Non più moglie
Tò, Tò! Hai misurato la pressione stamattina? Hai preso la pasticca? Giuseppina affacciò la testa nella stanza mentre si asciugava le mani sul grembiule.
Oh Maria santissima, Giusi, lasciami in pace con sta pressione! borbottò lui senza staccarsi dal telefono. Ho una riunione fra unora. Dovè la camicia azzurra, quella di cotone? Stirata?
Te ne ho stirate ieri tre, la blu hai detto tu stesso di portarla in lavanderia, cera la macchia…
Non capisci mai nulla! Non si può affidarti niente. Vabbè, dammene una, qualunque. E falla forte la tisana, il tuo infuso di camomilla non lo sopporto più.
Le spalle di Giuseppina si tesero, ma non replicò, andò in cucina a testa bassa.
Fuori era novembre, piovoso e grigio. Di fronte, il palazzone sembrava morto, ogni finestra buia tranne due dove tremolava la luce. Giuseppina Maria De Luca, cinquantasei anni, guardava lacqua sobbollire nel vecchio bollitore con la smaltatura scheggiata sul beccuccio. Voleva cambiarlo da primavera. Non ne aveva avuto il tempo.
Mise la miscela nella tazza, una miscela forte come piaceva a lui, senza camomilla né menta. Prese il piattino coi panini preparati alle sei. Pane, burro e un po di formaggio, due fettine, senza crosta perché Antonio aveva lo stomaco delicato. Tagliò anche il pomodoro, anche se a novembre i pomodori non sapevano di niente, eppure faceva bene. Sistemò tutto sul vassoio e tornò in salotto.
Antonio De Luca, cinquantotto anni, sedeva nella poltrona scrutando il cellulare. Era diventato capo ufficio appena tre mesi prima. Prima tutta la vita era stato semplice impiegato, ventanni uno uguale allaltro. Poi il pensionamento del signor Bernaschi, e allora Antonio, il più anziano in ufficio, aveva preso il suo posto. Laumento di stipendio era stato di seicento euro al mese, un ufficio solo per lui e una nuova considerazione di sé, pareva.
Lascia qui, fece cenno al tavolino senza staccare gli occhi dallo schermo.
Giuseppina posò il vassoio. Stette ferma un secondo.
Tò, sul serio, la pasticca prendila, ieri ti doleva la testa…
Ieri mi doleva, oggi no. E adesso va, devo fare una telefonata.
Lei uscì. Rimase nel corridoio, accanto allattaccapanni dov’erano il suo piumino, il cappotto di lui e lombrello rotto. Stette così, fissando il nulla, poi prese lo straccio e si mise a pulire il davanzale in cucina: non sapeva cosaltro fare.
Andava avanti così da tre settimane. Da quando Antonio aveva ricevuto la promozione e frequentato quel corso aziendale fuori città da cui era tornato cambiato. Più dritto, nuovo taglio di capelli, uno sguardo che non aveva mai avuto. Allinizio lei era felice. Credeva che suo marito si fosse ritrovato, che fosse un bene. Poi aveva cominciato a notare piccoli cambiamenti.
Criticava il cibo. Prima mangiava in silenzio, ora di colpo il minestrone era troppo salato, le polpette secche e il riso con il tonno “cibo da studenti, non da dirigente”. Aveva chiesto se aveva capito bene, lui laveva guardata severo e risposto:
Giusi, ormai potresti cucinare qualcosa di decente. Pesce al forno, insalate vere, basta insalata russa una volta lanno.
Lei cucinò il pesce. Preparò insalate. Lui le mangiò in silenzio. Sembrava contento, ma il giorno dopo tornò a casa cupo e disse che la moglie di Giorgio, conosciuto al corso, “stava a casa e si occupava solo della casa, sempre perfetta”, e “sembrava una donna veramente”.
