Fuggire ai confini del mondo
Elisabetta! Mi senti o no?
La voce arrivava dalla cucina, squarciando il torpore del mattino come un raggio di sole tra le tapparelle socchiuse. Elisabetta Romano aprì gli occhi fissando il soffitto. La crepa sopra langolo destro era un po più lunga. Si ricordava quella crepa da almeno ventanni. Aveva pensato di stuccarla, una volta. Mai fatto.
Elisabetta! Devo forse farmelo da solo, il caffè?
Cinquantatré anni. Un numero da tenere bene a mente al mattino, perché senza, non si capisce come abbiano potuto accadere e non accadere così tante cose. Di questi anni, trenta li aveva passati con quella voce in cucina che inaugurava ogni giorno. Allinizio si alzava facile. Persino con un sorriso. Le sembrava bello, giusto: qualcuno che attende il suo caffè, qualcuno che ha bisogno di lei.
Ora rimaneva ancora qualche secondo a guardare la crepa.
Arrivo, rispose al soffitto.
Le piastrelle del pavimento erano fredde. Ottobre, i termosifoni ancora spenti, il freddo del mattino era familiare: prima il piede destro, poi il sinistro, poi una breve corsa alle pantofole. Le lasciava sempre accanto al letto, ogni sera, automaticamente.
Giorgio era seduto in cucina in canottiera, a sfogliare qualcosa sul cellulare. Grosso, un po stempiato, i pochi capelli pettinati di traverso. La tazzina davanti a lui, vuota, pareva aspettare.
Stasera vengono i Mantovani, disse senza alzare lo sguardo. Alle sei. Preparami la camicia azzurra, quella con i bottoni di riserva. E fai un pranzo decente, non alla buona. La signora Mantovani guarda sempre che cosa si mangia.
Elisabetta prese la moka. Mise il caffè. Accese il gas.
Mi senti?
Ti sento, Giorgio.
È che stai sempre zitta. Uno non capisce mai se hai capito.
Il caffè cominciò a salire. Mentre guardava la schiuma, pensava che la notte precedente aveva sognato il mare. Non un mare preciso, solo il mare: ampio, verde-grigio, con creste bianche di schiuma. E lodore. Quel profumo salmastro che ricordava dallinfanzia, da quellunico viaggio con zia Agnese a Viareggio: umidità, iodio, sale e qualcosa daltro, difficile da dire, ma che subito fa respirare diversamente, più a fondo, come se finalmente i polmoni si aprissero.
Elisabetta, non bruciare il caffè.
Tolse la moka, versò il caffè e la posò davanti al marito.
Ti stiro la camicia dopo colazione.
Oramai falla subito, mentre mi faccio la barba. Così è pronta.
Si alzò, prese la tazzina e andò in bagno. Dopo un attimo arrivò il ronzio del rasoio elettrico: regolare, indaffarato, stranamente rassicurante. Anche quel rumore lo conosceva a memoria: sette minuti esatti; lo aveva cronometrato, per noia.
Elisabetta rimase ai fornelli.
Sul muro sopra il frigo pendeva il calendario a strappo. Diciotto ottobre. Guardava la data e si rendeva conto di non ricordare nessun diciotto ottobre, negli ultimi anni. Tutti uguali. Caffè, camicia, pranzo, ospiti, pulizie. Sempre così. E in mezzo a questo ciclo, in fondo, come una moneta sul fondo di un pozzo, restava qualcosa di suo, che non prendeva mai in mano.
Da ragazza disegnava. Ed era anche brava, le dicevano. Un giorno il professore allistituto magistrale, severo e taciturno, si fermò sulla sua acquerello, la osservò a lungo e poi disse: «Ha un gran senso del colore, Romano. È raro». Per poco non era entrata allAccademia. Ma poi arrivò Giorgio, e tutto finì in secondo piano: prima la casa, poi Danila che nasce, poi il trasferimento, poi i lavori I colori finirono in soffitta, i pennelli secchi. Poi la soffitta fu riempita di altre cose, suppellettili di cui nessuno aveva mai più avuto bisogno.
Il ronzio in bagno continuava.
