Ventisei anni dopo

Ventisei anni dopo

Quella sera, il minestrone venne particolarmente buono. Elena sollevò il coperchio della pentola, assaggiò un cucchiaio, aggiunse un pizzico di sale e rimase soddisfatta. In ventisei anni aveva imparato a cucinarlo proprio come piaceva ad Alessandro: denso, con fagioli e verdure tagliate grosse, un giro dolio extravergine buono versato allultimo secondo, e il basilico fresco che va aggiunto proprio in extremis, sennò il profumo se ne scappa via. Sistemò la tavola in salotto, mise il pane toscano, poggiò la tazza preferita di lui quella con lo smalto ormai tutto sciupato, ma che non la faceva mai buttare.

Alessandro rientrò alle otto e mezza. Si tolse la giacca e la buttò alla rinfusa sulla sedia: naturalmente, la giacca planò direttamente sul pavimento. Passò in cucina senza guardare Elena.

Minestrone? chiese, buttando locchio alla pentola.

Minestrone. Siediti che ti servo.

Si sedette, prese il cellulare e cominciò a scorrere non si sa cosa. Elena versò la zuppa, poggiò il piatto davanti a lui. Mangió senza staccare gli occhi dallo schermo. Lei si sedette di fronte con una tazza di tè già diventato freddo. Fuori, il vento di novembre agitava i rami spogli del vecchio melo che avevano piantato, giovani e sognatori, il primo anno in quella casa.

Ale, disse Elena, forse dovremmo parlare.

Lui sollevò lo sguardo. Nessun fastidio, nessuna curiosità. Il classico sguardo di chi è stato interrotto mentre fa qualcosa di IMPORTANTISSIMO, tipo leggere la serie D dei gironi di calcetto su internet.

Di cosa?

Non lo so. Sembriamo due estranei, ultimamente. La sera arrivi tardi, la mattina esci presto. Praticamente non ti vedo più. Tutto ok?

Lui posò il cellulare, prese il pane, ne spezzò un pezzo.

Elenì, ma sei seria? Che significa “tutto ok”?

Parlo di noi. Di… noi due. Del nostro rapporto.

Restò zitto qualche secondo. Poi la guardò come si guarda una cosa già archiviata molto tempo fa.

Senti, vuoi la verità?

Sì, la voglio.

La verità, ripeté lui, addentando altro pane. Non sono più innamorato di te. Da un pezzo, eh. Ti rispetto come donna di casa, metti sempre tutto in ordine, cucini, tieni a bada le situazioni. È comodo, davvero. Se però parli di amore, beh, no, Elena. Non cè più da anni.

Elena lo fissava. Lui lo diceva con la stessa tranquillità di uno che spiega perché compra solo lolio extravergine a marchio IGP. Senza rabbia, senza rimpianto, proprio come si parla del tempo.

Parli sul serio? domandò lei piano.

Parlo sempre sul serio, con le cose importanti.

E così, semplicemente, me lo dici? Davanti al minestrone?

Beh, quando altro? Me lhai chiesto. Ti ho risposto.

Lei si alzò, raccolse la sua tazza, la mise nel lavello. Rimase un momento alla finestra, fissando la notte e le lucine della casa di fronte, da Nives, la vicina. Anche lì la cucina era illuminata, chissà se stava anche lei cenando.

Capito, disse Elena, dirigendosi in camera.

Quella sera non parlarono più. Lui rimase a smanettare col cellulare, poi andò a dormire sul divano in salotto, come accadeva già da mesi ormai. Lei restò nel letto al buio, gli occhi aperti, ascoltando il suo russare dallaltra parte della parete. Il minestrone era rimasto in pentola, quasi intatto.

Certe storie, pensò, sono troppo banali e spietate per essere inventate da uno scrittore. Troppo vere. Troppo italiane, per certi versi.

La mattina dopo, Elena si svegliò alle sei, come sempre. Mise su il bollitore, uscì in cortile a dar da mangiare alla gatta, capitata lì due anni prima e subito diventata una di casa. Laria di novembre aveva già odore di foglie marce e di umido. Aveva su la vestaglia sotto la giacca, fissava il giardino: il melo, ormai nudo, aveva sotto i rami le ultime mele marcite che non aveva raccolto. Non ce laveva fatta, o forse non aveva voluto farcela.

“Comodo”, si ripeté in testa, fissando la gatta.