Giuseppina allepoca non disse nulla. Avrebbe potuto ricordargli che pure lei era a casa da anni, da quando avevano chiuso lufficio amministrativo. Che si svegliava alle sei, faceva tutto, cercava le ricette dei suoi medicinali, stava in coda in farmacia a comprare le medicine per la pressione, ci andava lei dal gommista a cambiare le gomme invernali perché lui era “occupato”. Poteva dire tutto ciò. Ma tacque, ormai era abituata.
Poi, due giorni fa, accadde ciò dopo cui non si poteva più tacere.
Lui tornò verso le otto. Giusi aveva appena tolto la pentola dal fuoco: brodo leggero di pollo, il secondo brodo, perché lui aveva il colesterolo. Due ore di cottura. In cucina sapeva di prezzemolo e carote.
Sei mai a casa? chiese lei, sporgendosi dalla cucina.
Si è fatto tardi, si tolse le scarpe in ingresso buttandole di lato.
La minestra è pronta, accomodati.
Entrò, guardò la pentola e fece una smorfia.
Ancora pollo?
Toni, hai il colesterolo, il dottore…
Lo so! Non sono scemo. Solo che a casa mangio sempre roba da malato.
Versò la minestra nei piatti. Tagliò il pane. Lui sedette, mangiò, si alzò senza portare via il piatto. Se ne andò in salotto. Lei lavò i piatti, pulì il fornello, tolse le briciole dalla tavola. Poi andò da lui per sapere se voleva del succo.
Lui era in poltrona, sfogliava il cellulare. Vide qualcosa di rosa sullo schermo; lui lo inclinò.
Toni, vuoi il succo?
Lui alzò lo sguardo, fissandola a lungo, come se ponderasse qualcosa.
No, disse infine. E dopo una pausa: Giusi, ma guardati un po.
Lei non capì subito.
Come?
Dico, guardati. Quando sei stata lultima volta dal parrucchiere? Guarda quei capelli! E sto grembiule a quadretti… sembri una vecchia contadina.
In cucina il rubinetto gocciolava. Nella stanza vicina la tv dei vicini parlava, ovattata e indistinta.
Antonio, disse a bassa voce.
Che cè Giusi? Dico la verità. Ora devo andare a eventi, incontri. La gente viene e la moglie? Così conciata?
Gente? ripeté lei, piano. Che gente? In tre mesi non hai invitato nessuno.
Perché mi vergogno! alzò la voce, e la parola “vergogno” cadde pesante, come un sasso nellacqua. Giorgio la moglie la porta ovunque, elegante, curata. E tu… Tasche larghe, sempre in grembiule, i capelli mai tinti…
Antonio. pronunciò tutto il nome, insolito per lei. Tra poco hai sessantanni. Io cinquantasei. Non siamo giovani.
Proprio per questo! Bisogna curarsi di più! Io vado in palestra adesso, ti pare che te ne stai tutto il giorno in casa e…
Sì, tutto il giorno in casa, ripeté lei. La voce era stranamente piatta, ne fu stupita. Va bene, Antonio. Ho capito.
Uscì, chiuse la porta. Andò in cucina, ripose il pane nella cesta, spense la luce sopra i fornelli. Tutto con calma, come un automa. Ma dentro qualcosa scivolò. Non si spezzò, non crollò, solo si spostò, come i mobili dopo anni, e alla fine pensi: era ora cambiare.
Di notte non dormì. Rimase sul suo lato del letto, fissando il soffitto. Lui russava. Ascoltava il suo respiro e pensava.
Pensò che da dieci anni viveva solo per servire. Si alzava, cucinava, lavava, puliva, andava in farmacia, prenotava visite per lui, lo accompagnava non in macchina, che avevano venduto perché lui non guidava più. Quindi taxi, pagato con la carta. Comprava medicine: per la pressione, “Enalapril”; per il colesterolo, “Rosuvastatina”; a primavera, pillole per le articolazioni, costose. Anni ad appuntare scadenze, file in farmacia. Il medico aveva detto che era importante non sospendere mai.
E ora lui le aveva detto che a guardarla si vergognava, che era come una vecchia contadina, che la moglie di Giorgio era meglio.
Giusi pensò. E alluna di notte decise una cosa, semplice e chiara: basta.
