Perdonami, figlia mia

Perdonami, piccola mia

Non so se potrai mai perdonarmi, Carlottina mia sospirò Vittoria, e subito agli occhi le salirono lacrime gonfie di sale, che scesero giù sulle guance smunte e pallide, lasciando quelle classiche righette lucide, come se la faccia fosse una lasagna troppo umida. Stringeva la foto al petto, come se potesse scaldare con il cuore sanguinante quella vecchia immagine della figlia. Avrei dovuto mollare tutto e venire a prenderti. Avrei dovuto! sussurrava, con le parole pesanti da far fatica a tirarle fuori, come se scavassero direttamente dalla pancia. Ma non lho fatto E ora questo rimorso me lo porto dietro fino allultimo respiro

Pian piano, quasi in punta di dita, Vittoria iniziò a sfogliare le pagine del vecchio album. Le mani tremanti accarezzavano ogni foto con la cautela di chi teme di romperle con lo sguardo, come una reliquia. Ogni immagine era una scheggia di quella vita felice, saltata in mille pezzi allimprovviso, lasciando solo ricordi amari e una malinconia che non se ne va mai.

La stanza era immersa in penombra. Le pesanti tende di velluto tirate fin sopra le finestre, neanche uno spiffero di sole che trovava strada dentro. Laria era ferma, come sospesa. La porta chiusa a doppia mandata solo Vittoria poteva entrare lì.

Quella stanza era il suo santuario della memoria. Tutto rimasto come lultimo giorno, quello in cui Carlotta, spensierata come sempre, era uscita di casa per andare a scuola. Ogni oggetto al suo posto: i libri sul banco, lorsetto di peluche messo sul letto, la molletta rosa abbandonata sul comodino. Solo lidea che qualcuno potesse spostare qualcosa le dava una crisi da lasciare senza fiato che nessuno cancellasse le ultime tracce della bambina.

Di notte tornava sempre lì. Si sedeva sul letto e sussurrava nel vuoto: Carlotta, amore di mamma, perdonami Quelle parole erano leggere, ma ognuna era una staffilata nellanima.

Basta, dai! sbottò Giulia, che apparve sulla soglia allimprovviso, con lesasperazione dipinta in faccia. Ma quanti anni devono ancora passare? Devi lasciarla andare, mamma! Carlotta non torna, e questo lo sappiamo tutti. Per chi la difendi questa stanza, come fosse il tesoro della corona? Svuota tutto, rifacciamola: sarebbe perfetta per mia figlia!

Mai! urlò Vittoria, la voce che prese un tono tragico. Roba da arresto del cuore. Questa stanza resta così, come lha lasciata Carlotta!

Balzò in piedi con uno scatto da far tremare la sedia e si precipitò alla porta. Con un colpo secco chiuse a chiave come se così potesse imprigionare dentro anche il suo dolore, nasconderlo dal mondo.

Nina può dormire benissimo in salotto lì spazio ce nè! Tanto venite qui solo quando vi ricordate che ho la pensione… aggiunse a denti stretti, che quasi non si sentiva, ma il veleno era più forte di un limoncello.

Giulia morse il labbro dalla rabbia. Diede un calcione alla porta candida e subito saltellò dalla fitta, incastrata tra ‘azz’ e bestemmia. Reazione degna di una telenovela, ma era solo il tentativo disperato di rompere quel maledetto muro del silenzio.

E ti chiedi pure perché?! urlò Giulia, la voce incrinata. Passi le giornate in questa cripta! Vesti sempre di nero, sospiri che sembri un polpo spiaggiato. Non si riesce a stare con te, mamma! Tu… non ci sei con noi!

Se solo avesse potuto, Giulia avrebbe lanciato un vaso, urlato, battuto i piedi come da ragazzina. Ma invece restò lì, a guardare la porta chiusa, sentendo dentro quella solitudine che si allargava come una macchia dolio.

E allora non starci!

