Per evitare la vergogna, ha accettato di vivere con un marito gobbo… Ma quando lui le ha sussurrato la sua richiesta all’orecchio, lei è rimasta di sasso…

Per non finire sulla bocca di tutti, lei accettò di vivere con un uomo gobbo… Ma quando lui le sussurrò allorecchio la sua richiesta, quasi le venne un colpo!

Marco, sei tu, amore?
Sì, mamma, sono io! Scusa se sono così in ritardo…

La voce della madre, tremolante per la preoccupazione e la stanchezza, arrivò dallingresso buio. Era lì, nel suo vecchio accappatoio, con una torcia in mano, come se lavesse aspettato tutta la vita.

Marcuzzo, cuore di mamma, dove sei andato a spasso fino a questora? Il cielo è già nero, le stelle brillano come gli occhi dei gatti randagi…

Mamma, ero con Matteo. Compiti, preparazione… ho perso il conto delle ore, scusami. Lo so che dormi male quando non avvisi…

O magari sei stato da una ragazza? azzardò lei, strizzando gli occhi con fare sospettoso. Ti sei proprio innamorato, eh?

Ma dai, mamma! rise Marco, sfilandosi le scarpe. Non sono certo io quello che le ragazze aspettano sotto casa. E a chi dovrei piacere, io? Sono gobbo, con le braccia da scimmione e la testa come un cespuglio!

Le sue parole le fecero male. Non disse che lei, in lui, vedeva solo il figlio cresciuto fra la miseria, il freddo e la solitudinenon certo uno storpio.

Eh sì, Marco bello non era. Alto per modo di dire, forse un metro e sessanta, piegato in avanti, con braccia lunghe che quasi gli arrivavano alle ginocchia, e una testa grande piena di riccioli ribelli da sembrare un soffione. Da piccolo lo chiamavano scimmietta, spirito del bosco, miracolo della natura. Ma lui era cresciuto, diventando più di ogni altro.

Lui e sua madre, Giuliana Ferrara, erano arrivati in quel paesino in provincia di Siena quando lui aveva appena dieci anni. Scappati dalla cittàvia dalla vergogna, dalla miseria: il padre in galera e la madre abbandonata. Rimasero solo loro due. Due contro il mondo.

Quel Marco non ci resiste a lungo brontolava sempre la povera Nonna Rosa, guardando il ragazzino magrolino Si piegherà come un grissino, sparirà.

E invece Marco si era aggrappato alla vita come una vite a un muro di cinta. Cresceva, respirava, lavorava. E Giuliana, donna dal cuore di ferro e mani rovinate dal lavoro nei forni del paese, sfornava pane per tutti. Dieci ore al giorno, ogni santo giorno, finché anche lei non crollò.

Quando fu costretta a letto, Marco diventò figlio, figlia, infermiere e badante. Lavava i pavimenti, cucinava la minestrina, leggeva ad alta voce il Famiglia Cristiana sbrindellato. E quando Giuliana se ne andò, senza far rumore, come il vento che lascia il campo dopo il raccolto, Marco restò in piedi vicino alla bara, le mani serrate a pugno, muto. Di lacrime non gliene erano rimaste.

Gli altri però non dimenticarono. I vicini gli portarono cibo, vestiti caldi. Poiinaspettatamentecominciarono a farsi vedere. Prima i ragazzi, attratti dalla passione di Marco per la radio. Lavorava nel piccolo centro radiofonico del paese: riparava transistor, sistemava le antenne, saldava mille fili. Le sue mani, seppur rozze, erano doro.

Poi arrivarono anche le ragazze. Prima solo per un tè e una fetta di crostata, piluccando dalla marmellata fatta in casa. Poi cominciarono a fermarsi, ridere, chiacchierare.

Un giorno si rese conto che una di loro, Bianca, era sempre lultima ad andarsene.

Non hai fretta? le chiese una sera, quando tutti erano già usciti.

No rispose lei a bassa voce, fissando le mattonelle del pavimento A casa la matrigna mi detesta. Tre fratelli, burberi e cattivi, e mio padre beve… per loro sono solo una scocciatura. Vivo da unamica, ma pure lì non potrò restare a lungo… Da te cè silenzio. Pace. E qui non mi sento sola.

Marco la fissò e per la prima volta capì di poter essere importante per qualcuno.

Restadisse semplicementecè la stanza di mamma. Fai come fossi a casa tua. Io… non chiedo niente. Né carezze, né parole. Solo restami vicino.

In paese la voce girava, e bisbigliavano dietro la schiena:

Ma ti pare? La bella con il gobbo! Che pagliacciata!

Eppure il tempo passava. Bianca puliva, preparava la minestra, sorrideva. Marco lavorava, taciturno ma presente.

Poi nacque un bambino e tutto cambiò.

A chi assomiglia? domandavano le comari al bar. A chi?

Il piccolo Lorenzo guardava Marco e diceva: Papà!