Non “me ne vado”, non “chiedo il divorzio”, non “faccio una scenata”. Basta fare tutto ciò che lui non vede né apprezza. Basta essere una risorsa usata come il rubinetto: apri, prendi acqua, chiudi. Ora si arrangi.
Al mattino si alzò come sempre, alle sei. Prese il tè, il suo camomilla, che lui odiava. Sedette al tavolo col telefono. Cercò il sito della parrucchiera, quella in centro, dove non andava mai perché un taglio costava trentacinque euro. Prenotò per mercoledì. Poi trovò il corso di nordic walking al parco vicino, gratuito il martedì e giovedì mattina. Appuntò sul cellulare.
Quando Antonio entrò in cucina alle sette, sul fornello cera solo la sua tazza. Il pane stava nella cesta, il burro in frigo. Che si arrangiasse.
E la colazione? chiese confuso.
Il pane è lì, il burro pure, il formaggio è in frigo, rispose Giusi senza staccare lo sguardo dal telefono.
Lui rimase interdetto. Si fece il tè da solo. Tagliò il pane. Mangiò in piedi davanti al frigo. Uscì di casa senza dire altro.
Lei guardò la porta chiudersi e sentì una sorta di sollievo.
Quel mercoledì andò dalla parrucchiera. La ragazza aveva il lato della testa rasato, mille orecchini, scrutò a lungo i suoi capelli.
Da quanto non li tinge?
Tre anni ammise Giusi. Non avevo mai tempo.
Ottimi capelli. Facciamo dei riflessi leggeri, niente stacco netto. E sistemiamo il taglio.
Restò due ore e mezza sulla poltrona. Si guardava nello specchio mentre la testa cambiava. Uscì diversa. Non più giovane non sarebbe stato vero. Ma viva. Simile a quella che aveva dimenticato di essere.
Spese ottanta euro. Tornando a casa comprò una crema per il viso, non quella da farmacia ma una seria, per “pelle matura”, quindici euro. Esitò: quindici euro sono tanti. Poi si ricordò della moglie di Giorgio e la prese.
Antonio notò i capelli. Non disse nulla.
Non si aspettava niente.
La settimana dopo finirono le sue compresse per la pressione. Prima Giusi controllava in anticipo, contava le pasticche, andava in farmacia giorni prima. Ora vide la scatola vuota e la lasciò sul comodino di lui. Che vedesse.
Lui tornò dal lavoro, passò accanto al comodino senza accorgersi. Lei non disse nulla.
Il giorno dopo cercò la scatola e la trovò vuota.
Giusi! chiamò dalla camera. Sono finite le pasticche!
Lo so, rispose lei dalla cucina.
E perché non me le hai comprate?
Sei grande, Antonio. Vai tu.
Pausa. Lunga pausa.
Ho lavoro.
Pure io ho da fare.
Di che cosa, non aggiunse. In realtà adesso aveva davvero impegni: la camminata al parco il martedì e giovedì, dove aveva conosciuto due signore della sua età Teresa e Rosaria. Teresa era vice-preside, rideva forte, faceva fuggire i piccioni dal prato. Rosaria, in pensione, seguiva i nipoti. Camminavano insieme, chiacchieravano, respiravano aria; era bello e nuovo, una cosa che Giusi non sapeva neanche esistesse.
Antonio alla fine si comprò le medicine da solo. Tornò a casa con laria di aver compiuto unimpresa. Lasciò la scatola sul comodino. Nessuno disse niente.
In quei giorni Giusi chiamò la sua amica Anna, compagna dufficio perduta da anni.
Anna, sei libera sabato?
Perché?
Dai, usciamo. Al cinema, o in un bar.
Tutto a posto, Giusi? Anna era stupita; non uscivano da almeno quattro anni.
Meglio di quanto immagini, rispose Giusi.
Quella sera si incontrarono vicino alla metro. Anna vide i suoi capelli e spalancò gli occhi:
Che hai fatto! Stai benissimo!
Parrucchiera.
Finalmente! Te ne avevo parlato mille volte, ma…
Adesso era il momento, disse Giusi, e andarono al bar.