La voce di Vittoria era gelida come un semifreddo appena tolto dal freezer, anche se dentro le si era gelato il cuore sul serio. Sentir certe cose da una figlia un coltello. Ma lei restò pietrificata, la faccia neutra, come se niente la toccasse. Io non ti trattengo. Se riesci a far finta di niente, vivi pure! Io… io non ne sono capace. La felicità non la merito, io. La colpa è mia mia figlia non cè più, per colpa mia…

Scusami se non sono rimasta a lutto a vita e mi sono sposata! gridò Giulia, voce rotta tra rabbia e dolore. Scusami se ho avuto una figlia tua nipote, ricordalo! Pensavo ti avrebbe fatto tornare un po il sorriso che saresti riuscita almeno a vivere con lei Si interruppe, deglutendo con fatica, che avresti imparato a sorridere di nuovo.

Fu il punto morto della discussione. Vittoria aveva alzato un muro invisibile, inabissata in un oceano di dolore: ogni onda era solo un ricordo nuovo, e ogni ricordo unaltra fitta. Smise anche di giustificarsi: quella era la vita, ora. Giulia capì una volta per tutte che a sua madre serviva aiuto non solo chiacchiere da cucina, ma vero, serio, professionale aiuto. Qualcuno che sapesse scardinare la corazza di sensi di colpa che tanto ostinatamente indossava.

Ma in realtà, Vittoria era innocente! Quella fu una disgrazia, una di quelle con lassurda ironia del destino. I veri colpevoli stavano già pagando i propri conti in carcere, ma a lei non cambiava nulla: per la madre solo una persona aveva davvero sbagliato lei stessa.

Quel giorno Carlotta le aveva telefonato dopo educazione fisica. Mamma, vieni a prendermi? Ho storta la caviglia, fa malissimo, non ce la faccio a camminare…

Ma in ufficio per Vittoria era un disastro: scadenze, report, il capo che sembrava un mastino. Così rispose che proprio non poteva, ma che poteva prendere un taxi.

Carlotta rifiutò subito, la conosceva ormai: Mai in macchina da sola con un estraneo! Quante volte Vittoria glielaveva ripetuto?

Avrebbe potuto chiamare Giulia, ma lei ne avrebbe avuto per minimo unora, tra un corso e laltro.

Alla fine Carlotta decise di tornare a casa da sola. Una compagna la accompagnò per un pezzo, poi la strada di Carlotta passava per il vecchio Parco Primavera, zona famosa per le brave persone e… per gli ubriachi e i perdigiorno. Ma di giorno su, va cosa vuoi che succeda?

Tranquilla mamma, torno subito! fu lultima cosa che disse, con una sicurezza quasi contagiosa. Vittoria tornò al computer, lanciando un occhio allorologio ogni due minuti. Dopo unora, iniziarono le prime fitte dansia: magari era da una compagna, magari si era fermata a chiacchierare, magari…

Dopo due ore, la situazione era già panico: il cellulare squillava nel vuoto; finalmente, dopo altri dieci tentativi, rispose qualcuno.

Pronto? una voce maschile, roca e ubriaca.

Dovè Carlotta? sussurrò Vittoria, mentre le si bloccava il cuore.

Che Carlotta? Qui non cè nessuna Carlotta, signora e sotto, una risata beffarda.

Il telefono cadde. Vittoria corse subito in questura. Ricordava appena come fosse arrivata, la voce strozzata, le mani che volavano a spiegare ogni dettaglio: come era vestita la piccola, il percorso, gli amici.

Ma ormai era troppo tardi. Carlotta dal parco non uscì più.

Gli arresti arrivarono subito: tre uomini che non ci avevano neanche provato a scappare, sdraiati senza pensieri su una panchina. Il giudice, la polizia, le domande, la ricostruzione niente che potesse cambiare la sostanza: a casa non sarebbe mai tornata.

