Il Pugno Dischiuso
Ma hai perso ludito? È la ventesima volta che ti chiamo!
Leonardo, non voglio parlare con te.
E invece dovresti. Bianca ha deciso che dobbiamo chiarire tutto, come persone adulte.
Elisa strinse il cellulare così forte che le dita quasi le sbiancarono. “Come persone adulte”, risuonava nella testa come un’eco stonata. Fissava la strada oltre il parabrezza. I tergicristalli spargevano la pioggia con un ritmo ipnotico lunica cosa che la ancorasse alla realtà. Lasfalto, scuro, lucente, sembrava il dorso delluniverso. I fari strappavano dalla notte scrosci di pioggia che parevano fili, non gocce: una tessitura sospesa fra terra e cielo.
Elisa. Ti sento respirare.
Davvero? sussurrò lei. Allora vuol dire che sono ancora viva.
Riattaccò. Il telefono si afflosciò sul sedile del passeggero. Vibrò ancora, e lei ci posò sopra una mano, sentendo la scossa come se toccasse una creatura ferita. Rifiutò la chiamata senza guardare lo schermo. Il temporale si rafforzava.
Non ricordava nemmeno come si era lasciata alle spalle la città. A un certo punto il traffico era svanito, i semafori spariti, e ai lati cerano solo campi neri, lucidi come inchiostro. La statale quasi deserta. Luci occasionali la accecavano dalla corsia opposta, costringendola a socchiudere gli occhi, ma non rallentava.
Un mese prima stava provando un abito. Semplice, color panna, senza fronzoli: la sarta diceva “cattura la luce”. Elisa aveva riso e si era fissata allo specchio, sentendo salire un tepore del tutto nuovo. Ora labito pendeva in fondo allarmadio, chiuso nel cellophane. Non aveva più avuto il coraggio di aprirne nemmeno lanta.
Due settimane fa era andata a casa di Bianca, la migliore amica che non rispondeva alle chiamate da tre giorni. Aveva aperto Leonardo, in tuta da casa. La guardava con quellespressione tipica di chi ha temuto per mesi questo incontro, eppure non è mai pronto. Dietro di lui, Bianca stava in controluce nel corridoio con una tazza calda fra le mani.
Elisa non aveva urlato. Era rimasta pochi istanti, poi aveva fatto marcia indietro. Dopo unora, mentre Leonardo già era rientrato a casa sua, lo chiamò. Disse solo: “Le tue cose sono in corridoio. Lascia le chiavi sotto lo zerbino”. Lui aveva parlato a lungo, si era giustificato, aveva supplicato, ma le sue parole erano come il ronzio di una radio fuori sintonia in unaltra stanza. Alla fine, Elisa aveva replicato: “Ho capito tutto”, e aveva riattaccato di nuovo.
Erano passate due settimane. Mangiare, bere, lavorare, rispondere alle mail. La notte con gli occhi aperti a contare le crepe sul soffitto. Lunghi minuti la mattina le mani sotto lacqua calda era lunica sensazione che trapassasse la nebbia.
La nebbia era ovunque. Nel petto, nella testa, nello stomaco. Non dolore quello ha bordi appuntiti. Ciò che le riempiva Elisa era solo vuoto. Un grande bianco spazio dove prima cera qualcosa di definito.
I tergicristalli andavano, andavano. Elisa guidava già da due ore, forse di più. A un tratto la statale si restringeva, si arrampicava, si perdeva in un bosco denso che le si richiudeva intorno come un tunnel. La pioggia batteva sul tetto in modo quasi rasserenante. Lì nessuno le chiedeva nulla. Nessuno proponeva di “discutere come adulti”.
Fu qui che la vide.
Sul ciglio, una donna anziana. Elisa la vide solo allultimo, inchiodò più del necessario, lauto scivolò lievemente sulla ghiaia bagnata. La donna rimase impassibile.
Elisa abbassò il finestrino.
La sconosciuta indossava un cappotto color smeraldo: non verde, proprio smeraldo di quel verde traslucido e irreale dei calici antichi. Era lungo fino alle caviglie, ed era asciutto, come se la pioggia non la riguardasse. Un cappellino tondeggiante, leggermente storto, e una borsetta di pelle sulle ginocchia. Guardava Elisa senza paura, senza supplica. Solo così, con naturalezza.