Presero due caffè macchiati e una fetta di torta a testa, sedute alla finestra. Dietro il vetro il primo vero nevischio, lento e soffice, cadeva e subito si scioglieva.
Racconta, disse Anna.
E Giusi raccontò. Della promozione di Antonio, del corso, del suo nuovo modo di fare. Della minestra troppo salata, della moglie di Giorgio. Del “guardati” e dello “shame”. Parlava con voce calma, senza lacrime, quasi raccontasse una storia non sua.
Anna lascoltava pensosa, girando il caffè.
E cosa hai deciso?
Nulla, disse Giusi. Solo ho smesso di fare ciò che non viene apprezzato. Non per dispetto, ma perché non serve.
Non serve, ripeté Anna piano. Hai ragione. Rimase in silenzio. Fai bene.
Non so se faccio bene o no. Ma così non ce la faccio più.
Anna annuì. Tagliò un pezzo di torta.
Senti, se ne è accorto?
Che non corro più a comprargli le pasticche? Se nè accorto. Che non gli stiro la camicia ogni giorno? Pure. Ieri ha preso da solo una sgualcita e se nè andato.
Scandalo?
No. Giusi sollevò le spalle. Non sa che dire. Era abituato a una moglie che taceva. Ora taccio, ma in modo diverso.
Anna la fissò.
Hai mai pensato al divorzio?
Sì. Ma non adesso. Prima voglio capire chi sono senza tutto questo. Senza le sue medicine, la sua minestra, le sue camicie. Da quanti anni non mi vedevo più?
Restarono ancora, presero altro caffè. Quando uscirono, era già buio e nevicava. Si abbracciarono.
Senti, chiamami ancora. E sabato ci rivediamo?
Certo, rispose Giusi.
Sul metrò, pensava che lultima volta con Anna così, sedute a un tavolino, era stato più di sei anni prima. Sempre di fretta, sempre cerano prima gli affari e la salute e la minestra di Antonio.
A casa lui guardava la televisione. In cucina cerano la tazza e il piatto della frittata che si era evidentemente preparato da solo. Lei li osservò un tempo li avrebbe subito lavati. Ora li lasciò lì.
Dove sei stata? chiese lui, senza voltarsi.
Con Anna.
A lungo.
Già.
Andò in bagno a lavarsi. Mise la crema nuova sul viso. Si guardò allo specchio. Niente di terribile: cinquantasei anni, faccia non giovane ma viva. Occhiaie, il solco della bocca. Capelli con i riflessi nuovi che le donavano. Una donna non giovane, e andava bene così.
Dicembre arrivò col gelo vero. Giusi si comprò stivali nuovi, in pelle, non più quelli di plastica usati da anni. Spese centoventi euro e non si pentì.
Qualcosa cambiava in casa. Continuava a cucinare ma non più solo cibi dietetici per Antonio. Preparava quello che piaceva a lei: minestrone vero, pollo arrosto, a volte tortellini dal supermercato, perché si può. Le polpette a vapore lasciate perdere. Lui mangiasse ciò che trovava. Il dottore aveva istruito lui, ora bastava.
Le camicie ora si lavavano col resto della biancheria e basta. Un tempo, lavate a parte, con ciclo delicato. Adesso no.
Lui notava tutto. Tacque. A volte lanciava frecciatine:
Sempre tortellini?
Sì, rispondeva lei tranquilla.
Non cucini più?
Ieri cera la minestra, domenica larrosto.
Lui se ne andava scontento. Non sapeva che dire: Perché non ruoti più intorno a me? Sarebbe stato troppo evidente.
Giusi continuò il nordic walking al parco. Conobbe meglio Teresa, che le consigliò una brava ginecologa, e prese appuntamento. Poi si iscrisse al corso gratuito di acquerello in biblioteca il mercoledì. Non perché amasse dipingere, ma perché non cera motivo di non provarci. Due ore a settimana in cui pensare solo al foglio e ai pennelli.
