Il tempo della verità non è ancora scaduto

La prescrizione non è scaduta

Signora, ma lei si rende conto di chi sono io?

Lucia Benedetti non alzò subito lo sguardo. Finì di annotare la presenza sul registro, mise con cura il punto finale e solo allora guardò la donna che stava davanti al suo bancone.

La donna era giovane, sui trentacinque anni, non di più. Capelli biondi raccolti come appena uscita dal parrucchiere e forse era proprio così, dato il profumo intenso che fece quasi pizzicare il naso a Lucia. Il cappotto era beige, in cashmere di qualità, evidente anche a distanza. La borsa appesa al braccio doveva costare più di quanto Lucia guadagnava in sei mesi.

La ascolto, disse Lucia Benedetti con calma.

Allora perché non apre? Sono già tre minuti che aspetto.

Non ha il pass, rispose Lucia. Lho già spiegato al suo autista quando ha chiamato. Bisogna richiederlo in anticipo.

Mio marito affitta qui mezzo ottavo piano! la voce della donna si alzò di un tono, la ditta è la Vittoria Trade. Siamo chiari?

È tutto chiaro, annuì Lucia. Ma il suo nome non risulta tra i pass registrati. Telefoni a suo marito, scenda lui stesso o ci chiami: sistemeremo subito.

Non intendo chiamare nessuno! Sono la moglie dellaffittuario, lei è obbligata a farmi passare!

Lucia strinse un poco gli occhi. Guardava quella donna senza ostilità, solo con il distacco di chi osserva qualcosa di abituale e vagamente logorante.

Le regole sono uguali per tutti, disse con tono pari.

La donna fece un passo avanti, si piegò leggermente e sussurrò, scandendo bene:

Senta, nonna. Sta qui nella sua cabina, prende quattro spicci e pensa di avere il diritto di comandare a me? A me? Faccia la chiamata giusta e apra il tornello. Oppure farò in modo che domani lei qui non ci sia più.

Lucia rimase ferma un attimo.

Va bene, disse raggiungendo il telefono.

La donna si raddrizzò, soddisfatta.

Lucia compose il numero, attese e parlò a voce bassa:

Direttore Ferraro? Qui è la postazione uno. C’è una signora all’ingresso senza pass, si presenta come moglie di Vittorio Moretti dellottavo piano. Sì, aspetto.

Riattaccò il telefono e tornò al registro.

Dovrò aspettare ancora molto? chiese la donna.

Appena risponderanno.

La donna sbuffò e prese il cellulare per digitare qualcosa, ostentando indignazione per lattesa. Passarono due minuti, poi dalle scale arrivarono passi decisi. Sulla porta comparve un uomo in ottimo abito, viso teso.

Chiara, disse sottovoce. Che succede?

La tua portinaia non mi lascia passare.

È la prassi, lo sai… bisognava chiamare prima…

Non ho intenzione di chiamare in anticipo per venire da mio marito in ufficio.

Luomo incrociò lo sguardo con Lucia. Lei lo fissò con calma.

Buongiorno, disse. Questa è mia moglie, Chiara Moretti. Possiamo sistemare un pass provvisorio?

Certo, rispose Lucia, aprendo la scheda informatica.

Mentre Lucia inseriva i dati, Chiara si allontanò di qualche passo, continuando a parlare animosamente al telefono. Varcando il tornello, si voltò e lanciò a mezza voce, senza rivolgersi a nessuno in particolare:

È tutto assurdo.

Il marito la seguì, senza voltarsi.

Lucia li seguì con lo sguardo, chiuse il registro e si versò un po di tè dal termos. Era ormai appena tiepido.

Non pensava a Chiara Moretti; pensava a come il nome Moretti fosse ricomparso in quelledificio e che avrebbe dovuto prevederlo.

Vittorio Moretti.

Lucia chiuse gli occhi per un istante.

Ventidue anni: una vita. Le persone cambiano, invecchiano, mettono su famiglia, comprano uffici allottavo piano. Ma certe cose no. Questo lo sapeva bene.

Il business center Orizzonte si affacciava da otto anni su viale dei Costruttori. Vetri grigi, scalini in granito, parcheggio sorvegliato, bar al piano terra con tramezzini da quattro euro. Tutto al suo posto. Gli inquilini erano ventiquattro, dagli studi legali a imprese di commercio grosse. La Vittoria Trade occupava quasi tutto lottavo piano, pagava puntualmente, era uno degli affittuari migliori.

