Non mi vuoi bene davvero!

Non mi ami!

Il venerdì sera sembra calmo, senza segni di tempesta. Fuori, nel quartiere residenziale di periferia di Milano, le luci iniziano ad accendersi lentamente negli appartamenti. Costantino, uomo di poco più di trentanni, appena entra nellappartamento al dodicesimo piano. Nelle mani ha una borsa della Coop: il solito kit del fine settimana gorgonzola che Lucia adora, salame di Felino costoso, pomodorini Pachino, una bottiglia di Chianti e una scatola di bignè con crema e cioccolato, anche quelli per la moglie.

Cè un silenzio sospetto nel corridoio. Di solito Lucia lo accoglie con il suo modo rumoroso: gli salta al collo, pretende di sapere ogni minuto dove sia stato fuori casa, ma stasera, neanche un filo di voce. Nessuna musica dalla sua stanza, nessun passo con quelle buffe pantofole a forma di coniglio.

Lucia, sono a casa chiama lui, sfilandosi le scarpe e in ascolto.

Nessuna risposta.

Costantino appoggia la borsa sul tavolinetto in salotto e si dirige verso la camera da letto. La scena che trova lo fa sussultare. Lucia stesa di traverso sul letto matrimoniale, il viso affondato nel cuscino. Le sue spalle magre tremano e la lunga chioma scura sparsa sul piumone.

Che succede? le si avvicina piano, la voce bassa. È successo qualcosa?

Lucia si gira di colpo sulla schiena. Gli occhi gonfi con il mascara sciolto sulle guance lo fissano con uno sguardo pieno di accusa muta e dolore.

Non lo immagini? la voce trema, si incrina in un sussurro tragico. Sto male, Costa. Sto davvero male. Così male che non ho voglia di vivere.

Si siede sul bordo del letto, in modo riflesso tenta di poggiarle una mano sulla fronte. Lucia si scosta come se lui fosse un lebbroso, si copre il viso fra le mani.

Dove fa male? Hai la febbre? cerca di mantenere il tono calmo e partecipe, anche se dentro inizia già a ribollire dell’irritazione che conosce bene dopo sei anni di matrimonio.

Mi fa male lanima! grida lei e ricade a piangere sul cuscino. E tu neanche chiedi come sto! Non te ne frega niente! Sei tornato dal lavoro e neanche sei venuto da me, non mi hai abbracciata, nemmeno un bacio! Io qua sto morendo, mi manca laria dalla solitudine, e tu vai a fare la spesa, perdi tempo in sciocchezze!

Lucia, sono passato dal supermercato per portarti qualcosa da mangiare. Quei bignè li volevi tu, sono andato apposta in quella pasticceria sotto la metro che ti piacciono sempre freschi spiega Costantino, con la pazienza di chi parla a una bambina capricciosa.

Oh, i bignè! si tira su a sedere, spostando allindietro i capelli arruffati, gli occhi sono offesi ma quasi trionfanti, pare abbia capito la mossa: lui prova a comprarla. Pensavi di comprarmi con del dolce? Avresti dovuto abbracciarmi, appena entrato, dirmi che sono bellissima e che mi ami! Invece arrivi con una borsa Non mi serve niente di materiale, Costa, solo attenzione! Solo che tu mi veda! Invece per te non esisto, non conto per nulla!

Lui stringe la mascella fino a farle scricchiolare. Conosce ogni battuta di questa sceneggiata come la tavola pitagorica. Silenzio, attesa che sia lui a cedere per primo, a buttarsi su di lei, ad abbracciarla, a chiedere scusa per peccati inventati, a baciarle le manine e portarla in braccio fino alla cucina dove i bignè aspettano il loro destino.

Ma oggi è sfinito come non mai. A lavoro il capo fuori di sé, clienti impazienti e urla per i ritardi. Costantino non ha forze, né fisiche né morali, per questaltra tempesta.

Lucia, dai, ceniamo insieme tranquilli? si alza dal letto. Sono davvero stanco, morto. Stiamo solo in cucina, stappiamo il vino, ci mangiamo i tuoi bignè. Parliamo come persone normali.