A metà dicembre Antonio lasciò spesso il lavoro tardi. Una volta sarebbe stato per lei fonte di ansie, telefonate, cena che si raffreddava. Ora cenava quando voleva, e dormiva quando aveva sonno. Lui arrivava alle nove, a volte alle dieci. Una sera alle undici e mezza. Lei non chiedeva. Lui non spiegava.
Che avesse unaltra, Giusi lo scoprì non dal telefono, ma dal profumo. Una sera rientrò odorando di unessenza dolce, troppo intensa per il lavoro o il ristorante. Lo sentì nellingresso e pensò: ecco.
Strano, niente dolore. Si aspettava dolore, ma non ne sentì. Era qualcosaltro: una stanca curiosità, e infine il sollievo della non-responsabilità. Se lui se ne fosse andato, non era una sua colpa.
Non disse nulla. Andò a dormire. Dormì bene.
Durò tre settimane. Lui andava, tornava, rispondeva alle chiamate dal bagno. Una volta Giusi colse un frammento: …ma te lho detto, Elena, sabato non posso… Elena. Vabbè.
Pensò molto in quei giorni. Che aveva vissuto trentadue anni con questuomo, cresciuto un figlio, Michele, ora a Torino con moglie e due bambini. Che da giovane Antonio era allegro, faceva battute e andava a pesca col figlio. Quando era cambiato? Non ricordava lanno. Era stato un lento allagamento, come acqua in cantina: prima niente, poi irreparabile.
Si domandava chi fosse lei senza tutto questo. Che musica le piacesse, dove sarebbe andata se avesse potuto. Tutto coperto da anni di nipoti e minestre.
Il corso dacquerello si rivelò importante. In biblioteca la maestra, signora Olga Vitali, diceva come sciogliere il colore, come sfumarlo. Giusi colorava una mela e pensava che lultima volta che aveva dipinto era alle scuole medie. E scoprì che, quasi per caso, il verde e il giallo mischiati venivano bellissimi.
A gennaio la maestra le disse una cosa: Giuseppina De Luca, ha un gran senso del colore, davvero. Una cosa da niente, tra donne quasi sconosciute ma Antonio De Luca non glielo diceva da secoli.
A fine gennaio, la storia con Elena pareva finita. Giusi lo capì dai gesti. Antonio tornò alle vecchie abitudini: casa alle sette, tv, silenzio. Niente più telefonate dal bagno. Più magro, tossicchiava.
Lei preparava la minestra, lui la mangiava. Passava vicino, non parlava. Un giorno si sedette con lei in cucina mentre lei beveva il tè, e parlò allaria:
Oggi fa un freddo là fuori.
Sì, disse Giusi. Hanno dato meno dodici.
Già.
E andò via. Tutto lì.
Cosa fosse accaduto lo seppe dopo, per caso. Chiamò un vecchio amico, Beppe Ricci, che, parlando della casa in Liguria, disse: Ho sentito che Antonio aveva una storia con una, ma quella lha mollato in fretta. Giusi rispose: Ho sentito anchio. Risero e parlarono daltro.
Immaginava che la ragazza cercasse il dirigente benestante, vita brillante. Si ritrovò invece un uomo di cinquantotto anni, con la pressione alta e il colesterolo, fissato col tè forte e le camicie stirate. E che magari si lamentava della salute. Insopportabile a lungo.
Non lo compativa. Si sentiva come dopo un lungo mal di denti che, sparito, non porta euforia ma solo il piacere dellassenza di dolore.
A febbraio la salute di Antonio peggiorò. Prendeva le medicine male, senza la scrupolosa regolarità che solo Giusi assicurava. Dimenticava una dose, ne prendeva due il giorno dopo. Vide le scatole buttate alla rinfusa nel cassetto, fuori ordine. A volte trangugiava due pasticche insieme perché il giorno prima aveva saltato. Non disse nulla. Il medico glielo aveva spiegato da solo.
La pressione saliva. Era più pallido, si lamentava del ronzio alle orecchie. Si svegliava spesso. Una mattina disse:
Mi gira la testa oggi.
