Ciò che ho visto dalla finestra della cucina

Il panorama dalla finestra della cucina

Marco, hai già messo via le camicie pulite? Ho visto che ce ne sono ancora due piegate sulla poltrona dopo la stiratura.

Giulia, ci penso io, non preoccuparti così.

Non mi preoccupo, chiedevo solo. Quando parti?

Dopo pranzo. Credo verso le tre.

Giulia era davanti ai fornelli, mescolava il porridge davena anche se ormai da tempo non le andava più. Le mani facevano da sole quei gesti meccanici mentre la testa era altrove. Dalla finestra socchiusa entrava aria umida di aprile. Si sentiva lo sgocciolio sul cortile, probabilmente pioveva dal tetto e quel suono cadenzato, plin-plin-plin, oggi le dava più fastidio del solito.

Per quanti giorni starai via?

Come al solito. Quattro, cinque giorni. Forse di più, se le riunioni vanno per le lunghe.

Capito.

Versò il porridge nei piatti. Mise davanti a Marco la sua tazza grande preferita, riempiendola di caffè, latte senza nemmeno chiedere sono sette anni che sa esattamente come lo beve: due cucchiaini di zucchero, tanto latte, quasi color nocciola.

Marco era già seduto a tavola, ma con lo sguardo inchiodato al cellulare. Ormai era sempre così, la mattina a colazione. Giulia un tempo cercava di attaccare discorso, perfino si offendeva, poi aveva lasciato perdere. Si era arresa: cè questo rito, il caffè e lo schermo, e non ci si può fare niente.

Senti, Marco, disse sedendosi di fronte. Visto che parti, volevo parlarti di una cosa.

Sì? alzò gli occhi, ma non posò il telefono.

Ho preso appuntamento. Dalla dottoressa Bruni, te ne avevo parlato: ginecologa. Voglio rifare il punto. Sullargomento bambino.

Marco appoggiò il telefono a faccia in giù sul tavolo. Brutto segno. Giulia lo sapeva: quando un discorso lo infastidiva, faceva sempre così.

Giulia. Ne abbiamo già parlato mille volte.

Lo so, ma voglio riparlarne ancora.

Ma che senso ha? Sai quanti anni hai? Non voglio offenderti, stai benissimo, ma

Ho cinquantadue anni. Non è una condanna.

Giulia. Disse il suo nome come si dice a un bambino per chiudere una conversazione di troppo. Con la voce dolce, ma definitiva.

Va bene, concluse lei. Va bene.

Cominciò a mangiare. Il porridge era ormai tiepido e poco invitante, ma comunque lo mandava giù. Fuori continuava a gocciolare. Marco riprese il telefono.

Dopo finito, la ringraziò, se ne andò in camera a preparare la valigia. Giulia sciacquava i piatti e pensava che quel discorso sul bambino lo aveva iniziato forse venti volte in sette anni. E ogni volta riceveva sempre la stessa risposta, solo con forme diverse: adesso vediamo come va il lavoro, non è il momento, sei già grande, pensa alla salute. Sette anni. Si era sposata a quarantacinque, convinta che cera tempo. Che ci sarebbero riusciti. Che Marco, buono, affidabile, calmo Marco, alla fine avrebbe voluto, bastava solo aspettare ancora un po.

Si asciugò le mani su uno strofinaccio con i galli ricamati, appeso ormai da tre anni al forno, e pensò che doveva prenderne uno nuovo: quello era diventato troppo sbiadito.

Marco uscì nel corridoio con la borsa da viaggio.

Sono quasi pronto. Hai visto il mio maglione grigio?

Nellarmadio, secondo ripiano a destra.

Ah sì, grazie. Tornò dentro, armeggiò con le ante. Trovato!

Poi si vestì, chiuse la giacca. Lei lo aiutò come sempre a sistemare il colletto. Un bacio veloce sulla guancia.

Allora, ciao. Ti chiamo stasera.

Va bene. Guida con calma.

Sempre.