Elisabetta si sorprese improvvisamente stanca. Non la stanchezza dopo una giornata pesante, ma quella che si accumula lentamente sotto le costole e che non passa né con il sonno, né con le vacanze, né con le chiacchiere delle amiche. La signora Clara al secondo piano le diceva spesso: «Elisabetta, non ti curi mai abbastanza». Ma che vuol dire curarsi? Elisabetta allora rideva, diceva che non aveva tempo.
Non cè mai tempo. Da trentanni.
Tirò fuori il ferro da stiro e cercò la camicia azzurra fra i vestiti di Giorgio sulla seconda mensola. La distese sullasse, accese il ferro e aspettò. Fuori, il mattino grigio di ottobre, il netturbino spazzava in cortile; quel rumore si mescolava a quello del rasoio e a un altro, interno, che lei aveva imparato a non ascoltare.
Zia Agnese era morta tre anni prima, lasciandole il monolocale a Viareggio. Piccolo, di legno, con la veranda sul canale. Giorgio aveva detto: «Uno squallore così, meglio venderlo». Ma non era stato venduto: nessun acquirente, e Elisabetta non se lera mai sentita. Qualcosa la tratteneva. Forse lodore del sogno di mare, forse la voce della zia che diceva: «Qui cè una pace che fa paura allinizio, poi capisci che è quella che ti è sempre mancata».
Il ferro era caldo. Lo passò sulla manica e si fermò.
Il ronzio durava ancora. Sette minuti. E lei ne aveva sette.
La decisione non fu tale; era qualcosa di già maturo dentro di lei, da chissà quanto. Veniva su, a galla, come un tappo nellacqua: stava sul fondo, ora saliva. Poggiò il ferro. Si ascoltò. E accettò quello che sentiva emergere.
Andò in camera.
La borsa era in soffitta, quella piccola con cui andava a trovare la mamma a Siena. La prese in fretta e silenzio. Un cambio, un maglione caldo. I documenti dal cassettone: carta didentità, latto di proprietà del monolocale, tenuto da parte senza dir nulla a Giorgio. Bancomat, i pochi risparmi messi via negli anni senza render conto. Pochi, ma bastavano.
Le mani erano ferme. Strano: si aspettava che tremassero.
Prese il cellulare, prenotò un taxi per “aeroporto” sullapp e confermò. Otto minuti. Si vestì in fretta, senza rumore. Cappotto. Stivali. Sciarpa blu e grigia che aveva fatto ai ferri. Si mise la borsa in spalla.
Un attimo in cucina. Camicia sullasse da stiro, ferro tiepido, tazzina vuota e un piatto sporco della sera prima.
Non scrisse nessun biglietto. Non serviva.
La porta si chiuse piano. Lascensore la portò al piano terra. Giù, il taxi aspettava, una macchina chiara con la striscia a scacchi. Lautista, un uomo silenzioso sui quaranta, non fece domande. Partì.
Fuori, Milano sonnecchiava. Semafori lampeggianti, negozi che aprivano, una donna in cappotto rosso tirava un carrello della spesa. Elisabetta guardava, pensando che aveva visto tutto mille volte, e però mai come adesso tutto le pareva insieme straniero e suo.
In aeroporto comprò un biglietto per Pisa, con scalo a Roma. Era caro. Lo pagò col bancomat senza esitare.
Laereo si alzò, Milano scomparve tra le nuvole. Elisabetta si disse che doveva andare in bagno, che doveva prendere qualcosa da mangiare, che forse poteva stirare la camicia.
Poi vibrò il telefono.
Giorgio. Già la seconda volta in un minuto.
Rispose.
Dove sei? voce dura, quella che usa quando qualcosa va storto, densa come un motore che vacilla. La camicia non è stirata. Dove diavolo sei?
Sono in aereo, Giorgio.
Silenzio, breve e pesante.
Come? Dove vai? Oggi ci sono i Mantovani! La signora Mantovani arriva prima! Dovè il pranzo?
Non ho preparato il pranzo. Sono partita.
Elisabetta. La sua voce cambiò, con una minaccia sottile, chiara. Basta scherzare. Dimmi SUBITO dove sei e quando torni.
Elisabetta guardava fuori. Sotto lala scorrevano nuvole spumose e bianche. Non aveva mai volato sopra le nuvole; non sapeva che fossero così bianche.