Normali?! grida, la voce le scappa di mano in un falsetto isterico. Salta giù dal letto, lo colpisce coi pugni sul petto come spinta dal panico. Tu sei stanco? E io, secondo te, sono stata tutto il giorno qui a poltrire?! Io mi sono fatta in quattro con le pulizie di primavera mentre tu ti divertivi a scrivere rapporti e bere caffè con le tue segretarie! Ho le mani a pezzi, la schiena distrutta, sono uno straccio! Torni e neanche un the, nemmeno mi chiedi comè andata! Sei un egoista, Costantino! Sei di pietra! Pensi solo a te!

Costantino le afferra i polsi, minuti, fragili come quelli di un passero. Lucia è sempre stata piccola e sottile, la sua vulnerabilità era ciò che lo aveva colpito, aveva voglia di proteggerla dal mondo. Non immaginava che quella fragilità fosse unarma devastante.

Lasciami, mi fai male! urla, cercando di divincolarsi. Vuoi rompermi i polsi?

Lui la lascia, lei singhiozzando si fa indietro, di spalle alla finestra, gli occhi sulla città illuminata, recitando teatralmente.

Costantino inspira a fondo. Va in cucina, apre il Chianti, si versa il bicchiere e lo butta giù in un sorso solo, senza sentire gusto. Poi un secondo. Torna lentamente in camera, bicchiere in mano.

Lucia, bevi un bicchiere, le dice, tendendolo con tono riconciliatorio.

Si volta di scatto: il pianto ora ha lasciato spazio alla rabbia.

Toglimelo! sputa tra i denti. Non tentare di calmare la coscienza con il vino. Non mi ami. Lo so ormai. Vivi con me solo per pena.

Ma che dici? mette il bicchiere sul comò, disfatto.

Ma che dici, ma che dici! si avvicina e gli pianta un dito nel petto. So bene come mi guardi! Come fossi invisibile! Prima correvi a casa con i fiori, oggi Vivi solo per il lavoro. E io? Sono un mobile?

Costantino tace. Sa che qualsiasi parola sarà usata contro di lui. Non è più una discussione, ormai è una caccia: lei la cacciatrice, lui la preda, manca solo che lei decida di finirlo davvero.

Vabbè, dice. Io vado a mangiare. Se vuoi, vieni anche tu.

Gira i tacchi, va in cucina, sentendo lo sguardo di fuoco sulla schiena. Tira fuori il gorgonzola, taglia il pane e i pomodorini, si versa un altro bicchiere di vino. Non vuole pensare a cosa succederà.

E difatti puntuale, dopo cinque minuti Lucia irrompe in cucina, raccoglie il piatto col formaggio e lo schianta con violenza per terra. Porcellana ovunque, il gorgonzola che vola sulle piastrelle.

Ma sei matta?! urla Costa, alzandosi di scatto. Ma ti sei bruciata il cervello?!

Ecco perché! urla in risposta, rossissima, gli occhi di fuoco. Così impari a ignorarmi! Ti sbatti per lennesima cavolata mentre io mi ammazzo! La smetti di tacere e far finta di nulla!

Afferra anche la bottiglia di vino ma lui la blocca, il vino si versa sul pavimento mescolandosi ai cocci e al gorgonzola.

Lascia! grida lei, cercando di liberarsi. Lasciami, sei una bestia!

Basta, sibila lui, stringendole il polso fino a farla urlare per il dolore. Bastaaaa!

Fa male! Lasciami!

Lui la molla, Lucia ondeggia sul vino versato quasi cadendo, ma si regge al davanzale. Costa guarda il disastro e sente solo rabbia.

Guarda cosa hai combinato, mormora, indicando la cucina devastata.

Io?! ricomincia lei. Sei stato tu! È colpa tua! Se fossi un marito vero niente di questo succederebbe!

Lui prende scopa e paletta, inizia a raccogliere i cocci. Lucia lo osserva, poi dimprovviso afferra la scopa e la lancia nel lavello, urlando ancora più forte:

Non ti azzardare a pulire! Devono vedere tutti chi sei! Devono sapere come mi tratti!

Chi lo deve vedere, Lucia? Perché questa commedia?

I vicini! Devono sapere che mio marito è un mostro!

I vicini ormai sono abituati, ride amaro. Sanno che da noi ogni sera si festeggia la giornata della ceramica.