La porta si chiuse. Giulia rimase sola nellingresso. Sentì il ronzio dellascensore e un portone che sbatteva in fondo alle scale. Poi, silenzio.

Tornò in cucina, rabboccò il caffè e si mise alla finestra. Non guardava sul cortile interno, ma sulla traversa laterale, con qualche macchina posteggiata: lAudi del vicino del terzo piano, una vecchia Fiat impolverata, qualche altra auto. Aprile era grigio, il cielo pieno di nuvole bianchicce che rendevano la luce piatta, senza ombre.

La macchina grigia di Marco era ferma davanti al palazzo accanto.

Giulia sbatté le palpebre. Guardò meglio. No, non si sbagliava. Riconosceva a memoria la targa. Era proprio la sua macchina. Ma lui era appena uscito, doveva essere già in viaggio; perché stare là davanti?

Magari era passato da qualcuno? Ma da chi? Non avevano grandi rapporti con i vicini, giusto un saluto in ascensore.

Lasciò la tazza e rimase a osservare.

Passarono dieci minuti. La macchina sempre lì.

Poi, dal portone del palazzo di fronte, uscì una donna. Giovane, avr&aacute avuto trentacinque anni, non di più. Giacca blu, capelli scuri raccolti a coda. In braccio teneva un bambino piccolo, forse tre anni o poco più, in una tutina rossa, berretto col ponpon. Lei lo cullava, gli parlava, il bambino cercava il suo viso con le manine.

Giulia li guardava senza capire davvero. Solo guardava.

Poi si aprì lo sportello della macchina. Marco scese.

Andò dalla donna. Prese in braccio il bambino, lo sollevò in alto, il piccolo scoppiò a ridere Giulia non sentiva il rumore ma vedeva la bocca spalancata nella risata. Marco se lo strinse contro di sé, strofinò la guancia sulla testolina col ponpon. Poi lo rimise giù. Disse qualcosa alla donna. Lei rispose. Lui le prese la mano e la baciò.

Le baciò la mano.

Giulia rimase lì, sentendo dentro una lenta, lentissima caduta. Non un crollo, non uno schianto. Era come se in mezzo al petto ci fosse una mensola e da quella mensola cominciasse a scendere, oggetto dopo oggetto, tutto quello che cera sopra. Senza rumore.

Non si mosse dalla finestra. Vide ancora Marco abbracciare il bambino, la donna sistemare il cappellino. Poi andarono via. Lui si rimise in macchina e se ne andò.

La donna e il bambino rimasero ancora un po sul marciapiede, poi il piccolo tirò la mamma e andarono via, lei tenendolo per mano.

Giulia finalmente si allontanò dalla finestra. Si sedette sullo sgabello. Guardò le sue mani sulle ginocchia. Mani normali, un po stanche, con la fede allanulare.

Pensava che il suo caffè nella tazza era ormai completamente freddo.

Poi si alzò, rovesciò il caffè nel lavandino e aprì lacqua calda.

Aveva bisogno di pensare. Prima, però, doveva affrontare quella sensazione di mensola che scivola giù nel cuore. Perché sapeva: se ora cedeva, se si metteva a piangere, o a urlare o chiamarlo al telefono subito, sarebbe stato sbagliato. Non perché non si possa piangere, ma perché non aveva ancora tutte le risposte. Aveva visto qualcosa. Ma non sapeva tutto.

Anche se, a essere onesta, sapeva già tutto.

Sinfilò limpermeabile blu che era appeso allingresso, prese chiavi e borsa e uscì di casa. Aveva bisogno daria, di camminare, poco importa dove.

Fuori era bagnato. Lasfalto brillava con le pozzanghere che riflettevano il cielo bianco. Giulia camminava senza meta, semplicemente avanti. Passò davanti alla salumeria con linsegna accesa, al parrucchiere, alla farmacia. Sulla porta della farmacia una vecchietta dava da mangiare a un cagnolino minuscolo, la bestiola prendeva i bocconcini piano, quasi delicatamente.

Sette anni.

