Colei che ha detto «no»

Quella che ha detto no

Mi chiamo Nina Paola Serra e oggi faccio cinquantatré anni. Confesso, non so bene chi leggerà mai queste pagine del mio diario, ma sento che scrivere mi aiuta a mettere in ordine la testa. Oggi voglio raccontare come, una sera qualsiasi di ottobre, la mia vita ha cambiato strada senza alcun rumore.

Stavo seduto sul bordo dello sgabello in cucina, tagliando il pane scuro a fette sottili, proprio come piaceva a lui. Otto fette, perfette, tutte uguali. Ho sistemato il piatto in tavola, poi ho girato il mestolo nella pentola di minestrone. Gli ospiti sarebbero dovuti arrivare alle sei, ma erano già le cinque e cinquanta.

Valerio, mio marito, era sprofondata nella poltrona davanti alla televisione e faceva zapping tra i canali. Non mi ha chiesto se avessi bisogno daiuto. Non lha mai chiesto. Tanto sapeva che avrei fatto tutto io.

Io, a detta del calendario, sono un po oltre la metà della vita. Lavoro da ventidue anni come ragioniera al CFP Leonardo da Vinci di Modena, una posizione tranquilla, lontana dai riflettori. Numeri, conteggi, bilanci. Le colleghe mi rispettano, il direttore non si è mai lamentato. A casa però di questo nessuno parla mai.

Gli ospiti sono arrivati alle sei e mezza. La consuocera, Rina, con suo marito Gennaro, il fratello di Valerio, Sergio, con la moglie Ludovica. Tutti gente chiassosa, ben pasciuta, soddisfatta. Un attimo ed era già un vociare diffuso: seduti, chiacchiere, risate nervose. Io andavo avanti e indietro con i piatti: servi, sparecchia, servi di nuovo.

A tavola discutevano dei prezzi, dei vicini e del nuovo mercato in Viale Europa. Io ascoltavo in silenzio. Ero abituata a stare zitta a quel tavolo.

Poi Rina ha iniziato a parlare della nuova ASL che avevano promesso di costruire in Via Emilia Est.
Magari lì ci saranno meno file, ha detto aggiustando il colletto della maglia. Ormai se non muori in sala dattesa, è un miracolo

Le file saranno uguali dappertutto, sospirò Gennaro. Medici non ce ne sono.

Però, ho aggiunto io timidamente, nel giornale cera scritto che manderanno dei giovani specialisti appena laureati. È un progetto comunale.

Valerio ha messo giù il bicchiere. Non lha sbattuto, ma il gesto era secco.

Nina, portami i sottaceti, mi ha detto.

Un attimo, stavo solo raccontando del progetto…

Ho detto portami i sottaceti. Perché devi sempre intrometterti con questi giornali? Chi ti ha chiesto qualcosa?

Rina allimprovviso sè fermata a guardare la tovaglia, Ludovica ha sollevato lo sguardo poi lha abbassato, Sergio si è allungato sul pane.

Mi sono alzata, sono andata al frigo, ho preso il barattolo di cetriolini che avevo messo sotto vuoto ad agosto e lho messo in tavola. Mi sono risieduta.

Dentro di me tutto era silenzioso. Non cera rabbia, niente terremoti. Solo un grande vuoto, lo stesso della casa nelle mattine di domenica quando tutti escono ed io resto ferma in mezzo al soggiorno a chiedermi perché sto lì.

Guardavo le mie mani sulle ginocchia: mani mature, con le nocche gonfie e le unghie corte. Mani che da trentanni fanno e disfanno: cucinano, lavano, stirano, servono, trasportano. Mani che nessuno ringrazia, nemmeno per questi cetriolini che nessuno mi aveva mai chiesto come erano stati fatti.

A tavola la conversazione riprese come nulla fosse: Gennaro parlava di un amico che aveva comprato una macchina usata, Rina rideva, Valerio annuiva e versava vino.

Pensavo alle mie mani e ricordo bene il momento in cui mè venuto in mente: ventanni fa con queste mani cucivo le tende di questa stanza. Avevo comprato la stoffa coi miei risparmi perché lui aveva detto che soldi non ce nerano. Le cucivo di notte, di giorno cera da pulire. E quelle tende sono ancora lì. Lui non le ha mai notate.

