Divorzio annullato: quando l’amore italiano trionfa sulle difficoltà

Il divorzio non si farà

Antonella posò la tazzina sul tavolo con tale fermezza che il suono riecheggiò sul piattino. Non era sua intenzione; semplicemente le mani, ultimamente, vivevano una vita a parte, si occupavano delle cose per abitudine, mentre lei restava distante, spettatrice della propria esistenza come di un vecchio film in bianco e nero.

Fuori, ottobre stava per concludere il suo lavoro. Gli alberi, ormai spogli e bagnati, tremavano sotto una pioggia insistente che cadeva da tre giorni, mai violenta, solo costante, di quella che stanca più di una vera tempesta mediterranea.

Farai tardi anche stasera? domandò senza voltarsi.

Giorgio stava nellingresso, alle prese con la cerniera della giacca. Era bloccata nello stesso punto da settimane. Antonella pensava ogni volta di ricordargli di comprare una nuova giacca; ogni volta dimenticava, o forse non ne vedeva la necessità. O non voleva aggiungere altro.

Penso di sì. Fino alle otto almeno. Alla centrale elettrica sè rotta una cabina, va sistemata entro la settimana.

Capisco.

Negli ultimi anni, quel capisco era diventato una specie di passepartout. Non voleva dire nulla e allo stesso tempo racchiudeva tutto. Capisco che te ne vai. Capisco che sei impegnato. Capisco che non mi aspetto altro.

Hai fatto colazione? chiese lui.

Sì.

Non era vero. Aveva solo sorseggiato un caffè, ormai quasi freddo, osservando la corte interna appannata dalla pioggia. Ma non cera motivo di parlarne.

La porta si chiuse con un tonfo. Lascensore si mise a cigolare oltre la parete. Antonella rimase da sola, accompagnata da quel particolare tipo di silenzio, familiare, che aleggiava nel loro appartamento: non rassicurante, ma carico di attesa, come se anche lui aspettasse qualcosa che nessuno sapeva spiegare.

Aveva cinquantatré anni, venti dei quali passati con Giorgio Sardo. Un ingegnere, poche parole, mani abili, sguardo diretto, incapace di pronunciare quello che lei avrebbe voluto sentire.

Fra dodici giorni, avrebbero festeggiato ventanni. Le nozze di porcellana.

Antonella ci pensò, ma non sentì nulla. Assolutamente nulla. E questo vuoto la spaventò più di quanto avrebbe fatto un pianto improvviso.

***

La serra lavevano costruita sette anni prima, alle spalle della casa. Allepoca la vita sembrava diversa, o forse lo era davvero. Giorgio laveva tirata su da solo, unintera estate tra progetti stesi su carta millimetrata lasciati per settimane sul tavolo della cucina. Antonella ricordava di come evitava i fogli per sistemare i piatti, di come guardava le sue bozze senza capirci nulla, percependo tuttavia una serietà che allora le pareva commovente.

Le chiese una sola cosa: di che altezza vuoi il soffitto? Più luce vuoi?

Rispose: alto. E così fu.

Tetto di vetro, struttura metallica, mensole in legno chiaro. Irrigazione automatica, termostato, lampade speciali per le piante capricciose. Giorgio installò tutto da solo. Una sera, si asciugò le mani e disse: puoi abitarla.

Antonella la abitò.

In sette anni, la serra era diventata il suo piccolo mondo. Diciotto varietà di orchidee, due cespugli di gardenia che ogni primavera inondavano lo spazio di profumo, un gigantesco ficus che chiamava Federico senza che mai nessuno lo sapesse. Tre ripiani di succulente, ognuna con una sua storia, un suo posto. Una panca di legno con cuscino, ricavato da un vecchio cappotto dinverno.

Lì, il primo caffè del mattino, lì quando non dormiva, lì parlava con le piante, cosa per lei del tutto naturale. Se qualcuno la pensava diversamente, poco importava.

Giorgio entrava alla serra di tanto in tanto: controllava il termostato, riparava qualcosa. Mai un mi piace o non mi piace. Solo controllava e spariva.

E Antonella si era abituata a tutto questo.

***

Antonella, ma lo vedi che non vi parlate? le aveva detto Tamara laltra domenica, davanti a una tazza di tè. Tamara era divorziata da sei anni, e guardava i matrimoni con quellaria saputa che a volte era utile, a volte irritante. Si chiama anaffettività, lo sai? Ormai se ne parla ovunque.