Ed è vero. In sei anni i giovani dirimpettai probabilmente conoscono a memoria ogni aria del loro melodramma. Costa sospetta quasi che si ammutoliscano apposta per sentire meglio quando Lucia va in escandescenze.

E ridi anche?! urla lei. Mi stai prendendo in giro?!

Non rido, Lucia. Non cè niente da ridere.

Lui lascia la cucina, va in salotto, si butta in poltrona e chiude gli occhi. Rimbalzano nella mente immagini di come tutto era iniziato. Come aveva conosciuto Lucia al compleanno di un amico. Era brillante, emozionata per ogni cosa, una bottiglia di spumante umano. Lei ventidue, lui ventitré. Unica figlia di una professoressa in pensione e di un proprietario di una piccola catena di officine auto. Regali, soldi, attenzioni: la coccolavano come una principessa. Bastava piangesse e tutto il mondo si piegava ai suoi capricci.

Già ai tempi di fidanzamento Lucia mostrava il carattere: labbra imbronciate per cinque minuti di ritardo, scenate al bar per unordinazione sbagliata. Costa allora credeva fosse solo gioventù, emotività, la sensibilità che tanto amava. Pensava che lamore lavrebbe cambiata, che Lucia sarebbe maturata. Si sbagliava.

Dopo il matrimonio fu peggio. I genitori si ritirarono, e tutta la cascata di attese e pretese si riversò su di lui. Doveva essere marito perfetto, leggere i suoi desideri in anticipo. Anzi: doveva essere padre, madre, tata, comico e cameriere in ununica persona.

Lei pretendeva coccole costanti ogni mattina il caffè a letto, un bacio sul naso e che bella che sei. Ogni sera, lei sulle sue ginocchia, carezze e ascolto dei suoi pianti per unintera giornata passata davanti al cellulare e con la maschera viso. Regali costanti, non per forza cari ma sempre. Dolcetti ogni giorno. Scordarsi uno yogurt preferito era apocalisse.

Non mi ami! gridava. Non pensi mai a me! Non ti importa delle piccole felicità!

E se lui provava a ribattere dicendo che lui portava avanti il lavoro e la sua quotidianità, ecco che la cascata di lacrime partiva. Piangeva come una bambina a cui non comprano il giocattolo. Lui aveva letto che gli uomini non resistono alle lacrime delle donne, che sono pronti a tutto pur di fermarle. Ma su di lui le lacrime avevano effetto opposto: solo stizza. Perché erano lacrime di ricatto, non di dolore.

Ultimamente Lucia aveva capito che le lacrime non funzionavano più. Costa aveva imparato a sopportare, voltarsi, chiudersi in unaltra stanza. Così aveva variato: adesso erano i malesseri.

Costa, mi sento male, sussurrava sdraiandosi. Mi si stringe il cuore, gira la testa. Forse ho la pressione bassa.

Lui le misurava subito la pressione, era normale, proponeva la guardia medica. Ma la guardia non serviva: serviva che lui le stringesse la mano, le accarezzasse la testa, le facesse il tè caldo col limone e domandasse ogni cinque minuti: «Come stai, tesoro? Ti senti meglio?»

Lei si lasciava coccolare, recitava dolori e tremori, e dava ordini a bassa voce: Costa, sistemami la coperta Costa, portami lacqua: non fredda, tiepida Costa, vieni qui che ho paura Costa, fammi un massaggio alle tempie che mi esplode la testa

Lui girava per la stanza come un infermiere personale, dentro una rabbia sorda. Bastava distrarsi cinque minuti che partiva di nuovo lattacco:

Mi hai abbandonata! Sto morendo, e tu lavori!

E quando non cedeva alla commedia, Lucia si alzava in un attimo guarita e correva a sfasciare i piatti. Era unossessione. Prendeva il primo che le capitava: piatto, tazza, insalatiera tutto contro il pavimento. Il rumore della ceramica la calmava. Scaricato il nervoso, magari laiutava pure a raccogliere, se lui chiedeva.

Ma che fissazione hai, con questa ceramica? le aveva chiesto una volta, stanco delle scene.

Che altro posso fare? sospirava lei. Non mi ascolti se ti parlo, devo fare casino. Rompere piatti mi calma. Costa meno dello psicologo.