Vittoria restò paralizzata davanti a quei tre, senza mai capire perché proprio sua figlia. Non riusciva a togliersi dalla testa quella frase: Perché non io? Perché sono ancora qui, quando lei… Si arrovellava tra mille sé e ma: se fosse uscita prima dal lavoro, se avesse preteso che prendesse il taxi, se avesse fatto chiamare Giulia…

Giulia non aveva risposte. Solo la disperazione di vedere una famiglia disgregarsi, il padre che vagava spento per casa, i parenti che venivano con le condoglianze come se portassero la pasta al forno. Ma le loro parole rimanevano indigeste, sempre.

Le foto di Carlotta appese con tanto di fiocchetto nero, le lacrime di Vittoria e i bisbigli alle spalle tutto diventava troppo. Giulia ricordava il giorno in cui aveva trovato la mamma seduta per terra ad abbracciare il cuscino di Carlotta, sussurrando: Perdonami, amore mio come se la figlia potesse sentirla. Piano piano era uscita dalla stanza e aveva capito che non ce la faceva più.

Giulia se nera andata via. Sì, un dolore lancinante, ma restare era diventato impossibile. Aveva preparato la valigia, lasciato un biglietto in cui rassicurava che non era un addio, solo che non poteva continuare a spegnersi in quel clima. Nessuno notò la sua fuga: Vittoria era ormai una statua di dolore e suo padre la guardava con occhi di chi non capisce più nulla.

Otto anni. Otto interminabili anni.

Giulia si era costruita la propria vita. Si era sposata mamma neanche al matrimonio, in questa famiglia non si fanno feste, aveva decretato. Era nata Nina, cera il lavoro, erano arrivate persino un paio di piccole gioie. La colpa, ogni tanto, tornava a bussare quando tutto era silenzio, ma si era imparato anche quello.

Vittoria invece continuava a morire, poco a poco. Non aveva mai più lasciato la stanza di Carlotta, non si era mai tolta il nero, non rispondeva più alle telefonate. La vita era diventata un rituale di ricordi: sfogliava foto, accarezzava i vestiti, sussurrava scuse che Carlotta non avrebbe mai più sentito. Per lei il tempo si era fermato allistante in cui la figlia aveva varcato quella porta, con la promessa di tornare a casa presto.

***********************

Un pomeriggio Vittoria rientrò e sentì subito lanomalia. Neanche si tolse le scarpe, corse in corridoio, piombò davanti alla stanza di Carlotta. Porta socchiusa. Strano: era sempre chiusa, a doppia mandata.

Vittoria rimase senza fiato sulla soglia. La camera era vuota. Nessuna foto alle pareti, nessun quaderno, nessun orsacchiotto. Solo mobili spogli e scaffali deserti. Nemmeno lodore rimasto. Il vuoto più assoluto, quello da far tremare le ossa.

Non ce la faccio più a convincerti che ti serve una mano, irruppe Giulia, uscita come una scheggia dalla stanza accanto. Il tono risoluto stranamente deciso ma negli occhi lacrime testarde che non volevano uscire. Allora ho fatto piazza pulita. Tutto quello che era di Carlotta me lo porto via. Lo riavrai solo quando inizierai a curarti.

Vittoria barcollò. Una mano sul petto per calmare un dolore improvviso.

Ma come osi farmi questo?! gridò, senza riuscire più a trattenere i singhiozzi. Si lasciò cadere sul pavimento, con le mani tra i capelli, come per fermare la testa che voleva sbriciolarsi. Sei crudele… mi hai portato via lultimo pezzetto rimasto di lei…

Giulia deglutì, sentendo la stessa fitta dentro. Ma sapeva che, senza un colpo di spugna, tutto sarebbe rimasto così per altri dieci, venti, cento anni.

Ho tolto quello che ti stava uccidendo, la voce rotta, ma lo sguardo fermo negli occhi pieni di dolore della madre. Mamma, guardati. Vivi solo per il passato! È la tua colpa che ti sta mangiando viva. Davvero pensi che Carlotta volesse questo? Voleva una mamma trasformata in uno spettro che non riesce neppure più a vedere le persone che ama?