Lo so, lo so aveva sorriso Antonella.

Non sorridere così. Una persona deve saper dire cosa prova. Altrimenti non è matrimonio, è convivenza.

Convivenza. Antonella portò quella parola a casa come una pietra in tasca. Brutta, ma precisa. Così sembrava anche a lei. Due persone, lo stesso spazio, lo stesso tavolo, a volte lo stesso film, ma ciascuno nella sua isola. Come in uno stabile vecchio, dove si impara a non darsi fastidio.

Ma una parte di lei resisteva a quella definizione. Non perché fosse ingiusta. Mancava qualcosa, che non sapeva nominare.

Forse, semplicemente, le mancava il coraggio, o la parola giusta.

***

Giorgio Sardo era alto, leggermente dinoccolato, cinquantasei anni. Da un paio danni, i capelli erano diventati del tutto grigi, il che lo rendeva anche più distinto non che gli importasse. Non si curava dell’aspetto, indossava solo abiti stirati. Si radeva sempre alla stessa ora, con calma. Tè senza zucchero. Libri spessi di storia, tecnici, con i segnalibri spostati con la stessa precisione che regolava ogni sua azione.

Si erano conosciuti quando lei aveva trentatré anni, lui trentasei. Era venuto a verificare le tubature nella palazzina in cui lei allora affittava. Non a sistemarle, ricordava lei, solo a controllare. Aprì la porta in vestaglia, col libro in mano. Lui la guardò come chi vede qualcosa che non si aspettava.

Nessuna parola fuori posto. Controllo, protocollo, arrivederci ma sulla soglia, aggiunse che sarebbe tornato il mese dopo, per la manutenzione.

Così tornò. Da sé.

A lungo, lei si domandò se fosse stata una coincidenza. Decise di no. Lui mai confermò né smentì.

Si frequentarono per più di un anno. Nessuna dichiarazione a effetto. Mai fiori senza occasione. Ma quando la macchina si ruppe in mezzo alla campagna, febbraio, lui arrivò in quarantacinque minuti. In silenzio, riparò, riportò a casa, sistemò. E lei sentì, allora, qualcosa che non sapeva nominare ma che era essenziale.

Col tempo, ciò non bastò più.

O forse lei smise di accorgersene. Non sapeva, e anche questa incertezza la fiaccava.

***

Tre giorni prima dellanniversario, Antonella stava nella serra a trapiantare un giovane cactus in un vaso nuovo. Era unattività semplice, quasi meditativa: mani indaffarate, testa leggera.

Leggera eppure densa di pensieri.

Rifletteva su cosa dirgli. Provava a ripeterselo mentalmente. Nessuna scenata, nessun rimprovero, solo la conversazione che rimandava da tempo, per paura. Non per timore della sua reazione quello mai. Temeva solo che lui, anche stavolta, prendesse tutto con quello stesso distacco: un cenno del capo, ho capito. E proprio quella calma sarebbe stata la prova che non cera nulla da aspettarsi.

In ventanni, mai aveva sentito dalla sua bocca ti amo. Mai. Sembrava incredibile eppure vero. Diceva altro stai bene oggi, se sei stanca vai a letto, ci penso io, aggiusto tutto. Mai la parola che lei voleva.

Forse era ridicolo, a cinquantatré anni, voler sentire certe frasi. Tamara glielo diceva: Antonella, gli adulti guardano i fatti, non le confessioni. E Antonella annuiva. Ma quella sete silenziosa e cocciuta restava, sotto le costole, ancora lì, anno dopo anno.

Il cactus nel nuovo vaso stava dritto. Antonella lo osservò: Così è il nostro matrimonio, fermo, in piedi, vivo. Ma quando ha fiorito lultima volta, chi lo ricorda?.

***

La mattina dopo, decise: gliene avrebbe parlato.

Si alzò presto, come sempre. Prese il caffè e andò nella serra. Il cielo era basso, color piombo, pesante. Non aveva ascoltato le previsioni, ma sentiva che qualcosa di grosso stava per arrivare.

Seduta sulla panca, sorseggiava il caffè e accarezzava la gardenia. Le foglie si erano fatte spesse, scure, la pianta si preparava allinverno. Toccare quei petali era come sfiorare una guancia di bambino che dorme.

