Una vita da favola, altro che realtà

Favola, altro che vita

Quella mattina Giuliana si svegliò con una strana sensazione: oggi sarebbe accaduto qualcosa di importante. Il sole filtrava luminosissimo tra le persiane in legno verde del suo appartamento romano; agli alberi del cortile cinguettavano merli e tortore. Suo marito, uscendo per andare in ufficio, la baciò sulla guancia e sussurrò: «Sei tu la mia regina». Tutto come al solito. Perfetto.

Perfetto era questa la parola con cui Giuliana misurava la sua vita. Un marito perfetto, Lorenzo, imprenditore affermato, premuroso, elegante. Figli perfetti Riccardo, studente universitario, e Francesca, al liceo, entrambi brillanti, senza nuvole. Un appartamento signorile a Trastevere, una villetta ai Castelli Romani, unAlfa Romeo nuovo di zecca. Perfetta anche lei: sempre curata, lineamenti decisi, quarantacinque anni portati con la grazia e la freschezza di una trentenne.

Le amiche la guardavano con invidia: «Giuli, sei nata sotto una buona stella! Roba da favola, la tua vita». Lei sorrideva modesta, pensando che sì, era fortunata. Anche se, in realtà, la fortuna centrava poco. Giuliana aveva sempre saputo come si fa: come apparire, come parlare, come tenere la casa, come sostenere il marito e crescere i figli. In quella perfezione aveva riversato tutta se stessa. Fino allultimo lampo di energia, senza mai trattenersi.

Lorenzo era la sua orbita, il punto fisso del suo universo. Laveva incontrato al quarto anno di università un ragazzo distinto, intelligente, di buona famiglia. Tutte le sue compagne sospiravano; lui scelse Giuliana. Ricorda ancora i brividi damore che la traversarono a ogni sguardo.

Dopo un anno si sposarono. Poi arrivarono il successo di lui, la carriera di lei contabile principale in una grossa azienda e i figli. Tutto si dispiegava come uno spartito ben scritto.

A volte, però, Giuliana avvertiva delle stranezze. Lorenzo poteva fissarsi improvvisamente fuori dalla finestra, perso nei pensieri, ignorando le sue parole. Oppure, in viaggio daffari, chiamava meno spesso. Alla sera le capitava di vederlo con quello sguardo malinconico, come se guardasse un altro mondo dietro di lei.

Cosa cè? chiedeva, pacata.

Niente rispondeva lui, abbassando gli occhi. Solo un po stanco.

Lei lasciava correre. I nervi degli uomini daffari

***

Quel martedì Giuliana passò dallufficio di Lorenzo per firmare alcune carte, come le aveva chiesto. La segretaria, Alessandra, una ragazza nuova, sembrava in imbarazzo: «Il Dottor Bianchi è impegnato, magari può attendere?». Giuliana fece un cenno disinvolto: «Sono di casa, tranquilla».

Entrò senza bussare.

Lorenzo era seduto dietro la scrivania, fisso sul monitor. Sullo schermo una foto: una donna giovane, bellissima, capelli lunghi e biondi, occhi tristi. Giuliana colse solo un attimo e rimase stupita: Lorenzo che osserva fotografie di una sconosciuta, persino con la segretaria in stanza?

Lorenzo, sono qui per i documenti disse, con naturalezza.

Il marito sobbalzò, chiuse la finestra rapidamente. Giuliana notò il gesto. Dentro sentì pungere qualcosa.

Sì, certo cominciò a trafficare nervoso nel cassetto. Ecco, firma qui e lascia tutto, poi passo a prenderli.

Chi è quella? chiese Giuliana, la voce piatta, calma. Una calma che solo chi annusa la disgrazia sa mantenere.

Cosa? lui recitò stupore, ma gli occhi lo tradirono. Ah, una collega… Questioni di lavoro.

Ah sì? Di solito lavori ammirando foto a tutto schermo?

Non essere sospettosa, Giuli borbottò lui. È solo una tua impressione.

Lei annuì, afferrò i fogli e si allontanò. Ma un senso di inquietudine aveva ormai attecchito.

***

Naturalmente, Giuliana iniziò a indagare, quasi senza volerlo: le mani si muovevano da sole, la testa recitava lalibi. Approfittò della doccia serale di Lorenzo per controllare il cellulare. Trovò una chat nascosta: laccesso chiedeva un codice. Lei conosceva il codice: la data di nascita di Francesca. Lorenzo non li cambiava mai.

«Mi manchi», scriveva lei.

«Anche tu. Manca poco», rispondeva lui.

«Lei sospetta qualcosa?»

«No. Tutto a posto».

Giuliana non credeva ai suoi occhi: cinque anni. Cinque anni di doppia vita, mentre preparava cene, accudiva figli, lo accoglieva la sera, sorrideva alle cene di lavoro lui era con unaltra.