Giorgio, sono partita. Non torno più. Tu la tua vita, io la mia.
Silenzio lunghissimo. Poi iniziò a parlare; lei sentiva tutto: rabbia, smarrimento, e qualcosaltro forse lui stesso non udiva: paura da bambino. Parlava della casa, dei soldi, che fosse impazzita, delletà, che lui era malato, di Danila a cui aveva rovinato la vita.
Lei ascoltava tranquilla. Niente rabbia, niente lacrime. Solo la sensazione netta che le sue parole le scorressero addosso, come pioggia oltre il vetro chiuso.
Giorgio, disse quando si fermò a tirare fiato. Ti sento. Perdonami. Ma non torno.
Chiuse la chiamata. Estrasse la SIM, la tenne un attimo, poi la fece scivolare tra i sedili. Il telefono in borsa.
Il vicino di posto, un anziano col giornale, le lanciò un occhiata e tornò a leggere.
Elisabetta si abbandonò allo schienale, chiuse gli occhi. Qualcosa, giù nel petto, si allentò. Una morsa che durava da una vita.
***
Viareggio la accolse con la pioggia, sottile, salmastra, sospesa nellaria. Da Pisa prese un autobus scricchiolante, dai vetri appannati; dallultima fermata andò a piedi su un selciato sconnesso, borsa in spalla.
Il monolocale di zia Agnese era in fondo a una stradina. Piccolo, di legno color verde sbiadito, come lerba vecchia sotto la neve. Il cancello cigolò, la veranda era un po storta. La chiave, insieme a quella del box, girò a fatica.
Dentro, odore di casa chiusa: umido, legno, qualcosa di dolce e stantio, come vecchia scatola di lettere. Elisabetta entrò. Un tavolo, due sedie, il letto con la spalliera di ferro, un materasso a righe. Alla finestra, tende di lino lasciate dalla zia. Oltre le tende, tra la pioggia e i pini, si indovinava qualcosa di grande e grigio. Si avvicinò. Mare. Subito al di là della strada e dietro una fila di pini.
Restò lì davanti a lungo.
Poi aprì la finestra. Laria umida e salata entrò, come un ospite atteso. Elisabetta la respirò a fondo, sentendo un tremore nuovo in gola. Non lacrime, no: qualcosa daltro, qualcosa che assomiglia a quando finalmente arrivi, ti siedi e riconosci: ecco, sono arrivata.
Ma alla fine pianse comunque. Zitta, senza singhiozzi, lasciando che le lacrime scorressero. Non era dolore, era altro, che non sapeva nominare.
Una voce fuori. Passi sul portico. Poi bussarono.
Elisabetta si asciugò il viso e andò ad aprire.
Sulla soglia un uomo sui sessanta, corporatura robusta, stivali di gomma, giacca con cappuccio gocciolante, un involto nel giornale in mano.
Buongiorno, disse. Siete la nipote della Agnese? Sono il vicino, Gianluca Ferretti. Vivevo al di là della siepe, alla gatta della zia ci pensavo io. La gatta lhan portata via delle brave persone, tranquilla. Le ho portato del pesce fresco, di oggi.
Grazie, rispose Elisabetta, con voce sorda. Sono Elisabetta Romano.
Si vede che siete parenti: avete lo sguardo simile, intorno agli occhi. Siete venuta per restare o solo a dare unocchiata?
Pensò un secondo.
Per restare.
Gianluca annuì, come se fosse normale. Le porse il pesce.
Sa accendere la stufa? Nel ripostiglio ho lasciato legna secca già da agosto. Se serve, buttate un fischio.
Sapeva accendere la stufa. O quasi. Da bambina, dalla nonna in campagna, laveva visto fare; ora impiegò mezzora, ma alla fine il fuoco prese. La legna era buona, il calore vero, diverso dal termosifone: pizzicava le guance e invitava ad avvicinarsi.
La notte dormì sul materasso a righe, coperta dal plaid trovato nel comò, ascoltando il mare. Era lì, dietro i pini, dietro la strada, con una voce profonda da gigante addormentato: onda, pausa, onda. Onda, pausa, onda.
