mamma oggi e ho pensato: forse la colpa è anche mia.

In che senso?

Ero felice. Avevo te, il mio lavoro Lei invece niente. Solo me. Quando mi sono sposata, è rimasta totalmente sola.

Andrea le prese la mano.

Non è colpa tua. Hai diritto di essere felice.

Certo. Ma io ho una madre sola. Non posso ignorarla.

Non devi. La aiuteremo. In modo diverso.

Beatrice si strinse a lui, chiuse gli occhi.

Secondo te, riuscirà mai a perdonare se stessa?

Andrea rimase in silenzio. Non ne era sicuro. Forse Marta sarebbe rimasta a vita in campagna. Forse sarebbe tornata. Forse sarebbero stati ancora una famiglia, fragile e imperfetta. O forse tutto era cambiato per sempre.

Guardò la moglie, le baciò la fronte.

Non lo so, Beatrice. Ma insieme supereremo tutto.

Fuori scendeva il buio autunnale su Firenze. In casa cera una strana calma, una tregua. Si stringevano luno allaltra, sopravvissuti a una tempesta invisibile. Ma là, in un podere toscano tra le colline, cera una terza persona: Marta Rinaldi, che fissava i cieli stellati dalla finestra, chiedendosi se la vita potesse ancora offrirle qualcosa.

Si alzò, preparò una tisana, si sedette al tavolo. Dal cassetto prese una vecchia foto: lei giovane, bella, in abito bianco, accanto al marito fuggito. Passò il dito sul cartoncino sbiadito e sorrise amaro. Anche lei aveva avuto tutto, un tempo. Anche lei aveva sognato che fosse per sempre.

Rimise via la foto, bevve la tisana. Dalla stanza accanto veniva il russare di Lucia. Fra poco sarebbe arrivato linverno. Bisognava pensare alla legna, chiudere gli spifferi. La vita andava avanti, lenta, opaca, ma avanzava.

Guardò il cellulare, come per chiamare la figlia. Ma non compose il numero. Che avrebbe detto? Che le mancava? Che si pentiva? Le parole non cancellano il passato. Non sciolgono una colpa.

Rimise giù il cellulare, spense la luce. Si infilò sotto le coperte, nel letto freddo. Nel silenzio sentiva il vento graffiare i vetri. Chiuse gli occhi, pensò che forse la solitudine è una forma di punizione. O forse di salvezza. Per non ferire più nessuno.

***

In città, Beatrice non riusciva a dormire. Sdraiata accanto ad Andrea, fissava il soffitto. Lui respirava da persona tranquilla, già nel mondo dei sogni. Lei invece era agitata.

Pensava a sua madre, che per lei era stata tutto. Che laveva cresciuta da sola, facendo due lavori, regalandole vestiti belli per Natale. Quella madre che aveva pianto di gioia al suo matrimonio. E ora aveva tentato di distruggere la sua famiglia. Comera possibile?

La vecchiaia fa paura, lo sapeva. La mamma temeva di morire da sola. Forse la gelosia della madre verso la figlia è un istinto antico, un grido per non sparire. Ma questa consapevolezza non cancellava il dolore.

Girò lo sguardo verso Andrea: il volto fiero ancora rilassato, le spalle larghe. Lui aveva resistito, non aveva ceduto. Ma cosa sarebbe successo se Marta fosse stata più insistente? Se Andrea fosse stato più debole? Beatrice capì quanto sia fragile la fiducia.

Si alzò piano, andò in cucina. Bevve un bicchiere dacqua. Si sedette accanto alla finestra. Fuori era buio e silenzio. Là, lontano, sua madre stava forse vegliando, anchessa sola, in mezzo a quella frattura che le divideva.

Ricordò di quando la mamma le insegnava ad andare in bicicletta, tenendola per il sellino, gridando: Non avere paura, ci sono io! Poi la lasciò andare e Beatrice pedalò, e si voltò vedendo la madre che salutava da lontano. Sembrava che la mamma sarebbe stata sempre lì, a proteggerla. Sempre.

E adesso?

Beatrice si asciugò le lacrime, tornò a letto. Si sdraiò accanto a Andrea, che si svegliò e la strinse a sé.

Non riesci a dormire?

No.

A cosa pensi?

Contratta in silenzio.

Ho paura di diventare come mamma. Sola, disperata.

Andrea la abbracciò più forte.

Non sarai mai come lei. Sei diversa.

Perché ne sei così sicuro?

Perché sai amare davvero. Per qualcun altro, non solo per te stessa.