Ventisei anni. Ventisei anni passati a cucinare, lavare, ricevere i suoi amici, parlare coi contatti giusti, non fare domande inutili, mantenere la casa in uno stato tale che, quando qualcuno veniva, diceva sempre Elena, sei una maghetta!. Era la sua parte. E la interpretava con perizia. Peccato che la parte si chiamasse diversamente da quello che credeva: non si chiamava “moglie”, non si chiamava “amata”. La parola, ora laveva captata: “comoda”.

La gatta si strofinò contro la sua gamba. Elena si abbassò, le gratò l’orecchio.

Amica mia, qui dobbiamo ragionare, le disse.

Il bollitore fischiò. Tornò in casa.

Niente colazione. Per la prima volta da non si sa quanto. Solo tè, un biscotto secco, e la sedia davanti alla finestra. Alessandro uscì alle sette e mezza. Quando vide la tavola vuota si bloccò.

La colazione?

In cucina non cè niente, rispose Elena senza distogliere gli occhi dalla sua tazza.

Rimase lì qualche secondo, poi, zitto, prese il cappotto e uscì. La porta sbatté. Sentì la sua macchina allontanarsi fino a non sentire più nulla.

Il silenzio in casa era così intenso che pareva quasi si potesse affettare come il pane. Seduta in quellimmobilità, capiva che qualcosa di fondamentale era cambiato. Non in Lui, non nella loro relazione… in lei.

La vita, rifletteva Elena, a volte dopo i cinquant’anni inizia proprio così: con una frase detta davanti alla zuppa, che spazza via tutto ciò che sembrava consolidato. Aveva cinquantadue anni. Alessandro cinquantacinque. Vivevano nella loro casa in Brianza, in un paesino dove tutti conoscono tutti, ognuno col suo pezzo di terra, il solito giro di vite. Casa bella, grande, due piani, il portico, il melo famoso. Pensava sempre fosse la loro cosa più importante, la casa.

Ma a chi apparteneva davvero, la casa? Come era registrata? Chi aveva pagato per il terreno, chi per la costruzione? E quei soldi della sua vecchia casa venduta anni fa, allinizio del matrimonio?

Appoggiò la tazza e per la prima volta in ventisei anni si pose certe domande. Prima le parevano quasi sconvenienti. Mai si era occupata, davvero, delle finanze familiari. Alessandro aveva sempre detto: “Ci penso io, non ti preoccupare”. E lei, figurarsi, non si era mai preoccupata. Lui lavorava nel settore immobiliare, comprava, rivendeva, consigliava, faceva cose che lei non ha mai cercato di comprendere. I soldi non mancavano. Ecco tutto.

Ora, qualcosa dentro si fece click. Silenzioso, senza pianti o urla. Un piccolo interruttore che si accende: bisogna capire. Tutto.

A mezzogiorno chiamò la sua storica amica, Tamara. Si erano conosciute a scuola, anche se ora Tamara viveva a Milano e si vedevano poco.

Tamara, ti devo vedere.

È successo qualcosa?

Ale ieri mi ha detto che sono comoda. Non necessaria, non amata: comoda. Tipo una sedia.

Silenzio.

Vieni da me, subito.

Si incontrarono in una tavola calda vicino casa di Tamara. Questultima, donna schietta, pratica, divorziata due volte e, a detta sua, “dotata di una laurea in sopravvivenza esistenziale”, ascoltò Elena senza interrompere. Poi, pausa lunga, mescolando il caffè.

Elena, ti ricordi quando hai venduto la tua casa nel 98?

Certo, stavamo costruendo questa.

E dove sono finiti i soldi?

Elena ci pensa.

Mah… nella costruzione. Ale si occupava di tutto.

E i documenti? Il terreno, la proprietà della casa? A nome di chi?

Elena resta a bocca aperta. Non lo sapeva. Dire semplicemente: La casa è mia? Non sapeva rispondere. Una sensazione strana, e anche un po vergognosa.

Ecco. dice Tamara. Non voglio farti spaventare, ma devi informarti. Ora. Parti dai documenti.

Pensavi che ci fosse qualcosa che non va?

Penso che uno che ti dice in faccia che sei comoda, vuol dire che si sente pienamente protetto. Sai? Quelli che puoi perdere facilmente, non li si avvisa così. Capisci a che mi riferisco?