Ecco cosa pensava Giulia, camminando. Sette anni vissuti accanto a una persona senza sapere. O senza voler sapere? Si interrogava: cerano segnali chiari? Aveva mai notato qualcosa che aveva ignorato?

Le trasferte. Frequenti, quasi ogni mese. Aveva creduto sempre che lavorasse sul serio. Marco faceva un lavoro così, commerciale, tra spedizioni e trattative e viaggi. Non aveva mai dubitato. Mai.

Il telefono sempre addosso. Pensava fosse unabitudine innocua.

I discorsi sul bambino che lui chiudeva ogni volta, gentile, ma fermo. Giulia si era detta: età, stanchezza, il peso di nuove responsabilità Pensava di comprenderlo, di aspettare.

E invece, lui aveva già un figlio.

Piccolo, tre anni. Quindi era iniziato circa quattro anni prima. Loro erano sposati da tre anni. Già tre anni.

Si fermò su una panchina nel piccolo parco. Qualche tiglio, ancora senza foglie, solo boccioli gonfi. Si sedette. Prese in mano il telefono, poi lo rimise via.

Cosa avrebbe fatto quando Marco fosse tornato? Sarebbe rientrato come sempre, dopo quattro-cinque giorni, con qualche regalino banale, la solita storia delle trattative, laria stanca. Si sarebbe buttato sul divano, avrebbe acceso la TV. Allora, come va qui?

Come va lei, insomma.

Restava seduta a guardare i rami nudi dei tigli. I boccioli sembravano esplodere da un momento allaltro. Ancora una settimana di caldo e sarebbe stato tutto un verde.

Per qualche motivo non pensava né tradimento né rabbia verso la donna con i capelli scuri e il bambino nel giubbotto rosso. Pensava solo a sé stessa. A quella Giulia che aveva aspettato sette anni. Che aveva rimandato, pazientato, sperato. Che era sicura di fare la cosa giusta, che lamore vero aspetta, non si impone, si lascia maturare.

Ecco, aveva aspettato.

Faceva freddo. Si strinse il cappotto e tornò a casa.

La casa senza Marco era sempre più silenziosa, anche se in sé lui non era rumoroso. Però la sua presenza dava un sottofondo, un calore domestico. Ora mancava.

Giulia si girò per casa. Guardò la libreria con i libri suoi e i pochi di lui. Le sue pantofole vicino alla poltrona. Il plaid scozzese, blu e verde, appoggiato al bracciolo. Lo prese in mano, era morbido, di buona lana. Glielo aveva regalato lei per il compleanno lanno prima.

Lo rimise giù.

Poi andò in ripostiglio. In alto cerano le scatole mai aperte dal trasloco di quando si erano messi insieme. Tre anni che stavano lì. Prese la scala, giù la prima scatola. Dentro: vecchie cose sue, documenti, una scatola di foto.

Le aprì seduta per terra.

Eccola a trentanni, magra, ride con lo sguardo altrove. Qualche amico, chissà chi era. E i genitori al mare, giovani, felici, il mare dietro. Con lamica Stefania, abbracciate in un parco, ridevano. Stefania ora ha cinquantasei anni.

Stefania. Bisognava chiamarla. Ma non ora.

Rimise via le foto, chiuse la scatola, scese dalla scala e andò a lavarsi. Si guardò allo specchio. Occhi stanchi. Pelle ancora bella, le hanno sempre detto così. Prime rughe intorno agli occhi e alla bocca. Capelli scuri con un po’ di grigio, tagliati alle spalle. Una donna normale di cinquantadue anni.

Il tradimento non lascia segni immediati. Prima ti guardi e pensi: ecco chi sei. Una moglie tradita da sette anni. Una donna che sognava un figlio, e suo marito lo aveva già avuto da unaltra.

Spense lacqua e andò a cucinare il pranzo. Bisognava fare qualcosa.