Scorrendo i messaggi, trovò foto, tenerezze, inviti ad appuntamento. E poi quella frase che la paralizzò:

«Lo sai che sei lunica donna per me. Da quando eravamo ragazzi. Se non fosse stato per le circostanze allora, non ci saremmo mai separati. Giuliana è una brava persona, ma così ha voluto il destino».

Lei rilesse tre volte.

«Unica». «Da quando eravamo ragazzi». «Le circostanze».

Allora non era mai stata amata. Era solo la soluzione più comoda, una presenza di ripiego mentre il vero amore era altrove.

Quella sera aspettò Lorenzo in cucina. Guardava oltre i tetti, verso il tramonto rosso su San Pietro, chiedendosi come si vive dopo la devastazione. Cosa si dice ai figli? Che fare di tutti quegli anni che ora sanno dartificio?

Lorenzo entrò, le lesse la verità negli occhi.

Sai tutto constatò, senza domande.

Sì disse lei. Chi è?

Taceva a lungo. Poi si sedette, il viso tra le mani.

Non dovevi scoprirlo così, Giuli.

E come? Dovevo non sapere mai? Continuavi a stare con noi, ma pensavi a lei?

Non è come credi. Non penso a lei sempre rispose, la voce stanca.

Non mentire. Ho letto. «Sei la mia unica». «Da quando eravamo ragazzi». Dimmi tutto. Voglio la verità.

E Lorenzo raccontò.

Si chiamava Cecilia. Erano compagni di università, un amore fulmineo. Volevano sposarsi, ma i genitori di Cecilia non volevano: Lorenzo non era allaltezza, senza status né eredità. Portarono la figlia a Firenze, la rinchiusero in una prigione di doveri, la indirizzarono verso nozze più «appropriate». Lei scriveva lettere, piangeva, ma non riusciva a ribellarsi.

Lorenzo aspettò due anni. Poi conobbe Giuliana: bella, intelligente, benestante. E pensò: perché no? La vita va avanti.

Si sposarono. Arrivarono figli, successo, affari. Lorenzo, anzi, si lanciò nel business per dimostrare, soprattutto ai genitori di Cecilia, quanto valeva. E dentro di sé, la memoria di Cecilia rimaneva viva.

Cinque anni fa ci siamo incontrati per caso confessò infine. Divorziata, senza figli. Bastò uno sguardo. Tutto esplose di nuovo. Non sono riuscito a resistere.

E a me? domandò Giuliana, Hai resistito ventanni accanto a me?

Ti stimo iniziò. Sei una moglie e una madre meravigliosa. Mi hai dato tutto.

Tutto tranne lamore lo interruppe. Tu non hai mai voluto prenderlo da me. Volevi una donna comoda, una vita ben sistemata. Lamore, quello vero, è rimasto indietro, alluniversità.

Lorenzo non disse nulla. Perché era vero.

***

Preparò le sue cose in fretta. Giuliana sapeva che, quando si va, si va subito. Niente litigi, niente «proviamo ancora», niente umiliazioni. Teneva troppo a se stessa per ridursi a comparsa nella tragedia altrui.

Spiegò tutto ai figli con tono sereno, senza lacrime. Riccardo provò a chiedere spiegazioni, ma Giuliana lo fermò: «Non intrometterti, Riccardo. È una faccenda nostra».

Francesca piangeva: «Mamma, come farai da sola?».

Ho me stessa rispose Giuliana. E non è poco, credimi.

Affittò un piccolo appartamento a Testaccio.

I primi mesi furono un inferno. La notte fissava il soffitto, la mente popolata di ricordi, come piccoli quadri falsi incorniciati con cura. Di giorno sorrideva, lavorava, sistemava faccende. Poi, al buio, capiva che ogni «ti amo», ogni cena danniversario era se non una bugia comunque una recita.

Ma lo shock più doloroso non era il tradimento. Era la consapevolezza di non aver mai capito, lei che si credeva sveglia, forte, perfetta. Perché non aveva voluto vedere. Le era piaciuto restare chiusa nella sua fiaba di carta.

***

Un anno dopo, quando le ferite avevano iniziato a rimarginarsi, Giuliana incontrò per caso una vecchia conoscente.

Sai che Lorenzo si è risposato? Con quella Cecilia. Pare che si amassero già dai tempi delluniversità e furono costretti a lasciarsi. Che storia un vero film romantico.

Giuliana sorrise, in quel modo gentile che solo le ex mogli sanno.

Sì, posso immaginare annuì. Una favola.

A casa quella sera rimase a lungo a fissare i muri della cucina. Poi, finalmente, pianse. La prima volta in un anno.