Avrà avuto ottantanni. Il volto segnato da rughe profonde ma morbide, occhi celesti, trasparenti come pozzanghere sotto il sole. La bocca composta in unespressione calda, più che un sorriso.
Dove va? disse Elisa, la voce incrinata dal silenzio.
Verso Poggio del Mare, se non le dispiace rispose la donna.
Elisa non aveva mai sentito nominare quel posto. Annui senza chiedere altro e spalancò lo sportello.
La donna salì con grazia. Posò la borsa, rimase composta. Il cappotto rimaneva asciutto Elisa lo notò senza capirne il motivo. Ripartirono.
Mi chiamo Vittoria Marinelli, disse la compagna di viaggio senza preamboli.
Elisa.
Lo so, Elisina.
Mi conosce?
No, ma il nome ti sta bene. Semplice come il pane, necessario allo stesso modo.
Elisa non rispose. In situazioni normali si sarebbe irrigidita. Ma aveva dentro una tale pace indifferente che le parole della donna non toccavano nulla di accesso.
È un periodo difficile, mormorò Vittoria. Non era una domanda, ma una constatazione, come quando si parla del tempo.
Sì.
La terra non sparisce subito da sotto i piedi. Prima si fa molle. E tu camminando ti chiedi: mi reggerà?
Elisa inghiottì a vuoto.
Qualcosa del genere.
Silenzio. Le gocce volavano nei raggi dei fari, infinite.
Voglio raccontarti una storia, disse la vecchia. Se non ti dispiace. La strada è lunga.
Racconti pure.
Avevo ventitré anni quando incontrai il mio Giuseppe. Niente principe azzurro, tuttaltro. Basso, sempre con il bavero storto e quellabitudine di strizzare locchio destro quando pensava. Ma le mani Aveva mani calde. Capisci, vero? Lo si sente subito. Mi passò il cappotto, mi aiutò a indossarlo, e io sentii tutto il calore del mondo in quelle mani. Il resto è venuto dopo.
Elisa guidava. Ascoltava.
Ci siamo litigati così forte una volta che gettai in mare il suo anello. Un anello con un granato. Bellissimo. Me ne pentii tutta la vita. Rimasi lì a guardarlo affondare, come se una parte di me se ne andasse con lui. Giuseppe non si offese. Si soffiò il naso e disse: “Va bene. Ne compreremo uno nuovo.” Fu allora che capii che ero perduta e trovata insieme.
Avete vissuto molto insieme?
Cinquantuno anni. Se nè andato tre anni fa. Nel sonno, piano. Credevo non sarei sopravvissuta. Poi ho capito che si sopravvive a quasi tutto. Ed è una fortuna e una piccola ingiustizia.
Elisa allentò la presa sul volante. Qualcosa dentro aveva vibrato, proprio là sotto le costole, nel punto che camuffava da tempo.
Non aveva paura? Di aprirsi tanto?
Vittoria la fissò, seria, ma senza durezza.
Paura, sì. Sempre. Ma ci si abitua ad avere paura e comunque si apre il pugno. Questa è la vera storia damore, Elisa. Non quando non hai paura, ma quando temi, e ciononostante apri la porta.
Davanti lasfalto brillava ancora di pioggia.
Qui, disse Vittoria. Alla biforcazione. Svolti a sinistra, poi vedi il cartello dopo il sorbo.
Elisa intravide una piccola insegna bianca fra i rami: Poggio del Mare. Fermò. Vittoria afferrò la borsa e si accomodò con calma sul ciglio.
Aspetti, chiamò Elisa. Non so perché mi abbia raccontato tutto ciò.
Così, semplicemente. Vittoria sorrideva già dal marciapiede. Il cappotto, ancora asciutto. Ricorda, Elisina: fra un mese, non chiudere la serratura sopra. Il passato restituirà il suo debito, il futuro verrà a bussare.
Che significa?
Ma la vecchia già seguiva il sentiero, e la notte la ingoiò nel verde più profondo, prima che Elisa potesse scendere.
Rimase lì a lungo, poi riprese la strada verso casa.
***
Un mese: trentuno giorni. Elisa non li contava apposta venivano e andavano. Dopo un tradimento, la vita scorre incredibilmente semplice. Ti svegli. Ti lavi i denti. Guardi lo specchio più a lungo del necessario, come a chiederti: sono sempre io? Poi vai a lavorare.
