Mio marito nascondeva una parte dello stipendio e io ho smesso di fare la spesa con i miei soldi

Roberto, è finito lolio doliva e il detersivo per lavatrice basta per un ultimo lavaggio, Silvia era sulla soglia della sala, asciugandosi le mani bagnate nel grembiule. Dobbiamo proprio fare la spesa, la lista è lunga.

Roberto nemmeno si voltò. Continuava a fissare il televisore, dove stavano trasmettendo una partita della Juventus a dir poco tesa.

Dai Silvietta, lo sai come va, borbottò lui, con un tono stanco. In officina stanno ancora facendo storie, ritardano tutto. Il capo ha detto che questo mese ci scordiamo il premio. Laltro ieri ti ho dato gli ultimi cento euro. Cerca di farli durare, eh.

Silvia sospirò forte. Cerca di farli durare, ormai lo sentiva da mesi. Come se il portafoglio familiare fosse fatto di pasta sfoglia, tirabile allinfinito col mattarello. Tornò in cucina in silenzio, aprì il frigorifero e guardò con malinconia un barattolo di olive e una pentola con lavanzo della minestrina di ieri. Minestrina fatta con il brodo di ossa di pollo, visto che il petto non lo compravano ormai da settimane.

Silvia faceva linfermiera caposala al poliambulatorio comunale. Lo stipendio era fisso, ma modesto. Quando però Roberto portava a casa buoni soldi, riuscivano a cavarsela bene: ferie dagosto in Sicilia, abiti nuovi, il frigo pieno. Poi è arrivato a suo dire il crollo in azienda: stipendi tagliati, niente più premi, rientro sempre più magro. A malapena bastava per le bollette e la benzina della sua Panda.

Così, tutta la baracca della cucina e delle spese domestiche era rimasta sulle spalle di Silvia. Faceva gli straordinari, turni fino a notte, pur di non far mancare nulla. Roberto beh, arrivava dal lavoro, si piazzava sul divano e si lamentava della sfortuna mondiale, ma pretendeva comunque la cena bella pronta, primo, secondo e contorno.

Farli durare mormorò Silvia, fissando la bottiglia dolio vuota. Più di così e la corda si spezza.

Il giorno dopo, uscita dal lavoro, passò al supermercato. Rimase a lungo davanti al banco della carne, fissando i tagli di scottona. Alla fine, prese il solito vassoio di cuori di pollo, con un occhio al prezzo. Se li fai andare con la panna da cucina e cipolle almeno non sono male. Arrivata alla cassa, pescò fin lultimo centesimo dal portafoglio. Lanticipo arrivava tra tre giorni, e il portafoglio era un deserto.

Quella sera, mentre i cuori bollivano in pentola, Silvia si mise a spolverare lingresso. Roberto già dormiva beato, sazio di pasta e birra, presa con gli spiccioli, come diceva lui. Prendendo la giacca di Roberto per appenderla meglio, sentì qualcosa nella tasca interna. Automaticamente, come fa ogni moglie prima di un lavaggio, infilò la mano. Trovò un foglietto piegato.

Era una ricevuta. Non del supermercato: era una stampa del bancomat, proprio quella sera alle 18.45. Silvia la srotolò e le cedettero le ginocchia.

**Saldo attuale: 3.470 euro.**

Strabuzzò gli occhi, pensando di aver letto male. Ma no, le cifre erano lì, nitide. Cera anche la riga: Accredito stipendio: 780 euro.

Settecentottanta euro. E lui le aveva dato cento. Lamentandosi che quello era tutto.

Si lasciò cadere sullo sgabello dellingresso. La mente correva: ricordò i vecchi stivaletti bucati portati per settimane perché Silviè, abbi pazienza, non abbiamo un euro. Ricordò le pastiglie contro il mal di denti invece del dentista. Le minestrine di ossa e gli avanzi, quel continuo contare i centesimi.

Unondata di rabbia le salì allo stomaco, acida come il limone. Più che rabbia, era proprio il senso del tradimento. Lei che risparmiava pure sulle bustine di tè, e lui che intanto accantonava soldi a palate. Per cosa, poi? Una macchina nuova? Unamante? O semplicemente legoismo di chi pensa che la moglie deve arrangiarsi?

Rimise silenziosa la ricevuta nella giacca. Listinto sarebbe stato di andare in camera, svegliarlo e piantargliela sotto il naso, magari fargli pure volare qualche piatto. Ma no, inutile. Sarebbe partito con scuse, bugie, magari è per una sorpresa o errore della banca.

No, bisognava cambiare aria.

Spense i fornelli. I cuori di pollo erano pronti, ma lappetito svanito. Li mise in un contenitore e invece di lasciarli in cucina, li infilò nella borsa da lavoro.

Se i soldi non ci sono… non ci sono, pensò tra sé.

Il mattino dopo uscì di casa presto, niente colazione per lui. Sul tavolo lasciò una tazzina vuota con un biglietto: Scusa, tutto finito, nessun soldo. Bevi un po dacqua.