Non fa niente mormorò. Passerà.

Poi pensò che parlava alla gardenia, ma in verità lo diceva a sé stessa, sorridendo con amarezza.

Giorgio entrò in cucina alle sette e mezza. Si versò del caffè, aprì il frigorifero, guardò dentro e richiuse. Sedette col tablet, scorrendo qualcosa di lavoro. Antonella rientrò, posò la tazzina nel lavello.

Stasera ci sei? chiese.

Dipende. Se in centrale va tutto come deve.

Vorrei parlarti.

Alzò lo sguardo. Lei, quasi senza fissarlo, si asciugava le mani.

Di cosa?

Questa sera. Non è urgente.

Si limitò a un cenno, ritornando sul tablet. Antonella prese il cappotto, uscì a fare una spesa inutile. Solo per scappare dal silenzio, che aveva imparato ad aspettare meglio di lei.

***

Verso mezzogiorno il tempo peggiorò.

Prima pioggia, poi vento, poi, verso le quattro, il vento divenne così forte che i vetri tremavano. Accese la radio: tempesta gelida, dissero al meteo, non come avviso ma come certezza.

Andò a controllare il termostato in serra: diciotto gradi nella norma. Toccò i vetri, gelati fuori ma ancora tiepidi dentro. Riaggiustò la luce delle orchidee, bagnò due vasi, sistemò i sostegni della gardenia.

Alle cinque Giorgio inviò un messaggio: Ritardo, la tempesta complica il lavoro. Non aspettarmi per cena.

Antonella posò il telefono, assalita da un senso di vuoto ormai familiare. Non rabbia, né dispiacere. Solo silenzio ordinario. Certo, il lavoro. Di nuovo tardi. Ovviamente.

Scaldò una minestra, cenò sola, riordinò. Era già buio; il vento batteva sui vetri come se volesse entrare.

Alle sette, la luce saltò.

Allimprovviso, come capita per queste cose. Fino a un attimo prima, tutto funzionava; e poi il buio, profondo e spiazzante.

Antonella trovò le candele alla cieca. Ne accese tre in cucina. Prese una torcia e andò in serra.

Il termostato era spento.

Con la torcia illuminava il muro, lo schermo nero, poi laria col palmo. Era ancora tiepida; ma sapeva che fuori la bufera non lasciava scampo, e il tepore sarebbe finito presto.

Le orchidee non sopportano il gelo. Nemmeno la gardenia. E una piccola dipladenia, che aveva aspettato tre anni per vederla fiorire come desiderava, era ancora più fragile. La maggior parte delle piante venivano da climi caldi; il freddo era per loro come per un uomo uscire senza cappotto nel pieno inverno.

Antonella iniziò a portare in casa ciò che poteva: le piante piccole, le succulente, le più delicate. Spostava vasi avanti e indietro, sulle mensole, sui davanzali. Il telefono continuava, ma era solo Tamara: Hai elettricità? No. Tutto ok. Ti richiamo.

Alle otto e mezza la serra cominciava a raffreddarsi sul serio.

Antonella indossò un maglione spesso, prese una coperta, tornò nella serra. Era seduta sulla panca, guardava il temporale picchiare sul tetto di vetro, la pioggia mista a ghiaccio. Una scena quasi surreale, nella notte: fili dacqua, cielo nero, il vento che ululava.

Pensò a Giorgio. Dovera, se stava bene. Poi si sorprese di quel pensiero: non tanto per averlo avuto, ma per essere sorpresa di avercelo ancora. Come se sotto anni di distanza qualcosa ancora vivesse, in attesa, come i semi che dormono nella terra per anni.

Alle nove e un quarto sentì un rumore.

***

Col tempo, Antonella rammentò quellattimo in modi diversi: ho sentito lo schianto, ho percepito qualcosa cambiare. In verità, era lì seduta, con la coperta, fissando la gardenia, pensando se chiamare Giorgio. Quando il telaio del tetto emise una specie di sospiro profondo: secco, secco e improvviso.

Si alzò, puntò la torcia verso lalto.

Langolo del tetto di vetro, sopra la parte sinistra della serra, piegava sotto la pressione del vento che era più forte del previsto. Le barre dacciaio resistevano, ma ormai uno dei riquadri di vetro era solcato da una crepa.

No disse. Solo quello. No. Lunica parola.