Elena tornò a casa rimuginando su quella frase. “Quelli che puoi perdere facilmente, non li si avvisa così”. Un brivido freddo e nitido, come quando passi in una camera gelata.

Entrò nello studio di Alessandro. Lui diceva sempre che lì cera “il suo ordine lavorativo” e lei non doveva toccare nulla. Aveva sempre rispettato la cosa. Stavolta, accese la luce dentro lo studio e si guardò attorno.

Scrivania, faldoni, cassetti. In un cassetto trovò una cartellina con scritto “Casa. Documenti”.

Si sedette a terra e iniziò a leggere: atto di proprietà intestato a Sormani Alessandro Luigi. Stessa cosa per il terreno. Rogito del terreno in nome suo. Scorse tutti i documenti. Il suo nome? Nessuna traccia.

Rimase lì seduta venti minuti. Poi rimise tutto a posto e si diresse in cucina. Mette su il tè, prende il miele dal mobiletto e si versa una tazza. La beve lentamente, fino in fondo.

Non pianse. Quella fu la cosa più strana. Un tempo sicuramente avrebbe pianto, si sarebbe chiusa in camera aspettando che lui venisse a spiegarsi. Ora invece era calma. Cera come una lucidità, una preparazione rabbiosa senza sapere a cosa.

Quella sera stessa accese il portatile e cominciò a cercare: “Tutela della donna nel divorzio”, “Diritti della moglie nella divisione dei beni”, “Regime dei beni nel matrimonio italiano”. Compilò una pagina di appunti.

Il giorno seguente chiamò uno studio legale trovato tramite una conoscente, non certo con il passaparola di Ale o dei loro amici in comune. Fissò un appuntamento.

Le venne poi in mente una cosa.

Alessandro aveva una legale che usava da anni per le sue compravendite. Ines Romano. Laveva vista qualche volta, alle cene di lavoro, una-due volte a casa, quando portava dei documenti. Sugli anta, capelli ramati, impeccabile in tailleur, occhi da avvocato che non perde un colpo. Elena era sempre stata cortese, niente di più: Professionista, amen.

Ora prese in mano il telefono che Alessandro aveva lasciato in bagno mentre si faceva la doccia. Niente sbirciate nelle chat, solo la rubrica: ecco Ines. Data ultima chiamata: ieri sera, verso le undici. Rimise a posto il telefono.

Le bastava quella informazione perché il puzzle cominciasse a comporsi. Niente certezze, ma la direzione era chiara.

Allappuntamento, lavvocato Massimiliano Arcangeli, capelli grigi, voce pacata le illustrò la situazione: matrimonio ventisei anni, casa intestata al marito, soldi dalla vendita della sua casa investiti, nessuna carta che testimoni il passaggio.

Siamo davanti al tipico caso italiano degli anni Novanta, spiegò. Tutto intestato a chi gestiva. Non significa che non lei non abbia diritti.

E che diritti ho?

Per legge, i beni acquistati in costanza di matrimonio sono comuni, a prescindere dallintestazione. Bisognerà verificare quando furono comprati e registrati il terreno e la casa, e se il marito avesse dei capitali precedenti il matrimonio.

La mia casa… lho venduta e ho dato tutto a lui.

Ha le carte?

Doveva esserci una scrittura, un atto di vendita.

Credo di sì. Devo cercarla.

E’ fondamentale. Se riusciamo a dimostrare che i suoi soldi sono finiti nella costruzione, cambia tutto.

Tornata a casa, con una nuova missione, passò la giornata a scavare tra scatole e vecchi archivi. Fra una pila di giornali vecchi trovò la cartellina con il rogito del suo vecchio appartamento, datato aprile 98. Cera pure limporto.

Sentì un sollievo quasi fisico. Il documento esisteva. Venticinque anni chiuso in una scatola e, guarda un po, ora serviva.

Le due settimane seguenti, Elena visse in una sospensione strana. Fu tutto quasi come prima, ma con una differenza fondamentale: ora, di Alessandro, non si occupava più. Non toccava le sue cose, non lavava i suoi piatti, non stirava le sue camicie. LUI se ne accorse dopo tre giorni.

Elena, la camicia non è stirata.

Sì, me ne sono accorta.

Non la stiri?

No.

Lui la guardò come si guarda una cosa misteriosa.

È per quello che ci siamo detti?

No, Ale. Ho capito: mi hai detto che per te sono comoda. E allora cerchiamo di capire bene fin dove arriva questa comodità. Se non sono più tua moglie ma personale di servizio… meglio chiarire le condizioni.

