L’angelo che pesava cento chili e profumava di caffè della moka

Langelo che pesava cento chili e sapeva di caffè scadente

Nella sala giochi del reparto oncologia regnava un silenzio talmente fragile che sembrava fatto di vetro soffiato. Lunico suono era il fruscio dei fogli e lo scricchiolio dei pennarelli: troppo silenzio per bambini che non avevano ancora compiuto dieci anni. Il compito pareva semplice: disegnare il proprio Angelo Custode. E i bambini davano il massimo.
Per Irene, giovane volontaria, quella giornata era una prova colossale. Lei era cresciuta con unidea corretta di bellezza: pensate agli affreschi delle chiese, angeli leggeri come piume, riccioli dorati e quegli occhi azzurri pieni di paradiso. Passava tra i tavolini, rapita: nellangelo di Giacomo cera una spada enorme, in quello di Federica ali soffici come panna montata. Tutto bellissimo, commovente, ma un po uguale.
Poi si fermò da Lucia.
Lucia aveva sette anni. La testa liscia come una boccia da biliardo dopo un altro ciclo di chemio, la pelle sottile che pareva carta dei pasticceri. Lucia disegnava con attenzione certosina, la lingua leggermente fuori.
Irene sbirciò e trattenne un Oh! di sorpresa.
Sul foglio, invece del classico angelo, era comparso un tipo strano e rotondo. Un uomo massiccio invadeva tutta la pagina. Niente ali. Unenorme pancia cinta da un camice bianco, testa pelata a forma di patata e occhialoni sgangherati che sembravano bottoni.
Lucia, chiese piano Irene, accovacciandosi. Ma chi è? Stiamo disegnando un angelo, ricordati.
È un angelo rispose sicura la bambina, continuando a colorare la pancia.
Però ehm, un angelo un po sui generis balbettò Irene. Diciamo niente ali? E così grande?
Ce le ha le ali! ribatté Lucia. Solo che le nasconde sotto il camice, che qua si sporcano facile.
Irene sorrise indulgente. Certo, la fantasia dei bambini.
Nel corridoio si sentiva spesso un respiro pesante e fischiante, come quello di un vecchio treno. Sciap sciap, passi lenti e enormi che facevano tremare pure il linoleum.
La porta della sala giochi si aprì sbuffando, ed eccolo.
Paolo Petrillo, primario della rianimazione. Un gigante. Corpulento, triplo mento, camice sempre slacciato che non chiudeva mai bene. Il viso lucido di sudore, con un colorito da vecchia mozzarella. Gli occhiali con la montatura tartaruga a metà naso, che incastrava su con un dito tozzo. Sapeva di sigarette, di sudore e di quella terribile cremina di caffè solubile dei distributori. Era al terzo turno di fila, viveva ormai lì, nella guardiola, su un divano che aveva già vissuto tempi migliori.
Per Irene era soltanto un uomo esausto e trasandato, che sarebbe dovuto andare in pensione subito o almeno, insomma, a fare una doccia.
Allora, artisti! tuonò con la voce profonda che pareva uscire direttamente dalla sua pancia. Si sopravvive, eh?
Si sopravvive, dottoreee! risposero i bambini in coro, ognuno con la voce che poteva.
Sfilava tra le file, poggiandosi pesantemente alle spalliere delle seggiole.
Si fermò da un bambino pallido con la flebo. Gli poggiò la mano enorme sulla fronte.
Forza, campione sussurrò. Gli esami sono arrivati. Ci pensiamo noi.
Poi si avvicinò a Lucia. Irene vide gli occhi della bimba accendersi. Allungò le manine verso quel gigante che odorava di vita vera.
Stai disegnando? chiese. Dietro le lenti spesso sporche, Irene notò un azzurro senza fine, acceso da notti insonni.
Te, sussurrò Lucia.
Lui fece una smorfia, sistemando gli occhiali.
Io? Ma lascia perdere, rompo il foglio col mio peso.
In quellistante in corridoio una macchina dallarme iniziò a strillare. Un suono secco, tagliente.
Paolo Petrillo, in un attimo, cambiò. Sparì la fatica, sparì landatura lenta. Si voltò con improvvisa agilità e volò fuori dalla stanza.
Tutti seduti! ruggì già dal corridoio. Caterina, kit demergenza, corri!
Irene rimase, con le mani strette al petto. Dal muro arrivavano voci agitate, rumore di ferri, comandi rapidi e il vocione di prima, ma ora acciaio puro.
Respira! Forza! Rimani con noi! Respira!
Quel grido era incredibile.
Era una supplica e un ordine insieme. Irene chiuse gli occhi. Aveva una paura da togliere il fiato.
Quaranta minuti. Eterni, che sembravano filoni di mozzarella filante. In sala giochi regnava un silenzio irreale. I bambini non disegnavano più. Guardavano solo la porta.
La porta si aprì. Paolo Petrillo ricomparve, aggrappato allo stipite. Era fradicio, il camice scurito dal sudore, una macchia di sangue sulla manica. Si tolse gli occhiali, si strofinò la faccia, mescolando ancora più fatica. Poi crollò su una seggiolina, che emise un lamento disperato sotto il suo peso.
Ce labbiamo fatta sussurrò nel vuoto. Dorme.
Irene lo fissava. E dun tratto, come se qualcuno le avesse tolto una benda dagli occhi, ci vide chiaro.
Guardò il disegno di Lucia: quellomone sgraziato. Poi guardò loriginale, Paolo Petrillo.
Non vedeva più il grasso o il sudore. Vedeva la massa. Una quantità smisurata, granitica di amore, quella che ci voleva, come unàncora, per trattenere qui quei fragili bambini che vorrebbero già prendere il volo. Un angelo etereo e dorato sarebbe volato via con loro. Ce ne voleva uno così: pesante, massiccio, che sa di terra e caffè amaro, coi manoni pronti ad afferrare la vita che sguscia e a ringhiare Non mollare.
La sua testa pelata scintillava sotto la lampada come unaureola. Non doro, ma da operaio, lucida di fatica.
Lucia scivolò giù dal suo seggiolino. Andò dal dottore che sedeva a capo chino e abbracciò la sua gamba più su non arrivava.
Te lavevo detto, bisbigliò a Irene con occhi da adulta. Le ali lui le nasconde. Sennò ci prende un colpo daria.
Paolo Petrillo posò la sua manona sulla testa lisa della bambina.
Le dita gli tremavano.
Resistete ancora un po, tesori mormorò. Solo ancora un po.
Irene si girò verso la finestra, incapace di reggere.
Le lacrime che temeva tanto finalmente arrivarono. Piangeva per la sua cecità, per tutta la bellezza cercata nei dettagli e nelle luci, mentre la Bellezza era lì davanti, su una seggiola crepata che si asciugava il sudore col camice: pesante, imperfetta e la più sacra che cè.

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