Vai dal medico, rispose lei.
Eh, ma allora mi prenoti tu…
Chiama tu la segreteria. Il numero è sulla tessera della mutua.
Lui la fissò. Lei sorseggiava il tè.
Non mi ricordo il numero.
Antonio, sei un capo. Te la cavi.
Alla fine telefonò e andò dal medico. Tornò con la ricetta per un nuovo farmaco da prendere insieme agli altri.
Ecco, posò la carta sul tavolo.
Va bene, disse lei.
Lo compri tu?
Domani passo davanti alla farmacia, ti prendo tutto, ma dammi i soldi.
Lui si fece piccolo. Prima ci pensava lei e basta. Ora così.
Li diede. Lei comprò il medicinale, lo mise vicino agli altri. Non stilò lo schema come una volta. Solo li mise lì.
Marzo portò il disgelo. Il parco era fangoso, i bambini rompevano il ghiaccio con le stecche. Giusi usciva spesso, anche senza bastoncini, semplicemente a camminare. Comprò una giacca primaverile, questa volta bella davvero, con la cintura chiara. Davanti allo specchio pensò che da anni non si concedeva niente di nuovo per piacere.
A marzo arrivarono Michele e la moglie Caterina per qualche giorno. Michele era alto, quarant’anni, simile al padre da giovane ma più mite. Caterina dolce e serena. Portarono un barattolo di miele e dolcetti.
Cenarono tutti insieme la prima sera. Giusi cucinò: patate al forno, insalata russa, lesso fatto come le aveva insegnato sua madre. Antonio era silenzioso. Michele raccontava della sua azienda, Caterina chiedeva dei corsi in biblioteca.
Dipingi, mamma? chiese Michele, stupito.
Imparo. Acquerello.
Che bello. Ce li fai vedere?
Mostrò i suoi fogli: una mela, un vaso di fiori, poi la vista dalla biblioteca. Michele osservò attento, Caterina disse che erano splendidi.
Mamma, sembri ringiovanita davvero.
Sono solo andata dalla parrucchiera, disse lei.
Notò che Michele guardava anche Antonio. Lui mangiava in silenzio. Un imbarazzo tra i due. Michele colse tutto, ma non chiese niente.
Il giorno dopo, mentre Caterina era fuori, Michele restò a casa. Andò in cucina, dove Giusi preparava ravioli.
Ma… Tutto ok tra voi?
Perché?
Papà sembra spento. Sta male?
Ha la pressione alta. Il medico gli ha cambiato cura. Se la gestisce da solo, è grande.
Michele tacque. Strinse la pasta tra le mani.
Vi siete litigati?
No, rispose Giusi. E diceva il vero: nessun litigio. Solo due vite parallele sotto lo stesso tetto.
Mamma, se serve…
Michele, tutto bene, lo guardò. Sul serio. Io sto bene.
Lui le credette, perché era vero: ora stava davvero bene, in modo strano.
Ripartirono la domenica. Casa vuota, silenziosa. Giusi ripulì tutto, Antonio guardava la tv.
Tardi la sera lui comparve in cucina, prese un bicchiere dacqua, restò alla finestra.
Michele sta bene, disse.
Sì, confermò lei.
Pure i figli… non finì.
Già.
Finì lacqua, posò il bicchiere, se ne andò. Lei restò a guardare fuori, dove, sotto i lampioni, cadeva lultimo fiocco dellanno.
Ad aprile, Antonio ebbe una crisi ipertensiva. Non grave, ma brutta. Si alzò, si sentì girare la testa, si lasciò cadere allingresso.
Giusi… Non sto bene.
Lei andò a vedere: sedeva per terra, sudato, la faccia rossa.
Dai, su, disse. Lo aiutò a stendersi sul letto. Misurò la pressione: centottantacinque su centodieci. Brutta roba.
Prendi la tua pasticca, il captopril. È nel cassetto. Riposa. Tra mezzora la rimisuro.
E tu?
Sto in cucina.