Dopo il dolce Valerio ha detto:
Nina, dai, su, sistema la tavola. Che aspetti?

E lì dentro di me è scattato qualcosa. Non con un boato, solo un clic discreto. Come quando accendi la luce in un corridoio buio, solo che al contrario: non si accende nessuna luce, la notte finisce.

No, ho risposto.

Valerio sè girato verso di me.
Come hai detto?

Ho detto no. Sono stanca. Mi siedo qui.

Il silenzio che ne è seguito era assoluto. Rina ha alzato gli occhi, Ludovica ha smesso di masticare.

Sei impazzita? Valerio ha detto a bassa voce, quella voce che usava quando bastava uno sguardo a farmi capire che era meglio non discutere.

No. Non sono impazzita. Semplicemente sono stanca e mi siedo.

Mi sono alzata. Non verso il lavandino, né verso il tavolo. Ho preso la direzione della camera, mi sono chiusa la porta alle spalle col chiavistello. Era lì da sempre, non lavevo mai girato. Stasera sì.

Da dietro la porta sentivo Valerio spiegare qualcosa agli ospiti, ridere, cercare di minimizzare. Poi il tintinnio delle stoviglie, Ludovica che cominciava a sparecchiare (buona Ludovica, capiva sempre tutto senza parole).

Mi sono seduta ai bordi del letto, guardavo fuori dalla finestra: la strada, il lampione, uno spicchio di cielo. Ottobre, gli alberi già spogli, rami neri e onesti. Non belli, però sinceri.

Sono rimasta lì tanto. Ho sentito gente che usciva, la porta che sbatteva, Valerio camminava per casa, faceva baccano in cucina, poi sè fermato dietro la porta.

Apri.

Non ho risposto.

Nina, sto parlando. Apri e parliamo.

Domani, ho detto. Stanotte dormo.

Si è fermato, sentivo il suo respiro, poi sè allontanato.

Mi sono sdraiata vestita sopra le coperte. Guardavo lintonaco del soffitto. Per la prima volta, non avevo paura. Solitamente, quando facevo qualcosa che non andava secondo lui, una paura sottile mi prendeva allo stomaco, come il ronzio negli impianti idraulici vecchi. Adesso, pace.

Forse perché finalmente avevo fatto la cosa giusta.

La mattina successiva Valerio è uscito presto per il lavoro. Fa il caporeparto allofficina, parte sempre poco dopo le otto. Lho sentito trafficare nellingresso, tossire, sbattere la porta.

Ho aspettato giusto un po che i suoi passi si perdessero per le scale.

Poi sono passata in bagno, mi sono lavata, ho aperto larmadio.

Avevo una sola valigia, marrone, vecchia, con gli angoli in metallo. Lho tirata fuori da sotto al letto e aperta. Dentro sapeva di chiuso, e di passato.

Ho fatto la valigia senza fretta, ma senza esitare: biancheria, qualche maglia, due pantaloni, un maglione caldo. Tutti i documenti dal cassetto, il passaporto, il libretto del risparmio. Ho preso la scatolina con gli orecchini di mia madre e lanello della nonna. Le scarpe del lavoro e le pantofole.

Mi sono fermata al centro della stanza. Niente, lì dentro, era veramente mio. Larmadio laveva scelto lui, il divano anche. Il tappeto lavevamo preso insieme ma ne volevo uno diverso, ma secondo lui quella fantasia era la migliore. Le tende le avevo cucite io, ma ormai erano parte dei muri, parte della sua casa.

Ho chiuso la valigia.

In cucina mi sono versata un tè, lho bevuto in piedi. Ho guardato la pentola col minestrone di ieri, lho lasciata lì.

Mi sono vestita. Ho preso la valigia, la borsa coi documenti, sono uscita di casa, lasciando la chiave sotto lo zerbino. Tanto lui lavrebbe trovata.