Nel piccolo editore dove correggeva bozze, Elisa sistemava virgole, tagliava grassi superflui ai testi. Era sempre stata brava nel suo lavoro, adesso ancora di più. Le mani impegnate, la testa occupata, e tutto fila via. Colleghi la sfioravano con quella delicatezza propria di chi vuole consolare, ma non sa come. Lei faceva finta di non accorgersene.
Bianca aveva chiamato una sola volta. Elisa aveva visto il nome, ma non aveva risposto. Dopo aveva cancellato il contatto. Nessun colpo di testa, solo stanchezza. Non cerano più parole, solo un rettangolo vuoto dove una volta cera un nome.
Leonardo aveva scritto lunghi messaggi. Elisa aveva letto appena due righe, poi il telefono era sparito nel cassetto. La sera dopo cerano altre notifiche; poi più nulla.
Nelle notti sognava sempre lo stesso sogno, inquieto e instabile: era sullorlo del mare, il mare era grigio, inquieto, e qualcosa la tirava giù, non per spavento ma insistenza, una mano che la prende per il polso. Si svegliava nel buio fra le lenzuola e pensava alle cose da fare: comprare il latte, la festa di mamma domenica, il termosifone che perde. Mai a quello.
Poi, come lacqua che sale piano e te ne accorgi solo quando ti lambisce la caviglia, la vita ricominciò a esistere. Non gioia, non ancora. Solo la percezione. Un sapore di caffè, il blu che filtra tra le nuvole, il profumo che la carta lascia sulle dita quando apri un manoscritto. Piccole cose, che dicono: sei viva, sei qui.
Le parole di Vittoria tornavano in mente come tappi di legno lungo il fiume. “Il passato restituirà il suo debito, il futuro verrà a bussare”. Non ci credeva. Però si abituò a non chiudere la serratura sopra. Per pigrizia, per caso, chissà.
Domenica, a trentuno giorni esatti da quella notte, Elisa si svegliò tardi. Prese il caffè, aprì la finestra e ascoltò il respiro della città. Riprese la bozza da consegnare entro mercoledì; lavorò fino a mezzogiorno, poi si mise alla finestra.
Alle tre in punto, bussarono.
Tre colpi. Non il campanello, proprio tre colpi umani.
Elisa aspettò un attimo, poi aprì. Nel buco della serratura, un uomo. Sulla quarantina, molti capelli scuri, portamento eretto. Teneva una scatola di legno e un barattolo di vetro, trasparente, pieno dacqua.
Aprì senza chiedere.
Poi si ricordò che la serratura superiore non era chiusa.
Elisa? domandò. Voce calma, senza interrogazione vera. Si vedeva che già sapeva la risposta.
Sì.
Sono Matteo Marinelli, nipote di Vittoria. Niente stretta di mano, solo una presentazione. Mia nonna è mancata tre settimane fa. Mi dispiace.
Elisa non capì subito a cosa si riferisse quel “mi dispiace”. Allora forse credeva che lei e sua nonna si conoscessero più di quanto in realtà fosse.
Entri pure, sussurrò lei.
Lui entrò, uno sguardo intorno come chi registra lo spazio, non i dettagli. Posò la scatola sul tavolo, accanto il barattolo. Dentro: acqua leggermente giallastra e un velo di sabbia sul fondo.
Acqua di mare, anticipò Matteo vedendo il suo sguardo. Da testamento. Nonna era particolare.
Lo so, disse Elisa. Ho viaggiato con lei. Un mese fa.
Matteo la scrutò.
Lha accompagnata lei?
Sì, a Poggio del Mare.
Silenzio. Lui annuì, come correggendo una nota mentale.
Allora forse capirà meglio di me. Aprì la scatola. Su velluto blu notte, un anello dargento con un granato color ciliegia matura. Da testamento: questanello è per lei. Cè scritto il suo nome. E l’indirizzo.
Elisa guardò lanello.
Dentro qualcosa si mosse, lento e pesante, come una lastra di ghiaccio che inizia a sciogliersi.