Costa meno?! aveva allargato le braccia, indicando il terzo servizio in un anno. Fatti due conti di quanto hai rotto

Se non mi portassi allesaurimento non dovrei rompere nulla! replicava lei.

Costa era esausto. Voleva una vita normale, adulta. Una moglie che lo accogliesse col sorriso invece che con accuse. Una sera da trascorrere sul divano, avvolti, magari in silenzio, anziché ore di monologhi pieni di rancore. Fare lamore non come premio per buona condotta o per averle comprato un regalino, ma come atto naturale di due adulti che si amano. Una donna, non una bambina capricciosa di trentanni.

Ma come cambiarla? Come aiutarla a maturare? Lei non vede niente di male nel suo comportamento, è la sua normalità. Così lhanno cresciuta: vuoi una cosa? Piangi, insisti, sfascia qualcosa e il mondo si inchina ai tuoi piedi. E il mondo si inchinava, finché non arrivò lui.

La domenica mattina, Costa si sveglia presto. Lucia dorme ancora. Prepara il caffè, si siede in cucina guardando il cielo grigio. Umore sotto le scarpe. Decide che oggi parlerà con lei seriamente. Per lultima volta.

Verso le undici Lucia viene in cucina, avvolta nellaccappatoio, gonfia per il pianto. Si versa il caffè, si mette a sedere senza rivolgergli lo sguardo.

Lucia, dobbiamo parlare, attacca lui con calma.

Di cosa? risponde lei gelida, fissando il muro.

Di noi. Di come va avanti. Non ce la faccio più.

Tu non ce la fai? fa uno scatto e gli occhi le brillano di rivalsa. Quella che non ce la fa sono io, vivere con uno a cui non importa nulla di me!

Lucia, ascoltati. Non credi di comportarti come una bambina e non come una donna adulta?

Io una bambina?! la voce sale subito di tono. Quindi mi tratti come una bambina! E chi, secondo te, manda avanti questa casa? Chi cucina? Chi si occupa di te?

Tu pulisci? sorride amaro. Viene la donna delle pulizie due volte la settimana. Tu cucini? In sei anni hai fatto la frittata dieci volte, massimo. E ti prendi cura solo di te stessa.

Ma come ti permette! si alza e rovescia la tazzina di caffè, che si allarga sul tavolo. Sei un ingrato! Faccio tutto per te, ci metto lanima, e tu

Lucia, siediti. Taglia corto lui.

Lei si siede, solo perché è curiosa.

Ti amo, dice Costa. Ma sono esausto. Delle scenate, dei cocci, della necessità di dimostrare il mio amore minuto per minuto. Non posso vivere in questo circo. Voglio una famiglia normale. Che siamo partner, non mamma e figlia capricciosa.

Vuoi dire che sono io il problema? Che non merito nulla?

Non dico che sei cattiva. Dico che dobbiamo cambiare. Devi crescere. Imparare ad ascoltare, non solo pretendere e piangere.

Io manipolo?! ringhia lei, Ma come ti permetti! Sono davvero malata, ho i nervi distrutti! E tu mi finisci!

Lucia, se ti serve qualcosa, piangi o svieni. Se ti ascolto, guarisci subito. Questo non è essere malata, è ricatto.

Gli occhi rotondi, sbigottiti. Non si aspettava che lui la tenesse, di solito cedeva, purché finisse tutto. Ora resta fermo.

Sei un mostro! sussurra lei. Non mi ami! Non mi hai mai amata! Sposato solo per i soldi dei miei!

Quali soldi? Abitiamo nella mia casa, comprata prima di conoscerti. I tuoi non ci hanno mai dato nulla, tolti i regali di Natale.

Tu credi questo! si alza, cammina avanti e indietro in cucina Mi hai usata e ora mi butti!

Costa capisce che è inutile. Lei non sente che ciò che vuole sentire, storpia tutto, magari per non crollare.

Esco, dice, alzandosi. Ho bisogno di prendere aria.

Te ne vai?! si piazza davanti alla porta, bloccandolo. Non vai da nessuna parte! Non abbiamo finito!

Abbiamo finito, Lucia.

Ah sì?! afferra un cestino di cristallo regalo della mamma e lo lancia a terra: il cristallo schizza dappertutto.

Costa guarda i pezzi, poi lei. È in attesa, spera labbracci, la consoli, inizi a raccogliere i cocci. Rimane impassibile.

