Signora, non vuole prendere il mio fratellino? Ha solo cinque mesi dalla nascita, è molto debole dalla fame e ha tantissima voglia di mangiare…
Ero seduta su una panchina davanti alledicola, scorrendo distrattamente la bacheca del cellulare, senza badare al brusio del quartiere. Gente che saffannava: uno al telefono, laltro col sacchetto del pane che passava di corsa. Io, forse, sarei rimasta lì ancora un po, indifferente, se non avessi sentito quella vocina sottile, fioca ma scandalosamente seria.
Signora… ma non volete un bambino? Prendete il mio fratellino. Ha solo cinque mesi e gli brontola la pancia
Alzai lo sguardo e davanti a me cera una bambina di sei, forse sette anni. Magrissima, con un giaccone troppo grande addosso e una coda di cavallo spettinata, ferma accanto a una carrozzina di altri tempi da cui giungeva il respiro sottile di un neonato.
E la tua mamma dovè? domandai piano.
È stanca… Dorme da tanto. Io do da mangiare a mio fratello. A noi è rimasto solo il pane e dellacqua
E dove abitate?
Lei puntò il dito verso un palazzo scrostato, mezzo abbandonato vicino a Via della Libertà.
Lì. Ieri abbiamo telefonato a papà, ma lui ha detto che dobbiamo arrangiarci… Non verrà…
Un dolore muto si arricciò dentro di me, come una molla che si tende. Avrei voluto urlare, piangere, ma lei, la piccola, era sorprendentemente calma. Aveva trovato la forza di reggere il mondo sulle spalle, per suo fratello piccolo.
Ci incamminammo insieme. Presi in braccio il bimbo, mentre lei mi guardava di sottecchi, diffidente, come se temesse che anchio potessi dissolvermi, come tutti i grandi della sua vita.
In casa li accolse una penombra grigia: aria umida, freddo alle ossa. In un angolo le bambole rotte, sul tavolo un foglietto scritto a mano: Perdonatemi, figli. Non posso più andare avanti. Spero che qualcuno buono vi trovi.
Fu chiamata subito unambulanza; poco dopo arrivarono gli assistenti sociali. Ma io non riuscivo ad andarmene.
Sei mesi più tardi, Elisa e Tommaso erano diventati i miei figli affidatari. Ora la nostra casa profuma di crostate calde e risate: nessuno più chiede a voce bassa, prendete il mio fratellino, ha fame. È passato quasi un anno. Tommaso ride e batte le manine quando torno, sorride con tutta la bocca. Qualche notte piange piano, senza motivo, nel buio. Lo stringo forte al petto: subito si calma. Elisa ora sembra più grande delletà che ha. Ma oggi è felice. Ha una stanza tutta sua, il coniglietto di peluche che adora e una passione per le frittelle. Prima non sapeva prepararle; adesso mi chiama piena dorgoglio: Mamma, assaggia! Ci ho messo la banana, come fai tu…
La prima volta che mi chiamò mamma fu a pranzo, con i maccheroni e il parmigiano. Lo disse per sbaglio: Mamma, passami il sugo Poi arrossì: Scusami So che non sei quella vera Io labbracciai: Sono vera. Perché ti voglio bene. Sul serio. Da quel giorno mi chiama mamma solo perché lo vuole davvero.
A volte andiamo al cimitero da sua madre. Io non la giudico. Era solo troppo fragile. Forse, da qualche parte, oggi è felice che proprio quella mattina io sia uscita sul marciapiede. Che abbia ascoltato Elisa. In fondo, lei non chiedeva solo per suo fratello: cercava speranza. E io ho risposto: Siete necessari, tutti e due.
Di recente ad Elisa è caduto il primo dente. Me lo ha portato chiuso nel pugno: Mamma, ora sono proprio grande, vero? Ho riso con le lacrime agli occhi. Perché è finalmente solo una bambina. Pigiama con gli orsetti e un biglietto sotto il cuscino: Fata dei denti, il dente non cè più, però puoi lasciare una monetanon mi dispiace.
Tommaso ha iniziato a camminare. I suoi piccoli passi sono la mia melodia preferita. Ogni volta che mi guarda, sembra chiedere: Sei ancora qui? E io glielo ripeto: Sono con te. Sempre. Abbiamo festeggiato il suo primo compleanno, con i palloncini, la candelina e la torta. Elisa ha fatto i biscotti e scritto una cartolina: Buon compleanno, Tommaso. Ora abbiamo una famiglia. Tutti noi. Giochi e abbracci.
Quella sera si è addormentata appoggiata sulla mia spalla. Per la prima volta, serena. Senza paura. Solo una bambina. Come una figlia. In primavera abbiamo piantato fiori nuovi. Elisa portò una lettera: Posso sotterrarla? È per la mamma. Quella vera. Ho annuito. Lei lha letta alta: Mamma, ti ricordo. A volte mi manchi. Non sono arrabbiata. Stiamo bene. Ora abbiamo una mamma. Ci vuole bene. Sono quasi grande. Andrà tutto bene. Non ti abbiamo dimenticata. Ti lasciamo andare. Con amore, la tua Elisa. Ha coperto la lettera di terra con le mani: Grazie per averci fatti nascere. Ora lasciaci andare. Siamo al sicuro.
A volte basta la forza di ascoltare. E restare. Adesso quando passeggiamo in tre per corso Umberto, la gente ci sorride. Pensa: una famiglia qualsiasi. Ed è vero. Perché questo èsemplice felicità. Silenziosa. Vera. Quella che salva.
Sono passati due anni. Elisa è in terza elementare. Tommaso biascica le prime parole, ogni tanto la canzoncina mamma. Io sono ancora qui, e non me ne andrò. Mai.






