Il limite estremo dell’amore materno

Il limite dellamore materno

Anna Rinaldi digitò il numero per la terza volta solo quella mattina. Le prime due aveva riattaccato appena partito lo squillo, come se il coraggio non fosse ancora a sufficienza. Era seduta nella cucina, fissando il cortile grigio, il palazzo di fronte e quella vecchia altalena che avrebbe avuto bisogno di più olio che entusiasmo. Pensava: forse no, forse devo cavarmela da sola questa volta.

Ma quando Olga, per la quarta volta, corse fuori dalla cameretta urlando Mamma, a Leo viene ancora da vomitare!, capì che alternativa non ce nera.

Sergio rispose al sesto squillo.

Pronto, mamma.

La voce tranquilla, un po distante. Sicuramente al computer, pensò lei. Sergio lavorava anche la domenica: la gente come lui fa fatica a distinguere tra weekend e mercoledì.

Sergio, tesoro, ciao Anna Rinaldi parlava piano scegliendo ogni parola come cioccolatini in una scatola. Scusa se disturbo. Sei molto impegnato?

Sto lavorando un po. È successo qualcosa?

Insomma, sono da Olga. I bambini, tutti e tre, sono ammalati. Febbre quasi a quaranta, vomitano. Lei da sola, Paolo in trasferta fino a fine mese. Io sono arrivata ieri per dare una mano, ma la cosa è peggiorata Bisogna andare in ospedale, subito. Il più piccolo non riesce nemmeno a bere, ho paura si disidrati.

Sospiro. Poi silenzio.

Mamma, chiama lambulanza.

Sergio, qui lambulanza arriva tra cinque ore, SE arriva. Lo sai come va qui al quartiere. Ho chiamato, hanno detto che cè la lista dattesa. E invece serve ora. Pensavo potresti passare tu a portarci al pronto soccorso? Lo so, taxi e tutto, ma con tre bambini ammalati da sola non ce la posso fare

Mamma il tono di Sergio si fece più deciso, ascolta. Stasera ho una serata importante. Io e Marina andiamo a cena fuori, al Trattoria Veronica, prenotato alle sette. Meseversario di matrimonio. Non posso rimandare, capisci? Per Marina è davvero importante.

Anna sentì stringersi qualcosa dentro. Non il cuore: più su, nella gola.

Sergio, ti prego. I bambini sono a pezzi, la febbre è altissima. Olga è disperata, io con tre neanche riesco a tenerli. Sono anziana ormai

Ma quale anziana! Hai appena sessantotto anni, stai benissimo. Chiama Radiotaxi Primavera, hanno le macchine grandi. Ti mando subito centocinquanta euro con la carta. Va bene così?

Non sono i soldi il problema

Davvero, non posso. È da tempo che pianifichiamo questa sera con Marina. Si è anche fatta la piega dalla parrucchiera, ha preso un vestito nuovo. Se annullo ora, ci resta malissimo. Lo sai.

Anna taceva. Nella cornetta solo il suo respiro, sicuro come sempre.

Sei arrabbiata, mamma?

No, Sergio. Figurati.

Bene, sono contento che la prendi bene. Chiamate il taxi, ti mando 150 euro, bastano?

Sì, bastano. Grazie.

Ok, ora devo chiudere, ho una presentazione da finire. Un bacio. Guarite presto.

Sergio riattaccò per primo.

Anna rimase seduta con il telefono in mano, fissando il muro. Dallaltra stanza Olga parlava ai bambini con voce che andava dal tono acuto al sussurrato, nel giro di un singhiozzo. Il più piccolo urlava senza sosta, gli altri tossivano.

Si ricordò di Sergio a sette anni, quando cadde dalla giostra e si ruppe il braccio. Lei allepoca lavorava come ragioniera in uno studio in via dei Tigli. Corse da lavoro, senza nemmeno togliersi il cappotto, lo prese in braccio piangeva disperato, lei baciava le sue guance appiccicose di lacrime mormorando tranquillo amore, la mamma è qui, andrà tutto bene. Il braccio era rotto in due punti e per tre settimane dormì accanto a lui, condividendo il cuscino e il rumore degli incubi.

