La felicità rubata

La felicità rubata

Mamma, mi sento così male sospirò lei appena aprì gli occhi.

Perché quando nella vita succede qualcosa di terribile, si chiama la madre, anche se si hanno già più di trentanni?

Ora andrà meglio, loperazione è riuscita, la madre si avvicinò al letto dellospedale. Hai sete? Il dottore ha detto che puoi bere il succo che ti ho portato.

Sì, mamma Scusa se ti ho fatta preoccupare.

La madre guardò Ginevra con dolcezza, anche se aveva ancora gli occhi rossi dalle lacrime e dallansia.

Conta solo che tutto sia passato.

Dove resterai, mamma? Se vuoi prendi le chiavi dellappartamento dove vivo.

Non serve, starò da zia Silvia.

La mamma era corsa al reparto terapia intensiva dove avevano ricoverato Ginevra dopo lintervento. Era rimasta con lei tutto il giorno, finché non lavevano trasferita in una stanza normale.

Solo allora Caterina tornò a casa, nel piccolo paese in provincia di Pisa, dove suo marito la stava aspettando. Romano la guardava con rabbia:

Sei corsa da lei appena ti ha telefonato, hai già dimenticato quello che ti ho chiesto?

La donna evitava di incrociare lo sguardo del marito. Avevano deciso di non nominare nemmeno più il nome della figlia, ma ormai tutto le era venuto a noia e Caterina si arrabbiò:

Ginevra ha avuto un incidente e mi hanno chiamata dallospedale! E se lavessi persa? Non te lo avrei mai perdonato!

Romano non rispose, uscì a fumare. Finalmente Caterina lasciò uscire la paura e la stanchezza. Subito le si avvicinò Chiara, la figlia minore, con la bambina in braccio:

Mamma, te ne sei andata senza dire nulla, non farlo mai più! E ora la piccola Martina non dorme più dalla preoccupazione.

Posò la bambina tra le braccia della madre senza pensare che forse era stanca dal viaggio.

E allora? Cosa è successo a Ginevra? domandò stizzita Chiara.

Niente, rispose Caterina.

Hum! Se non vuoi parlarne, pazienza!

***

La malattia si era manifestata piano: dapprima solo qualche mal di testa con il cambio del tempo, poi il formicolio alle braccia e alle gambe al mattino, che pian piano era diventato dolore. Ginevra aveva dovuto ricorrere agli antidolorifici persino per salire sul palco. Alla fine si era rivolta ad una clinica per un controllo completo, e la diagnosi era stata un fulmine a ciel sereno che aveva infranto tutti i suoi sogni: addio carriera nella danza. Le conseguenze di quellincidente lavevano segnata per sempre.

Senza lavoro, restare in città non aveva più senso. Ginevra raccolse le sue cose. Lappartamento era splendido grande, moderno, confortevole ma pur sempre in affitto. In quel momento si pentì amaramente di non aver ascoltato la mamma, di non essersi presa almeno un piccolo monolocale pagando il mutuo.

(Si vedeva ancora vivere in grande, in ampi appartamenti con cabina armadio, sauna e jacuzzi.)

Tra il corteggiamento di tanti uomini e i buoni guadagni, si era illusa che tutto sarebbe durato per sempre.

Mise abiti e scarpe tra valigie e borsoni, e osservò con amarezza: gran parte di quei vestiti costosi non le sarebbero più serviti. Top sgargianti, minigonne eccentriche, una marea di scarpe da ballo, nulla di tutto ciò era adatto alla vita reale.

Ecco dove erano finiti tutti i suoi risparmi: trucchi di lusso, profumi, vestiti, scarpe. Non aveva messo via nulla per il futuro; aveva dato tutto a Giorgio, il fidanzato che aveva preso i suoi soldi per cambiare macchina, pochi mesi prima del matrimonio. Ma proprio durante un viaggio con la nuova auto, insieme, erano finiti in quellincidente. Lauto era distrutta, Giorgio si era rivelato responsabile non aveva controllato bene prima di fare manovra e quindi nessuna assicurazione avrebbe pagato. Né il fidanzato aveva più risposto ai messaggi: la aveva bloccata ovunque.