Cinque anni prima era col mare e Leonardo. Una lite, forte, su qualcosa che ora non ricordava. Si tolse dal dito un anello che aveva ricevuto a inizio relazione, per impulso, perché le piaceva il granato. E lo aveva gettato. Non perché davvero ne avesse voglia, ma per dolore. Chi soffre fa gesti insensati.
Poi se ne era pentita. Ma lanello non cera più.
Eppure eccolo lì.
Elisa? la chiamò Matteo. Non rispose subito. Lui non si spazientì.
Posso prenderlo?
È tuo.
Elisa raccolse lanello nel palmo. Era caldo, come se qualcuno lo avesse appena tenuto in mano. Il granato catturò un refolo di luce e arse da dentro.
Cè unaltra condizione, precisò Matteo, voce neutra come chi legge un contratto. Dobbiamo andare insieme alla casa di Poggio del Mare, per formalità sulla terra. Sei indicata nel testamento come erede. Non capisco il perché, ma così ha voluto. Puoi rifiutare, ovviamente.
No, disse Elisa, rapida. Ci verrò.
Uno sguardo di lui, una piega di pensiero.
Ti va bene sabato prossimo?
Sì.
Lui annuì. Lasciò la scatola, prese solo il barattolo.
Anche questa acqua è per te. Cè una lettera con le istruzioni, non le ho lette.
Daccordo.
A sabato, disse e andò.
Elisa rimase lì, lanello chiuso nel pugno. Poi aprì la busta, incollata al barattolo. Poche righe sforzate, impazienti, con una grafia ferma.
“Elisina, il mare non perde niente. Conserva solo, fino al momento giusto. Questa è lacqua della stessa insenatura. Mettila al sole sulla finestra. Il resto lo farà la luce.”
***
Sabato, Matteo arrivò allora esatta. Suonò giù alle otto. Elisa aveva già lo zaino: sembrava una partenza lunga, non una commissione.
Matteo aspettava accanto a un fuoristrada scuro, pulito. Anche lui in jeans e giacca leggera, niente di formale.
Tre ore abbondanti, disse al posto del buongiorno. Se non incappiamo nel traffico.
Sabato mattina, difficile.
Già.
Guidarono per quasi unora in silenzio. Elisa fissava i campi che si dilatavano oltre la periferia. Il cielo biancastro, senza nuvole e senza sole.
Da piccolo venivi spesso qui? domandò lei dopo un po.
Da bambino sì. Poi quasi più. Lavoro. Una pausa. La solita storia.
Tua nonna viveva sola?
Cerano i vicini. Villaggio piccolo: tutti conoscono tutti. Rallentò. Ma non era mai sola. Aveva lorto, i suoi diari, e una convinzione di ferro: che la vita fosse giusta, anche quando non si capisce il perché.
Elisa sorrise. Sì, era proprio da Vittoria.
Ti ha mai parlato di me?
Mai. Solo nome e indirizzo nel testamento. Nientaltro. Unocchiata sfuggente, poi di nuovo avanti. Faceva spesso cose inspiegabili. Poi capivi che il senso cera, solo serviva il tempo per vederlo.
Non credi nei misteri.
No. E tu?
Non lo so. Una volta no, ora ora confondo il limite tra caso e segno.
Matteo tacque. Forse rifletteva.
Poggio del Mare era un paesino duna ventina di case. La strada seguiva la pineta, spuntava su una radura, dimprovviso le case. La casa di Vittoria era in fondo allunica via. Due piani in legno, un tempo bianca, ora argento slavata. Persiane con intagli minuti. Vasi di gerani sbiaditi ai davanzali.
Matteo aprì la porta. Un odore denso, caldo: lavanda, cera, legno secco e qualcosa che sapeva di cassettone della nonna, se linfanzia era felice.
Qui non cè riscaldamento avvisò Matteo. Ma il camino funziona, me ne occupo.
La casa piccola, modesta, eppure incredibilmente accogliente. Pavimento di assi, soffitti bassi, foto in cornici semplici. Una credenza con tazzine a fiori. Sulla mensola del camino pile di libri e quaderni.
Mentre Matteo trafficava con i documenti, Elisa girava. In camera cera un ritratto di uomo, da camicia con il collo ribelle: “Giuseppe”, intuì.
Fuori la luce si scoloriva. Elisa non se ne accorse subito. Uscì fuori. A ovest saliva una nuvola nera, enorme, pareva un muro che divorava il cielo.