Non pensava a Giorgio. Non pensava a Danila. Non pensava allappartamento o a cosa avrebbe detto la signora Mantovani. Ascoltava il mare, pensava solo che domani avrebbe arieggiato le coperte, sistemato la veranda, che Gianluca Ferretti sembrava un uomo per bene.
***
I giorni a Viareggio seguivano un ritmo loro, né lenti né rapidi, sempre uguali a sé stessi. Elisabetta si alzava quando fuori schiariva. Preparava il caffè su una piccola piastra elettrica prestata da Gianluca finché le sistemavano il gas. Lo beveva guardando la luce cambiare sulle onde.
La prima settimana si dedicò alla casa. Puliva, spolverava, arieggiava. Strappando vecchi parati trovò muri di legno scuriti ma solidi. Al mercato locale prese quel che serviva: patate, cipolle, pane con finocchietto dalla panetteria in piazza, profumato in modo irresistibile.
Gianluca veniva spesso. Sistemava la veranda, cambiava una tavola, aggiustava il cancello. Parlava poco, ma con misura. Elisabetta ne era grata: aveva vissuto troppo tempo con qualcuno che parlava troppo, a sproposito.
Un giorno portò tele e colori.
Agnese diceva che una volta dipingeva, disse, mettendo tutto sul tavolo. Mi avanzavano, li usi pure.
Elisabetta guardò quella tela: un rettangolo preparato, dal fondo un po giallo. I tubetti di colore, i pennelli, lodore di trementina. Un odore antico e familiare, che le fece tornare alla mente laula dellistituto, la luce sui cavalletti.
Ma io non dipingo più, disse lei.
E allora? ribatté lui. Riproverà.
E usci.
Per due giorni la tela restò lì dovera. Il terzo prese i colori e i pennelli. Toccò la pennellessa: la setola, seppur usata, era ancora viva.
Cominciò con uno schizzo. Il mare fuori dalla finestra, una striscia fra i pini, cielo grigio con unapertura chiara. Venne male: sbagliò proporzioni, sbagliò i toni. Eppure qualcosa cera. Quel qualcosa le fece restare al tavolo fino a sera, senza sentire fame né stanchezza.
Poi uscì sulla spiaggia con il blocco da schizzi. Sassi, gabbiani sulle palafitte, un vecchio gozzo rovesciato. Le mani ricordavano da sole, dapprima incerte, poi sempre più sicure.
Gianluca un giorno vide i suoi schizzi.
Niente male, commentò. Lei sente la forma. Non è da tutti.
Se ne intende?
Un po. Dipingevo anchio. Non per mestiere.
Mi farà vedere qualcosa?
Un giorno, sorrise. Prima voglio vedere un suo quadro.
Cominciarono a chiacchierare. Prima dellarte, poi di libri, poi di altro ancora. Elisabetta non si ricordava lultima volta che aveva avuto una conversazione così semplice. Con Giorgio ormai era solo scambio dinformazioni, con Danila rapporti brevi, telefonate di servizio.
Un mattino, con una luce perfetta, Elisabetta prese la tela grande e cominciò sul serio. Non pensava a cosa faceva: mescolava e osservava, metteva colore, lasciava ai polpastrelli le ultime sfumature. Il blu, il verde, il grigio; sullorizzonte, come una sorpresa, una banda calda ambrata.
Non si accorse del tempo. Svegliata dal rumore della pioggia, vide che erano le tre del pomeriggio: ore volate.
Guardò la tela: era il mare. Quello vero, non una fotografia, ma qualcosa di vivo e inquieto. Il cielo come lo sentiva, e la riga dambra allorizzonte pareva brillare da dentro, non dipinta.
Fece un passo indietro. Un altro.
La porta cigolò. Entrò Gianluca con due tazze di tè.
Lui guardò la tela. A lungo.
Ecco, disse infine, senza voltarsi.
Lei prese la tazza. Il tè, zuccherato, era perfetto.
***
Danila arrivò alla terza settimana. Elisabetta la vide dalla finestra: la figlia veniva su per il viottolo, una grossa borsa, scarpe cittadine inadatte ai sanpietrini. Alta, scura, la stessa schiena diritta di Giorgio, lo sguardo un misto tra rimprovero e attesa.