Era il suo Sergio. Il ragazzino con gli occhioni grigi e le orecchie sporgenti che chiamavano Cheburashka, e lei doveva andare dalla maestra a discutere per far smettere i soprannomi.

Ora, nella cornetta, parlava unaltra persona. Quarantadue anni, appartamento nuovo in zona Navigli, auto da cinquantamila euro, moglie stylist con prenotazione fissa al ristorante fighetto.

Anna appoggiò il telefono e andò da Olga.

Olga era seduta sul tappeto coi bambini. Il più piccolo, Tommaso, era letteralmente abbandonato sulle sue ginocchia, una macchia rossa tra sudore e febbre. Leo, sette anni, fermo sul divano sotto una pila di coperte, lo sguardo perso. Greta, cinque anni, dormiva raccolta come una chiocciola sul tappeto.

Allora? chiese Olga, voce tremolante di stanchezza e disillusione.

Prendiamo il taxi Anna cercava di essere energica. Lo chiamo subito.

Olga annuì, troppo stanca perfino per piangere.

Sergio non può?

Ha la serata importante. Anniversario.

Anniversario dopo un mese sussurrò Olga. Meglio un ristorante elegante che tre bambini che vomitano. Chiaro.

Non parlare così rispose Anna distinto, anche se dentro aveva una spina. Ognuno ha le sue priorità.

Sì, mamma. Le proprie priorità.

Non dissero più nulla. Tommaso si lamentava, si dimenava: ancora uno spasmo di vomito, questa volta addosso ai pantaloni di Olga, che nemmeno fece una piega: lo abbracciò ancora più forte.

Ci siamo quasi, amore, ora andiamo dal dottore lo cullava.

Anna andò a chiamare il taxi.

Dopo mezzora arrivò un monovolume un po vissuto, guidato da un signore sulla cinquantina col volto segnato dallinsonnia, che storcendo la bocca chiese:

Siete tutte così?

Tutte, confermò Anna. San Donato, ospedale pediatrico.

Non mi vomitano in macchina, vero? Ho appena pulito i sedili.

Faremo il possibile, rispose Olga con lo sguardo di chi sta per rovesciare un sacco di patate e non ha la forza di chiedere scusa. Può aprire il bagagliaio per i sacchi?

Il taxista aprì, rassegnato.

Sistemate sui sedili (Anna con Tommaso sulle ginocchia, Olga con Greta in braccio, Leo davanti col naso contro il vetro), partirono. Il traffico della domenica sera peggio di un test dinglese alle superiori. Tommaso gemendo, Greta dormiva, Leo muto come una moneta da due centesimi dimenticata in tasca. Anna sentiva le mani addormentarsi sotto il peso di Tommi, la schiena farsi di legno e la cintura di sicurezza schiacciare la speranza che tutto si risolvesse con una tachipirina.

Guardava fuori: le vetrine, le fermate dellautobus. I pensieri andavano a Sergio.

Un figlio educato, bravissimo: mai una marachella, sempre promosso, università pubblica, lavoro fisso subito dopo la laurea. Ai tempi della pensione, le mandava centocinquanta euro al mese come se fosse nulla: Mamma, per tutto quello che mi hai dato, questa è una sciocchezza. Prendeva, senza discutere. La pensione bastava appena per le spese condominiali.

Poi si sposò con Marina bella, curata, sempre a dieta e con le mani perfette. Prima stylist in un salone, poi qualche lavoro su Instagram o qualcosa del genere Anna non aveva mai ben capito. Alla festa, ottanta invitati in un locale sul Naviglio, musica dal vivo. Anna col vestito nuovo in offerta, piangeva vedendo Sergio e Marina ballare. Pensava che, da quel momento, tutto sarebbe stato facile: figli, famiglia felice.

I figli non arrivarono. Troppo presto, diceva Marina, prima la carriera, una casa più bella, meglio vivere per se stessi. Anna non commentava. Non era affar suo.

Olga invece fece figli appena tolta la fede del primo matrimonio: il primo marito sparito a lavorare a Padova, a parte qualche bonifico solo voci e qualche visita lanno. Olga restò sola con Leo, lavorava in un supermercato, stanza in affitto. Anna aiutava come poteva: babysitter, minestrine, mille lavatrici.