Lui non replicò. Si rintanò nello studio. Chissà con chi parlava sottovoce al telefono. Ma Elena aveva altro da fare.

Rovistò in tutto ciò che riguardava le sue faccende. Non per gelosia, non per dispetto: ora doveva sapere. Studi finanziari per donne, scoprì Elena, non sono solo strategie di investimento o saper calcolare gli sconti al supermercato: sono imparare DOVE sono i tuoi soldi, e se ti riguardano.

Scoprì tra i suoi fogli dei contratti sulle case. In due, qualcosa le parve strano. Li portò allavvocato.

Cosa vede qui, avvocato?

Due società diverse ma con la stessa sede legale, ecco qui. Potrebbe essere una triangolazione interna, cara signora: fanno così per gonfiare i valori. Capisce?

Illegale?

Al limite, ci siamo. È un ambito da verifica fiscale. A lei interessa che, se salta fuori qualche casino, non ne risponda con il patrimonio comune.

Tipo, potrebbero coinvolgere anche me?

Se risulta comproprietaria o se si mostra la sua consapevolezza sì. Per ora, essendo ancora sposati e residenti insieme, il rischio esiste.

Non era più un dispetto fra moglie e marito. Elena rimase unora in giardino, fa freddo ma il pensiero è caldo: un marito tossico, alle volte, non alza la voce e non lancia piatti. Semplicemente, non ti vede. Ti dà per scontata, come la corrente.

Prese una decisione.

Con l’aiuto dell’avvocato, compilò la richiesta di separazione e divisione dei beni. Misero insieme tutti i documenti possibili: rogito della vecchia casa, prove sui versamenti, ricevute dei pagamenti per la costruzione. Tutto indicava che la casa era stata costruita durante il matrimonio, coi soldi anche suoi.

Non disse nulla ad Alessandro. Continuò la sua vita discreta e cortese; lui, a vederla, sembrava convinto si trattasse di un lungo muso.

Nel frattempo, Tamara che lavorava in amministrazione aziendale venne a sapere una cosetta tramite degli amici. Una chiamata serale, nel pieno di una partita della Juve:

Elena, notizia fresca: Alessandro risulta intestatario di una società nuova di zecca, questanno. La socia? Una certa Ines Romano.

Silenzio.

Ci sei, Elena?

Sì, sento.

Sai cosa significa?

Temo di sì. Lei e lui… non solo affari.

Esatto. Ed è nuova di qualche mese. Staranno spostando dei beni. Muoviti rapidamente, Elena.

Elena chiamò Massimiliano Arcangeli poco dopo. Spiegò tutto.

Questo è fondamentale. Se sta trasferendo beni a una società nuova, dove cè anche lei, potrebbe essere un tentativo di sottrarli alla divisione. Bisogna chiedere subito il sequestro cautelare dei beni.

È possibile?

Faccio partire le carte subito. Domani mattina la aspetto.

Andò dallavvocato il giorno seguente. Firmarono tutti i documenti. Massimiliano spiegava ogni foglio; Elena prendeva appunti che, a pensarci, sarebbero bastati per un manuale per Donne e Legge – Edizione Brescia.

Uscendo aveva iniziato a nevicare. La prima neve dellanno. Si fermò a guardare i fiocchi che si poggiavano sulla sua giacca, sulle macchine, e anche sulle pieghe del suo nuovo cappotto. Dentro, sentiva un rispetto insolito verso se stessa. Non gioia, non trionfo: un rispetto tranquillo.

Alessandro scoprì tutto una settimana dopo. Le telefonò mentre lei era al supermercato.

Cosa sta succedendo?

Che intendi?

Elena, mi hanno appena chiamato dal tribunale. Sequestri? Hai fatto richiesta di divisione?

Sì, Ale.

Ma sei impazzita? Per una frase detta a tavola?

Per ventisei anni, rispose lei, piatta. Ora devo andare, c’ho i latticini al banco. Ne parliamo poi.

Si avviò verso la cassa col tono di chi sta solo facendo la spesa facile. Anche lei si stupì della propria calma.

A casa, la discussione fu aspra. Alessandro agitato, ma cercava di dissimulare, camminando avanti e indietro per il salotto come una fiction Rai.

Elena, la casa è mia. Lho costruita io, pagata io!