Elisabetta uscì sulla veranda.
Ciao, Dany.
Ciao, rispose la figlia. Voce calma, ma vibrava di tensione. Tu capisci cosa hai fatto?
Vieni dentro.
Mamma, papà sta male. Ha avuto la pressione altissima. Non posso venire sempre da lui, lavoro, ho Carlo e i bambini, capisci?
Capisco. Vieni, mangia qualcosa.
Non ho fame, voglio solo sapere cosa succede! Danila entrò, guardò i muri di legno, la stufa, il tavolo semplice. Vuoi vivere qui? In questo buco?
Sì.
Mamma. Danila appoggiò la borsa, ora cera paura vera nella voce. Mamma, dimmi che non sei malata. Ti aiuto io.
Non sono malata. Sto bene.
Come bene? Hai lasciato papà, la casa, sei sparita, hai buttato la SIM Papà mi chiama tutti i giorni
Dany.
Vuole il divorzio, dice che non hai più diritto sulla casa! Se la vende
Dany. Elisabetta disse piano, ma il tono bastò a fermare la figlia. La venda pure. Non mi interessa.
Silenzio.
Che stai facendo, mamma? Giochi ancora a fare la ragazza? Che vergogna! Cosa ne penseranno i vicini, i parenti?
Elisabetta non rispose. Le prese la mano, la portò davanti alla tela sul cavalletto.
Restarono lì.
La luce del giorno entrava di lato, il quadro sembrava vivo. Il mare era quello di inizio novembre: pesante, verde scuro, spuma sulle creste. Il cielo bianco, solo una banda calda allorizzonte.
Danila tacque a lungo. Elisabetta guardava il quadro.
Guarda, Dany. La voce era calma. Sono io questa. Non la vostra cuoca o colf. Io. E ne ho diritto. Tenetevi la casa, non mi serve niente.
Danila non rispose subito. Guardava la tela, e il suo volto si trasformava, piano, come il cielo prima della quiete.
Lhai fatta tu? chiese, piano.
Sì.
Io ti ricordo sempre senza colori.
Dipingevo. Prima di te. Poi ho smesso.
Danila fece due passi indietro. Guardava la tela, colpita.
È bella, disse, quasi contrariata.
Lo so.
Pausa. Fuori un gabbiano strillò. Il vento mosse la tenda.
Devo andare, disse Danila. Ho il bus alle cinque.
Ti accompagno.
Uscirono insieme. Camminarono in silenzio. Alla fermata, Danila la guardò. Non aveva più la sicurezza di prima. Era altro, che Elisabetta aveva visto raramente sull volto della figlia.
Mamma, disse Danila. A papà non arriverà subito. Ma provo a spiegargli.
Non spiegare nulla. È adulto.
Non ce la fa senza di te.
Imparerà, rispose Elisabetta. Non dura, solo tranquilla.
Danila esitò, poi labbracciò di scatto, come da bambina. Elisabetta la strinse, sentì il profumo dei suoi capelli, un altro shampoo ma lo stesso odore.
Perdonaci, sussurrò Danila. Non precisò chi. Per tutto, credo.
Elisabetta le accarezzò la schiena.
Vai, sennò perdi il bus.
Danila andò. Si voltò una volta, poi salì.
Elisabetta rimase lì finché le luci rosse dellautobus sparirono sulla strada. Il vento dal mare era freddo e umido, le scompigliava la sciarpa blu e passava sotto il cappotto. Ma quel freddo era buono, vero.
***
A novembre Viareggio era severa ma bellissima. Nessun turista, il paese si ripiegava su sé stesso, silenzioso. I pescatori partivano allalba nel nebbione, tornavano a mezzogiorno. La panetteria odorava di pane e cannella. Al calar della sera, alle finestre vedevi luci dorate, e quelle luci avevano qualcosa di antico: semplice vita di altri, serena.
Elisabetta lavorava ogni giorno. Aveva già cinque tele, una meglio dellaltra. Gianluca passava, guardava, commentava poche ma giuste parole. Un giorno portò un vecchio libro sulla teoria dei colori, pieno di note a matita: lei lo leggeva la sera alla stufa, aggiungendo annotazioni sue. Era strano e bello, a cinquantatré anni, imparare di nuovo non per dovere, ma per piacere.