Poi arrivò Paolo nella vita di Olga, un uomo pratico, lavoratore, anche lui in trasferta: serio, ma presente quando poteva. Si sposarono, adottò Leo, poi nacquero Greta e infine Tommaso. Affitto in periferia, qualche risparmio per un domani. Olga lasciò il lavoro, Paolo faceva avanti e indietro da Trento. Un ciclo senza fine.

Anna vedeva Olga esaurita, con le occhiaie nere e i nervi a pezzi, ma sempre grata di quei pochi minuti liberi che la mamma le garantiva: Mamma, senza di te non ce la farei.

Sergio chiamava la domenica: cinque minuti. Tutto bene? Qui sì. Marina è stata a Ibiza una settimana, io lancio un nuovo progetto. Ti saluto, mamma, ho riunione dopo.

Anna non si offendeva. Si diceva: ha la sua vita, non chiede mai niente. È felice, basta così.

Ma quella sera, dopo quel non posso, qualcosa si ruppe.

Arrivate al pronto soccorso. Sono centosettanta euro disse il tassista, stirando la mano.

Anna prese i soldi dalla busta, le dita tremolanti. Olga era già fuori, Greta in braccio. Leo scese traballante.

Tenga il resto, disse Anna porgendo due banconote da cento. Il taxista incassò in tasca senza salutare, sparendo come se avesse paura che chiedessero altro.

Davanti allingresso, la madre, la figlia e tre bambini malmessi. Il vento di Porta Genova le pungeva attraverso il golfino, lora era tardo crepuscolo.

Forza, disse Anna semplicemente. Andiamo.

Un mare di neon azzurri e odore di disinfettante. La sala dattesa del pronto soccorso era la sagra delle famiglie stremate e delle crisi isteriche. Genitori appoggiati come giubbotti sulle sedie di plastica, bambini chi piangeva, chi tossiva, chi lamentava che mamma, io non voglio punture!.

Olga spiegò tutto alla signora dietro il vetro: Il più piccolo non riesce a bere, peggiora.

Fanno tutti schifo, rispose la sanitaria, senza cattiveria. Epidemia di rotavirus. Sedetevi, dovete aspettare.

Sedute a fianco, i bambini abbandonati a pezzi, Anna e Olga aspettarono due ore. Due ore. Tommaso vomitò altre due volte; Anna tamponava con le salviettine e lo stringeva forte. Lui caldo come un pane appena sfornato, gli occhi spenti.

Olga piangeva piano, il viso contro i capelli di Greta.

Mamma, perché? Perché non è venuto?

Anna non rispose, ma sentiva la domanda risuonare nella testa anche per conto suo.

Sono i suoi nipoti. Io per lui farei di tutto, sempre. Ma lui? Un meseversario di lusso al ristorante

Ora basta, Olghina. Non è il momento.

Quando, mamma? Sono stanca. Paolo cè una volta ogni tanto, io sempre sola. Lui ha tutto: casa, macchina, moglie perfetta. Non poteva saltare UNA sera?

Non può. O non vuole. È così.

Olga non protestò.

Quando le chiamarono erano quasi le dieci. Una giovane dottoressa, neppure trentanni, visitò Tommaso, pose rimedio e prescrisse flebo, ricovero.

Solo il piccolo deve restare, gli altri due possono venire a casa se bevono e la febbre scende.

Io resto qui allora, Olga decise subito. Mamma, porti tu Leo e Greta a casa. Ce la fai?

Sì, rispose Anna, ormai senza energia pure per il coraggio.

Aspettarono ancora mezzora per le dimissioni. Arrivate a casa era mezzanotte.

Anna mise a letto i bambini, diede una tachipirina a Leo e, nonostante non avesse sete, si fece un tè. Seduta in cucina, guardava la notte fuori dalla finestra. Il telefono sul tavolo: chiamare Sergio? Raccontargli?

No. A che serve ormai? pensò.

Le tornarono in mente ricordi: le passeggiate con Sergio bambino al parco della Martesana, le anatre che chiamava le ciccione mangiatrici di pane! mentre rideva a crepapelle. Le serate a fare i compiti, lei accanto che spiegava la matematica, lui scontroso ma attento.