Così la vita ti trascina via, senza lasciarti mettere radici. Ginevra ripensò alla vita spensierata di prima pranzi e cene fuori, vacanze ai tropici, regali costosi ai parenti pronta a sposare un uomo che credeva perfetto.

Aveva speso tutto, senza mettere da parte niente, e ora ne pagava il prezzo.

Va bene, troverò una soluzione, decise afflitta, e dopo aver portato le valigie vicino alla porta chiamò la mamma.

Mamma, arriverò col treno più tardi, poi prendo un taxi fino al paese.

Ti vengo a prendere, figlia mia.

***

Romano scosse la testa, vedendo la moglie parlare al telefono nellingresso.

Ecco, chiama ancora quella sfrontata, borbottò. Avevo detto che non la volevo più vedere in questa casa. Davvero ha il coraggio di tornare?

Chiara stava imboccando la sua bambina a tavola. Guardò il padre negli occhi:

Papà, lho sentita, Ginevra sta arrivando oggi. Si vede che le cose vanno male se si ricorda di noi.

Luomo rimase in silenzio e sospirò.

Che ci provi pure a mettere piede qui, non vedo lora di farle capire cosa penso, vergogna della famiglia!

Proprio così, annuì Chiara. Crede che qui non si sappia come si manteneva a Milano!

Chiara prese la bambina e si chiuse in camera. Una volta quella stanza laveva condivisa con Ginevra: le due sorelle non erano mai state unite, ma quando Ginevra era partita per la città con lavoro e fortuna, Chiara aveva cominciato a detestarla.

«Finalmente la vita rimette tutto al posto giusto, pensava Chiara. Anche Ginevra lha pagata, altro che regina e stella.»

Provò a far addormentare la bambina, trattenendo la frustrazione: avrebbe voluto urlare e scagliare le cose per terra, tanta era la rabbia per una vita che non andava come voleva, a crescere una figlia da sola. Anche di questo, in fondo, incolpava la sorella.

Come se non bastasse, Martina non ne voleva sapere di dormire, strillava. Chiara le diede un pizzicotto:

Dormi, ho detto! sibilò.

La piccola si mise a piangere forte; il padre bussò preoccupato:

Chiara, perché piange Martina?

Fa solo i capricci, si deve solo addormentare.

Dopo aver pianto, la bimba finalmente si calmò. Era un trucco che Chiara usava solo quando aveva bisogno di farla addormentare in fretta, sperando che la nonna non vedesse i segni.

Sicura che la figlia dormisse, Chiara tornò in cucina a lavare i piatti, gettando occhiate nervose allorologio in attesa del treno di Ginevra.

«Ecco, non bastava tutto il resto, adesso arriva anche lei!»

Quando fu notte e la porta si aprì con uno sbuffo di vento, Chiara corse nellingresso, ansiosa di vedere il padre cacciare la sorella.

Una donna elegante e magra entrò con una grande valigia, seguita da un giovane tassista con altre borse. La madre si precipitò a ringraziare il ragazzo e lo invitò a bere un tè.

No, grazie, disse lui. Ho altri clienti.

Buon viaggio, salutò Ginevra.

Chiara guardò seccata la sorella: come faceva a mantenersi così magra? Di andare in palestra lei non aveva nemmeno il tempo di pensarci, col lavoro nei campi e in casa.

Cercò il padre con lo sguardo: non era venuto ad affrontare la figlia, era rimasto a sedere in salotto, il giornale in mano, in silenzio. Chiara pensò con stizza: tutta la tua forza dovè finita, vecchio?