Un giorno comprò largilla al mercato. Voleva provare. Mise un blocco umido sul tavolo, cominciò a lavorarlo senza scopo preciso. Allinizio largilla si oppose, poi si scaldò tra le mani e assunse la forma di una piccola barca rovesciata come il gozzo sulla spiaggia.
Rise della sua barca storta, la lasciò sul davanzale. Ogni tanto la guardava: era sua, vana e imperfetta.
Gianluca la vide al prossimo tè.
Vale più di quanto credi.
È storta.
È vera. La perfezione non è la verità.
Filosofia?
Un po. Hai altra argilla?
Scoprì che anche Gianluca aveva lavorato largilla da giovane, in un corso serale. Seduti insieme, ognuno con la sua argilla, parlavano poco; il silenzio era quello bello, pieno, tra chi sta bene insieme.
Elisabetta pensò che non sapeva si potesse essere così. O aveva dimenticato. O mai notato che quello che le mancava disperatamente era proprio questa quiete dove si può essere sé stessi.
La lettera del notaio arrivò a due mesi dal trasferimento. Giorgio chiedeva il divorzio. Elisabetta la lesse, la ripose. Telefonò a unavvocatessa trovata online, giovane e cortese. Le spettava metà dellappartamento, le spiegò, era legge.
Non voglio nulla. Lo prenda tutto lui. Senza liti.
Lavvocatessa esitò.
Sicura?
Sicura.
Sembrava decisione strana, chiunque solo Gianluca ne fu informato consigliava di pensarci. Ma lei aveva già deciso. La casa era di quella vita. Tenerla significava non lasciarsela alle spalle.
Danila chiamò dopo un mese. Parlava piano, non come allarrivo. Chiese della casa, se facesse freddo. Raccontò che il padre si era calmato, dopo che lei aveva parlato con lui: era arrabbiato, ma diversamente.
Mamma, disse Danila alla fine. Ho pensato Quel quadro potresti farmene uno simile? Un paesaggio di mare, da mettere in corridoio.
Elisabetta sorrise.
Certo.
Davvero?
Davvero. Vieni in primavera, te lo do.
Danila sospirò. Poi, molto piano:
Sono contenta che tu sia lì. Non lavrei mai detto, ma sono felice.
Elisabetta impiegò un attimo a rispondere.
Anche io.
***
Linverno giunse a Viareggio senza preavviso. Una mattina la neve era sulle soglie e sui pini, il mare dietro si faceva blu come mai visto, un blu senza nome, tra lindaco e lacciaio, come il ghiaccio.
Elisabetta dipinse il mare dinverno separatamente. Il suo miglior quadro, lo sentiva, anche senza dirlo.
Gianluca guardò a lungo. Poi disse:
Questo merita una mostra.
Ma dai.
Parlo sul serio. A Pisa cè una galleria, piccola ma ottima. Il proprietario espone artisti locali. Lo conosco.
Ma io non sono unartista non sono locale
Elisabetta, disse lui calmo. In due mesi hai fatto sei quadri, due ottimi e uno bellissimo. Sei locale, ora. Accettalo.
Alla fine accettò, non senza fatica. Andò in galleria a gennaio, tre tele ben imballate. Il proprietario, un ometto dalla faccia sveglia, guardò serio e prese tutte e tre.
Tornando in autobus, pensava che forse questo non era successo vero. Nessuno ci avrebbe scritto un articolo, né fatto un video motivazionale. Solo una donna di cinquantatré anni portava tre quadri in una piccola galleria di provincia.
Ma entrando in casa, sentendo lodore del legno caldo e della salsedine, guardando i suoi schizzi sul tavolo e la barchetta storta sul davanzale, dentro era perfettamente serena. Davvero, serena come solo chi ha finalmente trovato il proprio posto.
***
Febbraio portò le burrasche. Il mare urlava per giorni, la casa vibrava di notte per le onde lontane simili a un cuore gigante. Elisabetta non ne aveva timore. Ormai era tutto familiare.