Vittoria non rispose. Le lacrime scendevano inesorabili sulle guance, stavolta senza nemmeno la voglia di scacciarle. Come se fosse diventata pietra.

Tu non capisci sussurrò appena, tremando. Io non ce la faccio non posso lasciarla andare…

Giulia si abbassò al suo fianco, le prese piano piano la mano.

Non devi lasciarla andare, la rassicurò dolcemente. Devi solo trovare il modo di vivere TU con questo dolore. Per Carlotta. Perché lei avrebbe voluto vederti felice, mamma. Voleva vederti sorridere, vivere.

Vittoria singhiozzò, ancora scossa.

Non so come si fa confessò con la voce rotta. Senza di lei tutto sembra inutile

Giulia non lasciò andare la mano della madre, la strinse a sé.

Ti aiuterò io, le mormorò. Lo faremo insieme. Ma tu devi davvero provarci. Ti prego, mamma. Per me. Per Carlotta. Per te.

Gli occhi di Vittoria si chiusero. Le lacrime scorrevano ancora, ma dentro qualcosa cambiò niente di eclatante, non era ancora tempo di speranza. Ma si affacciò una minuscola scintilla di consapevolezza: non era da sola. E forse, dopotutto, una strada si poteva anche trovare. Anche se, al momento, sembrava in salita come una mulattiera delle Alpi…

******************

Alla fine, Vittoria si arrese. Aveva resistito il più possibile, sostenendo di farcela da sola. Ma la stanchezza di combattere sempre la stessa battaglia la stava consumando, e acconsentì alla prima seduta di psicoterapia.

Non ricordò granché di quel giorno. Entrò nello studio, si accomodò sulla poltrona, aggrappata al bordo della gonna come se avesse avuto davanti un tribunale. Di parlare neanche a pensarci: la gola stretta, le lacrime che cadevano in silenzio una dopo laltra. La psicologa non la incalzava. Era solo lì, passava ogni tanto una salvietta.

Passarono settimane prima che Vittoria pronunciasse qualche parola. Allinizio frammenti sconnessi, poi periodi interi pieni di ricordi, paure, accuse contro se stessa. Parlava di Carlotta, di quel pomeriggio, di tutte le sue ossessioni. E a ogni parola, sembrava che il dolore scivolasse via, lento ma deciso.

A poco a poco la terapia divenne una tappa fondamentale. Imparò che parlare con qualcuno che ascolta davvero, senza mai interrompere o giudicare, era unesperienza miracolosa. Poteva piangere, arrabbiarsi, disperarsi senza vergogna.

Il cambiamento fu lento ma reale. Nominare il parco non scatenava più crisi. Poteva ascoltare, respirare. Il nome di Carlotta faceva sempre male, ma non era un urlo cieco, piuttosto un calore triste che piano usciva allo scoperto. Un po di nostalgia, un sorriso per un ricordo buffo, e qualche sprazzo di speranza.

Durante una seduta, la psicologa le chiese piano:

Vittoria, immagini che Carlotta sia qui adesso. Cosa ti direbbe?

La donna si bloccò. Vide la figlia sorridente, con quelle fossette sulle guance. Un battito, e dentro scoppiò una nuova, dolce fitta.

Direbbe la voce le tremò, ma volle andare fino in fondo, direbbe che devo vivere. Che devo andare avanti. Che non posso fermarmi al passato che devo continuare.

La psicologa annuì e le sorrise.

E tu puoi farlo, le assicurò con tono placido ma solido. Per lei. Per te stessa. Per Giulia.

Vittoria chiuse gli occhi e respirò forte. I dubbi cerano ancora, ma alle paure si univa ora una piccola, piccolissima speranza. Non sapeva dove sarebbe arrivata, ma dopo tanto tempo lo sentiva: forse davvero avrebbe potuto provarci.