Quandè che tutto era cambiato? Da quando la sua vita era diventata una via di mezzo tra una segreteria telefonica e un bancomat con emoticon?

Forse dopo il matrimonio. Marina riempiva ogni spazio, e non era nemmeno una tragedia. Così va la vita: la moglie prende il primo posto, la madre il secondo.

Ma ora Anna non si sentiva nemmeno più seconda: sentiva di non avere nemmeno un posto.

Ristorante più importante dei bambini. Vestito nuovo più importante della sorella. Meseversario più importante della madre che chiedeva aiuto per la prima volta in anni.

Si alzò, si avvicinò alla finestra. Il cortile vuoto, lampione che lampeggiava. E Sergio sicuramente seduto a mangiare tartare di tonno con Marina, calice di prosecco, camerieri impettiti. Lei che ride, capelli lucidi. Lui che la guarda adorante.

Loro sì, sono felici. Tutto perfetto.

E in questangolo di Milano, una vecchia signora capì che suo figlio laveva persa.

No, non piangeva. Solo la solita sensazione vuota, quella che blocca la gola quando tutto va storto.

Andò a dormire sul divano della sala, sentendo Leo tossire dallaltra stanza. Si alzò due volte per dargli acqua, misurare la febbre. Sul mattino, la temperatura scese. Greta si svegliò tranquilla e chiese la spremuta.

Alle otto chiamò Olga: Ci hanno messo la flebo, Tommi dorme come un angioletto. Se tutto va bene, stasera torniamo. Leo e Greta?

Va meglio, la febbre è scesa. Ora dormono.

Meno male. E tu mamma, come stai?

Tutto bene, non ti preoccupare.

Chiuse la chiamata. Si fece un caffè. Il telefono taciturno, nessun messaggio da Sergio.

Ma dopo un po, ecco: squilla, è lui.

Anna guardò un po lo schermo. Rifiutò la chiamata. Lui richiamò: di nuovo, rifiutato. Poi arrivò un messaggio: Mamma, tutto ok? Non rispondi.

Anna non rispose.

Dopo unora, altro squillo. Stavolta rispose.

Pronto.

Mamma, perché non rispondevi? Mi sono preoccupato.

Avevo da fare.

Siete riuscite ad andare ieri? Tutto a posto?

Sì.

E i bambini?

Meglio.

Pausa.

Sei arrabbiata?

No, Sergio.

Sicura?

Sicura.

Ok, allora vado al lavoro. Un bacio.

Ciao.

Anna chiuse e pensò: basta. Finita.

Nessun litigio, nessuna colpa. Solo la sensazione che non ci fosse davvero più niente da dire.

Sessantotto anni. Trentasei anni da ragioniera in ditta, due figli tirati su quasi da sola dopo la morte di Enrico. Morto dinfarto quando Sergio aveva nove anni, Olga sette. Una pensione magra, bambini ben vestiti comunque: università gratis, Sergio è laureato ingegnere, Olga maestra (quasi, poi figli e matrimonio).

Anna orgogliosa dei due: Ho dato lanima, lui ha capito, è diventato un bravuomo.

Adesso, in cucina, capiva di essersi sbagliata.

Sergio non era cattivo: era solo diverso. Viveva in un mondo dove il ristorante vale più di tre bambini sudati, dove la serenità della moglie supera il caos di una sorella sfinita. Dove la richiesta di aiuto è solo una fastidiosa interferenza tra un power point e un aperitivo.

Nessuna colpa, nessuna vendetta. Solo realtà: ora erano estranei.

Passarono i giorni. Olga tornò a casa con Tommaso, i bambini migliorarono. Paolo chiamava dalla trasferta, Olga lo rassicurava. Anna restò ancora una settimana, tra fornelli e detersivi.

Sergio chiamava, la domenica: Tutto bene, mamma? risposte brevi, come timbri sulla posta. Sergio non si accorgeva della distanza, o faceva finta di niente.

Un giorno propose: Vieni a casa nostra, Marina fa una torta, prendiamo il tè.

Grazie, Sergio, sono impegnata.

Quando vuoi, passa.