Lucia lo sapeva. Aveva letto tutti i contratti, ogni verbale, per abitudine.

Sedeva alla portineria da sette mesi.

I colleghi la trattavano bene, con un po di condiscendenza, come si fa con le signore detà venute a integrare la pensione. Le spiegavano il gestionale nuovo, le portavano paste, la sostituivano senza domande. Lucia accettava tutto con gratitudine e non cercava di cambiare lidea che avevano di lei.

Il direttore Ferraro, cinquantadue anni, era uomo preciso e un po ansioso. Faceva il suo, mai uno sclero, trattava gli inquilini con equilibrio. Lucia lo osservava con interesse. Le piaceva.

Nessuno al Orizzonte sapeva che Lucia Benedetti fosse in realtà la proprietaria unica della società di gestione dellintero stabile. E non solo di quello, ma il resto non importava.

Aveva deciso di lavorare alla portineria quellottobre, dopo un discorso con la figlia.

Mamma, tu non hai idea di quel che succede qui sotto, le aveva detto la figlia, direttore finanziario in una delle sue società, diretta e sincera, proprio come Lucia aveva sempre apprezzato. Dal tuo ufficio vedi solo numeri. Sai davvero chi sono le persone?

Lucia aveva ascoltato in silenzio e chiesto:

Pensi che io non conosca la gente?

Penso che da troppo tempo non la vedi da vicino, proprio così.

Aveva avuto ragione. Lucia lo ammise.

Sette mesi alla portineria le aprirono gli occhi. Vedeva chi salutava le donne delle pulizie, chi passava senza neanche vedere i portinai. Osservava piccole cattiverie, cortesi gesti la trama di una vita ordinaria.

E adesso, Chiara Moretti.

Lucia non era donna da decisioni affrettate. Si diede una settimana.

In quella settimana, Chiara tornò in Orizzonte altre due volte. Una di nuovo senza chiamare e protestò a lungo con il giovane portinaio, Marco, perché il tornello non la lasciava passare: aveva dimenticato il pass a casa. Marco spiegò con garbo, Chiara alzò il tono. Allultimo scese il marito. Lucia osservava tutto dallo schermo, fingendo doccuparsi daltro.

La seconda volta Chiara arrivò venerdì sera, mentre la signora Gina lavava il pavimento presso gli ascensori. Sfilò sulle piastrelle bagnate, Gina la invitò ad aspettare un secondo. Chiara si voltò e rispose a bassa voce qualcosa che Lucia non sentì, ma vide lespressione di Gina subito dopo.

Gina lavorava allOrizzonte da sei anni, aveva sessantatré anni, tirava su nipoti e non si era mai lamentata.

Lucia concluse la settimana di osservazione la domenica sera, a casa, con una cartella sottile e una tazza di tè.

Poi chiamò il direttore Ferraro.

Buonasera, direttore. Scusi se la disturbo fuori orario. Può venire domani unora prima?

Signora Benedetti? Ferraro era sorpreso, si sentiva dalla voce. Sì, certo. Va tutto bene?

Tutto bene. Devo solo parlarle.

Arrivo per le otto.

Quella notte Lucia dormì bene. Prima di chiudere gli occhi, fissò a lungo il soffitto pensando che ventidue anni sono tanti, ma certi debiti non hanno prescrizione. Non quella legale, quella umana.

Alle otto varcò la porta dellufficio del direttore.

Ferraro la salutò con cortesia, immaginava forse una richiesta di cambio turno, magari un reclamo sul funzionamento della portineria. Era pronto a tutto, tranne che a ciò che sentì.

Lucia posò la cartellina sul tavolo.

Cosè? domandò lui.

Guardi, rispose Lucia semplicemente.

Ferraro aprì la cartella. In cima una delega, poi visura camerale, quindi atti interni firmati da lei.

Lesse piano, sollevò la testa. La guardò, poi tornò alla carta.

Signora Benedetti… ma è proprio lei?

Sì.

Lei… è da mesi che lavora qui alla portineria.

Sì.

Restò in silenzio, poi chiese con cautela:

Posso sapere perché?

Certo. Volevo vedere come funzionava tutto, da vicino. Non dai report. Di persona.

Ferraro annuì piano. Lucia lo apprezzò: nessuna offesa nei suoi occhi, solo sorpresa, spaesamento e il rispetto di chi capisce.

È soddisfatta di ciò che ha visto? chiese.