Andò, mise su il bollitore, guardò lacqua bollire. Udì lui frugare, prendere la pasticca. Dopo unora la pressione era scesa: centosessanta su novantacinque.
Resta a casa oggi, disse. Non uscire.
Ma il lavoro
Chiama e dì che stai male. Oggi resti qui.
Lui rimase. Lei gli portò il tè, con fette biscottate. Non perché lavesse chiesto, ma per pietà vera. Cè differenza fra “non voglio più occuparmene” e “lo lascio soffrire”.
Lui fissava il soffitto.
Giusi, disse dopo un po.
Sì?
Credo di essermi comportato male, questi mesi.
Lei non rispose subito. Sedette accanto a lui.
Sì, Antonio, male.
Sai, la promozione, mi ha dato alla testa. Mi sembrava che tutto cambiasse, che avessi raggiunto chissà che.
Hai raggiunto. Sei il capo, ora.
Sì, va beh. Silenzio. Però tu sei rimasta comeri… si fermò. Non volevo dire così.
Ho capito, mormorò lei.
Si alzò, prese la tazza, tornò in cucina. Non era una riconciliazione. Nessun abbraccio, lacrima, discorso importante. Lui aveva ammesso di aver sbagliato, lei annuì. Tutto lì.
Passò aprile, arrivò maggio. Lei continuava a camminare al parco e a dipingere. Teresa la invitò una sera a teatro, aveva i biglietti. Teatro drammatico della città, poltrone buone. Non andava da almeno dieci anni. Seduta guardando il palcoscenico, pensava che era una felicità. Se ne stava lì, col succo darancia preso al bar, a gustarsi storie altrui.
Aveva cinquantasei anni. Capiva che non era la fine di nulla, ma un nuovo inizio.
Lei e Antonio continuavano a vivere vite parallele. Non criticava più il cibo, né faceva paragoni con la moglie di Giorgio. A volte parlavano normalmente. A volte, la sera, stavano nella stessa stanza: lui guardava la tv, lei leggeva un romanzo consigliato da Teresa. Tranquilli, quasi abituati, ma diversi: niente più obbligo.
Un giorno lui le chiese di ordinargli online le compresse perché costavano meno.
Non sono capace, disse lui. Tu invece sì.
Antonio, è facile. Scrivi il nome, scegli la farmacia, vai a ritirare.
Ma tu sei più brava.
Io lo so fare. Ma puoi imparare anche tu.
Imparò. Ci mise molto, una volta la chiamò per chiedere dove cliccare. Lei spiegò. Lui fece tutto.
Capì che era importante non fare per laltro ciò che può fare da sé. Prima credeva che aiutare fosse sostituirsi, ora sapeva che era sbagliato.
A giugno la città bolliva di caldo. Giusi si comprò un abito estivo leggero con fiori, se lo mise, si trovò normale. Non da vecchia, ma una donna viva che aveva scelto un vestito per sé.
I rapporti tra anziani sono vari. Alcuni amici vivevano in guerra, altri in dolce amicizia, altri nellindifferenza. AntonIo e Giusi erano in una quarta modalità: non guerra, non pace, non apatia. Persone autonome con il tetto in comune.
Il futuro non lo sapeva. Pensava ancora alla domanda di Anna sul divorzio. Non la scartava, ma nemmeno la cercava. Doveva prima capire chi era.
Lestate scivolava via. Andò a Torino da Michele per due settimane, sola, come non faceva da anni. Antonio restò a casa, disse che aveva lavoro. Lei cucì un cuscino ricamato per la nipotina, aveva imparato su YouTube, e partì.
Due settimane coi bambini furono le più belle da anni. Giocava con loro, cucinava, faceva il bagno alla nipote, leggeva storie. Una cura diversa, non stancante né obbligata, una cura che voleva dare.
Michele la sera la interrogava: come va, tutto bene a casa? Lei diceva la verità: normale, ma non facile. Lui annuiva, non dava consigli. Era un buon figlio.
Tornò abbronzata, serena. Antonio la accolse in ingresso mormorando: “Ah, sei tornata.” Le prese la valigia. Poco, ma qualcosa.