Lasciò la coperta e corse alle orchidee. Afferrò quanti vasi poteva, portandoli uno dopo laltro nellappartamento. Un vaso cadde, non si fermò. Due orchidee insieme, in casa, poi ritorno, altre due. La gardenia era pesante, grande: neanche riusciva a sollevarla, la trascinò fino al corridoio di casa.

Il rumore sopra aumentava.

Antonella, in mezzo alla serra, respirava affannosamente, gli occhi fissi sul vetro che resisteva appena. Vedeva le raffiche colpirlo, sentiva il suo cedimento. Sapeva che, quando si sarebbe rotto, il gelo sarebbe entrato in un attimo, distruggendo tutto ciò che non era riuscita a portare via.

Non sarebbe riuscita a salvarle tutte. Era chiaro.

La dipladenia. Tre anni di attesa, fiori color rubino.

Fece per prenderla e in quel momento il vetro cedette.

Non tutto insieme. Una lastra si ruppe allinterno, aria gelata piombò, un pezzo di ghiaccio cadde su una mensola, rovesciando un piccolo cactus. Il vento entrava furibondo, sparpagliando foglie e vasi.

Antonella restò ferma, un attimo. Poi prese la dipladenia tra le braccia e tornò in casa. Chiuse la porta, posò il vaso nel corridoio.

Il telefono vibrò. Giorgio.

Antonella, disse soltanto. Il nome, con una voce diversa dal solito.

Sono qui.

Stai bene?

Si è rotto il vetro del tetto. Ho salvato quello che ho potuto. Resta ancora molto.

Un silenzio breve, ma denso.

Dove sei ora?

In casa.

Resta lì. Arrivo.

Ma fuori è tempesta, le strade

Arrivo, ripeté lui. Senza variazioni di tono, come un dato di fatto.

***

Arrivò dopo unora e quaranta.

Antonella sedeva in poltrona col telefono in mano, fingendo di leggere, ascoltava il vento. Qualcosa in serra tintinnava di tanto in tanto. Cercava di non pensarci.

Quando la porta si aprì, non si alzò subito. Si limitò a chiudere gli occhi un istante.

Giorgio entrò, zuppo fradicio, il ghiaccio attaccato alla giacca e agli stivali. Appoggiò a terra una grande borsa con gli attrezzi, la guardò.

Hai freddo?

No. Tu? Come hai fatto?

Niente di che. Già guardava verso la porta della serra. Mostrami.

Andarono insieme. Antonella con la torcia, lui una più potente. Un fascio di luce, il buco nel tetto a sinistra, neve e ghiaccio sul pavimento, parte delle mensole bagnate. Qualche vaso affogato nellacqua gelida.

Giorgio ispezionava a lungo, con attenzione. Poi disse:

In cantina cè un rotolo di plastica resistente che ho preso questautunno. E nastro americano. Prendilo.

Ma cè freddo, Giorgio, non sar

Prendi la plastica, Antonella.

Lei la recuperò. Una bobina enorme di polietilene da cantiere. Antonella non ricordava nemmeno che lavesse comprata. La cantina era regno suo.

Lora successiva le rimase impressa come qualcosa di logorante e insieme incredibilmente vivo. Giorgio lavorava sulla scala, nel vento gelido. Lei reggeva la plastica, la torcia, aiutava come poteva. Le dita insensibili. Lui, quasi muto: tieni qui, qui bene.

Una volta la scala vacillò, lui si afferrò e si tagliò una mano. Niente di grave, ma usciva sangue.

Aspetta, ho dei cerotti

Lascia stare. Tieni la plastica.

Gio

Tieni.

Lei teneva.

Ricoprirono la falla. Non era bello, ma era ermetico. Il vento non passava più. Più quiete.

Lui scese, si tolse i guanti, guardò la mano.

Vieni in cucina, disse Antonella.

Non obiettò.

***

Le candele ardevano in cucina. Lei lavò e medicò la sua mano. Lui la osservava in silenzio.

Poi mise il bollitore sul fornello, perché almeno il gas funzionava. Si sedette di fronte.

Ho lalimentatore in macchina, disse Uno buono, da cantiere. Basterà a far partire termostato e lampade.

Lhai portato per la serra? Apposta?

Non sono venuto per cena, stanotte.

Antonella lo guardò. Lui fissava il tavolo.