Continui? domanda placido.

Che?!

Rompi ancora? Se hai finito, esco.

Lui la aggira, va a infilarsi la giacca e le scarpe. Lucia lo trattiene tirandogli la manica.

Non puoi uscire! Sei mio marito!

E proprio per questo me ne vado, le scioglie la presa. Perché non posso più essere tuo marito.

Esce e sente un tonfo: un altro oggetto lanciato contro la porta. Scende con lascensore, cammina per la città, con passo vagabondo, calciando le foglie, guardando la gente e domandandosi dove sia finito lamore che provava per lei.

Si infila in un bar, ordina un espresso e un cannoncino, si mette al tavolo vicino alla finestra. Il telefono impazzisce. Lucia chiama ogni cinque minuti, lui non risponde. Poi arrivano i messaggi: prima accuse, poi lacrime, poi ancora offese, infine la suocera.

Vergognati! Dove sei? Lucia è una furia, ha il cuore a pezzi. Torna SUBITO e chiedi scusa a mia figlia!

Costa legge il messaggio e sospira. Mamma. Pure lei abile manipolatrice, più esperta. Sempre e solo dalla parte della figlia, lha cresciuta così. Lei e il marito hanno insegnato a Lucia che a furia di scenate e grida il mondo gira solo per lei.

Lui non risponde e spegne il telefono. Comanda un altro caffè.

Rientra tardi la sera. In casa buio e silenzio. In cucina, i cocci della vaschetta di cristallo sono ancora lì. Nessuno ha pulito. Lucia è a letto, di spalle; finge di dormire. Costa non la sveglia. Prende la scopa, pulisce, lava e si mette sul divano in salotto.

La mattina dopo Lucia esce in silenzio, pallida, gli occhi gonfi, si siede accanto, la testa sulla sua spalla.

Costa, perdonami, sussurra. Sono una stupida. Non volevo. Non so che mi sia preso. Ho avuto paura quando te ne sei andato. Credevo non tornassi.

Lui tace.

Ti amo davvero, insiste lei. Ci provo a cambiare. Te lo prometto. Ma non andartene più. Non lasciarmi sola.

Costa la guarda. Così fragile, in accappatoio, spettinata, gli occhi bagnati. Il cuore quasi cede. Di nuovo.

Lucia sospira lui Non lo so. Hai già promesso mille volte Poi dopo una settimana si ricomincia.

No, stavolta cambio giura lei. Vado dallo psicologo, ti giuro. Ho già prenotato. Guarda.

Gli mostra il telefono con la prenotazione da uno studio. Costa sospira.

Va bene, dice. Prova. Ma questa è davvero lultima.

Lei gli si getta al collo, lo copre di baci, assicura, piangendo, che lui è il migliore, che lo ama e lui ci crede. O fa finta di crederci. Perché fa troppo paura ammettere che sei anni se ne sono andati così, e ricominciare sembra impossibile.

Passano due settimane. Lucia va due volte dallo psicologo. Gli mostra scarabocchi sul quaderno. In casa, per fortuna, calma. Quando sta per esplodere si isola, respira come le hanno insegnato. Costa inizia a sperare.

Poi, come sempre, capita la solita storia. Lui fa tardi a lavoro di unora. La avvisa. Lei risponde: «Okay, ti aspetto». Ma al suo arrivo, in corridoio trova la solita Lucia.

Dove sei stato?! urla lei.

Ti ho chiamato, ti avevo detto che ritardavo.

Hai detto mezzora, è passato unora. Doveri in quei trenta minuti?

Ero impegnato con un cliente. Poi cera traffico.

BUGIARDO! gli occhi si accendono. Eri con lei!

Con chi?

Quella Marta della contabilità! Lo so benissimo!

Lucia, non dire scemenze. Chi è Marta? Non ricordo neanche come sia fatta.

Non ricordi?! E chi le ha offerto il caffè la volta scorsa?! Me lha detto pure Marco del tuo ufficio!

Marco è un pettegolo. Offro il caffè a tutti, non significa niente.

Per me sì! urla lei Non mi ami! Mi tradisci! Lo sapevo!

E parte il copione: lacrime, urla, scenata. Dopo pochi minuti, via in cucina a rompere i piatti. Stavolta di una serie nuova, comprata da una settimana.