Costruita anche coi soldi della mia vecchia casa. Ho le carte.

Erano un regalo! Me li hai dati tu!

Per costruire la nostra casa insieme. Invece lhai registrata solo a tuo nome. È diverso.

Ti sei rivolta allavvocato alle mie spalle?

E tu non stavi organizzando la società con Ines allinsaputa mia?

Silenzio lungo.

Cosa vuoi insinuare?

Che so di voi, come soci. Società registrata a marzo.

Si sedette, la guardò con uno sguardo inedito, quasi rispettoso ma anche di sfida.

Ti sei preparata bene.

Lho dovuto fare. Tu mi hai insegnato a essere “utile”. Ora lo sono, per me.

Tacque. Sul tavolo la sua tazza di caffè, ormai freddo.

Possiamo provare a trovare un accordo amichevole.

Sì, sono disponibile. Ma solo tramite avvocati.

I tre mesi successivi furono pesanti. Non per i sentimenti anche se momenti di tensione ne arrivarono ma per la burocrazia. Udienze, carte, negoziati. Lavvocato Massimiliano si rivelò impeccabile: spiegava senza mai drammi, senza panico né illusioni: qui bene, qui difficile, qui pazienza.

E una fortuna fu che le magagne immobiliari di Alessandro vennero a galla: niente di penale, ma abbastanza da far tremare. Guarda un po, divenne un’arma utile per Elena nellaccordo.

Sotto pressione, Alessandro divenne più trattabile. Col passare delle settimane si arrivò a una soluzione: la casa a lei, a lui alcuni altri beni ormai a rischio per la questione fiscale. Ines, informata delle grane, si sfilò di scena in fretta.

La conferma le arrivò direttamente da Tamara, che aveva intercettato una voce:

Pare che Ines si sia eclissata appena ha odorato i guai col fisco.

Brava donna, sospirò Elena senza invidia.

Ma non sei arrabbiata?

Con Ines? No. Lei ha fatto il suo lavoro. Io, invece, no.

Firmarono laccordo a febbraio. Giorno freddo e umido, cielo color grigio-fattura. Seduti, Elena con Massimiliano, Alessandro col suo avvocato, si limitarono a firmare. Solo uno sguardo diretto, in silenzio. Nessun trionfo, nessun risentimento. Solo la fine delle pratiche.

Alessandro traslocò lo stesso giorno, portandosi via le sue scatole. Elena non guardò fuori dalla finestra, era impegnata a svuotare armadi: buttava via tutto ciò che non serviva più, tranne la tazza collo smalto rovinato che alla fine rimise al suo posto. Che male può fare, una tazza? È solo una tazza.

Adesso, la casa era davvero sua. Formalmente e nei fatti: entrambi gli atti nel cassetto della camera. Ancora non si era abituata allidea. Non era una vittoria, era… spazio. Silenzio nuovo. Una quiete sua, finalmente.

Arrivò una primavera precoce. Già a marzo qualche fogliolina si faceva vedere sul melo. Elena uscì in giardino con il caffè, fissava lalbero, ormai vecchio, storto, con la corteccia ruvida, ma sempre vivo.

Anche la gatta le fece compagnia, acciambellata sulla scaletta, occhi chiusi.

La sera Tamara la chiamò.

Come va?

Ho pulito il giardino, oggi. Sotto il melo ho trovato un vecchio nido vuoto.

Simbolico. Hai progetti, a ora?

A dire la verità sì. Affitto il secondo piano, lì ci sono tre stanze libere. Un po di rendita, e mi iscrivo a qualche corso. Avrei voluto dipingere, da ragazza. Mai fatto.

Corsi di pittura?

Che ridi?

No, Elenì. Sto solo pensando che, forse, è la prima volta che parli di qualcosa che davvero vuoi tu.

Già, sorrise Elena. Penso sia davvero la prima.

Pausa.

È una gran cosa, disse Tamara dopo un po. Davvero.

Il matrimonio, ora, Elena lo guardava diversamente. Non cercava di riscrivere il passato, né di buttare tutto alle ortiche. Piuttosto, era curiosa di come sia possibile diventare una funzione, quasi senza accorgersene: un pezzo di mobilio, non per cattiveria, ma per cieca abitudine. Forse neppure Alessandro se ne rendeva conto, forse gli era comodo così.