Stamattina lo collego. Oggi basta. Ma la notte passano, la temperatura non scende ancora.

Il bollitore fischiò. Antonella versò due tazze.

Fuori, il vento urlava ancora. In corridoio, i vasi delle orchidee accatastati. La dipladenia, coi fiori rubino, salvata allultimo.

Volevo parlarti, iniziò lei. Ieri. Ti avevo detto che dovevamo parlare.

Ricordo.

Avevo pensato al divorzio.

La parola cadde sul tavolo, pesante. Non esplose, semplicemente rimase lì.

Giorgio la osservava. Non cambiò espressione, ma qualcosa, appena sotto la superficie, cambiò. Dopo un po, chiese:

Perché… hai detto avevo pensato? Il temporale ti ha fatto cambiare idea?

Hai sentito avevo pensato.

Antonella scaldava le mani sulla tazza.

Non lo so, davvero. Ci ho pensato tre settimane. O tre mesi. O anche di più. Mi sento sola, Giorgio. Sento di vivere accanto a un uomo a cui, insomma non importa davvero.

Non importa ripeté lui, senza domanda.

Non dici mai nulla. Mai quello che senti. In ventanni. Non so perché mi vuoi con te.

Tacque. Non come sempre, non per mancanza di risposte, ma come chi cerca parole in un luogo che non visita mai.

Pensi che abbia costruito quella serra perché non avevo niente da fare? chiese dopo un po.

Lhai costruita perché te lho chiesto.

Non lhai chiesto. Una volta, a cena, dicesti che ti sarebbe piaciuto coltivare orchidee, ma in casa mancava la luce. Lo dicesti e cambiasti subito argomento.

Antonella non lo ricordava. Assolutamente.

Ricordi queste cose? sussurrò.

Ricordo tutto quello che dici. Solo, ne parlo di rado.

***

Restarono seduti, le tazze tra le mani, le candele tra loro, fuori il temporale che iniziava a cedere.

Non sono capace come vorresti tu, disse. Certe cose le capisco, so che vorresti sentirtele dire. Non mi viene. No perché non mi importa, solo sono fatto così.

Come un architetto gli uscì, senza ironia.

Forse. Tacque. Tre anni fa, quando ti faceva male la schiena, ho cambiato il materasso. Ricordi?

Sì.

Non hai chiesto nulla, solo ti lamentavi col telefono, lho sentito per caso. Settimana dopo, nuovo materasso. Sembrava una coincidenza?

Lei aveva pensato proprio così.

Cinque anni fa, non dormivi da settimane per via del lavoro, paura del licenziamento. Non parlasti davvero, ma vedevo. Ho cominciato ad andare a letto più tardi, per non lasciarti sola al buio. Ricordi?

Antonella si ricordava. Pensava fosse un periodo difficile anche per lui. Mai lo aveva collegato a sé.

Non ci avevo mai pensato ammise.

Non spiegai. Pensavo si capisse. Forse sbagliavo.

Lei posò la tazza. Lo guardava, la fiamma della candela ballava per la corrente daria.

Perché sei venuto stasera? chiese. Le strade, il ghiaccio

Perché ci sei tu. E la serra. Semplice, chiaro. Lì ci vivi davvero. Sei diversa, lì. Non potevo lasciarla così.

Ti sei ferito per le orchidee?

Per te, Antonella. Non per le orchidee.

Non rispose. Perché non cera niente da aggiungere, o forse tutte le parole che le erano mancate le aveva appena sentite, solo in una lingua diversa, che non aveva ancora imparato in ventanni.

Fuori il vento tacque del tutto. Quasi silenzio.

Non voglio il divorzio confessò lei, non per paura o abitudine, ma perché era vero. Ma devi ogni tanto parlare, anche poco. Dimmelo ogni tanto.

Posso provarci rispose lui. E quelle erano le parole più importanti, perché non prometteva ciò che non poteva. Solo: ci proverò.

***

Lindomani, allalba, andarono insieme in serra.

Era diversa. Il pavimento bagnato, i segni della notte. Qualche vaso rovesciato. Una mensola inclinata. La plastica sul tetto, come una medicazione.

Antonella rimase sulla soglia.

Conviene togliere la plastica prima che si scaldi, osservò Giorgio. Oggi ordino il vetro. Settimana prossima, massimo dieci giorni. Intanto posso montare un policarbonato.