Si abituò a molte cose. Nessuno che la chiamava dalla cucina al mattino. La giornata con i suoi tempi, le sue scelte: si alzava, lavorava, mangiava secondo il proprio ritmo. Il silenzio della casa era pieno, non vuoto come quello di prima, quando ognuno si rifugiava in una stanza per stanchezza.
Si era abituata anche a Gianluca. Passava ogni giorno, a volte per poco, a volte per ore. Parlavano di pittura, mare, libri, infanzia. Raccontava della moglie, persa cinque anni prima. Elisabetta parlava della zia Agnese. A volte stavano solo a bere tè sulla veranda, guardando il canale. Ed era abbastanza. Senza nonostante, senza però.
Gli dipinse un ritratto. Di nascosto. Le linee uscirono più tenere che nella realtà, ma lo sguardo era il suo: attento, ironico, quello che aveva quando diceva una cosa seria, come per sbaglio.
Il ritratto lo lasciò da parte. Non per vergogna, solo perché certe cose devono aspettare.
A marzo arrivò il divorzio. Danila lo comunicò, con voce colpevole.
Mamma, sono andati da lui tutti i documenti. La casa è sua. Sei sicura che
Dany, sì. Tutto giusto. Io sto bene.
Non ti dispiace?
Elisabetta guardò fuori: il cielo si tingeva di rosa sopra i pini, sul mare una banda luminosa dorata, quasi dambra.
No, rispose. Non mi dispiace.
E non mentiva.
***
Marzo volgeva al termine. La neve spariva, il canale si faceva ogni giorno più azzurro, nellaria cera già odore di primavera, verde e vitale. I gabbiani erano tornati e gridavano alti sopra la spiaggia; le loro voci pungenti, incontenibili, quasi allegre.
Elisabetta sedeva in veranda. Sul tavolino davanti, una tazza di tè al limone. Aveva con sé il blocco da schizzi, lo teneva sulle ginocchia senza aprirlo. Oltre il parapetto iniziavano i pini, poi la strada, il mare che scompariva verso lorizzonte. Proprio laggiù il tramonto cambiava i colori: il grigio diventava caldo, stratificato.
Il seggiolino cigolò. Gianluca si sistemò accanto, il blocco che lei gli aveva prestato tra le mani.
Questo schizzo qua, disse, toccando una pagina col lapis. Lorizzonte pende un po a sinistra, lo vede?
Sì. Non ci ho pensato.
È perché guardava lacqua, non la linea. Locchio andava dove cera più interesse.
È grave?
È suo, rispose lui. Alcuni lo fanno apposta. A lei viene naturale.
Elisabetta sorrise. Guardò lo schizzo: lorizzonte inclinato piaceva anche a lei, senza capirne il motivo.
Il tramonto infuocava. Il cielo sopra il mare si fece rosa, poi arancione, poi su quellorizzonte comparve proprio quel colore tanto cercato: caldo, luminoso come lambra davanti a una candela.
Gianluca posò la matita.
Elisabetta, disse piano. Non le dispiace, allora? Per la casa, per la vecchia vita?
Lei guardava il tramonto.
Il mare rispondeva con il suo respiro regolare. Un gabbiano gridò lontano. Qualcuno, in paese, chiamava il cane.
Guarda, disse, indicando lorizzonte, che striscia di colore sul tramonto. Ho cercato questo pigmento tutta la vita.
Gianluca guardò. Poi disse, con serietà:
Conosco quella tinta. Si chiama ocra chiara con bianco. Ma nel suo caso, una goccia di cadmio.
Una goccia di cadmio, ripeté lei.
Minuscola. Sennò scalda troppo.
Annui. Prese la matita, annotò nel blocco: ocra chiara, bianco, goccia di cadmio. Guardò di nuovo il tramonto, poi la nota, poi sorrise, appena.
Il mare si faceva scuro. La striscia calda allorizzonte resisteva, testarda, luminosa. Elisabetta abbracciò la tazza con entrambe le mani, ne sentì il calore, e pensò: domattina prendo la tela grande. Quella ancora intonsa. E dipingo tutto questo, adesso che lo so.
E il colore, avrebbe saputo trovarlo.
Perché la vita, a volte, inizia davvero solo quando finalmente ascolti il timbro della tua voce e scegli di dipingere anche storta e imperfetta la tua striscia di luce.