Intanto Ginevra si tolse le scarpe e andò dritta in salotto:

Buonasera, papà. Sei arrabbiato? Mi fai restare qui solo una settimana? Non ce la faccio più, ho solo bisogno di stare con voi.

Il padre alzò lo sguardo:

Mandarti via? Ma va là. Sei come una formica, ricompari sempre.

«Vecchio scemo, pensava Chiara, e dire che giuravi di non farla più entrare!»

Era sempre stato così. Chiara aveva cercato di guadagnarsi lamore dei genitori, ma loro sembravano preferire sempre Ginevra.

Dalla cameretta si sentì il pianto della piccola, e Ginevra corse a prendere un pacco dalla valigia:

È Martina che si è svegliata? Ho un regalo per lei!

Prese una scatola grande.

Per la piccola Martina.

Mia figlia non accetta niente da te, sibilò Chiara.

Ma dai, Chiara, che bella bambola grande! intervenne la madre. Che felicità per la piccola!

Chiara si accigliò e uscì sbattendo la port. Non voleva assistere a quella scena.

Ginevra sedeva malinconica a tavola.

Mamma, papà. Quanto mi siete mancati, anche se non lo capivo prima. In città era sempre una corsa continua per guadagnare il più possibile.

E hai messo via qualcosa almeno? ironizzò Chiara. Avrai risparmiato abbastanza per un appartamento!

La madre guardò amara Chiara.

Ginevra, sarai stanca dal viaggio. Ti ho preparato il divano in salotto. In camera cè Martina, lì sarebbe scomodo.

Va bene, mamma, riposerò in salotto. Come amo questa casa! Qui tutto profuma di famiglia.

Romano camminava innervosito su e giù: si vedeva che voleva parlare con la figlia, ma non sapeva più come. Quella donna, raffinata, non era più la sua Ginevrina.

Vado a mettere a letto Martina. Oggi lava i piatti Ginevra! dichiarò fredda Chiara.

Il fastidio di Chiara saliva, senza sbocco.

Intanto, nel salotto, Ginevra abbracciò il padre e scoppiò in un pianto amaro:

Papà, perdonami! Volevo darvi la gioia di una festa di matrimonio Ma non ci sono riuscita. Sono solo una fallita. Sono stanca, papà. Non ce la faccio più a vivere.

Ma va là! Non hai ancora visto la vita! Quando avrai dei figli tuoi capirai cosa vuol dire sentire da un figlio che non vuole più vivere. E da qui nessuno ti caccia, resta con noi quanto vuoi. Che sei malata? Pazienza! Non ti costringiamo a lavorare.

Le pareti in quella casa erano sottili e Chiara non ebbe difficoltà a sentire tutto.

«È pazzo! pensava piena di rabbia. Si fa imbambolare dalle sue lacrime, vuole farsi compatire!»

La mattina dopo, Ginevra si mise un foulard in testa e andò in cucina.

Hai mal di testa? la assalì subito Caterina.

Poco, niente di grave, rispose con un sorriso forzato.

Sei troppo magra, dovresti mangiare di più.

Ora posso, non devo più pensare alla linea.

Magari avessi i tuoi chili in più! I soldi che mi hai mandato, li ho messi da parte, sai?

Ginevra la guardò sorpresa:

Come mai?

Sapevo che ti sarebbero serviti. Hai mandato così tanto, non avevo il coraggio di spenderli.

Chiara passò vicino alla tanica dellacqua, urtando apposta la sorella.

Spostati, dai fastidio!

Dopo colazione, i genitori proposero una passeggiata alle figlie.

Fa vedere a Ginevra la via nuova e il supermercato vicino al fiume.

«Magari potessi buttarla nel fiume!» pensava stizzita Chiara.

I pochi passanti guardavano incuriositi la nuova arrivata. Alcuni la riconoscevano: un tempo era lorgoglio del paese.

Chiara la osservò dalla testa ai piedi:

Non andare in giro così vestita qui, ti prendono per una poco di buono. Già si mormorava su di te!