Matteo, lo chiamò.
Lui uscì, guardò verso loscurità. In viso era tranquillo, ma prese il cellulare preoccupato.
Manca segnale, mormorò dopo poco.
Neanche il mio.
Fa nulla.
Rientrarono prima che si scatenasse la burrasca. In pochi minuti avevano chiuso le imposte e fatto scorta di legna sul portico. Turbine improvvise, il vento che scuoteva il tetto, le finestre che tremavano. Poi blackout. Zip buio.
Il generatore non cè, disse Matteo, già nella penombra. Le candele sono in credenza. Ne teneva sempre.
Si muoveva a memoria, trovare il necessario in pochi gesti. Presto, le luci tremolavano fra le mani. Matteo accese il camino con labilità di chi lo ha fatto spesso.
Un po di vino, propose poggiando una bottiglia. Era della nonna, riservato agli ospiti “inaspettati”.
Che vuol dire inaspettati?
Diceva che il tè è per gli ospiti previsti, il miglior vino si stappa per chi non aspettavi, ma era necessario.
Elisa prese il bicchiere. Rosso scuro, con odore di fragole selvatiche.
Fuori lurlo della tempesta. Elisa indicò i quaderni.
Sono i suoi diari?
Sembra.
Posso leggere?
Una breve esitazione.
Se non li ha chiusi con il lucchetto, vuol dire di sì.
Elisa prese il primo. Lo aprì a caso. Grafia grande, un po tremante, ma energica:
“Oggi ho litigato con Giuseppe per sciocchezze. Ho smesso di parlare per tre giorni. Sbagliando: si pensa di punire laltro, invece si perde solo tempo bello.”
Elisa lesse due volte. Passò il taccuino a Matteo.
Lui lesse in silenzio, prese un altro quaderno.
Guarda qui: “Mio nipote, Matteo, ostinato come me e analitico come Giuseppe. Non è una buona ricetta per la serenità. Chi cerca sempre spiegazioni a tutto, non si concede mai di lasciare andare. Accetta di sbagliare apertamente, caro mio. È la cosa più difficile, ma lunica che salva.”
Matteo rimase a fissare quelle righe. Il fuoco crepitava.
Lo sapeva che avremmo letto, disse Elisa.
Ovvio.
Leggevano alternandosi, ora a voce alta, ora sussurrando. I diari non raccontavano una storia, erano dialoghi con se stessa: gioie minuscole, paure grandi, il giorno che Giuseppe tornò con un gattino, e lei si arrabbiò per finta, poi pianse per tenerezza. La paura di perderlo, presente ogni giorno. E il giorno che il mare restituì un orecchino perso due anni prima.
“Il mare non perde niente”, cera scritto.
Elisa rimase a fissare le braci nel camino.
Matteo, disse, senza sapere cosa aggiungere.
Dimmi.
Non ti senti solo? A Milano, dico.
Lui ci pensa più del necessario.
Milano è lavoro. Quando sei occupato, non cè solitudine. Ma appena smetti, non è la stessa solitudine che intendono gli altri. Solo nessuno di preciso. Capisci?
Sì.
E tu?
Elisa abbassò gli occhi, piano.
Avevo un fidanzato. Un mese fa ho scoperto che non ero lunica.
Matteo non dice “mi dispiace”, non indaga. Solo annuisce. Ed è la cosa migliore che potesse fare.
Fa male? chiede.
Faceva. Ora è come una mano tenuta chiusa troppo a lungo: finalmente la apro, e smette di far male, ma ancora non mi fido delle mie ossa.
Immagine perfetta.
Faccio la redattrice. Trovo parole per gli altri, non per me.
Il riflesso del fuoco gli ammorbidisce il viso. Forse anche Elisa ora riesce a vederlo diversamente.
Cè una pagina su di te, dice dun tratto Matteo. Trovata ieri, tra i fogli. Avevo quasi deciso di non dirtelo
Esita, ma le porge un foglio. “Matteo carissimo, la ragazza dal granato abbracciala col cuore aperto: ha paura come te. E non cè niente di male.”
Elisa lo chiude lentamente. Glielo restituisce.
Tacciono. Fuori rabbia di vento. Dentro, il vino e la luce.