Dopo tre mesi, una sola foto tornò nella stanza. Una cornice semplice, di legno. Vittoria restò a fissarla a lungo, ogni dettaglio: il sorriso di Carlotta, le ciocche ribelli, quegli occhi luminosi. Il cuore si stringeva, ma era una sofferenza diversa, quasi dolceamara.

Accarezzò la foto, come a sfiorare una guancia vera. Le labbra le tremarono, e disse piano, appena un fiato:

Perdonami, Carlotta. Cercherò di andare avanti. Ma con te, nel cuore.

Non era una promessa, ma una confessione onesta, incerta, sofferta.

Piano piano, tornarono anche i quaderni. Vittoria li sfiorava come libri antichi, girando con cautela ogni pagina per non disturbare la figlia. In un quaderno di matematica trovò un biglietto: Mamma, ti voglio bene più di tutti al mondo!

Si immobilizzò. Ma stavolta il cuore non la tradì: sentì una carezza calda dentro, non una pugnalata. Abbracciò il quaderno, gli occhi chiusi, ripetendo quelle parole in mente come una preghiera.

Anche Giulia iniziò a farsi vedere più spesso. Prima veniva per controllare che la madre non tornasse a richiudersi. Poi, a poco a poco, le visite divennero semplici, naturali. Bevuto il tè, scambiate due chiacchiere, per la prima volta da anni, Vittoria coglieva dettagli che prima le sfuggivano.

Un giorno, mescolando lo zucchero, Giulia le disse:

Sai una cosa, mamma? Secondo me Carlotta sarebbe fiera di te. Di come stai lottando.

Il loro sguardo si incontrò. Negli occhi della figlia, non vide più solo rimprovero, ma amore e sostegno.

Ed era qualcosa di inatteso, quasi balsamico. Ogni tanto, Vittoria sentiva sciogliersi quel ghiaccio dentro non tutto, ma pezzo dopo pezzo. Ancora non sapeva dove sarebbe finita, ma ora percepiva che stava finalmente sulla strada giusta.

******************

Allanniversario della scomparsa, Vittoria si alzò presto. Rimase un bel po davanti allo specchio. Nel suo sguardo cera ancora una vena di sofferenza, ma anche un pizzico di decisione nuova: niente più nero, indossò un vestito chiaro, quello delle occasioni felici. Compose un mazzo di margherite i fiori preferiti di Carlotta da piccola.

La strada verso il cimitero fu, per Vittoria, più di un semplice spostamento. Era un viaggio simbolico: non solo verso la tomba, ma anche verso un punto nuovo della sua vita. Camminò piano, ascoltando i rumori del mattino: le foglie, i cinguettii, la lontana confusione di Milano. Tutto quello che prima la irritava, ora sembrava invece una parte necessaria del mondo.

Si fermò davanti alla lapide, posò la mano sul marmo, come se potesse trasmettere affetto tra i mondi.

Carlottina, sussurrò, non ti dimenticherò mai. Vivrò per te, con te, grazie a te. E ringrazierò sempre daverti avuta nella mia vita.

Le parole erano difficili, ma vere. Non cera più bisogno di giustificarsi; solo riconoscenza e amore.

Vittoria lasciò il mazzo sopra la pietra, fissò le margherite, aggiustandole con delicatezza. Poi si raddrizzò, le spalle dritte, e chiuse gli occhi per un attimo. Un raggio di sole le accarezzò il viso, e per la prima volta dopo anni sentì che il mondo poteva davvero essere ancora gentile.

Guardò ancora una volta la lapide, annuì piano un saluto muto dintesa e lentamente si avviò verso luscita. Ogni passo era più sicuro. Il dolore era ancora lì, ma non la divorava più. Era diventato una parte della sua storia, come una vecchia cicatrice che ogni tanto ricorda ciò che si è superato.