Sì, sì.

Ma non ci andò.

Passò un mese, poi un altro. La primavera portò lodore di gerani, il traffico cambiò verso: Anna aiutava Olga con le merende, insegnava a Leo a leggere, portava Greta allasilo. Un giorno Olga domandò:

Hai mai parlato con Sergio, di quella sera?

Di cosa dovrei parlare?

Beh di lui che non è venuto.

No.

Perché?

Perché non serve.

Ma è tuo figlio.

Sì. Per modo di dire.

Olga la guardò, triste, ma capiva.

Quando arrivò maggio, il compleanno di Anna sessantanove anni Sergio chiamò:

Tanti auguri, mamma! Porto il regalo in settimana, ok?

Grazie, Sergio.

Avremmo voluto portarti a cena fuori, ma so che non ti piacciono i posti affollati. Così abbiamo preso una cosa per te, scelta da Marina: un bel plaid di cashmere, caldo.

Siete gentili, grazie.

Allora in settimana passo. Un bacio, ho la riunione. Ancora auguri, mamma!

Ciao, Sergio.

Sabato arrivò davvero. Suonò il citofono, salì le scale. Anna aprì.

Sergio, un pacco grande in mano, sorriso smagliante. Era elegante, disteso. Un completo nuovo di zecca, orologio scintillante.

Ehi mamma! Sorpresa?

Ciao, Sergio. Vieni pure.

Sergio entrò, si tolse le scarpe e si aggirò per la cucina.

Sempre tutto uguale qui. Mobili eterni!

Ci sto bene così.

Ma certo. Ecco il regalo.

Anna aprì: davvero, plaid di cashmere, morbido, grigio raffinato.

Grazioso, davvero.

È stato Marina a sceglierlo. Lei capisce di queste cose.

Si vede.

Sergio si sedette. Allora come va? La salute?

Non mi lamento, rispose Anna.

Da noi tutto bene. Lancio grosso in azienda, Marina è diventata direttrice creativa, raddoppiato lo stipendio.

Complimenti.

Forse cambieremo macchina: BMW serie 7. Era il suo sogno.

Bene.

Silenzio. Sergio la fissò.

Mamma, hai un tono strano. Tutto okay?

Sì, tutto come sempre.

Sei sicura? Da qualche settimana sei un po fredda con me.

Immaginazione tua.

Sergio si rabbuiò.

Se ho fatto qualcosa che non va, dimmelo. I messaggi in codice non li capisco.

Anna versò il tè. Non hai fatto niente, Sergio.

Però qualcosa cè.

Non cè nulla.

Dai, mamma, parliamone chiaro. È per quella sera? Olga e i bambini?

Lo fissò. No, non sono arrabbiata.

Però qualcosa non va. Lo sento.

Va tutto come deve andare.

Sergio sospirò, bevve.

Quel giorno davvero non potevo venire. Era una cosa importante, programmata. Cancellare sarebbe stato come mancare di rispetto a Marina.

Ho capito.

Vedi? Ma ti sei comunque offesa.

No, Sergio. Ho solo capito.

Capito cosa?

Anna fu in silenzio un po, poi: Che sei adulto. Hai la tua vita, le tue priorità. Che non hai più bisogno di me come una volta.

Sergio la fissò.

Che dici mamma? Ma certo che ho bisogno di te! Sei mia madre!

Sì, Sergio. Ma madre è solo la parola. Vale solo se lo sono anche i gesti.

In che senso? Ti aiuto con i soldi, ti chiamo, ti chiedo come stai

Mi chiami una volta a settimana, cinque minuti. Tutto bene?, Sì. Sei formale, non vicino.

Si fece paonazzo.

Mamma, sono sempre pieno di impegni. Lavoro, progetti, moglie

Non ti chiedo niente. Dico solo ciò che vedo.

E cosa vedi?

Che hai scelto il ristorante invece di tre bambini malati, la serenità di Marina invece della tua famiglia, il tuo programma della domenica invece di una madre che ha bisogno del figlio per la prima volta in anni.

Sergio sbianchì.

Lo sapevo che ce lavevi con me. Non è giusto. Ti ho spiegato.