Per quattro giorni visse in una strana doppia realtà: fuori tutto come sempre cucinare, pulire, spesa, chiamare la mamma. Marco telefonava ogni sera come promesso; tranquillo, il solito racconto del lavoro, domande di rito sul tempo, le solite cose. Giulia rispondeva tutto ok, ho preso un nuovo strofinaccio per la cucina. Lui rideva. Anche lei, ed era spaventoso quanto fosse facile riderci sopra.

Ma dentro era tutta unaltra storia.

Pensava. Tanto e con metodo, forse mai come in quegli anni. Rimetteva ogni ricordo al suo posto, cercando segnali, coincidenze. Quelle sere che tornava un po diverso dal viaggio: più dolce o viceversa più distante. Aveva sempre pensato: è solo stanchezza. Ora capiva che veniva da lì, da loro.

Pensava alla donna coi capelli scuri. Giovane. Bella? Chissà. Poco vista, ma aveva notato la sicurezza dei movimenti. Una donna che sa il suo posto. Accanto a suo marito.

E il bambino? Maschio o femmina? Non si era accorta. Piccolo, in quel giubbotto rosso. Marco lo teneva in alto e rideva.

Con Giulia non aveva mai preso in braccio i figli degli altri. Diceva: Non sono portato con i bambini piccoli. Lei gli credeva.

Il terzo giorno chiamò Stefania.

Ste, passi da me?

Certo. Che succede? Hai una voce strana.

Vieni solo. Ti preparo un caffè.

Stefania arrivò unora dopo. Abitava nel quartiere a fianco, andavano insieme a fare la spesa. Amiche da ventanni, dal periodo in comune in ufficio. Poi i percorsi si erano divisi, cambi di città, famiglie, ma i caffè insieme non mancavano mai.

Entrò, si tolse il giaccone, guardò Giulia.

Giulia. Che hai?

Vieni in cucina.

Raccontò tutto, senza fronzoli. Stefania ascoltò senza interrompere, solo una volta le strinse la mano. Quando finì, Stefania rimase un po a fissare il tavolo.

Accidenti, disse piano. Accidenti.

Sì.

Sei sicura? Hai visto davvero che era lui?

Ste, sono sette anni che vedo quella macchina e quelluomo. Sì, sono sicura.

E cosa vuoi fare?

Sto pensando.

Forse prima dovresti parlarci chiaro, guardarlo negli occhi, no?

Lo farò. Al suo ritorno.

Sei forte, Giulia, ma non puoi tenerti dentro tutto così

Ste, la interruppe, ce la faccio. Non voglio pietà: solo che tu ci sia. E tu ci sei. Grazie.

Stefania la abbracciò forte, come solo due amiche storiche sanno fare.

Ci sono. Sempre. A qualsiasi ora. Capito?

Capito.

Stefania se ne andò che ormai era buio. Giulia lavò le tazze, spense la luce della cucina e si mise sul letto sopra la coperta, vestita. Guardava il soffitto.

Pensava che per sette anni aveva costruito una cosa che credeva vera. Non perfetta, ma vera: la routine, le abitudini, le colazioni con il caffè e il porridge. Pensava che fosse il cuore di tutto: la quotidianità condivisa.

E nel frattempo, lui costruiva altro. Cinque minuti a piedi da casa loro.

Cinque minuti.

Chiuse gli occhi. Fuori pioveva un po, pioggia di primavera, non triste.

Marco tornò il quinto giorno, nel pomeriggio. Suonò invece di usare le chiavi. Giulia aprì.

Sono rientrato, disse e sorrise. Un sorriso confortevole, stanco. Mise giù la borsa, si avvicinò.

Aspetta, disse lei.

Qualcosa nella sua voce lo bloccò.

Che succede?

Vai in sala, davvero. Ti devo parlare.

Si sedettero. Lui sul divano, lei sulla poltroncina, tra di loro il tavolino con un vasetto di tulipani di carta, che lei aveva fatto una sera, per noia.

Marco, iniziò. Quel giorno che sei partito, ti ho visto dalla finestra. Eri davanti allaltro portone. Cera una donna con un bambino. Li hai presi in braccio.