Vittoria era finalmente pronta a ricominciare a vivere. Non perché il dolore fosse svanito, ma perché aveva trovato la forza di accettarlo. E aveva di nuovo voglia di andare avantiAl suo ritorno a casa, Vittoria trovò Giulia ad aspettarla nellingresso. Nessuna parola tra loro per qualche lungo, piccolo istante: solo uno sguardo pieno di una complicità nuova. Poi, con una calma che non aveva mai sentito addosso, Vittoria porse la borsa alla figlia e la sorprese con un sorriso vero, quasi timido.

Facciamo colazione insieme? chiese piano, come se fosse una domanda fragile.

Giulia sorrise a sua volta e prese la mano della madre fra le sue, stringendola con gratitudine. Sì, mamma. Facciamola per tutte e tre aggiunse, e quella frase che una volta sarebbe stata solo un pensiero doloroso, ora si trasformò in una promessa di futuro.

Si sedettero a tavola, e mentre Nina correva in pigiama tra le braccia della nonna, esplodendo in una risata squillante, qualcosa si sciolse nellaria. Era come se, per la prima volta, una luce calda avesse fatto breccia nella penombra di quella casa.

Vittoria osservava la bambina, scorgendo nei suoi occhi un riflesso lontano delle fossette di Carlotta. Per un istante, tra il tintinnio delle tazze e il profumo del pane fresco, sentì la presenza della figlia non come assenza, ma come parte silenziosa e preziosa della loro felicità ritrovata.

E capì che il perdono di cui aveva tanto bisogno era già lì, in quel piccolo gesto quotidiano, nelle mani strette tra madre e figlia, nel futuro che poteva costruire non più soltanto sulle ombre, ma anche sui sorrisi.

Così accadde che, mentre il sole entrava dalle finestre spalancate, Vittoria sollevò lo sguardo al cielo, lasciando fluire una lacrima lieve, piena di riconciliazione. Finalmente libera di amare ancora, con una forza nuova, consapevole che il dolore non sarebbe mai stato dimenticato, ma trasformato nella tenerezza di ogni giorno.

Perché, ora lo sapeva, Carlotta non era persa per sempre. Era lì, tra le risate di Nina, tra le margherite nel bicchiere, tra le dita intrecciate alla vita e nel coraggio con cui Vittoria, a testa alta, aveva ricominciato a vivere.

