Casa al bordo della palude

In piedi nel giardino incolto, immersa fra ortiche e ortiche di mare, Lucrezia osservava la vecchia casetta con la targa scrostata: casa n.12, via dei Prati. Laria profumava di palude, di legno umido e di ricordi.

Da bambina trascorreva ogni estate da nonna Agata, una vecchia tosta con la chioma dargento e la voce di campana. Preparava crostate di mirtilli di bosco, infusi di erbe selvatiche, sapeva leggere i sogni e sussurrare contro le verruche. Qui abitano gli spiriti del bosco, diceva Agata. Solo chi arriva con il cuore puro non sarà toccato. Lucrezia ci credeva.

Ora ha trentuno anni. È tornata qui dopo dieci anni di vita con Gabriele, che lha lasciata per una giovane istruttrice di fitness, e dopo un lavoro dufficio che lha prosciugata come una spugna. Un giorno capì che, se non avesse cambiato rotta, fosse troppo tardi. Così prese la decisione: abbandonare la città e dirigersi verso la strada sterrata.

La casa era ereditata da nonna. Sua madre voleva venderla a buon mercato a un vicino cacciatore, ma Lu

Lucrezza rifiutò. Me ne occuperò io. Sei di nuovo nei guai, sbottò la madre.

Il primo giorno Lucrezza si limitò a spazzare i pavimenti. Dalle assi di legno scivolava una melma verde scura, come se decenni di stanchezza si fossero riversati nel secchio. Poi pulì il focolare, spolverò le icone, cacciò i topi. Di notte, avvolta in una coperta di nonna, sognò la casa calda e viva, come se Agata lavesse stretta a sé sussurrandole: Non temere. Qui è la tua radice.

Alla terza settimana arrivò una delegazione a Moscavino: la madre, la zia Zaira e il cugino Vincenzo.

Abbiamo pensato iniziò la madre, scrutando il portico con fare disgustato , se la nonna è lunica a possedere questa casa, allora dobbiamo dividerla.

Già intervenne Vincenzo, rovistando nel suo stivale , qui potremmo allestire una base di caccia. Ho già fatto i conti.

Lucrezza asciugò le mani sul grembiule e uscì sul portico.

Benvenuti. Non ci sarà base qui. La casa è stata trasferita a me da nonna in vita. Il testamento è da notaio.

Lucrezza, calma! alzò la voce la zia , tu sei una ragazza sola, mentre Vincenzo è un uomo di famiglia! Lui ne ha più bisogno!

A Vincenzo, se non erro, servono tre mutui e gli alimenti. Sono problemi suoi. La casa è mia, punto.

Guardala! scoppiò la madre. Vive qui come una strega della palude e alza la mano alla famiglia!

Alza la mano rispose Lucrezza asciutta , come quando da bambina mi portaste via la torta senza chiedere . Ora, se non vi dispiace, lasciate la mia proprietà.

I parenti se ne andarono sbattendo i piedi. Vincenzo, alluscita, colpì il cancello con il paraurti.

Quella notte, appena Lucrezza si stava per coricare, il pavimento scricchiolò. Un altro scricchiolio, come se qualcuno camminasse sotto la casa.

Scese con una torcia. Una fessura tra le tavole del ripostiglio era ampia, e la luce scivolò giù, rivelando qualcosa di lucente. Spostò la tavola: sotto cera una cassa avvolta in plastica.

Dentro, un fascio di lettere di nonna. Alcune indirizzate a lei, Lucrezza.

Se leggi queste parole, hai deciso di restare. Sapevo che saresti tornata. Qui è la tua forza. Ricorda: in questa casa ci sono le tue radici, il tuo sangue, la tua verità. Avrai il coraggio di essere te stessa. Non temere né le persone né la palude. Le persone sono più spaventose.

Le lettere erano come un diario. Agata descriveva i sogni, gli spiriti che la visitavano, la famiglia che sopportava per la pace ma non amava. E una donna di nome Pietrina, compagna negli anni quaranta. Ci chiamavamo sorelle. Allora non cera altra via. Lucrezza lesse, il cuore le balzò. Non poteva credere a quelle parole.

Una settimana dopo arrivò una squadra di operai: una donna di mezza età dai capelli blu, un uomo robusto in pantaloncini e due adolescenti.

Ciao, sono Chiara disse la donna dai capelli turchesi. Sono restauratrice. Hai scritto di voler ristrutturare la facciata con metodi antichi? È il nostro campo.

Lucrezza annuì. Questi operai la colpirono subito. Alloggiavano in tende dietro la casa, ridevano, cantavano al fuoco. Una sera, seduta accanto al fuoco, Lucrezza lesse ad alta voce le lettere di Agata. Gli ospiti ascoltavano trattenendo il respiro.

Sai, disse luomo robusto, sembra che la tua nonna ti abbia trasmesso la voce. Io la sento accanto a noi.

È qui, accanto a noi, aggiunse Chiara. In Moscavino i confini tra i mondi sono più sottili che in città.

Il giorno seguente, Vincenzo tornò da solo, con una bottiglia in mano.

Posso parlare? chiese dal portico. Posso entrare?

Lucrezza, riluttante, gli fece segno. Si sedette accanto al focolare, guardò intorno, sospirò.

Non portarmi rancore. È stata la madre a spingermi. Non mi serve altro. Città è un caos, lavoro un disastro, moglie è andata via. Tu sei felice?

Lucrezza versò del tè. Vincenzo lo bevve e scoppiò in lacrime.

Sai, anchio sono stato qui destate. Nonna mi faceva le crostate e io pensavo che non mi volesse bene. Ora non ho neanche salutato.

Lucrezza rimase in silenzio,

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