In generale sì, rispose Lucia. Lei lavora molto bene. La sua squadra anche. Ma su una questione ho bisogno che mi dia una mano.

Mi dica.

Vittoria Trade, ottavo piano. Devo rescindere il contratto daffitto.

Ferraro abbassò lo sguardo sulla cartella, poi su di lei.

Il contratto scade a marzo prossimo. Nessuna inadempienza da parte loro. Sarà una causa lunga, potrebbero…

Direttore Ferraro, lo interruppe gentile. So come funziona. Voglio che predisponga la comunicazione ufficiale di non rinnovo, con proposta di recesso anticipato e indennizzo. Offriremo buone condizioni, ma devono andar via.

Ferraro la fissò un attimo. Poi annuì.

Mi occuperò io. Tempistiche?

Una settimana per avviso, tre mesi per liberare i locali. Più che sufficiente.

Chiederanno il motivo.

Lo so. Dica che è scelta strategica del proprietario: riconversione degli spazi. Daltronde sto davvero pensando a sale riunioni là sopra.

Ferraro si alzò, si strinsero la mano. Alla porta si voltò:

Continuerà a stare alla portineria?

Lucia rifletté un poco.

Ancora per un po’, disse. Finché non ho concluso.

Vittorio Moretti ricevette la notifica il mercoledì. Giovedì Lucia vide che scendeva dallascensore al piano terra con il volto sconvolto, al telefono, sparendo verso il parcheggio. Venerdì fu da Ferraro per oltre unora.

Ferraro le riportò il colloquio.

Vuole spiegazioni, riassunse. Dice che ha sempre pagato puntuale, che ha clienti e partner, che il trasloco in tre mesi è impossibile. Offre un aumento del 20% del canone.

No, disse Lucia.

Così gli ho risposto.

Bene. Grazie.

Pensava che fosse finita lì. Moretti avrebbe trovato unaltra sede, con fastidio ma senza danni irreparabili. Era imprenditore solido.

Ma il martedì dopo si presentò di persona.

Non da Ferraro.

Da lei.

Lucia lo vide arrivare già dallingresso. Non camminava come chi ha mille cose da fare, ma come chi sè deciso e teme daver sbagliato.

Signora Benedetti…

Lei alzò lo sguardo, calma.

Buongiorno, dottor Moretti.

Si fermò. Il suo equilibrio la disarmò.

Posso parlare con lei?

Dica pure.

Si guardò attorno. Nellatrio cera solo una coppia, vicino al bar.

Ho scoperto chi è lei, disse piano.

Ha intuito, allora.

Qualcuno me lha detto, non importa chi. Esitò. Vorrei spiegare.

Cosa esattamente?

Quello che accadde allora. Nel 99.

Lucia posò la penna.

Il 1999. Aveva quarantatré anni. Suo marito, Nicola, era ancora vivo, iniziavano a costruire quella realtà che poi sarebbe diventata un impero. Un piccolo magazzino, debiti, speranza. Un socio brillante e affidabile, in cui avevano creduto.

Vittorio Moretti aveva allora ventisette anni, buone maniere e testa lucida. Aveva lavorato con loro un anno e mezzo. Lo avevano formato, aiutato: Nicola lo considerava come un figlio.

Poi Moretti se ne andò. Portando via la lista clienti che copiò sotto banco e un contratto spostato a suo nome mentre Nicola era in ospedale per il primo infarto non mortale. Il secondo lo fu, tre anni dopo.

Lucia non aveva mai collegato direttamente la morte di Nicola al tradimento di Moretti: sarebbe stato ingiusto. Ma ricordava bene quello che lui le disse, appena ripresosi e appreso ogni cosa: Non capisco, Lucia. Era come un figlio…

Lei lo ricordava.

Parli, disse a Moretti.

Lui cominciò a spiegare. Voce ferma, preparata: era giovane, commise un errore, se ne pentì. Aveva sempre pensato a ciò che era successo. Poi, imbarazzato, disse:

Ho ancora qualcosa che appartiene a voi. A lei e a Nicola.

Lucia tacque.

Nicola mi affidò un oggetto di famiglia, le ricorda? Lorologio da tasca.

Lo ricordava. Un orologio antico, di famiglia, unico ricordo portato a casa dopo la guerra dal nonno di Nicola. Nicola ci teneva molto, lo aveva dato a Vittorio per mostrarlo a un bravo orologiaio, poi lospedale, lallontanamento, e lorologio restò a Moretti.