Costa osserva da ferma la moglie che lancia piatto dopo piatto. Bam i cocci ovunque. Neanche si ferma finché non resta che lultimo.

Lucia, basta, la voce gli esce prosciugata. È tardi, la gente dorme.

Non mi interessa! urla afferrando lultimo piatto. Devono sapere chi sei!

Scivola il piatto, non si rompe, solo un tonfo sulle piastrelle. Lucia si blocca, confusa, quasi persa.

Lui se ne va in camera, tira fuori la vecchia valigia, ci butta dentro qualche jeans, maglione, caricabatterie.

Lucia compare sulla soglia, pallida, il trucco colato.

Che fai? sussurra.

Vado. Non si gira nemmeno.

Dove?

Da mia madre. Starò lì.

Per quanto?

Finché non te ne vai da qui. Lappartamento è mio, lo sai bene.

Si avvicina, cerca un abbraccio alle spalle ma lui si scansa con calma.

Basta.

Costa, perdonami piange guardandolo negli occhi. Non lo farò più. È solo nervosismo. Ti prego, non andartene.

Lui la guarda. Quanti addii ha visto così? Cento? Mille?

Lucia, non cambierai. Non puoi. Non è una colpa, ma neppure un merito mio. Io così non ce la faccio più.

Posso cambiare! urla. Sei tu che non vuoi darmi chance!

Te ne ho date sei anni, Lucia. Sei anni. Sono finito.

E lamore? sussurra Dicevi che mi amavi.

Ti amavo. Tanto. Ma ora non lo so. Credo abbia smesso. Tu lhai ucciso, pezzo dopo pezzo. Piatti, crisi, lacrime, ricatti.

Chiude la valigia e va verso luscita. Lucia si butta sulla porta, non lo fa passare.

Non ti lascio. Quanti giorni pensi di restare da tua madre?

Finché non te ne vai. Lappartamento è mio, ricordati: comprato anni prima di te.

Si blocca, lo guarda terrorizzata. Lui apre la porta, scende.

Costa! urla nellandrone. Senza di te non vivo! Morirò!

Arriva lascensore, lui si gira.

Se non stai bene chiama il dottore. O tua madre, che viene a comprare altri piatti.

Le porte si chiudono.

Costa guida per la città di notte, senza meta, ascolta solo le ruote sullasfalto deserto, le luci gialle, le poche macchine.

Il telefono vibra di continuo: Lucia chiama venti volte. Poi arriva un messaggio: Te ne pentirai. Non finisce qui.

Lui sospira, spegne il telefono.

Allalba si risveglia in macchina, in un parcheggio periferico. Mal di schiena, collo bloccato. Si ferma da un bar, tre caffè, un tramezzino caldo e torna la voglia di affrontare la giornata.

Un mese dopo, divorzio. Lucia piange e promette di non firmare, ma senza figli la separazione è immediata.

A volte Costa la sogna ancora: in accappatoio, occhi gonfi, lo chiama e supplica: Costa, perdonami, non lo faccio più. Si sveglia sudato, fissa il soffitto, poi passa.

Dopo un anno Costa conosce Nadia. Lavora nellufficio vicino; porta gli occhiali sottili, ride sottovoce, beve lespresso amaro, mai una parola fuori posto. Quando si arrabbia tace, va nellaltra stanza, poi torna: Parliamone con calma.

Allinizio Costa ha paura. Ogni rumore, ogni gesto improvviso è un sussulto. Ma Nadia è diversa. Mai un piatto rotto, mai una crisi, mai pretese assurde.

Dopo due anni si sposano. Nozze in Comune, senza invitati, solo genitori. Proprio il giorno del sì, Lucia gli scrive: Spero tu muoia, stronzo. Lui sorride e la blocca.

A volte, passando nel reparto casalinghi dellEsselunga, si ferma a guardare piatti e tazzine. Bianchi, fiorati, decorati o di cristallo. E pensa: quanto servizio si poteva comprare con tutti quelli rotti negli anni passati?

Nadia lo prende per mano, scherza sottovoce:

Ehi, sei incantato? Dai, manca ancora il latte.

Lui sorride, si allontana dagli scaffali di stoviglie e segue la sua nuova vita.

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