Fai tu tutto?

Sì. Ho il fine settimana libero.

Lei andò dalla gardenia lasciata in corridoio. Era sopravvissuta, le radici a posto.

La rimettiamo dentro?

Sì, ora che il termostato va, ho acceso il generatore alle sei. Diciotto gradi di nuovo.

Antonella prese il vaso. Giorgio sollevò laltro, il ficus Federico, che conosceva solo come il vaso grosso.

A un tratto lei disse:

Si chiama Federico.

Chi?

Il ficus. Indicò il vaso.

Giorgio guardò la pianta, poi lei. Qualcosa nei suoi occhi si spense in una mezza risata, o quasi.

Bel nome, disse.

E Antonella scoppiò a ridere. Così, dimprovviso, come non le accadeva da tempo.

***

Le nozze di porcellana passarono tranquille. Nessun ristorante, nessun ospite. Non ci avevano nemmeno pensato. La mattina andarono a prendere il nuovo vetro per la serra. Poi pranzo a casa, piatto semplice: minestra, torta salata. Lui pelava le patate, cosa insolita, seduti vicini.

Parlavano di cose banali. Il rubinetto che perde in bagno. Il cane del vicino che abbaia. Di una vacanza al mare in primavera, forse.

Dove andresti? chiese lui.

Non so. Verso il mare, anche solo per poco.

Troveremo qualcosa.

TROVEREMO. Quella parola contava.

Dopo pranzo, serra. Il vetro sarebbe arrivato in settimana; intanto policarbonato: la luce entrava diffusa, morbida. Antonella sistemava le mensole, lui controllava i giunti del telaio.

Qui bisogna rafforzare, spiegava lui. Era il punto debole. Sapevo che era rischioso, ma ho sottovalutato.

Non potevi prevedere la tempesta.

Dovevo essere più previdente. È un mio errore.

Lei lo guardò. Nel suo modo di osservare cera la stessa attenzione che aveva sempre interpretato come assenza. Ora la vedeva per quello che era: modo di affrontare il problema. Così aveva sempre fatto anche con lei: segnava il punto debole, ammetteva lerrore, pensava a come aggiustare.

Sei sempre così, disse Antonella.

Come?

Cerchi lerrore, poi rimedi. Mai colpevoli, solo soluzioni.

Ci pensò su.

Beh, sì. Che senso avrebbe i colpevoli? Il problema rimarrebbe.

Antonella annuì. Vero. Venti anni a cercare colpevoli nella coppia. Lui che non parlava; lei che non sapeva accettare. Ma così, il problema cresceva, invece si poteva solo chiedere: cosa significa il tuo silenzio?

Si poteva solo dire: non capisco la tua lingua, insegnami.

***

La dipladenia tornò al suo posto, sul lato est. Antonella la sistemò perché ricevesse i primi raggi del mattino. Tastò il fusto: duro, vitale. I fiori smorzati dal gelo notturno, due caduti, gli altri ancora saldi.

Sopravviverà? domandò Giorgio, apparso alle sue spalle.

Sì, è testarda.

Tre anni ci ha messo, eh?

Eh, sì. Non fioriva. Pensavo di sbagliare tutto. Poi, questanno…

Lui osservò a lungo i fiori. Poi disse:

Succede. Alcune cose aspettano solo il loro tempo.

Antonella non era certa che si riferisse solo alle piante.

***

La sera, ormai buio, serra illuminata di luce calda. Lei, sulla panca, con un libro chiuso in mano.

Giorgio arrivò con due tazze di tè. Si sedette vicino, gomito a gomito. Insolito, ma non spiacevole.

Ti posso chiedere una cosa? fece lei.

Dimmi.

Ti sei mai sentito infelice in questo matrimonio?

Ci pensò a lungo. Lei aveva imparato: risposte immediate erano di circostanza, il vero richiedeva attesa.

No, rispose infine. Pensavo fossi tu, semmai, a non essere felice. Non sapevo come aggiustarlo. Mi limitavo a lavorare, mantenere la casa, la serra per te. Pensavo bastasse. Evidentemente no.

È tanto, Antonella annuì. Ma dovevo sapere che lo facevi per me, non per abitudine.

Era sempre per te, rispose. Sempre.

Ci credette. Non per volontà, ma perché quella notte, la mano ferita, il generatore in auto, dicevano più di mille parole.