Vorrei restituirglielo, aggiunse Moretti. E chiederle di ripensare allaffitto.

Così stavano le cose.

Lucia lo osservò in silenzio. La giacca costosa, i capelli brizzolati, le mani intrecciate. Era quasi cinquantenne ormai. Vita vissuta bene, sembra. Una moglie in cashmere, ufficio grande, auto nel parcheggio sotterraneo.

Si chiedeva: era davvero pentito?

Non lo sapeva, e probabilmente nemmeno lui. Pentito, impaurito, chissà. Le motivazioni degli uomini sono misteriose. A volte si confondono vergogna e paura.

Porti lorologio, disse infine.

Moretti sospirò.

Quando preferisce…?

Lo lasci al banco. Passo io a prenderlo.

E riguardo laffitto…

La decisione resta.

La fissò.

Signora Benedetti, capisce cosa significa per me? Ho investito in questo ufficio…

Nicola ha investito in lei, replicò Lucia, pacata. Si ricorda?

Lui tacque.

Porti lorologio, ripeté Lucia. E non torni più su questargomento.

Moretti rimase fermo ancora qualche secondo. Poi si voltò e se ne andò.

Lorologio arrivò il giorno dopo. Piccolo fagotto di stoffa, affidato a Marco, il giovane portiere. Lucia lo aprì a fine turno. Era proprio quello, lo riconobbe allistante: la cassa graffiata, il cuore ancora funzionante.

Lo tenne tra le mani a lungo.

Poi lo mise in borsa e andò a casa.

Le due settimane successive allOrizzonte passarono sotto tensione. Tra i dipendenti della Vittoria Trade aleggiava la notizia, poi le voci. Alcuni dellottavo andarono da Marco e dagli altri a chiedere: ma è vero? Marco rispondeva onestamente di non saperne nulla.

Chiara Moretti tornò una settimana dopo il colloquio del marito con Lucia. Era giovedì, attorno a mezzogiorno. Lucia era di turno.

Chiara si avvicinò più piano del solito. Il cappotto era blu scuro, il viso diverso. Niente più aria di distacco.

Buongiorno, disse Chiara.

Buongiorno.

Vorrei parlarle.

Prego, le apro il tornello.

No. Chiara scosse la testa. Voglio parlare con lei.

Lucia inarcò leggermente le sopracciglia.

Lascolto.

Chiara esitò, impacciata. Chiaramente non era abituata a chiedere scusa. Ma stava lì, era già qualcosa.

Sono stata sgarbata, disse infine. Lultima volta che sono arrivata senza pass. Le ho detto delle brutte cose. Non era giusto.

Mi ha chiamato nonna, ricordò Lucia, senza tono.

Chiara distolse lo sguardo, poi tornò a fissarla.

Sì. Mi scusi.

Lucia la osservò a lungo: una donna giovane che non sa come chiedere perdono. Cresciuta in un mondo dove i soldi bastano a tutto, il prestigio è più importante della sostanza, e i portinai sono arredo.

Accetto le sue scuse, rispose Lucia.

Chiara annuì. Poi, piano:

Non cambierà idea sullufficio?

No.

Capisco.

Si stava già voltando per andare, quando Lucia la fermò:

Chiara. Un momento.

La giovane si voltò.

Lucia la scrutò a lungo, con attenzione. Chiara non distolse lo sguardo, anche se era a disagio.

Lei lavora? domandò Lucia.

Cosa?

Lavora? Ha un impiego.

Io… no. Seguo la casa, mio figlio.

Quanti anni ha suo figlio?

Otto. È a scuola.

Allora lei è libera di giorno.

Chiara la fissava senza capire.

Ho un posto, disse Lucia. In archivio. Lavoro semplice, ma importante. Riordino documenti, scansioni, catalogazione. Non è ciò cui è abituata, lo dico subito.

Silenzio.

Mi sta offrendo un lavoro? chiese Chiara, incredula.

Sì.

Perché?

Lucia rifletté.

Perché lei è venuta qui, ha detto quello che sentiva ed è rimasta ad ascoltare la risposta.

Ma questo è il minimo disse Chiara, la voce leggermente aspra semplicemente umanità, davvero!

È il minimo, Chiara, rispose sottovoce Lucia. Ma lei non lha fatto la prima volta. Né la seconda. Lha fatto ora, quando non aveva più niente da perdere. È diverso.

Chiara restò muta. Poi chiese:

Retribuzione?

Minima. Ma tutto regolare, senza eccezioni.