Quello che accade dopo, non nasce dai diari, ma dalla vita stessa: due esseri vivi, con tempeste dentro, finalmente il pugno dischiuso.
Non ricorda chi abbia preso liniziativa. Solo il calore di una mano sulla guancia e la consapevolezza che non era affatto spaventoso.
Nella notte la tempesta si acquietò.
***
Lindomani la strada quasi impraticabile, ma lasciava passare. Viaggiarono presto, quasi senza parlare. Matteo guidava, Elisa guardava i rami grondanti che nel sole ancora giovane erano fili di luce.
Si salutarono davanti al portone di lei. Una pausa sospesa.
Ti richiamo, mormorò lui.
Daccordo.
Ma il tono era chiuso, come una porta socchiusa. Elisa annuì, entrò.
Chiamò dopo cinque giorni: una domanda tecnica. Lei rispose, altrettanto professionale. Poi lui scrisse per una formalità, lei rispose, lui ringraziò. Fine.
Elisa, sola, fissava la bottiglia dacqua di mare sul davanzale. Il livello sceso, la parete decorata da una crosta sottile di sale, come un affresco marino.
Ripensava a quella notte. Non cercava di analizzare. Solo percepiva. Un calore, e qualcosa che assomigliava alla fiducia. Per la prima volta da tempo.
Eppure ora era tutto distante. “Richiamo”, e poi il silenzio.
Lo comprendeva, in fondo. Chi vive di controllo custodisce le paure dietro la distanza; sembrano freddezza, non insicurezza.
Ma capire non vuol dire accettare.
Dopo due settimane lo chiamò lei.
Matteo, voglio restituire lanello.
Una pausa piena.
Perché?
Perché mi sembra di sbagliare a tenerlo. Tua nonna voleva affidarlo a me, ma non capisco il motivo. E quello che è successo tra noi non farò finta di niente, ma non voglio aspettare se tu hai deciso diversamente.
Silenzio.
Non ho deciso diversamente, rispose infine.
Matteo Elisa sentì tutta la stanchezza. Mi hai chiamata solo una volta, scritto tre frasi. Se avessi voluto dirmi altro lo avresti fatto.
Non tutto è così semplice.
Lo so. Ma anche il silenzio dice qualcosa.
Unaltra pausa.
Va bene, capitolò. Passo a riprendere lanello.
Lindomani fu alla porta. Elisa consegnò la scatola, senza farlo entrare. Lui la fissò negli occhi, e lei sostenne lo sguardo.
Elisa
Addio, Matteo.
Richiuse la porta. Rimase con la schiena contro il legno, sospesa, poi si alzò per mettere su il bollitore.
***
Passarono tre settimane. Simili alle prime dopo Leonardo, eppure diverse. Prima era nebbia, ora dolore acuto e conosciuto per nome.
Elisa lavorava molto. Chiese un nuovo progetto: il romanzo psicologico di una donna che cercava se stessa. Gli errori, le insicurezze, le scelte. La voce del libro le parlava più da lettrice che da editor.
Mamma chiamò di mercoledì.
Come stai?
Bene, mamma.
Dici “bene” come in terza media quando restavi chiusa in bagno a piangere.
Non piango.
Non so se sia meglio.
Elisa rise, per la prima volta dopo giorni. Sentì qualcosa sciogliersi nel petto.
Ho fatto una fila di guai. Prima gli sbagli degli altri, poi i miei. Passerà.
Vieni domenica a pranzo. Faccio la crostata.
Volentieri.
Giovedì lo seppe per caso. Una collega di uno studio darchitettura, mentre parlavano di sciocchezze, disse: “Ma sai che Matteo Marinelli lascia tutto? Ha già prenotato il volo per Londra, pare definitivo!”
Elisa fece finta di nulla. Poi chiuse.
Definitivo.
Si alzò; davanti la finestra il barattolo dacqua. Ormai solo un dito liquido, il resto incrostato di sale, un disegno sottile e bellissimo.
Le vennero in mente le parole del diario: “Taci, credendo di punire laltro. E intanto perdi tu tempo buono.”
Pensò ai silenzi, suoi e suoi, paralleli, ognuno in attesa che fosse laltro ad aprire.
Due testardi, diceva Vittoria. Una formula infelice per la felicità.