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Perdonami, figlia mia
Lasciatemi restare, vi prego — Io non vado da nessuna parte… – sussurrava a fatica la donna. – Questa è casa mia, non la lascerò mai. — La voce le tremava per le lacrime trattenute. — Mamma, – disse l’uomo. – Lo sai che non riuscirò a prendermi cura di te qui… Devi capirlo. Alessio era triste. Vedeva quanto la madre fosse preoccupata e agitata. Era seduta sul vecchio divano sfondato della sua casa di campagna, nel piccolo paese dove aveva vissuto tutta la vita. — Va tutto bene, ce la faccio da sola, non serve che mi accudiate, – rispose testarda la donna. — Lasciatemi qui. Ma Alessio sapeva che la madre non ce l’avrebbe fatta. Era stato un ictus. Svetlana Petrovna era sempre stata cagionevole. Si ricordava bene di quando aveva dovuto prendersi un lungo periodo di ferie per assisterla dopo la rottura di una gamba. Anche allora la madre faceva la forte, ma all’inizio non riusciva nemmeno a camminare senza di lui. Da poco Alessio aveva iniziato a guadagnare bene e aveva progettato di ristrutturare la vecchia casa per far vivere meglio la madre. Ma proprio allora era arrivato l’ictus. E il progetto non aveva più senso: doveva portare la madre in città. — Marina raccoglierà le tue cose, – disse Alessio accennando alla moglie. – Dille se ti serve qualcosa. Svetlana Petrovna rimase in silenzio, continuando a fissare la finestra mentre la leggera brezza autunnale faceva volare via le foglie dorate dei vecchi alberi che aveva visto per tutta la vita. La sua mano buona stringeva forte quella paralizzata. Marina riordinava l’armadio, chiedendo di continuo alla suocera cosa portare e cosa no. Ma la donna guardava solo fuori, come se i suoi pensieri fossero altrove — lontani da nuore, vecchie vestaglie e occhiali rotti. …Svetlana Petrovna era nata e aveva vissuto per sessantotto anni in quel piccolo paese ormai quasi disabitato. Aveva fatto la sarta per tutta la vita: prima nella sartoria locale, poi da casa, quando la sartoria aveva chiuso. Con meno lavoro, si era dedicata a orto e casa, mettendo in queste tutto il suo cuore. Ora non riusciva ad immaginare di lasciare la sua casa per trasferirsi in una grande e sconosciuta città. … — Ale, non mangia nulla di nuovo, – sospirò Marina entrando in cucina e posando stanca il piatto sul tavolo. – Non ce la faccio più. Sono esausta… Alessio la guardò, poi osservò il piatto intatto e scosse la testa. Con un sospiro andò dalla madre. Svetlana Petrovna era seduta sul divano a fissare fuori. Sembrava non battere nemmeno le palpebre. Gli occhi grigi e spenti guardavano lontano. La mano buona stringeva la paralizzata nel tentativo di ridarle vita. La stanza era piena di attrezzi per la riabilitazione e farmaci, ma la madre li usava solo se costretta. — Mamma? Nessuna reazione. — Mamma? — Figlio mio… – mormorò lei piano e indecisa. Dopo l’ictus parlava a fatica; anche se adesso era migliorata, si capiva ancora poco. — Perché di nuovo non hai mangiato? Marina si è impegnata. Da giorni non metti niente sotto i denti. — Non voglio, Ale, – rispose sottovoce la madre, girandosi lentamente verso il figlio. – Non voglio. Non costringetemi. — Mamma… allora che vuoi? Dimmelo… Alessio le si sedette accanto e lei gli prese la mano. — Sai cosa voglio, Ale. Voglio tornare a casa mia. Ho paura di non rivederla più. Alessio sospirò scotendo la testa. — Lo sai anche tu, adesso lavoro ogni giorno, e Marina corre dai medici. Fuori c’è l’inverno, andare in campagna… Aspettiamo almeno la primavera, dai. Lei annuì, Alessio sorrise ed uscì. — Purché non sia troppo tardi, figlio mio… Purché non sia troppo tardi. … — Mi dispiace, la PMA non ha funzionato nuovamente, – disse la dottoressa togliendosi gli occhiali e rivolgendo lo sguardo a Marina. Marina sbiancò, coprendosi il volto con le mani: — Perché? A tutti gli altri riesce! Dopo il primo tentativo mi avevate detto che è normale fallire, che solo il 40% resta incinta subito. Ma questa è la terza volta, e ancora niente! Perché? Alessio restava in silenzio, stringendo la mano della moglie. Era in ansia: dall’altro lato della clinica, la mamma era alla fisioterapia e presto sarebbe stato il momento di andarla a prendere. — Guardi, – iniziò piano la dottoressa, – capisco che questa gravidanza per voi sia un sogno, ma così vi stressate troppo. Il vostro fisico non riesce… — Certo che sono stressata! Devo lavorare da