Allambulatorio, lavorò con la testa da unaltra parte. In pausa pranzo, entrò in mensa e, per la prima volta da mesi, si prese un bel piatto di pasta col ragù e un bicchiere di vino rosso. Addio insalata triste, oggi si mangiava sul serio.

Tornò a casa leggera, senza borse cariche di spesa, camminando a testa alta.

Roberto arrivò subito nel corridoio. Faccia scura.

Ma dove sei stata? Ho una fame da lupo. Nel frigo non cè niente, nemmeno un uovo! Sei passata a fare la spesa?

Silvia si tolse il cappotto piano piano.

No, Roberto, non ci sono andata.

Come non ci sei andata? E la cena?

E niente cena. Te lho detto, non ho soldi. Lanticipo arriva dopodomani. Anche oggi, acqua e basta. Pazienza. Siamo in crisi, no?

Roberto era senza parole.

Ma e il primo? E il secondo? Ti sei sempre inventata qualcosa!

Linventiva è finita. Con laria non faccio miracoli. I miei spicci sono andati via tra bollette e autobus. Fine, il budget è a zero.

Restò mezzo impallato al centro della stanza, la bocca aperta come un pesce. Forse pensava che, come sempre, Silvia avrebbe ribaltato la situazione: magari andando a chiedere a unamica, miracolosamente trovando una scorta, o scovando un barattolo nei mobili.

Bevi un po dacqua. Oppure vai a letto, dormendo la fame passa, concluse lei, caustica.

Roberto sbuffò e si chiuse in cucina. Sentì che trafficava nelle credenze e nel frigo, alla fine devessersi arrangiato con la solita pasta in bianco.

Il copione si ripeté anche il giorno dopo. Silvia ormai pranzava bene a lavoro e si gustava un cornetto in pasticceria. A casa, serenamente a stomaco pieno.

Roberto stavolta era più teso che arrabbiato.

Non ti sembra esagerato, Silvia? Sono due giorni che mangio solo pasta semplice! Ma ti pare?

Sono tua moglie, non sono la Befana. Senza soldi io non posso cucinare. Dammi dei soldi, vado a fare la spesa e preparo tutto quello che vuoi!

E che ti dico? Sono al verde! urlò lui, ma aveva uno strano sguardo.

E io pure, Roberto. Evidentemente dobbiamo stare a dieta. Fa pure bene.

Quella sera, lui uscì di casa sbattendo la porta. Tornò dopo unora, col fiato di kebab. Silvia se lo segnò mentalmente. I soldi per lo street food magicamente li aveva trovati, eh.

E così passò una settimana. Unaria gelida da tagliare col coltello. Silvia non cucinava più, nemmeno lavava i piatti lasciati da lui, nemmeno pensava alle sue camicie stropicciate.

Non cè detersivo, gli ripeteva fredda. Detto già, finito tutto.

Roberto iniziò con i toni da vittima, poi a gridare.

Sei diventata di ghiaccio! Faccio il mazzo tutto il giorno e torno in un porcile! Neanche un piatto caldo, nessuna camicia stirata! Ma a cosa servo allora?

E io che dovrei dire? lo fissò lei, tagliente. Un marito che non porta il pane a casa e finge che sia tutto sulle mie spalle? Anche io lavoro, anche io sono stanca. Ma a quanto pare la fatica vera tocca solo a me.

Ma sei donna, è il tuo dovere! strepitò lui.

Il mio dovere sarebbe occuparmi con amore se ricevo anche io rispetto. Ma il gioco della porta chiusa è finito.

Sabato mattina Silvia si svegliò con un profumo buonissimo in cucina. Uova strapazzate, pane tostato e caffè. Entrò e vide Roberto davanti a una colazione da re. Aveva trovato qualche spicciolo nella giacca pesante, diceva lui.

Sul tavolo: formaggio buono, pancetta affumicata, un pacco di caffè Illy.

Grazie, ma non ho fame, mentì Silvia, guardandolo apposta.

Roberto masticava senza guardarla. Dopo qualche boccone, si fece avanti.

Senti Silvietta, finiamola con sta commedia. Ho chiesto cinquecento euro a Paolo. Tieni, vai tu a fare la spesa e cucina qualcosa di decente. Non si può vivere così

Le mise la banconota sul tavolo. Lei la fissò, poi lui.

Cinquecento presi da Paolo? Ma pensa che anima pia. Ma poi come li restituisci? Lo stipendio è ancora così basso, no?

Poi vedo, ci penso dopo! fece lui nervoso. Va in negozio, dai

Silvia prese la banconota.

Va bene. Vado. Ma comprerò solo quello che serve a ME. Per te, chiedi pure a Paolo il prossimo piatto.

Oh ma sei matta?! I soldi te li ho dati, sono per la famiglia!

La famiglia? rise lei, e la voce divenne fredda. E quei settecentottanta euro di tre giorni fa allora? Personali? E i tremilacentoquaranta del conto, che fondo sarebbero? Fondo demergenza per poveri mariti?