Ad agosto faceva un caldo opprimente. Prese un ventilatore piccolo per la camera, comprò unanguria al mercato, ne mangiò metà e lasciò laltra per lui. Lui la mangiò, disse grazie. Era la prima volta da anni che diceva grazie per una cosa mangiata.
A settembre, come tornò il fresco e le foglie dei pioppi scricchiolavano, arrivò il momento che da tempo vedeva avvicinarsi.
Una sera di venerdì tornò a casa verso le otto, con la faccia pallida e smarrita. Lei era in cucina a leggere.
Giusi, disse dallingresso non sto bene.
Che succede?
La pressione, credo. Mal di testa, e qui… si toccò il petto sento stringere.
Lei si alzò. Lo fissò.
Da quando?
Dalluna circa. Speravo passasse.
Hai preso la compressa?
Sì, alle tre. Poco effetto.
Siediti.
Si sedette alla tavola. Lei andò a prendere il misuratore: centonovanta su centodiciotto. Peggio di aprile.
Antonio, disse è grave. Devi chiamare lambulanza.
Ma serve davvero? Forse unaltra compressa…
No. Centonovanta e dolore al petto, non si cura così. Chiamali tu.
Dai, chiama tu…
Qui si fermò. Lei era in piedi col misuratore in mano.
Vide suo marito: viso pallido, occhi spaventati, mano sul petto. Vide un uomo malato, impaurito.
Ma vide anche altro: che da un anno la guardava come invisibile. Che le aveva detto parole che non svaniscono. Che aveva smesso di considerarla una persona molto prima che lei smettesse di servirlo.
Capì cosa avrebbe fatto e cosa no.
Antonio, disse, con calma. Hai il telefono lì. Il numero dellambulanza lo conosci.
Lui la fissò smarrito.
Come?
Chiama tu. Prendi lo 118. Parla, dai lindirizzo, di che hai dolore e pressione alta. Arrivano subito.
Giusi… la voce quasi da bambino. Non mi aiuti?
Ti ho aiutato, misurato la pressione, detto che serve aiuto. Ora tocca a te.
Ma, io…
Antonio. Posò il misuratore sul tavolo. Chiama lambulanza, sei un uomo adulto, un capo ufficio. Saprai fare.
Uscì dalla cucina, attraversò il corridoio, entrò in camera, accostò la porta senza rumore.
Dalla cucina, dopo poco, la voce di lui, tremolante:
Pronto? Sì, ambulanza. Lindirizzo è…
Prese un tè alla camomilla, il suo preferito. Andò in cucina passandogli accanto in silenzio mentre lui parlava con la centrale. Lui le lanciò uno sguardo. Lei andò alla finestra, fissò la notte.
Il cortile era vuoto. Sotto la luce del lampione il lastricato bagnato. Le foglie, annerite dalla pioggia, a terra. Sulla panchina nessuno.
Finita la telefonata.
Arrivano, disse lui.
Bene, rispose lei.
Vieni con me? In ospedale…
Lei si girò dalla finestra. Vide la sua faccia: pallida, mano sul petto, occhi pieni di paura. Provava per lui una pietà vera. Era solo un uomo infelice e malato.
No, Antonio, disse piano. Non verrò. Ci penseranno i medici.
Giusi…
Loro faranno tutto. È il loro mestiere.
Prese la tazza e tornò in camera, chiuse la porta. Rimase a guardare la finestra, il pioppo, le luci dei condomini. In cucina si sentivano movimenti, poi silenzio, poi il rumore dellascensore.
Lambulanza arrivò in venti minuti. Sentì lui aprire, i passi degli infermieri, le parole precise: “pressione”, “elettrocardiogramma”, “forse ricovero”. Sentiva la sua voce titubante, come da scolaretto.
Poi:
Cè la moglie in casa?
Lui:
Cè. Ma… lei non viene.
Silenzio. Poi la voce del medico, neutra:
Va bene. Allora si vesta. Andiamo a controllarla in ospedale.
Porta. Ascensore. Silenzio.