Fuori faceva freddo e umido, odorava di foglie bagnate. Ho appoggiato la valigia sul marciapiede e sono rimasta lì, a respirare profondamente. Il cielo era bianco, coperto. Passava gente, nessuno mi guardava.

Ho sollevato la valigia e sono andata verso la fermata dellautobus.

Galina Federica Mitrioli abitava in Via dei Giardini, terzo piano di una palazzina. Insegnava economia dove lavoro anchio; aveva otto anni più di me. Non avevamo unamicizia profonda, ma ci capivamo: ogni tanto prendevamo il caffè insieme, parlavamo dopo il lavoro mentre andavamo verso la fermata, discorsi normali. Era vedova, senza figli, viveva sola, ma non sembrava pesargli.

Ho suonato da lei alle dieci e mezza.

Mi ha aperto in vestaglia, con una tazza di caffè, lo sguardo un po assonnato. Era in ferie fino a lunedì.

Nina? Ha guardato la mia valigia, il mio volto. Pausa. Entra.

Semplicemente così: entra. Niente domande.

Sono entrata. In casa cera caldo, profumo di caffè e libri vecchi dappertutto, anche in corridoio. Una gatta grigia è sbucata, ha annusato la mia valigia, si è dileguata.

Siediti, mi ha detto Galina. Ti faccio il caffè.

Abbiamo parlato in cucina. Raccontavo a pezzi, come veniva: la sera prima, i sottaceti, il chi ti ha chiesto qualcosa. Le tende cucite da me. I trentanni di silenzio.

Galina ascoltava, non mi interrompeva mai. Sapeva ascoltare, un dono raro.

Capisco, ha detto infine. Non chiedo se hai fatto bene. Non spetta a me dirlo. Puoi stare qui, finché non decidi il da farsi.

Non voglio scomodarti, le ho detto. Aiuto in casa, cucino, pulisco.

Ma cosa dici, mi ha guardato con il suo solito misto di dolcezza e rigore. Non sei la cameriera qui. È semplicemente casa mia, e sono contenta che tu sia qui.

Ho abbassato lo sguardo verso la tazza, sentivo un nodo in gola. Non piangevo, non più. Era solo come quando si lascia andare un peso dopo averlo portato per anni.

La camera piccola, ex studio, lha lasciata a me: letto a una piazza e mezza, scrivania, scaffali pieni di libri. Ho disfatto la valigia, messo tutto nellarmadietto, rifatto il letto.

Mi sono sdraiata. Per la prima volta in tanti anni, quella era davvero la mia stanza.

Naturalmente, aiutavo in casa, cucinavo, pulivo. Non perché dovevo, ma perché mi veniva spontaneo. Galina allinizio faceva resistenza, poi si è arresa e ha accettato tutto con gratitudine. Al mattino prendevamo il caffè insieme, a volte parlavamo a lungo, a volte leggeva ognuna il suo libro in silenzio.

Questa era una novità: condividere il silenzio senza disagio, senza dover spiegare niente.

Sono tornata al lavoro di lunedì. Lufficio ragioneria era piccolo, tre donne: io e due giovani colleghe. Mi guardavano con curiosità, ma nessuna domanda. Lavoravo come sempre, precisa, senza errori.

Il direttore, Giulio Bartolini, mi ha chiamata a fine settimana.

Tutto bene, signora Serra?

Sì, dottor Bartolini. Ho cambiato casa, ma non influirà sul lavoro.

Le ho chiesto della sua vita, non del lavoro.

Lho guardato. Giulio era un uomo in là con gli anni, calmo, provato dalla burocrazia ma sempre attento agli altri.

Grazie, ho detto. Ce la faccio.

Era vero. Stranamente, mi pesava di meno il respiro sul petto. Come se una pressione fosse svanita.

I ragazzi del CFP erano rumorosi, sinceri, a modo loro onesti. Non insegnavo, ma passava tutto dalla mia scrivania. Ogni tanto, li sentivo ridere in corridoio e pensavo che era bello; che la vita andava avanti.

Pure io sentivo che cera ancora qualcosa davanti a me, un pensiero nuovo ma che avanzava piano, come scarpe appena comprate.

Il terzo giorno sono iniziati le chiamate di Valerio.