casa per pagare un ciclo di PMA carissimo! Fare terapie, ingoiare pastiglie che mi uccidono, occuparmi della suocera e sopportare i suoi capricci: non mangia, le medicine non le vuole! Sì! Voglio un figlio, magari così mio marito avrà occhi pure per me, non solo per lei! Marina si bloccò, capendo di aver esagerato. Prese la borsa e uscì, sbattendo la porta. — Scusi, – sussurrò Alessio. — Non si preoccupi, – replicò la dottoressa. – Ho visto reazioni anche peggiori. È normale. Alessio la seguì fuori. Marina era seduta sui divanetti della sala, piangeva disperata con la faccia tra le mani. Alzò gli occhi rossi e gonfi verso il marito, singhiozzando. — Scusami… scusami… non volevo dir nulla di male su tua madre. Solo che sono stanca. Non ce la faccio a vedere una persona morire davanti a me. A vedere sempre una linea sola sul test e gettare soldi in queste procedure. Non ce la faccio più… — Se potessi farei di tutto per aiutare entrambe, ma non mi è possibile… — Lo so, – rispose Marina con un sorriso tra le lacrime. – E lo capisco. Rimasero in silenzio, mano nella mano; poi Marina si aggiustò la camicia e abbozzò un sorriso. — Andiamo. Tua madre sarà libera. Non sopporta stare in ospedale, poi si intristisce. … — Sua mamma non migliora quasi per niente, – disse piano il medico in occhiali tondi, portando Alessio in disparte perché la signora non sentisse. Marina era rimasta con lei. – Quando siete venuti la prima volta avevo speranze: niente vizi, nessuna malattia cronica… aveva le carte in regola per riprendersi dopo un colpo simile. — Ma… non succede niente. Lo vedo anch’io. — Credo che non abbia più volontà di vivere. Si è spenta. Non ha più scintilla negli occhi… Alessio annuì, rassegnato. Svetlana Petrovna era dimagrita di quindici chili, non si riconosceva più. Era sempre lì, seduta a guardare fuori. Non leggeva, niente TV, non parlava con nessuno. Solo la finestra. — Dopo un ictus possono esserci disturbi del comportamento per lesione di certe zone cerebrali, – aggiunse il medico. – Ma su vostra madre non mi aspettavo tutto questo. — Penso che sia per altro, – rispose sommesso Alessio. … — Ale, – disse Marina al telefono, – puoi cancellare quel viaggio? La mamma sta proprio male. Ho paura che non arrivi in tempo… Le pesava doverlo dire. Sapeva quanto la madre fosse importante per lui. Anche lei, a malincuore, assisteva al lento spegnersi della suocera, quasi immobile sul divano. Prima guardava fuori, ascoltava dischi di musica classica che avevano portato dal paesino – erano del marito, musicista. Ora Svetlana Petrovna fissava il vuoto, parlava pochissimo. Non toccava cibo da giorni. Solo latte. Che pure le aveva detto di non avere più lo stesso sapore “come quello di una volta”. Ma adesso lo beveva… Alessio arrivò quella sera stessa e passò la notte al capezzale della mamma. — Tu sai cosa voglio. Me l’hai promesso. Alessio annuì. Sì, gliel’aveva promesso. Il giorno dopo andarono in paese. La madre rifiutò il dottore. — Non voglio l’ospedale. Portami a casa mia. Era marzo, la strada non era ancora dissestata, riuscirono ad arrivare proprio davanti alla casa. Alessio aiutò la madre a sedersi sulla carrozzina. C’era già aria di disgelo, la neve si scioglieva lasciando la terra nuda. Gli alberi si piegavano al vento leggero, il sole scaldava. Svetlana Petrovna rimase per ore in giardino, finalmente sorridente. Respirava profondamente, piangeva guardando il cielo e sorridendo… Era tornata a casa. Guardava la sua vecchia casa, il sole caldo, ascoltava i rumori della natura, sentiva il fresco della neve che se ne andava… La sera mangiò qualcosa e rimase ancora un po’ in cortile. Il sorriso non la lasciava. La notte se ne andò. Se ne andò col sorriso. Se ne andò felice… Alessio e Marina si presero del tempo per il funerale e sistemare le cose in casa: pulire, decidere cosa fare della proprietà. In fondo ad Alessio bastava solo godersi l’aria del paese, non ci restava da anni per più di due giorni. …Prima di partire, Marina si sentì male. Andò in bagno e vomitò. Quando tornò, aveva gli occhi spalancati e in mano un test di gravidanza. Li portava sempre ma mai un risultato. Ora invece c’erano due righe. Due! — È stata lei… tua mamma… È stata Svetlana Petrovna ad aiutarci, – disse Marina tra le lacrime e l’incredulità. Alessio alzò gli occhi alle nuvole e abbracciando forte la moglie, annuì. Era un regalo della mamma. L’ultimo, il più prezioso…