Beatrice chiuse gli occhi. Voleva credergli. Voleva pensare che la famiglia avrebbe resistito, che sarebbe andato tutto bene. Ma in fondo allanima restava una paura. Di risvegliarsi un giorno, vecchia, con la vita scivolata via.

Andrea, bisbigliò promettimi che se dovessi impazzire, mi fermerai.

Promesso.

E che non mi lascerai, neanche quando sarò vecchia e brutta.

Non ti lascio. Mai.

Beatrice si strinse a lui e finalmente, alle prime luci dellalba, si addormentò.

Passarono sei mesi. Inverno, primavera, estate. Marta restava in campagna. Beatrice la vedeva una volta al mese. Il loro rapporto era gentile, distante, quasi da conoscenti.

Un giorno di agosto, Beatrice disse ad Andrea:

Sono incinta.

Andrea restò immobile, la tazzina fra le mani. Poi la posò piano sul tavolo.

Davvero?

Davvero. Due linee.

Andrea la abbracciò e la sollevò da terra, facendola ridere.

Attento, scemo!

Lui la baciò.

Che felicità. Arriva un bambino.

Beatrice sorrideva, inquieta.

E la mamma?

Andrea sospirò.

Tua mamma?

Bisogna dirglielo. Sarà nonna.

Dillo quando te la sentirai.

La sera, Beatrice chiamò la madre. La voce tremava.

Mamma, ho una notizia.

Che succede?

Sono incinta! Sarai nonna.

Marta rimase a lungo in silenzio. Poi un singhiozzo flebile.

Mamma, piangi?

Sono felice, Beatrice. Davvero. Vi faccio tantissimi auguri.

Vieni a trovarci?

Pausa.

Non so. Mi vergogno.

È passato tanto. Un bambino ha bisogno di una nonna.

Di una buona nonna. Non sono sicura di esserlo.

Beatrice trattenne il fiato.

Lo sarai. Io ti perdono. Possiamo ripartire.

Marta pianse, e fra le lacrime sussurrò:

Va bene. Verrò. Te lo prometto.

Appena chiusa la chiamata, Andrea la abbracciò.

Andrà tutto bene, disse.

Lo pensi davvero?

Sì. La gente può cambiare. A volte.

Beatrice annuì. Voleva sperarlo. Forse la vita nuova avrebbe sanato il passato. Ma sapeva: certe crepe restano. Si impara a conviverci, ma ci sono sempre.

Due settimane dopo, Marta fece ritorno in città. Bussò piano alla porta. Beatrice le aprì. Si guardarono a lungo: tra di loro, una distanza che sembrava solida come cemento.

Vieni, mamma.

Marta entrò, si tolse le scarpe. Aveva portato una crostata, come una volta. Andrea la salutò senza troppa cordialità.

Salve, signora Marta.

Ciao, Andrea.

Sedettero insieme intorno al tavolo. Parlarono del tempo, della campagna, della gravidanza. Tutto misurato, garbato. Ma disabitato di affetto sincero.

Quando fu ora di andare, Beatrice chiese:

Verrai ancora?

Marta chiuse la giacca, alzò gli occhi.

Verrò. Se vi va bene.

Ci va bene.

Andrea taceva. Marta lo fissò, negli occhi dolore e vergogna. Beatrice si voltò.

Andrea, disse piano Marta, scusami. So che non puoi perdonare. Ma te lo chiedo lo stesso.

Andrea restò silenzioso a lungo. Poi annuì.

Ho perdonato. Ma non dimenticato.

È giusto così. Grazie.

Marta uscì. La porta si chiuse. Beatrice e Andrea rimasero.

Come pensi andrà a finire? chiese Beatrice.

Andrea la abbracciò, posò una mano sulla pancia, dove cresceva una nuova vita.

Non lo so. Ma ci proveremo.

Ed era tutto ciò che potevano fare. Provare. Perdonare, anche senza dimenticare. Andare avanti, portando il peso di un passato che non doveva schiacciare il futuro. Non era facile. Ma era vita vera. Dura, vera, piena di angoli taglienti e zone dombra.

Marta camminava verso la fermata, in borsa la fetta di crostata avanzata che Beatrice le aveva avvolto. Come nei vecchi tempi, pensò, ma i vecchi tempi erano finiti da un pezzo. E il passato non torna.

Salì sullautobus, guardò fuori. La città scorreva: palazzi, gente indaffarata, auto. La vita andava avanti. Anche per lei.

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Mia madre ci preparava crostate fatte in casa, ma il suo sogno era sempre il mio futuro marito…
«Он ест за троих, думает только о себе… Я променяла холодильник на мужа-нахлебника»