Le parole, però, servivano. Non avrebbe più fatto finta che non fossero importanti.

Prova a dirmelo, a volte. Anche banalità. Ti prego.

Ci proverò. E, dopo una pausa: Sto bene, qui. Adesso. Con te.

Semplice, un po goffo forse, per chi non è abituato, ma vero. Antonella lo sentì come si sente il caldo dopo tanto freddo: allinizio è quasi nulla, poi scalda davvero.

Non rispose. Solo prese la sua mano, quella col cerotto, e la tenne fra le sue.

Le orchidee sulle mensole. La gardenia respirava in un angolo. Federico, imponente, silenzioso, come sempre al suo posto accanto alla finestra. Sul tetto, la plastica tratteneva lultimo gelo, destinato a sparire allalba.

Era tutto ancora un po rotto. Ma era vivo.

***

Passarono due settimane. Il vetro fu montato il sabato, Giorgio e un aiutante trovato da un conoscente. Antonella cucinava, usciva ogni tanto a vedere a che punto erano, a portare un caffè. Laiutante ringraziava, Giorgio prendeva la tazza e, piano, le diceva mentre laltro non sentiva:

Sei brava a supervisionare i lavori.

Lei rise.

Si chiama controllo qualità.

Ah. Un tono diverso, caldo. Continua pure, allora.

La sera, quando il vetro, nuovo e pulito, brillò sul tetto, si fermarono un attimo nella serra a guardare verso lalto. Cielo blu notte, le prime stelle. Odore di terra e foglie.

Ora sì, è a posto disse Giorgio.

Antonella pensava: per lui a posto voleva dire ciò che altri chiamerebbero bello. Solo un altro modo di esprimersi.

Non aveva ancora imparato tutto del suo linguaggio. Ma ora sentiva parole diverse nei gesti.

Quando il giorno dopo le portò un caffè, lei non pensò non parla ancora!. Ma: ha portato il caffè, a me. Sa che amo il caffè mattutino.

Non era ancora tutto ciò di cui aveva bisogno. Non avrebbe finto il contrario. Le parole servivano, e avrebbe continuato a chiederle.

Ma era più che niente. Qualcosa di vero, in un involucro diverso da quello a cui era abituata.

***

Tamara chiamò la domenica, chiedendo notizie.

Tutto bene, rispose Antonella. Anzi, va bene.

Hai parlato con lui?

Sì.

E?

Antonella esitò.

Ha detto una cosa. Che una volta, a cena, ho detto che mi sarebbe piaciuto coltivare orchidee, tanti anni fa. E lui ha costruito la serra.

E quindi?

Credevo non mi ascoltasse. Invece ascolta, solo che risponde senza parole.

Pausa.

Sembra una giustificazione, Antonella.

Forse. Forse è soltanto comprensione. Non lo so ancora.

Dopo la telefonata, Antonella tornò nella serra. Si fermò vicino alla gardenia, ne annusò le foglie. Lodore era lieve, dinverno, ma cera.

Nellangolo, Federico restava impassibile al suo posto. Antonella pensò che i ficus vivono a lungo se li si cura bene. Non richiedono attenzione, non chiedono nulla. Stanno e crescono. E questa, forse, è una forma di vita.

Non sapeva come sarebbe stato il futuro. Nessuno lo sa. Forse è la cosa più vera da dire sui matrimoni e sulle persone. Non sapere, ma andare avanti.

Limportante era che nella serra faceva caldo.

E non era sola.

***

Un mese dopo, la dipladenia mise fuori un germoglio nuovo. Antonella lo notò al mattino: piccolo, verde brillante, deciso. Si fermò a guardarlo, poi prese il telefono e scrisse a Giorgio: La dipladenia sta rinascendo. Un getto nuovo.

Lui rispose dopo poco, anche se era al lavoro.

Buona notizia.

Poi, una pausa: E tu?

Antonella sorrise. Due parole. Solo due. Ma cerano.

Bene, rispose.

Ed era davvero così. Non la gioia esplosiva della giovinezza, ma una verità tranquilla, quotidiana, autentica.

Fuori, era novembre. I vetri della serra trattenevano il calore. Le orchidee si preparavano a fiorire: ancora troppo presto, ma Antonella intuiva già i segnali.

Sapeva riconoscere linizio.

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