Ah sì? E chi ha sparso le voci? ribatté Ginevra. Forse proprio tu?

Chiara si fermò con sarcasmo:

Non è colpa mia, sorellina. Sei tu che hai fatto certe scelte, non puntare il dito sugli altri.

Non mi vergogno di niente, non ho fatto nulla di male, disse fiera Ginevra.

Pensi che dopo dieci anni tutti abbiano dimenticato quello che ti è successo? Ne dubito!

Ah, sì

Ginevra si fissò nelle pupille della sorella:

E allora? Sono stata vittima di una violenza, anche per colpa tua e lo sai bene.

Chiara alzò il mento e sorrise amaramente:

Sono passati anni e ancora vuoi incolpare me dei tuoi errori? Io almeno vivo onestamente. Mia figlia la cresce Andrea, anche se lui non mi sposa. Sì, Martina è figlia sua! E tu, credi che lui pensi ancora a te?

A quel nome, Ginevra trasalì e spinse via la sorella:

Vattene, non voglio camminare con te. Preferisco passeggiare da sola.

Chiara la seguì con lo sguardo, gridando apposta verso alcune comari:

Vai pure, qui nessuno ha bisogno di una malaticcia come te!

Ginevra tirò dritta, il passo fiero, poi si rifugiò nei viottoli dietro il paese e corse nel bosco.

Lì si lasciò sopraffare dalle emozioni: il cuore batteva allimpazzata, il sangue le martellava in testa.

«Come osa rinfacciarmi il passato? Ho sofferto tutta la notte!»

Quasi dieci anni prima aveva commesso un errore, quando tutto le sembrava perfetto: rapporti con i genitori, il fidanzato Andrea, la prospettiva di laurearsi. Ma Chiara, la sorellina, era arrivata in città per studiare e aveva solo portato guai. Un giorno si era trovata invischiata in una brutta storia e si era fatta sostituire dalla sorella per salvarsi. Ginevra ricordava il dolore, gli incubi. Voleva raccontare tutto ad Andrea, ma lui aveva già sentito voci, raccontate proprio da Chiara.

Stai in silenzio, non dire nulla, era stato lultimo loro colloquio.

Non ci sarebbe mai stato nessun matrimonio: «Le nozze sono per le ragazze oneste e pure,» pensava.

Le ferite del corpo guarirono, quelle dellanima no: rimasero cicatrici brutte e dolorose. Anche gli amici si erano allontanati, la madre era venuta a supplicarla di non tornare in paese perché lì si sapeva.

Solo una compagna, Giada, le era rimasta vicino e laveva portata a ballare come figurante in una discoteca. Paradossalmente, vicino alla musica e al ballo aveva trovato un po di pace. Poi, poco per volta, si era fatta valere.

Niente amici, niente affetti. Eppure, a volte, pensava ancora ad Andrea.

***

La madre guardava fuori dalla finestra in ansia. Quando Ginevra tornò dal bosco, la abbracciò.

Hai litigato con Chiara? Non arrabbiarti, siete sorelle. Anche lei è nervosa: il suo compagno lha lasciata quando è nata la bambina.

Lo so, sospirò Ginevra. Martina è figlia di Andrea.

Di Andrea?! Ma lui non la guardava neppure! Secondo me cerca ancora una come te. Non ha altre ragazze Sognavamo che guardasse Chiara, ne parlavamo anche coi suoi genitori, ma

Il suo sguardo si spense a metà frase:

Scusa, non so che dico. Era il tuo fidanzato, dopo tutto.

Ginevra sorrise amaramente:

Basta, mamma, lasciamo stare, non mi interessa più.

Anche Chiara lasciò la stanza infuriata, prendendo la figlia:

Me ne vado. Io e Martina qui siamo solo un peso.