E Marco, che mai avrebbe pensato di diventare papà, sentì qualcosa sciogliersi nel petto come un sole in miniatura.

Gli insegnava a sistemare le prese, pescare le trote nel torrente, leggere i fumetti parola per parola. Bianca li guardava e diceva:

Devi trovarla una donna, Marco. Ora non sei più da solo.

Tu per me sei come una sorella rispondeva lui. Prima ti trovo un buon marito. Poi… chissà.

E qualcuno si trovò. Un giovane onesto di San Gimignano. Un lavoratore vero.

Fecero festa grande. Bianca andò via.

Un giorno, Marco la incontrò sulla strada e disse:

Vorrei chiederti… lasciami Lorenzo.

Cosa? sussultò lei Perché mai?

Lo so, Bianca. Da quando nasce un figlio cambia tutto. Ma Lorenzo… non è figlio tuo vero. Lo dimenticherai. Io no.

Non posso lasciartelo!

Non te lo sto portando via sussurrò Marco Vieni pure a trovarci quando vuoi. Solo lasciagli vivere qui con me.

Bianca si zittì. Poi chiamò il figlio:

Lori, vieni qui! Con chi vuoi stare: con la mamma o con papà?

Il bambino corse, gli occhi che brillavano come fari:

Ma non si può come prima? Tutti e due insieme?

No rispose Bianca con malinconia.

Allora resto col papà! urlò Lorenzo Mamma, vieni tu a trovarmi!

E così fu.

Lorenzo restò. E Marco divenne padrefinalmente e davvero.

Un giorno, però, Bianca tornò:

Mi trasferiscono in città. Lorenzo viene con me.

Il bambino si attaccò a Marco come un koala, singhiozzando:

Non vado da nessuna parte! Sto con papà! Col papà!

Marco… sussurrò Bianca, occhi bassi Lui… non è tuo figlio.

Lo so disse Marco Ho sempre saputo.

Io scappo da papà! gridava Lorenzo tra le lacrime.

E scappava davvero. Sempre tornava.

Alla fine, Bianca alzò bandiera bianca.

Che sia. Ha scelto lui.

E da lì iniziò tutto da capo.

La vicina, Mariella, aveva perso il marito, beone e despota della peggior specie. Niente figlici mancava altro, dicevano tutti: in quella casa non cera amore.

Marco cominciò ad andare da lei: prima per un litro di latte, poi per sistemare la staccionata, cambiare le tegole. Poi solo per una tazza di tè. E per parlare.

Si avvicinarono. Piano piano, con delicatezza. Da adulti.

Bianca mandava lettere. Lorenzo aveva una sorellina, Diana.

Portala qui scrisse Marco La famiglia è fatta per stare insieme.

Lanno dopo arrivarono.

Lorenzo non lasciava mai la sorellina, la cullava, le cantava la ninna nanna, la aiutava a camminare.

Figlio mio, pregava Bianca vieni a vivere con noi, in città: teatri, scuola, occasioni, tutto!

No, scuoteva la testa Lorenzo non lascio il mio papà. E la zia Mariella ormai è come la mamma.

Poi iniziò la scuola.

Quando gli amici vantavano papà autisti o militari o ingegneri, Lorenzo non si vergognava.

Mio papà? diceva fiero Lui sa sistemare tutto. Capisce come gira il mondo. Mi ha salvato. È il mio eroe.

Passarono mesi.

Mariella e Marco sedevano davanti al caminetto con Lorenzo vicino.

Avremo un bambino, disse Mariella. Piccolo piccolo.

E… e io? Non mi manderete via? bisbigliò Lorenzo.

Ma che dici! urlò Mariella, abbracciandolo Sei più mio di qualsiasi pensiero! Ti ho voluto da sempre!

Figlio, disse Marco guardando il fuoco ma come ti è venuto in mente? Tu sei il mio mondo.

Dopo qualche mese nacque Giovanni.

Lorenzo teneva stretto il fratellino come fosse il tesoro più grande.

Ora ho una sorella, sussurrava e un fratello. E papà. E la zia Mariella.

Bianca continuava a invitare.

Ma Lorenzo rispondeva sempre:

Sono già arrivato. Sono a casa.

Passarono anni. La gente smise di ricordare che Lorenzo non era figlio di Marco. I bisbigli finirono.

Quando Lorenzo divenne padre, raccontava ai figli e ai nipoti la storia del miglior papà del mondo.

Non era bello diceva Lorenzo. Ma aveva più amore di chiunque abbia mai conosciuto.

Ogni anno, il giorno della memoria, la casa si riempivai figli di Mariella, quelli di Bianca, i nipoti, i pronipoti.

Bere tè, ridere, ricordare.

Miglior padre non cè mai stato! dicevano tutti sollevando la tazza. Che ce ne fossero di più, di papà così!

E ogni volta un dito si sollevava verso il cielo, verso le stelle, verso il ricordo di chi, nonostante tutto, era diventato un vero padre.

Lunico.

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Diciassette anni di differenza