Lui la guardò. Muto. Non era il silenzio di chi cerca spiegazioni, ma di chi sa che è arrivato il momento.

Marco.

Giulia, disse solo.

Non voglio scene, lo interruppe lei, con una calma che dentro suonava come un cavo elettrico. Niente urla o pianti. Voglio solo una risposta. È tuo figlio?

Una pausa.

Sì, disse lui.

Lei annuì. Tutto qua. Lo sapeva già, ora era solo confermato.

Quanti anni ha?

Tre.

State insieme da tanto?

Giulia, per favore

Ti sto facendo una domanda.

Abbassò la testa.

Cinque anni.

Cinque anni. Due prima del bambino. Loro coniugati da appena due anni. Allinizio.

Capito, replicò lei. Capito tutto.

Giulia, non volevo ferirti. Non era programmato. È successo

È successo, ripeté. Non con acidità, solo ripeté. Cinque anni che succede.

So cosa pensi

Non credo.

Giulia, io

Marco. Lei si alzò. Basta. Spiegazioni non ne voglio. Ho visto tutto. Ho visto come tieni quel bambino, come guardi lei.

Lo diceva meravigliata. Non piangeva. E neppure voleva piangere. Dentro sentiva solo qualcosa di pesante e chiarissimo, come aria dopo il temporale.

Vado a prendere le mie cose essenziali. Il resto verrò a prenderlo poi, di comune accordo.

Dove vai?

Da mamma. Poi si vedrà.

Giulia, aspettami. Parliamone ancora. Voglio spiegarti.

Hai già spiegato.

Andò in camera. Prese la seconda valigia, quella piccola. Mise un po di vestiti, documenti, trucchi. Biancheria, calzini, il maglione caldo. Il libro sul comodino. La foto dei suoi genitori nella cornice di legno. Il profumo preferito. Il caricabatterie.

Lui era sulla porta a guardarla.

Giulia, ma dici sul serio? Te ne vai così?

Come così?

Così. Senza fare storie, senza neanche discutere.

E come, scusa?

Non rispose.

Lei chiuse la valigia, attraversò il corridoio. Si vestì. Limpermeabile blu. Gli stivaletti comodi. Prese la valigia.

Poi tornò un attimo in salotto. Andò al tavolo. Tolse la fede, la mise accanto alla vasetto di tulipani di carta. Piano, senza scena.

Tornò in ingresso. Prese il mazzo di chiavi, separò quelle di casa. Le lasciò sulla mensola.

Giulia, disse lui.

Marco, rispose lei. Ti auguro solo il meglio. Davvero.

E uscì.

In ascensore si guardò per un attimo nel riflesso nella porta, sfocato, irriconoscibile quasi. Lascensore vibrava. Piano terra, porte si aprirono.

Fuori cera fresco. Prese il marciapiede con la valigia, rimase un secondo lì a respirare. Poi si avviò verso la fermata. Doveva andare da sua madre. Dallaltra parte della città, quaranta minuti di autobus.

Niente scenate. Niente urla. Non sapeva allora che, mesi dopo, avrebbe ricordato con forza proprio questo: dessere uscita in silenzio. Non per rassegnazione o perdono. Ma perché era stata una scelta tutta sua, non una reazione o una vendetta. Proprio una decisione. Un gesto di dignità, ma per sé stessa.

Alla fermata cera vento. Si strinse il cappotto.

È passato un anno.

La città non era cambiata affatto. Gli stessi tigli sulla via principale, ora con la chioma verde scurissima e fitta. I soliti negozi, la farmacia allangolo. La solita vecchietta ogni tanto col cagnolino. La vita dei paesi scorre lenta, e questo Giulia lha capito: non è affatto male.

Ora viveva in un appartamento piccolo dallaltra parte della città. Due stanze, terzo piano, finestre che danno su un giardinetto. Il giardino sotto è della proprietaria, una signora anziana che coltiva fragole e fiori. Destate lodore dei phlox entra dalla finestra, Giulia ha imparato ad amarlo, la mattina spalanca lanta e respira.