Non dalla sofferenza, ormai smorzata. Ma per lamarezza. Perché in quegli anni era stata solo uno sfondo. Un sipario anonimo, la soluzione quieta per un uomo che aspettava qualcunaltra.

Giuliana gli aveva dato due figli. Una casa. Aveva sostenuto gli affari, coccolato i suoceri, accolto amici. Aveva creato armonia. Ma lui aveva sempre portato nel cuore unaltra. E il peggio: niente, proprio niente, avrebbe potuto cambiarlo. Non si costringe nessuno ad amare. Non si diventa protagonisti se si nasce comparse.

***

Due anni passarono così.

Giuliana imparò a stare sola. Con sorpresa, scoprì che le piaceva. Nessuno pretendeva cena alle sette e trenta. Nessuno brontolava se tornava tardi. Nessuno restava assorto davanti alla finestra, sognando qualcunaltra. I figli erano adulti ormai: Riccardo sposato, Francesca iscritta alla magistrale. Si vedevano spesso: ora Giuliana era per loro una guida e unamica.

A volte le amiche chiedevano: «Giuli, e con gli uomini? Sei ancora giovane, bella. Non ti manca qualcuno accanto?». Lei stringeva le spalle: «Per adesso sto benissimo da sola».

In verità la spiegazione era più profonda. Aveva paura di essere, di nuovo, solo una scelta facile. Pensava che, dietro belle parole, si celasse altra indifferenza. Non voleva più essere usata mentre lattesa era sempre per una passione altrove.

Meglio sola che male accompagnata diceva. Meglio essere la protagonista nella mia storia.

Una sera, sistemando vecchi scatoloni, si imbatté nellalbum di nozze. Rimase a lungo a sfogliare le foto: lei, radiosa, lui sorridente. Credeva allora che fosse per sempre.

E ora?

Ora richiuse lalbum e lo mise nella scatola più alta dellarmadio. Non lo gettò memoria è memoria. Ma nemmeno lo lasciò in vista.

La luce dorata del tramonto entrava da una finestrella. Da qualche parte, qualcuno suonava una fisarmonica il rumore dei muratori che ristrutturavano sotto. La vita scorreva.

Giuliana si mise davanti allo specchio e si guardò: elegante, in forma, occhi limpidi e un sorriso dolce sulle labbra.

Sei stata brava si disse. Ce lhai fatta.

Ed era vero. Ce laveva fatta. Non perché avesse trovato qualcuno di meglio. Ma perché aveva ritrovato se stessa.

Quella che stava quasi svanendo rincorrendo limmagine perfetta. Quella che ora sa vivere da sola senza sentirsi sola. Quella che conosce il proprio valore.

E questo, in euro o in lire, vale moltissimo.

Lorenzo, a volte, telefona. Si informa, fa gli auguri. Giuliana risponde garbata, sintetica, e chiude lì.

Nessun rancore. Quello è passato. Rimane una consapevolezza quieta: è stata una buona moglie. Lui non era il suo uomo. Lhanno capito solo troppo tardi.

Cecilia Cecilia vive ora nella sua ex casa, con il suo ex marito. Giuliana ha sentito che sono felici. In fondo, se non per lei, almeno quella storia avrà un lieto fine.

Oggi Giuliana va a lezione di yoga. Poi prende un caffè con lamica Bianca. La sera, cena con Riccardo e la nuova nuora in una trattoria di Testaccio.

La vita è piena. È stata lei a riempirla.

A volte, prima di addormentarsi, pensa: e se avesse potuto essere diverso? Se lui lavesse amata, sul serio? Se fossero invecchiati insieme, accarezzando nipoti, andando ai Castelli la domenica

Poi si gira, chiude gli occhi e si lascia cullare dal mistero notturno di Roma. Perché non serve pensare a ciò che non è stato. È accaduto ciò che doveva. E da lì, Giuliana è uscita vincitrice.

Non perché abbia battuto qualcuno. Ma perché non ha perso se stessa.