Lunga pausa.

Ci penso, rispose Chiara.

Daccordo. Ha il contatto del direttore, la sistemerà lui.

Lucia tornò al suo registro. Il discorso era chiuso.

A marzo la Vittoria Trade lasciò lottavo piano, in silenzio, accettando lindennizzo e trovando una nuova sede, più piccola e in periferia. Si diceva che Moretti avesse perso qualche importante contratto per colpa del trasloco e della tensione, ma quanto fosse vero Lucia non si curava di scoprirlo.

Guardò mentre portavano via mobili e scatoloni, dallalto del terzo piano dovera salita per una commissione. Due facchini spingevano il carrello con le scatole, un altro trasportava una parete in vetro. Fine di un ufficio, inizio di qualcosaltro. Routine.

Lucia si tolse gli occhiali, li pulì col bordo del golfino e li rimise.

Ventidue anni. Tanti.

Non sentì trionfo. Forse lo aveva immaginato, ma no. Provava altro, qualcosa di pesante e indefinibile, come quando un nodo antico si scioglie.

Nicola era morto nel 2002. Aveva cinquantasei anni. Lucia aveva fatto tutto da sola: piano, senza più soci, senza fidarsi di nessuno. Ci aveva rimesso tanto e guadagnato forse di più.

Non aveva mai lamentato la sua sorte. Solo ricordava.

Larchivio era nel palazzo accanto, sempre di proprietà sua, ma molto più modesto del Orizzonte, senza granito. Lì lavoravano una trentina di persone, silenziose e operose. Il posto esisteva davvero, non lo aveva inventato per Chiara: era vuoto da tempo.

Chiara chiamò Ferraro quattro giorni dopo il loro dialogo.

Lo seppi da lui.

Si è presentata, disse Ferraro, perplesso ma discreto. Comincia settimana prossima. Ho sistemato tutto.

Bene, rispose Lucia. Grazie.

Signora Benedetti, esitò Ferraro posso chiederle una cosa?

Certo.

Continuerà il turno in portineria?

Lucia guardò fuori dalla finestra. Viale dei Costruttori, cielo grigio, neve residua nei prati, pochi passanti.

No, disse. Credo che basti. Ho imparato ciò che mi serviva.

Peccato, disse Ferraro, sinceramente. I colleghi si erano affezionati.

Porti loro un saluto da parte mia. E uno speciale a Marco. Un bravo ragazzo.

Lo farò.

Lasciò il turno a fine settimana, discreta, senza saluti. Nel cassetto lasciò il termos, una penna elegante e un piccolo cactus che aveva portato a novembre. Una nota: Al cactus basta un po dacqua ogni quindici giorni. Non chiede altro.

La signora Gina la incontrò vicino allascensore, mentre Lucia si metteva il cappotto.

Va via?

Sì.

Peccato. Gina rimase un attimo, poi aggiunse: Lei salutava sempre. Tutti i giorni. Cè gente che in un anno non dice mai buongiorno, lei sempre.

Lucia la guardò.

Gina, non è unimpresa. È solo ciò che è giusto.

Certo, confermò Gina. Dovrebbe essere normale. Ma non per tutti.

Si salutarono alluscita.

Lucia uscì. Era freddo, fine marzo non accennava a scaldarsi. Allacciò il cappotto e si avviò verso la macchina, che lasciava volutamente lontano. Anche questa, una scelta.

Le piaceva camminare.

Pensava a Chiara Moretti, a che ne sarebbe stato. Nessuna illusione: un colloquio alla portineria non cambia le persone. Il lavoro darchivio non redime. La vita non è una favola. Ma Chiara era venuta. Aveva detto quello che sentiva. Un piccolo seme forse crescerà, forse no. Dipende dalla persona.

Lucia le aveva dato una possibilità. Solo questo.

Il resto non era in suo potere.

Arrivò allauto, salì, posò la borsa sul sedile. Dentro cera lorologio. Ogni tanto lo prendeva, lo rigirava tra le mani. Funzionava ancora: in febbraio un orologiaio laveva pulito, Potrà durare altri centanni, aveva detto.

Un buon orologio. Solido.

Rimase qualche minuto in macchina prima di accendere il motore. Guardava la facciata grigia dellOrizzonte, riflettendo le nuvole.

Sette mesi, pensava. Sette mesi alla portineria, registro, telefono, termos di tè. Aveva imparato più sugli uomini, sul suo mestiere e su se stessa che negli anni sulla poltrona con vista fiume.