Se oggi potesse raccontare la sua storia, non parlerebbe di urla o di pianti: sarebbe la storia di un documento trovato tra le vecchie riviste. Di un avvocato dal tono calmo. Di una mattina qualunque in cui non metti la colazione sul tavolo, e nessuno muore. La storia che la “consapevolezza finanziaria” non è una conferenza in banca, ma una domanda: “Scusa, a nome di chi lhai registrata, la casa dove ho vissuto ventisei anni?”

In aprile mise l’annuncio per affittare il secondo piano. Dopo due settimane arrivò una coppia di giovani che lavora a Milano: tranquilli, precisi, ogni tanto salutano e portano qualcosa dal mercato la domenica. Tutta unaltra cosa.

In maggio iniziarono i corsi di pittura, in una piccola scuola dellhinterland. Cerano pensionati, una signora in maternità, e un uomo sui sessanta che tutta la vita aveva fatto il muratore ma avrebbe voluto dipingere. Il professore, un artista vecchio stampo, barba sfatta e occhi furbi, parlava poco ma giusto.

Alla prima lezione, Elena ha dipinto una mela. Venuta un po storta, sì. Guardandola, le è venuto da ridere. Una mela storta, come il melo del suo giardino.

Una sera di giugno era seduta in veranda a leggere. Il telefono zitto. Alessandro non chiamava più. Nemmeno lei. Si diceva, tra amici, che aveva preso una casa in città, i problemi col fisco lo stavano ancora rincorrendo, Ines sparita dai radar. Vivere con i guai è un lavoro diverso, si vede, rispetto a vivere con la moglie comoda.

Non provava rivalsa. Onestamente, nemmeno indifferenza carognesca. Ora si sentiva semplicemente… libera. Quel che succedeva ad Alessandro, non la riguardava.

Come si supera il tradimento? Elena non avrebbe dato lezioni. Ognuno ha la sua strada. Per lei la risposta era: Fai le cose pratiche, una dietro laltra. Non rimuginare, non incolparti, non perdere tempo con la rabbia. Prendi i documenti. Trova un esperto. Fai il prossimo passo.

“Destinata”, dicevano le nonne. Come se la destinata fosse un destino immutabile. Invece, Elena, a cinquantadue anni, aveva capito che la “destinata” è solo una partenza: poi tu decidi la direzione.

Lei aveva deciso. Magari tardi? O forse proprio in tempo. Perché, incredibile a dirsi, la vita dopo i cinquanta è tutta un altro inizio. Cauto, complicato, niente lustrini né spot. Ma vero.

A fine giugno, incontrò Alessandro per caso allanagrafe. Entrarono quasi insieme. Lui la vide per primo, si avvicinò. Non ci aveva pensato a quell’eventualità: stava in fila, in vestito leggero di lino, con la sua solita cartellina di documenti, e allimprovviso… eccolo lì.

Ciao, disse lui.

Era cambiato. Più magro. Aria stanca. Abito elegante, ma stropicciato. “Prima lo stiravo io”, pensò Elena divertita.

Ciao.

Stavano zitti.

Come stai? fece lui.

Bene. Tu?

Sto mettendo a posto delle cose. Troppi casini, ultimamente.

Già, succede.

Lui la guardava. Negli occhi qualcosa di diverso forse solo, finalmente, confusione.

Elena. Io volevo…

Ale, lo interruppe lei gentile, lascia stare. Davvero. Niente rancori, niente scenate. È tutto chiuso. E va bene così.

Era arrivato il suo turno allo sportello. Si voltò, pronunciò il suo cognome, passò i documenti.

Quando si guardò intorno, lui non era più lì accanto. Era al suo sportello.

Elena uscì. Fuori, estate piena. Asfalto caldo, profumo di tiglio dalla strada di fianco. Rimase un attimo col viso rivolto al sole, occhi chiusi.

Poi chiamò il telefono. Tamara.

Tutto a posto, hai finito?

Ho finito. È tutto ufficiale.

Brava! Senti, sabato aprono una mostra di acquerelli. Andiamo?

Andiamo, disse Elena.

Come stai, davvero?

Tranquilla, guardò strada, passanti, cielo, batuffoli di pioppo in volo: leggeri, bianchi, indifferenti a tutto.

Sto bene, Tamara. Non benissimo, non il massimo, ma bene davvero. Finalmente.

È già tanto, rispose Tamara.

Sì, sospirò Elena. È già davvero tanto.

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Ventisei anni dopo
La gioia della Pasqua