Prima ha provato sul mio cellulare, gli ho risposto una volta sola:
Valerio, sto bene, lasciami in pace per un po di tempo.

Ha insistito, non rispondevo. Poi ha chiamato al centralino del CFP, la giovane Caterina mi ha avvisata con aria preoccupata:
Cè suo marito al telefono…

Di che non ci sono, ho risposto con calma.

Caterina era stupita, ma lo fece.

A novembre, il freddo ha preso possesso della città. Galina ha messo una vecchia stufetta nella mia stanza. La sera guardavamo la televisione insieme, o ci raccontavamo la vita, o stava ciascuna nel suo libro. Parlavamo anche di solitudine: mi confidò che dopo la morte del marito era rimasta sola, ma aveva imparato che a volte solitudine è libertà.

Non ti dico di cercare la solitudine, diceva, girando il cucchiaino nel tè. Ma non devi nemmeno averne paura. Vedi te stessa, adesso. Hai paura?

No, rispondevo.

Ecco.

Pensavo spesso a quello che diceva. Valerio mi aveva sempre fatto credere che senza di lui sarei stata persa: nessuno mi avrebbe mai considerato, la mia pensione non sarebbe bastata, non ero più giovane. Quelle parole erano in me come inquilini abusivi.

Ma ora, vivevo. E non scomparivo.

Lo stipendio era piccolo ma Galina non prendeva soldi per lalloggio. Io compravo la spesa, cucinavo, risparmiavo pochi euro ogni mese. Non sapevo ancora per cosa, ma per il futuro.

A dicembre, appena prima di Natale, si è presentato.

Tornavo dal lavoro, era buio. Svoltato allangolo di casa di Galina, lho visto lì: Valerio, senza cappello, con la solita giacca marrone, sembrava invecchiato in due mesi.

Nina, mi ha detto.

Mi sono fermata a tre passi da lui.

Come hai fatto a trovarmi?

Chiedendo in giro. Qui si conoscono tutti.

Devi dire qualcosa? Dillo qui.

Ha guardato in giro, spaesato.

Andiamo dentro almeno, fa freddo.

Metti il cappello quando esci. Parliamo qui.

Ha tenuto il silenzio, poi ha iniziato:
Nina, ma che hai combinato? Casa vuota, non ci sei più, non so rimediare. Non so cucinare, sporco dappertutto…

Imparerai.

Facile a dirsi per te. Nina, non lho fatto per cattiveria. Ho un carattere deciso, ma non è una ragione sufficiente per distruggere la famiglia.

Sono trentanni, Valerio. Per trentanni ho fatto tutto come volevi. Ho cucinato, pulito, taciuto anche quando mi umiliavi davanti agli ospiti. Sempre così.

Oh, capita di sbagliare…

Laltro giorno mi hai detto chi ti ha chiesto qualcosa, davanti a tutti. Lhai fatto spesso, ogni volta che osavo parlare. Cercavi solo una domestica gratis. Mai una moglie, mai una persona vera.

Dai, su, ora era irritato, la voce si faceva dura, come sempre. Le mogli devono…

Basta, ho detto.

Ha taciuto. Sono rimasta stupita io stessa di quanto il mio basta fosse netto.

Non voglio più sentir parlare di cosa debba fare una moglie. Di me non sai nulla. Sai quali libri leggo? Quali film mi piacciono? A cosa penso quando lavo i piatti?

Mi fissava.

Non ne hai mai voluto sapere. Ti serviva solo una donna di casa. Non è la stessa cosa.

Sei diventata filosofica, ormai. Starai leggendo troppi libri con quella Galina…

Sono pensieri miei. E li ho sempre avuti, semplicemente non li dicevo.

Ho tirato su il colletto: cominciava a nevicare.

Non tornerò, Valerio. Non è rabbia, non è capriccio. Se ne va perché non stavo bene, lo capisco ora.

Resterai sola, lo sai? Da vecchia, nessuno ti vorrà.

Io mi basto, ho detto. E mi basta.

Sono entrata nel portone. Sentivo che chiamava ancora il mio nome. Non mi sono voltata. Ho premuto il codice del citofono, sono salita.