Caterina spalancò le braccia, spaventata:

Ma che dici? Dove andrai con una bambina così piccola? Nessuno ti caccia, cè posto per tutti!

Ginevra si alzò:

Meglio che vada io. Non preoccupatevi, so dove andare.

La madre scoppiò a piangere sulla soglia:

Che state facendo, ragazze mie? Siete la mia famiglia!

Chiara borbottò qualcosa ed entrò in camera, mentre Ginevra consolava la madre. In serata sentirono bussare: nessuno aspettava visite, ma era proprio Andrea.

Non era cambiato molto, solo un po più robusto. Ginevra lo salutò con un cenno:

Ciao Andrea. Entro e chiamo mia sorella.

Non sono venuto per lei, rispose lui. Ho saputo che sei tornata e volevo vederti. Dobbiamo parlare.

Non vedo il senso, disse Ginevra, uscita con lui sul portico. Cosa vuoi da me?

Non arrabbiarti, Ginevra. Sono qui per fare chiarezza col passato.

La ragazza si strinse nel maglione:

Non diciamo sciocchezze.

Credi che dopo di te abbia mai voluto qualcunaltra?

Poverino, che vita difficile, ribatté Ginevra.

Un inferno, confessò lui. Da allora sono sopravvissuto, non ho vissuto.

Ginevra si fece seria. Se non ci fosse stato tutto quello, forse adesso cucinerebbe per lui nella loro casa con i bimbi a rincorrersi per le stanze… Ma la felicità le era stata rubata sotto una valanga di dolore.

Stavo per sposarmi. Ma è andato tutto male e ora chi mi vuole, malata e già vecchia?

Vecchia? Hai appena trentanni.

Eppure sembrava avesse già vissuto tutto.

Facciamo una passeggiata?

Aspettò a lungo prima di rispondere:

Non ne ho voglia, scusami. È meglio che torni a casa.

No, Ginevra, resto qui. Da quando ti ho rivista non penso ad altro. Perdonami per aver creduto alle chiacchiere e per non averti mai cercata Ogni giorno mi sono pentito.

***

Chiara ascoltava mettendo lorecchio alla porta, senza accorgersi che la mamma era dietro di lei.

Chiara. Lascia stare tua sorella.

Si girò di scatto:

Non è come sembra! Mi sembrava ci fosse corrente daria

Non dire bugie. Giri sempre intorno ad Andrea, ma lui non ti vuole. E lo sai bene che menti su Martina!

Chiara la fissò arrabbiata:

E magari la figlia è sua. E se servirà ne farò unaltra! Ma perché preferite sempre Ginevra? Non ne posso più!

La madre, con le lacrime agli occhi:

Sei stata tu a ferire Ginevra. Lo so tutto, me lo ha detto. Lhai fatta passare al suo posto!

No! Se la è cercata! Anche là, lhanno preferita a me! Cosha di più di me?!

Il problema non è lei, sei tu, Chiara! Perché sei così cattiva? Non permetterti più di decidere del destino di tua sorella!

Romano sbucò dalla cucina:

Basta gridare, andate tutte a dormire!

Quella notte il capofamiglia non dormì. Pensava a Ginevra.

«E per anni ho ascoltato solo la versione di Chiara. Solo adesso realizzo la verità. E ho buttato via tutto questo tempo lontano da mia figlia.»

Uscì a passeggiare e vide Andrea e Ginevra seduti sulla panchina davanti casa Bronzi. Lui raccoglieva margherite, lei intrecciava corone.

Si avvicinò, ascoltando le loro parole leggere e felici, simili a due innamorati che si ritrovano.

Rientrò sorridendo. Forse finalmente, pensò, le cose sarebbero andate bene.

Perché nella vita, anche quando tutto sembra perduto, il tempo e la verità possono guarire ogni ferita ed è solo lamore, quello vero, che insegna a perdonare anche se stessi e a ritrovare la felicità, senza farsi rubare più nulla da nessuno.

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