Tornò al tavolo. Aprì il portatile, lo richiuse. Lo riaprì, scrisse: “Matteo, che volo hai?”. Cancellò. Scrisse: “Possiamo parlare?”. Cancellò. Solo: “Richiamami.”
Il telefono tacque tutta la sera.
La mattina dopo si svegliò col buio. Guardava il soffitto. Sapeva che la vita non è quella dei romanzi dove la conclusione riordina tutto. Qui si sistema a metà del capitolo, quando meno lo vuoi.
Una cosa aveva capito: la paura di soffrire è naturale, specie dopo il tradimento. Si insinua, ti isola. Ma chiudersi non protegge dal dolore, garantisce solo una nuova forma di dolore. Silenziosa, senza spigoli ma vera.
Fece colazione. Prese il cappotto.
Non sapeva il volo preciso. Era un problema, ma una persona avrebbe potuto aiutarla.
Chiamò lo studio.
Caterina, ciao. Sai quando parte Matteo Marinelli?
Domattina, primo volo.
Primo volo. Quindi ancora qui, oggi.
Non andò a casa sua non lo sapeva nemmeno dove stesse. O avrebbe potuto scrivere, ma non era lo stesso.
Guidò fino allaeroporto. Si piazzò vicino al check-in per Londra. Sapeva fosse stupido: poteva già essere al gate, essere entrato da unaltra porta. Rimase lì con un caffè e la sensazione di essere protagonista di un film mediocre.
Poi si voltò, andando verso luscita. Aprì la portiera.
Proprio allora, qualcuno bussò al finestrino.
Si voltò. Matteo era lì. Borsa a tracolla, biglietto che spuntava dalla giacca. Era senza fiato, come avesse corso.
Elisa abbassò il vetro.
Si guardarono.
Non ci sono riuscito, disse lui. Sono arrivato al banco. Poi mi sono chiesto perché. Ho lavoro, un contratto, ma niente che sia proprio una “ragione”. Invece qui ce lho. Le occhi negli occhi, fermi. Non so dire queste cose facilmente. Ma aveva ragione la nonna. Il mio muro è crollato.
Elisa rimaneva in silenzio. Uscì dallauto.
Matteo
So che hai avuto un anno duro. Che fai fatica a fidarti. Io stesso non mi fidavo mai di nessuno, so come funziona. Ma non voglio Londra. Voglio riparare la casa di nonna. Aprì la borsa, le porse la scatola. Metà casa ora è anche tua, secondo il testamento. Ti chiedo solo: lo vuoi fare con me? Non per la carta, ma perché tu per te.
Elisa prese la scatola. Lanello era sdraiato sulla vellutata.
Lo indossò. Era come se fosse stato sempre lì.
Non hai paura? mormorò Elisa, con la bocca che sapeva di mare.
Paura da impazzire sussurrò più forte stringendole la mano. Ma adesso so che avere paura non significa fuggire.
Non rispose, ma restò lì. Il cielo primaverile sopra laeroporto era pallido, ordinario. Solo cielo. Solo giorno.
Solo inizio.
Molto più tardi, a casa, Elisa si avvicinò alla finestra. Sul marmo la bottiglia dacqua marina: rimasto ormai solo uno specchio. Sulla parete si era aperto un merletto di sale bianco, come brina viva.
Pensò alle parole di Vittoria: “Il mare non perde. Tiene, solo fino al momento giusto.”
Forse è così: gettiamo in mare qualcosa, in un gesto di rabbia o cuore giovane, e il mare trattiene. E, quando siamo pronti, lo restituisce. A volte uguale, a volte cambiato.
A volte sotto forma di una mano calda che bussa al vetro, dicendo: “Il mio muro è crollato.”
Elisa sorrise piano, non per nessuno.
Fuori la città respirava. La storia di tradimento e perdono era più lunga dellatteso. Non cera finale, solo la pagina nuova che si apre, il seguito che in un romanzo non trovi mai.
I romanzi dellanima non si scrivono con le parole. Si scrivono con le scelte. Minuscole, invisibili. Aprire una porta. Fermarsi. Indossare un anello.
Elisa guardò la mano illuminata dalla lampada. Il granato ardeva allinterno, scuro, quasi bruno ai bordi, come una ciliegia cotta dal sole.
Sempre, stranamente, caldo.