Potevi scegliere, Sergio. Hai scelto altro.

Non è vero!

Sì. Hai scelto. È un tuo diritto. Il mio, capire chi sei.

Chi sono? Sono tuo figlio!

No. Se mio figlio, me lo ricordo a sette anni con le orecchie a sventola e le ginocchia sbucciate, non qui davanti.

Sergio scattò in piedi.

Guarda, basta allora. Sono venuto con un regalo, una parola gentile. Invece mi fai la predica, come fossi chissà che criminale. Non è giusto.

Non è una predica. Dico quello che penso.

Lo pensi male. Io sono un buon figlio. Non bevo, non gioco, non tiro via soldi. Ti aiuto. Cosa vuoi di più?

Più niente, Sergio. Più niente.

Si bloccò, smarrito. Poi acchiappò il giubbotto.

Io vado. Se cambi idea, richiama.

Non serve, Sergio.

Che non serve?

Non serve più far finta. Figlio non lo sei più.

Rimase di sasso.

Davvero vuoi che che io sparisca?

Ormai lo hai fatto, senza accorgertene. Io ora me ne accorgo.

Questa è follia, mamma. Guàrdami: sono sempre io, tuo figlio!

Ho anche una figlia. E tre nipoti. Vanno benissimo così.

Sergio stette lì, impallidito. Poi uscì sbattendo la porta.

Anna rimase a fissare la tazza vuota. Mise il plaid nel mobile. Si sdraiò sul divano con la vecchia coperta, guardando il soffitto.

Nessuna lacrima, solo gelo. Quella che era entrata la sera in cui, con Olga, correvano in ospedale mentre Sergio era al ristorante.

E pensava: ecco, non cè più figlio. Cè Sergio, manager, marito di Marina. Il mio Sergio, il bambino dalle orecchie giganti, è rimasto su qualche foto rovinata.

Quel bambino è morto, tanto tempo fa. Non volevo vederlo.

Una settimana dopo, Sergio chiamò: non rispose. Sms: Mamma, parliamone come si deve, non volevo farti male. Nessuna risposta.

Unaltra volta venne a suonare: campanello, urla: Mamma, apri! Per favore! Anna restava in cucina. Doveva lasciar stare.

Non venne più.

Estate. Anna aiutava Olga allorto. Portava Leo in bicicletta, Greta le raccoglieva margherite, Tommaso la chiamava nonna col ditino insicuro. Olga ormai non parlava più di Sergio: aveva capito tutto.

Una sera, sotto la veranda:

Mamma, ti penti?

Di cosa?

Di aver chiuso.

Si può rimpiangere solo quello che si perde. Sergio, il mio Sergio, lho già perso da un pezzo.

Rimane tuo figlio.

Di sangue sì. Ma figlio è chi cè. Chi non ti lascia sola, chi ti sceglie. Io ho voi, mi basta.

Olga la abbracciò:

Scusa, mamma, se lui è così.

Non scusarti, non è colpa tua.

Si godettero il silenzio, il profumo dellerba, le voci dei grilli.

Anna guardava il cielo rosa della sera: la vita andava avanti. Cera Olga, i bimbi, lorto. Le torte nel forno, le mani sporche di terra, la felicità di chi si sente scelto.

Sergio quella sera aveva scelto altro. Una vita dove la madre e i nipoti sono solo rumore di fondo. Va bene così.

Anna scelse la sua: fatta di braccia sporche e abbracci veri, di disegni stropicciati e baci sbavati. Leo che corre Nonna Anna, guarda che so andare senza rotelle!. Greta con le margherite Tieni, per te perché sei la più bella. Tommi che dice no-nna.

Basta e avanza.

Non cera più spazio per rimpianti. I figli crescono, a volte prendono strade che non hanno more di ritorno. Succede.

Si accettano le rughe, i crampi alla schiena e anche i limiti dellamore.

La vita continua. Sergio sta nel passato, in quei ricordi di risa e ginocchia sbucciate. Adesso Anna è dove è amata davvero, non a parole ma a fatti.

Ed è più che sufficiente.

Col resto ci si fa anche il caffè.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four × four =

Il limite estremo dell’amore materno
Il tempo non ha cancellato il passato