Roberto si pietrificò. Bianco, poi rosso, poi a macchie viola.

Hai ficcato il naso nella mia roba? Mi stavi spiando?

Non girare la frittata, Roberto. Ho trovato la ricevuta sistemando la giacca. La cosa peggiore non è che nascondi i soldi: è che mi guardi mentre sto a contare le monete per il tè, giri coi miei stivali rotti e tu mangi tranquillamente la cena pagata con le MIE ore di lavoro! Un po di vergogna?

Stavo mettendo da parte! sbottò lui, battendo il pugno sul tavolo. Per la nostra macchina! La mia Panda non ha più fiato! Volevo farti una sorpresa! Sei sempre la solita, pensi solo ai soldi!

Una sorpresa?! Silvia rise amaro. La sorpresa è unauto comprata insieme: si risparmia INSIEME, non lasciando moglie e figli a mangiare pane e passata. Questo è paraculismo, non sorpresa. Tu intanto vivevi sulle mie spalle.

Ma che ne sai tu! Sono un uomo, devo avere almeno una macchina decente per non fare la figura del poveraccio! E tu con i tuoi cuoricini di pollo Che sarà, abbiamo tirato la cinghia per un mese!

Non sono morta, no, sospirò Silvia. Ma dentro mi è morto qualcosa, Roberto. Il rispetto, la fiducia.

Ridiede la banconota da cinquecento euro.

Tienili. Fatti un biglietto, magari per il tuo futuro dorato. Oppure vatti a sistemare da tua madre, o dove vuoi tu. Ma qui basta. Non voglio vivere con chi mi tratta da schiava e da stupida.

Mi butti fuori? Per soldi?! La sua faccia era un romanzo. Per lui era solo una furbata, niente di più.

Non è questione di soldi, disse lei gelida. È questione di rispetto. Fai le valigie.

Non uscì subito. Seguì una litigata infinita, tra piatti e minacce, abbracci a metà, promesse di pelliccia (ma dai suoi risparmi), suppliche e altre urla. Silvia era decisa. Vedeva solo un uomo estraneo, attaccato ai soldi fino allultimo centesimo.

Alla fine se ne andò. Sulla porta lanciò: Te ne pentirai! A quarantacinque anni, chi vuoi che ti voglia? Resterai coi tuoi gatti! Io troverò una che apprezza un vero uomo!

Buona fortuna, rispose Silvia, chiudendo la porta.

Quando fu tutto silenzio, si lasciò scivolare per terra, svuotata. Le lacrime non volevano scendere, rimaneva solo unimmensa pace amara.

Pascolò in cucina. Sul tavolo era rimasto il pacco di pancetta, solitario. Lo buttò nella spazzatura. Poi aprì il frigo: era vuoto, a parte il suo contenitore con i cuori di pollo ormai dimenticati.

Va bene così, si disse piano. Almeno ora so dove vanno a finire i miei soldi.

Passò un mese.

Silvia tornava dal lavoro senza ansia. Era maggio, laria sapeva di primavera e di gelsomino. Incuriosita, entrò nel suo supermercato preferito. Camminava tra gli scaffali senza fretta.

Nel carrello mise una scatola di burrata in offerta, del pecorino stagionato, una bottiglia di prosecco, verdure fresche, un trancio di salmone.

Alla cassa pagò col bancomat, che adesso aveva sempre un saldo decente. Vivere da sola era incredibilmente economico: meno bollette, pochi acquisti, e sparite le spese per birra, sigarette, benzina e emergenze meccaniche.

Tornò a casa e mise su la sua playlist preferita. Prese la padella, cucinò il salmone, si riempì il bicchiere di prosecco e si sedette al tavolo a guardare il tramonto.

Vibrazione: messaggio di Roberto.

Ciao Silvietta. Come stai? Possiamo parlarci? Ho capito di aver sbagliato. La macchina non lho nemmeno presa, ci sono ancora i soldi Possiamo ricominciare? Mi manchi.

Silvia guardò il messaggio, diede un sorso di vino ghiacciato, pensò alla sua umiliazione, alle richieste di soldi per comprare anche solo il detersivo.

Cancellò il messaggio. Bloccò il numero.

Mi sei mancata anche tu, sussurrò al suo riflesso nel vetro. Ma soprattutto mi sono mancata io. Questa serenità a nessuno la regalo più.

Il giorno dopo, Silvia si regalò nuovi stivali, in vera pelle italiana. E anche una settimana di relax in una spa. I soldi che aveva messo via con la quota liberata bastavano benissimo.

La vita dopo il divorzio in realtà non cessa mai. Anzi, ricomincia con più sapore, e più verità.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two + sixteen =

Mio marito nascondeva una parte dello stipendio e io ho smesso di fare la spesa con i miei soldi
Valerie rinuncia a un colloquio di lavoro per soccorrere un anziano che sviene in una affollata piazza di Milano!