Galina era dietro la porta ad aspettarmi.
Ho visto, mi ha detto.
È finita, le ho risposto.
Ti va un po di tè?
Sì.

Ho stretto la tazza tra le mani e ho notato un tremito. Non paura, non freddo. La fine è così; lo senti con tutto il corpo, prima ancora che con la testa.

Come stai? chiese Galina.
Bene, davvero. Pare che gli abbia restituito tutto quello che aspettavo da lui da trentanni. E che non mi dovesse.

Un debito?
No. Unattesa. Aspettavo che cambiasse, che capisse. È venuto solo per dire che non ha da mangiare. Ho sorriso. Non ha da mangiare.

Almeno è onesto, in un certo senso, osservò Galina.
Già, onesto.

Passò linverno. Andai da un avvocato per sistemare le carte. Non cera molto da dividere: lappartamento era suo già da prima del matrimonio, i miei risparmi erano marginali.

Non fu sempre facile. Cerano sere in cui sdraiata nella mia stanza pensavo che avevo cinquantatré anni, e che la solitudine fa paura. Non scacciavo quellansia, la lasciavo venire e passare.

Al mattino ritrovavo il ritmo della routine. E mi sentivo di nuovo forte.

Una sera di gennaio mi sorpresi a pensare che non ricordavo più lultima volta che mi fosse venuto il mal di testa. Anni prima, avevo il cerchio alla testa ogni giorno. Era letà, pensavo. Era la pressione. Ma forse era solo la vita sbagliata.

Sono piccole cose, ma contano.

A febbraio, cambiò uno dei professori di officina, il vecchio Alfredo andò in pensione. Al suo posto fu assunto Andrea Simone Covelli, quarantotto anni, viene da un paese vicino. Si occupa di meccanica e materiali. Si presentò senza troppe chiacchiere.

La prima volta lo vidi alla mensa: seduto in un angolo, mangiava il riso con modestia e leggeva un libretto sottile. Mi sono seduta poco lontano, lui alzò la testa, fece un cenno gentile.

Settimana dopo, ci incrociammo nel corridoio vicino allufficio del direttore. Portavo un plico di documenti.

Scusi, sapete dove posso stampare dei fogli? Il printer in sala docenti è rotto.

In ragioneria abbiamo una stampante, se è urgente venga pure.

Grazie.

Passò il giorno dopo, chiavetta USB in mano. Ho stampato i suoi tre fogli, nessun disturbo, gli ho detto. Mi chiese:
Lei lavora qui da molto?
Ventidue anni.
Tanti.
Già, tanti.

Allora conosce tutto qui.
I numeri, i documenti, quello sì. Ma la vita è uguale ovunque.

Rise in modo semplice, senza compiacenze.

Ogni tanto, alla mensa, scambiavamo due parole. Chiedeva veramente il mio parere. Allinizio mi spiazzava, poi ho capito che era sincero; gli interessava davvero.

Un giorno stavamo parlando di libri. Ho detto che ho sempre letto molto, ma negli ultimi anni avevo un po perso labitudine.

E adesso?

Adesso ho ricominciato. La mia coinquilina Galina ha una parete di libri. Prendo uno alla volta.

Cosa legge ora?

Cho pensato un po’, un po imbarazzata:
Ginzburg. Lho presa dallo scaffale per caso, e non riesco a staccarmi.

Ottima scelta, ha detto, senza farmi sentire sciocca. Scrive delle persone, vere, come sono.

Esatto, vera.

La volta dopo mi ha portato un romanzo di Pavese. Se le piace la Ginzburg, questo la appassionerà. Lha lasciata in ufficio, quasi senza farci caso, poi se nè andato.

Ho preso il libro in mano e per la prima volta da tanto sentivo dentro qualcosa di caldo, di attento. Era una felicità delicata, sottile, come il primo sole di primavera.

Non volevo affrettare niente. Ho imparato che la vita, se la lasci andare piano, si sistema meglio.

A fine marzo la primavera è esplosa in città. La neve è sparita in una settimana, il prato nel parco ha messo i primi germogli. Sono uscita dal lavoro e mi sono fermata a guardarli. I boccioli: piccoli e duri, eppure vivi.

