Mio marito si è presentato in ritardo al funerale di mio padre. Quel giorno stesso ho visto dove era davvero.
Mi ha chiamato un quarto dora prima della cerimonia, dicendo che era bloccato nel traffico sulla tangenziale, che era una giornata terribile, che stava arrivando.
Ero già davanti alla chiesa di San Giovanni, avvolto in un cappotto nero, con le mani gelide strette intorno alla mia borsa. Annuii, sapendo bene che dallaltra parte non avrebbe mai potuto vedermi.
Le persone entravano piano, una dopo laltra. Qualcuno mi porse un fazzoletto, qualcun altro mi toccò la spalla. Cerano tutti. Tranne lui.
La bara era già sistemata vicino allaltare. Cercavo di non pensare al fatto che papà chiedeva sempre se mio marito sarebbe arrivato puntuale, se di nuovo avrebbe avuto qualche imprevisto. Gli promettevo che questa volta sarebbe stato presente. Che poteva permettersi di arrivare tardi al lavoro, a cena, ai compleanni, ma non a unoccasione simile.
La messa iniziò senza di lui. Il telefono in tasca vibrò una volta, poi ancora. Non risposi.
Dopo la cerimonia qualcuno scattò una foto. Nulla di speciale: gruppo di persone, fiori, cielo grigio su Milano. La sera, guardando online, la notai. E proprio lì, per caso, comparve unaltra foto. Scattata lo stesso giorno, alla stessa ora, ma in un luogo che non centrava nulla col cimitero.
Rimasi davanti allo schermo del telefono per qualche istante, prima di capire davvero cosa stavo guardando. La foto era luminosa, piena di risate, palloncini colorati e tavole ricche di cibo. Qualcuno aveva taggato il locale, inserito lorario, aggiunto qualche cuore nella descrizione. Tutto era leggero, allegro, profondamente distante da quella giornata che mi aveva spezzato.
Sul secondo piano, appena di lato, vidi il suo volto. Sorridente. Rilassato. Unespressione che non gli vedevo da tempo. Era accanto a lei. A una donna di cui ancora non sapevo nulla, ma che il mio istinto riconobbe subito. La mano appoggiata sulla sua spalla, troppo confidenziale per essere la collega o unamica di amici.
Lora sulla foto coincideva perfettamente con il momento in cui io stavo sotto la chiesa, ascoltando da lui che stava arrivando, che mancava poco, che era questione di minuti.
Non ricordo il tragitto verso casa. Ricordo solo il silenzio nellappartamento, la foto di papà sulla credenza, e quella domanda che tornava come uneco: come si può sbagliare così i calcoli sul tempo.
Quando Marco si decise a tornare, ormai era tutto finito. Il funerale, la commemorazione, il primo shock. Entrò in punta di piedi, come se sperasse di non trovarmi. Indossava una camicia che non avevo mai visto, profumava di fragranze estranee e di vino.
– Scusami – cominciò sulluscio. – Davvero non volevo
Non gli permisi di finire. Lasciai il telefono sul tavolo e lo spinsi verso di lui. Guardò. Prima senza capire, poi con crescente attenzione. Il sorriso scomparve.
– Non è quello che pensi – disse velocemente. – Era solo il compleanno di conoscenti. Mi sono fermato per poco, volevo fare in tempo
– Non sei arrivato – lo interruppi. – Al funerale di mio padre.
Cadde pesantemente sulla sedia. Si passò la mano tra i capelli, come fa sempre quando è nervoso. Cominciò a parlare. Della cattiva organizzazione, di non aver previsto il traffico, di aver pensato di avere più tempo. Di non voler ferirmi. Né oggi, né mai.
Lo ascoltavo, ma ogni sua parola mi risultava estranea. Come se stesse raccontando la vita di qualcun altro. Nella mente continuavo a vedere papà che si aggiusta la cravatta prima di uscire, che mi rassicura dicendo che tutto si sistemerà. Eppure, quel giorno ho capito che non sempre è così.
– Vai via – gli dissi alla fine.
– Come? – mi guardò incredulo. – Possiamo parlare.
– Abbiamo già parlato – risposi tranquillo. – Adesso vai via.
Si mise a raccogliere in fretta le sue cose: poche cose in una borsa, il caricabatterie, la camicia. Rimase sulla porta, come se sperasse che lo fermassi. Non lo feci. Nei giorni successivi mi chiamò. Mi scrisse messaggi. Si scusava, si giustificava, prometteva. Giurava che era stato un errore, che non mi avrebbe mai più deluso. Che aveva capito.
Ci siamo rivisti ancora una volta. Si sedette di fronte a me, stanco, quasi invecchiato in pochi giorni. Mi disse che voleva tornare. Che avrebbe sistemato tutto. Che mi amava. Lo guardai e sentii solo una cosa: stanchezza. Non rabbia. Non odio. Solo una profonda, semplice stanchezza verso chi è capace di scegliere la festa di qualcun altro al posto del mio dolore.