Aveva aperto unattività tutta sua: una bottega creativa. Non subito però. Allinizio è stato tutto spaesamento, lunghi dialoghi con la mamma, le telefonate a Stefania, qualche appuntamento dal legale per il divorzio. Poi, con lautunno, quando le questioni pratiche si erano risolte e dentro di lei era tornata una pace silenziosa, le sono tornati in mente i tulipani di carta.

Tutta la vita aveva avuto le mani in pasta: maglia, cucito, ceramica, persino un corso di cestini una volta. Sempre per hobby. Ma di colpo, in ottobre, si è chiesta: perché non farlo davvero?

Chiamò Stefania.

Ste, voglio aprire una bottega.

Una bottega di cosa?

Di decorazioni, oggetti per la casa. So fare di tutto, tu lo sai. Potrei trovare un piccolo locale, niente di grande, da sola.

Ma Giulia, hai idea dei costi? Affitto, materiali

Ho da parte qualche risparmio. Inizio piccola. Una stanza, nientaltro.

Sembri convinta.

Lo sono.

Stefania fece una pausa.

Da te me lo aspettavo.

Il locale lo trovò in fretta. Una stanzetta piano terra in un condominio in centro, il padrone chiedeva poco. Giulia tinse di bianco, mise le mensole, un tavolaccio da lavoro, due belle lampade. La chiamò semplicemente Bottega di Giulia.

Allinizio venivano le conoscenti, le vicine di casa, le amiche della mamma. Ghirlande di fiori secchi, quadretti, candele fatte a mano, sottovasi a uncinetto. Poi qualcuno scrisse sulla chat del paese, poi un altro. Aprì una pagina su Facebook, pubblicò foto. Gli ordini arrivavano, costanti, non troppi ma abbastanza per stare tranquilla.

La cosa più importante era unaltra.

Si alzava ogni mattina sapendo che quel giorno era solo suo. Decideva lei come organizzarlo. Nessuno decideva più per lei cosa fare, come e quando. Questa libertà semplice e bellissima non riusciva a spiegarla nemmeno a chi glielo chiedeva: era solo una sensazione. Il proprio caffè al mattino. Il proprio orario.

Pensava a Marco di rado. Ogni tanto qualcosa glielo ricordava: un cappotto da uomo in una vetrina, una scia di tabacco come quella che fumava lui. Allora se ne accorgeva, lasciava passare un attimo e andava oltre. Non cera rabbia. Ormai quasi nemmeno amarezza. Solo una tristezza lieve per ciò che non era stato. Per quel bambino che non aveva avuto. Per il tempo speso ad aspettare.

Ma era una tristezza silenziosa, che si può portare senza pesare.

Un giorno di fine aprile, proprio un anno dopo, ritornando dalla bottega ormai verso sera, col sacchetto dei materiali in mano, pensava a una nuova commissione: una ragazza le aveva chiesto un mobile sospeso per una cameretta. Legno chiaro e ponpon di lana color pastello. Giulia già lo vedeva montato sopra la culla di qualcuno, che si muove con la brezza della finestra aperta.

Davanti al piccolo bar dove passava ogni giorno cera un uomo. Anziano, più di lei, con bei capelli grigi e una giacca ben tagliata. La guardò.

Ma Giulia? Sei tu?

Si fermò. Guardò meglio.

Loris?

Ma dai! rise lui. È da ventanni che non ci si vede, minimo!

Loris Ferri. Ex collega di mille anni prima, quando faceva tuttaltro. Era un tipo allegro allora, con mille idee nuove. Poi si erano persi di vista.

Più o meno ventanni, sì, confermò. E tu?

Mi sono trasferito di nuovo qua, tre anni fa. Grande città mi ha stufato. E tu qui da sempre?

Non me ne sono mai andata.

Scusa ma hai fretta? indicò il bar. Faccio sempre un caffè qui. Vieni anche tu?

Esitò. Aveva la borsa pesante, a casa cera lavoro. Ma perché no.