Ricordavo che un anno prima, tornando da Valerio, non guardavo boccioli. Pensavo solo a comprare patate al supermercato, a stirare una camicia, a ricordare al tecnico che doveva aggiustare il rubinetto. Nessuno spazio, né tempo per altro.

Adesso mi fermavo a guardare i boccioli.

Un giorno Andrea mi aspettò al cancello. Per caso, forse. Andammo insieme alla fermata.

Che bella giornata, disse.

Bellissima, confermai.

Avrei piacere di andare con lei domenica al Museo Civico. Hanno inaugurato una mostra sulla storia dellindustria locale; da solo mi annoio.

Lho guardato. Al museo?
Sì, mi incuriosisce la storia delle fabbriche: per deformazione professionale, lo sa!

Daccordo, ho risposto. Andiamo.

Lho detto con naturalezza. Non avevo paura. Niente spiegazioni, niente giustificazioni mentali. Solo: andiamo.

La domenica fu luminosa, laria pulita. Passeggiammo per le sale, Andrea parlava di torni e lavorazioni, io ascoltavo, ogni tanto chiedevo. Poi al bar del museo: un caffè annacquato, ma lo ignorammo.

Si annoia a sentirmi parlar di queste cose? chiese lui dimprovviso.

Lho fissato.

E perché dovrei?

Dicono che sono noioso quando racconto di officine…

Chi lo ha detto?

Alcuni colleghi, insomma.

Io ascolto se ho piacere. E se non ho piacere, lo dico.

Annuisce.

È giusto. È un diritto.

Lo sapevo cosa intendesse: è importante essere se stessi, parlare e ascoltare. Per lui, e anche per me.

Così nacque, piano e senza gesti plateali, qualcosa fra noi. Niente storie da film, solo due adulti che si piacevano e rispettavano.

E pensavo: forse questa è la felicità che conta. Non quella dei romanzi, ma quella vera. Quando hai voglia di svegliarti la mattina.

Quando ti chiedono davvero cosa pensi.

Quando nessuno più dice “chi ti ha chiesto qualcosa”.

A maggio sono andato al mercato. Odorava di verdure e terra. Andavo verso il banco dellinsalata e vidi Valerio, magro, pallido, spaesato davanti al banco della carne.

Mi sono fermata. Non per paura, ma solo per guardare.

Mi aspettavo di sentire dentro qualcosa: rabbia, pena, qualcosa del passato. Nulla.

Era solo un uomo invecchiato davanti a un bancone di macelleria. Io avevo vissuto con lui trentanni; era stato. Una parte di me, non tutto.

Sono passata, ho comprato il prezzemolo e linsalata. Per me e per Galina che la metteva nel minestrone. Ho lasciato il mercato.

Era maggio, caldo, odorava derba e sole.

Ecco che cosa significa davvero rifarsi una vita dopo i cinquanta. Non un solo gesto, non un solo grido. Ma tutto: la mattina della valigia, la nuova casa, il lavoro che cambia sapore, i libri accanto al letto, il caffè annacquato del museo, questaria di maggio.

Andarsene da un marito prepotente, in fondo, è solo linizio. Il resto è vivere. Imparare a notare, scegliere, lasciar andare e restare. E la scelta più giusta non è sempre la più facile ma lo è nel momento in cui diventa finalmente tua.

Chiamano questo realismo psicologico. Ora capisco il senso. Si vive, a volte ci si sente schiacciati, poi si cambia strada, si piange, si ride di nuovo. E poco alla volta si respira.

Ognuno ha la sua storia. La mia non è ne bella né brutta, è solo mia.

E adesso basta. È ora di tagliare le uova sode per linsalata russa che Galina prepara. Sorrido mentre le mani si muovono: faccio le stesse cose di sempre, ma non più per abitudine. Ora scelgo io.

E fuori il sole cè davvero, dietro la finestra. Oggi questo mi basta.

E la lezione che oggi tengo stretta è questa: a volte tutta la vita ricomincia con un no. E il resto è percorso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

16 − nine =