La figlia aveva avuto ragione.

Lucia avviò il motore.

Andava a casa, riflettendo che la scelta morale raramente è affascinante. Quasi mai netta come nei libri. Moretti aveva restituito lorologio solo per salvare lufficio. Chiara aveva chiesto scusa perché il marito le aveva spiegato chi era Lucia. Cera qualcosa di autentico, sotto tutto il calcolo? Forse sì. Lanimo umano è complesso: vergogna e paura sono vicine, e non sempre si distinguono.

Ma non per questo la gente è cattiva. Sono semplicemente esseri umani.

Nemmeno Lucia era un angelo. Aveva rotto il contratto non solo perché Chiara aveva mancato di rispetto a Gina, ma perché si chiamavano Moretti, e il 99 non laveva mai dimenticato o perdonato, qualsiasi cosa avesse detto a voce alta.

Perdonare significa lasciar andare. Lo aveva fatto. Ma la memoria resta.

Anche questo è umano.

A casa era caldo, silenzioso. La figlia chiamò la sera, parlarono a lungo, di progetti e del nipote che presto avrebbe iniziato la scuola.

Come va il turno? chiese la figlia alla fine.

Finito, rispose Lucia. Ho fatto tutto ciò che dovevo.

E cosa hai imparato?

Lucia restò in silenzio.

Che la gente, in fondo, è come sembra. Buoni così-così, cattivi così-così. Dignità e rispetto non dipendono mai dai soldi o dal posto che si occupa. Lo sapevo già, ma lavevo un po dimenticato.

Mamma, a volte parli come un libro rise la figlia.

È letà, ribatté Lucia. Diciamo cose di questo tipo.

Si salutarono.

Lucia mise via il telefono, si avvicinò alla finestra. La città scorreva nel solito tram-tram: luci alle finestre, gente con le buste della spesa, un autobus. Le verità sulla vita sono così: senza solennità, senza luce speciale. Solo sera, solo finestra, solo il pensiero di aver fatto qualcosa di giusto.

Non perfetto. Giusto.

Sono cose diverse, e Lucia aveva imparato a non confonderle.

Chiara cominciò il nuovo lavoro martedì.

Lucia lo seppe da un breve messaggio di Ferraro: Ha iniziato. Tutto tranquillo. Lei rispose: Grazie.

Cosa avrebbe fatto Chiara, non lo sapeva. Forse sarebbe durata una settimana, magari un mese e avrebbe capito qualcosa di sé. O magari niente. Forse avrebbe solo imparato a salutare chi è più in basso.

Lucia non aspettava miracoli. Aveva offerto una possibilità. Senza condizioni.

Di Moretti non sentì più nulla.

Lorologio finì sulla mensola del salotto, accanto alla foto di Nicola. Il suo posto.

Era questa la storia di una donna iniziata tanto tempo fa in un magazzino e passata attraverso tutto: perdite e vittorie, tradimenti e solitudine, anni di lavoro senza sconti, senza partner e senza appoggi maschili.

E ora era lì, alla finestra, settantenne, nella sua casa, con una tazza di tè. Fuori una sera di primavera, il nipote quasi a scuola, il tram-tram che continua.

Questa è la vita.

Non una parabola sul bene e il male, né una storia di vendetta, né una fiaba edificante. Solo la vita, con tutti i suoi conti, i suoi debiti, con chi fa del male e a volte lo paga, con chi fa del bene e a volte pure, solo in modo diverso.

Lucia sorseggiò il tè, lasciò la finestra e andò in cucina a preparare la cena.

Lindomani aveva una riunione per un nuovo progetto. Lottavo piano dellOrizzonte era vuoto e voleva destinarlo a nuove sale riunioni, con vera insonorizzazione e buon caffè. Era una cosa utile, giusta, e aveva energia e progetti da investire.

Tagliava le cipolle e pensava che le verità più semplici sulla vita sembrano banali, finché non si guarda davvero agli altri e ci si accorge che non lo sono affatto. Che cè chi vive tutta la vita trattando portinai come mobili, addetti alle pulizie come aria, la gente sotto come fondale.

E che il conto, prima o poi, arriva. A volte in silenzio, con una notifica di sfratto. A volte in un dialogo alla portineria, che poi ti resta in testa per giorni.

Le cipolle facevano piangere gli occhi.

Lucia Benedetti si asciugò una lacrima, senza fermarsi, e continuò a tagliare.

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