Va bene, rispose.

Sedettero vicino alla finestra. Ordinò cappuccino lei, nero lui. Loris raccontava: ha vissuto fuori tanti anni, due matrimoni finiti, rideva di sé senza amarezza.

E tu? Ti eri sposata, ricordo.

Sì. È finita.

Da tanto?

Un anno.

È stato difficile?

Tenendo la tazza di cappuccino tra le mani, calda, col disegno a foglia.

Sì, disse onestamente. Ma sai, ci sono cose che sono dolorose ma poi ti sembra comunque meglio. Non che prima fosse brutto, solo ora sto meglio.

Sei cambiata?

Credo no, sono solo di più me stessa.

Loris annuì.

E ora che fai, davvero?

Ho una bottega creativa. Decorazioni per la casa. Lavoro mio.

Ma dai, che bello. Lo dicevo sempre che avevi le mani doro. Ricordo la tua scrivania era piena di cose strane.

Te lo ricordi?

Sì. Una vasetto di vetro, con dentro pezzetti colorati

Era un flacone di profumo, lo avevo dipinto con i colori da vetro.

Esatto! Lo volevano tutti.

Stettero zitti. Di silenzio comodo.

Ti senti felice? chiese poi lui.

Guardò fuori dalla finestra. Era ormai buio, le luci gialle dei lampioni riflettevano gente che camminava, qualcuno con un sacchetto, qualcuno con il bambino per mano.

Sai, felice mi sembra poco. È una parola da brodo ben riuscito o scarpe comode. Per me è altro. Faccio ogni giorno qualcosa con le mani, anche per me stessa, e nessuno può portarmelo via. Può sembrar poco, ma è enorme. È come vivere davvero.

Loris sorrideva contento.

Sì, disse. È così.

Fuori i lampioni illuminavano la strada. Una musica leggera veniva dal bancone. Nella tazza restava poco caffè, quasi freddo.

Loris, io vado. Domani devo alzarmi presto.

Certo. Le passò il sacchetto pesante. Sono contento di averti rivista.

Anchio.

Come si chiama la bottega?

Bottega di Giulia.

Originale, eh!

Io sono semplice, mi basta quello.

Non direi proprio.

Si salutarono davanti al bar. Lei per una strada, lui per laltra. Non si voltò indietro.

A casa, era silenzio. I phlox della padrona erano chiusi per la notte e non si sentiva profumo. Ma aprì lo stesso la finestra. Laria di aprile, fresca e pulita.

Mise su il bollitore, nel frattempo sistemò i materiali sul tavolo. Gomitoli di lana rosa pastello, beige, verde salvia. Bastoncini di legno. Prese tutto, già simmaginava i pompon che avrebbe confezionato. Piccoli, soffici, dondolavano con il vento che entrava dalla finestra socchiusa. Proprio sopra una culla di un bambino.

L’acqua bollì.

Prese la tazza, andò alla finestra. Guardava il cortile scuro, le sagome degli alberi, la finestrella illuminata di fronte. Una macchina passò lontano.

Pensava che la vita dopo la fine del matrimonio, così come le era venuta, non era né un naufragio né una sconfitta. Niente retorica. Cinquantadue anni, una nuova vita dopo i cinquanta, unattività piccola, una casa piccola, una cittadina che amava perché la conosceva da sempre. Magari ad altri sarebbe parso poco. Ma era tutto suo.

Ogni tazza di caffè del mattino era sua. Ogni decisione. Ogni pompon di lana verde.

Fuori il vento accarezzava le foglie nuove degli alberi. Lontano, pioveva ancora.

Giulia stringeva la tazza calda, guardava il buio e pensava che domani doveva comprare altra lana beige. Era quasi finita, e le ordinazioni non mancavano.

E anche, magari, uno strofinaccio nuovo per la cucina. Quello di prima, ormai, era proprio andato.

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Ciò che ho visto dalla finestra della cucina
“La ragazza timida e invisibile: una ‘topolina grigia’ nella società italiana”