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Una vita da favola, altro che realtà
Ho 47 anni. Da 15 anni lavoravo come autista personale per un alto dirigente in una grande azienda tecnologica. In tutto questo tempo si è sempre comportato correttamente con me: mi pagava bene, ricevevo tutti i bonus previsti, i benefit aziendali e anche qualche gratifica in più. Lo accompagnavo ovunque – a riunioni, in aeroporto, a cene di lavoro e anche a eventi familiari. Grazie a questo lavoro, la mia famiglia viveva serenamente. Sono riuscito a garantire una buona istruzione ai miei tre figli, ho comprato una casetta accendendo un mutuo e non ci è mai mancato nulla. Martedì scorso dovevo portarlo a un incontro molto importante in un noto hotel. Come sempre: abito impeccabile, auto perfetta, sono arrivato puntuale. Durante il tragitto mi ha detto che l’appuntamento era di grande rilievo e che avrebbe avuto ospiti stranieri. Mi ha chiesto di aspettarlo in parcheggio, perché la riunione sarebbe potuta durare ore. Gli ho risposto che nessun problema, lo avrei aspettato quanto fosse necessario. L’incontro è iniziato di mattina. Sono rimasto in macchina. È passato mezzogiorno, poi il pomeriggio, ma lui non usciva. Gli ho inviato un messaggio per sapere se andasse tutto bene o se avesse bisogno di qualcosa. Mi ha risposto che tutto procedeva benissimo e che gli dessi ancora un’ora. È arrivata sera. Avevo fame, ma non mi sono mosso: non volevo rischiare che uscisse e non mi trovasse lì. Verso le otto e mezzo l’ho visto uscire dall’hotel, insieme agli ospiti. Tutti ridevano, sembravano soddisfatti. Sono sceso velocemente per aprirgli la portiera. Mi ha detto di accompagnarli a cena. Ho risposto cortesemente e sono partito. Durante il tragitto gli invitati parlavano in inglese. Negli anni, la sera dopo il lavoro, avevo studiato la lingua per migliorarmi, anche se non ne avevo mai parlato al lavoro. Capivo ogni parola. A un certo punto uno di loro ha chiesto se l’autista avesse aspettato tutto il giorno; ha detto che dimostrava grande dedizione. Il mio capo ha sorriso e ha risposto qualcosa che mi ha trafitto il cuore: “Per questo lo pago. È solo un autista. Non ha niente di meglio da fare.” Tutti sono scoppiati a ridere. Ho sentito un nodo in gola, ma mi sono trattenuto. Ho continuato a guidare come se nulla fosse. Arrivati a destinazione, mi ha detto che la cena si sarebbe protratta e che avrei potuto andare a mangiare qualcosa, e di tornare dopo due ore. Ho accettato tranquillamente. Sono andato in un vicino chiosco e mentre cenavo, le sue parole continuavano a risuonarmi nella testa: “Solo un autista.” Quindici anni di fedeltà, alzate all’alba, lunghe attese… e per lui ero solo questo? Dopo due ore sono tornato, li ho riaccompagnati e poi l’ho riportato indietro. Era soddisfatto – l’incontro era andato bene. Il giorno dopo sono andato a prenderlo come sempre. Salito in auto, mi ha salutato e mi ha detto di andare in ufficio. Sul sedile accanto ho lasciato la mia lettera di dimissioni. L’ha vista e mi ha chiesto, sorpreso, che cosa fosse. Gli ho detto che davo le dimissioni – con rispetto, ma con fermezza. È rimasto stupito, mi ha chiesto se volevo più soldi, se fosse successo qualcosa. Gli ho risposto che non era una questione di soldi, ma che era arrivato il momento di cercare altre possibilità. Ha insistito per conoscere il vero motivo. Quando ci siamo fermati a un semaforo, l’ho guardato e gli ho detto che la sera prima mi aveva definito “solo un autista” che non aveva altro di meglio da fare. E che forse per lui era così. Ma io meritavo di lavorare per qualcuno che mi rispettasse davvero. È impallidito. Ha cercato di giustificarsi, dicendo che non lo pensava davvero, che era stata una frase infelice. Gli ho detto che capivo, ma dopo 15 anni era stato fin troppo chiaro. E che avevo diritto a lavorare dove fossi apprezzato. In ufficio mi ha chiesto di ripensarci e mi ha offerto un aumento notevole. Ho rifiutato. Gli ho detto che avrei lavorato il mio periodo di preavviso e poi sarei andato via. L’ultimo giorno è stato difficile. Ha provato a convincermi fino all’ultimo – con condizioni ancora migliori. Ma la mia decisione era presa. Adesso lavoro in un posto nuovo. Mi ha contattato una persona che mi ha offerto un ruolo non più da autista, ma da coordinatore. Con uno stipendio superiore, ufficio personale e orari fissi. Mi ha detto che apprezza le persone leali e lavoratrici. Ho accettato senza esitazioni. Qualche giorno dopo ho ricevuto un messaggio dal mio vecchio capo. Scriveva che aveva sbagliato e che per lui ero stato più di un autista – ero una persona su cui aveva sempre potuto contare. Mi ha chiesto scusa. Ancora non gli ho risposto. Ora sono nel mio nuovo lavoro, mi sento apprezzato, ma a volte mi chiedo: ho fatto davvero la scelta giusta? Dovevo dargli una seconda possibilità? A volte basta una frase, detta in cinque secondi, per cambiare per sempre un rapporto costruito in quindici anni. E voi cosa ne pensate? Ho fatto bene o sono stato troppo impulsivo?