Là dove nasce la felicità

Mamma, guarda un po cosa sono riuscita a fare! Mi sono impegnata tantissimo! E il professore mi ha pure fatto i complimenti!

Ludovica irruppe in cucina così di slancio che la porta sbatté piano contro il muro. Nelle mani teneva un quadro non solo lo teneva: lo portava davanti a sé con aria solenne, come si fa con un vaso antico a cui si tiene moltissimo. Il viso le brillava; le guance accese dallemozione, gli occhi tanto vivi da sembrare specchi di quel mondo immaginario che aveva appena dipinto.

Simona era seduta al tavolo, vicino alla finestra, e mescolava il tè lentamente. Il rumore della porta la distolse dai suoi pensieri. Alzò lo sguardo e sorrise subito lentusiasmo della figlia era contagioso. Ludovica si fermò a due passi dal tavolo, protendendo lopera affinché la madre la vedesse bene, in ogni dettaglio.

Guardando meglio, Simona vide davvero qualcosa di speciale: sulla tela si apriva un paesaggio fantastico. Castelli svettanti di forme bizzarre emergevano dalla foschia, e in alto nel cielo vaghe sagome di draghi planavano leggere. Il quadro attirava locchio non per colori troppo accesi, ma per la sottigliezza dei toni. I blu e i grigi si rincorrevano delicati, qua e là qualche luce dorata aggiungeva un effetto di calore. Tutto era in equilibrio: la composizione leggera, ancora un po infantile, sì ma già matura, ben pensata e conclusa.

È meraviglioso, tesoro. Sei stata davvero brava, disse Simona con voce sincera, avvicinando piano la mano. Le sue dita sfiorarono leggere la superficie la pittura non era ancora asciutta del tutto. Papà impazzirà quando lo vedrà, scommetto.

Ludovica si immobilizzò un attimo: le faceva davvero piacere sentire quei complimenti. Ce laveva messa tutta, aveva pensato bene ad ogni dettaglio, scelto ogni sfumatura. Annì e strinse il quadro forte a sé, avviandosi verso il salotto. Simona si alzò e la seguì più lenta, fermandosi poco oltre la soglia.

In salotto, davanti al piccolo scrittoio, sedeva Massimo. Era immerso nel lavoro: il portatile acceso gli illuminava il volto, le dita correvano sulla tastiera. Non si accorse subito della presenza della moglie e della figlia.

Papà, guarda cosa ho finito! La voce di Ludovica vibrava di emozione. Si fermò a pochi passi dal padre, rialzando la tela perché la vedesse meglio. Ci ho lavorato su tre mesi! Ho scelto i colori apposta, per abbinarli alla stanza Volevo creare qualcosa che stesse bene con tutto

Massimo distolse lo sguardo dal portatile, lanciò unocchiata veloce al quadro e accigliò la fronte. Il suo volto si fece serio e la voce uscì stranamente fredda:

E questo cosè? Davvero pensi che questo scarabocchio possa andar bene con larredamento?

Quelle parole congelarono Ludovica come uno schiaffo. Allimprovviso strinse così tanto i bordi della tela che le nocche divennero bianche. Negli occhi, per un attimo, si accese la delusione: da papà non se laspettava. Raccolse il fiato, cercando di rispondere con calma, quasi monotona:

Ma ho fatto il possibile Ho curato tutto, i colori sono in armonia, la cornice è la stessa del tavolo Pensavo ti sarebbe piaciuto…

Massimo si alzò così bruscamente che la sedia stridette sul pavimento. Senza dire una parola, si avvicinò al quadro che Ludovica reggeva ancora con tanta premura. Con la testa inclinata, cominciò ad esaminarlo in ogni particolare: i castelli nella nebbia, i profili sfumati dei draghi, le ombre di blu, grigio e oro. Guardava ogni cosa come se cercasse errori in un disegno tecnico, non soluzioni creative.

In armonia, dici tu? intervenne, lasciando trasparire unirritazione che non voleva contenere. È una pacchianata. Hai rovinato tutto. Quei draghi sembrano usciti da una brutta fiaba. Nessun stile, nessuna profondità solo una giustapposizione di immagini.

Ludovica sentì il cuore farsi piccolo. Cercò di mantenere il controllo, voleva argomentare, ma le parole del padre bruciavano e la voce si spezzò in un tono più alto e accorato:

È fantasy! Voglio proprio questo! È il mio stile, la mia visione! Ho cercato di creare atmosfera e ci sono riuscita! Il professore vuole mandare questo dipinto a un concorso! E mi ha detto che posso vincere!

Massimo sbuffò, incrociando le braccia. Era visibilmente contrariato, quasi sprezzante. Tornò a osservare la tela, come se volesse trovare ancora un altro dettaglio da criticare. Puntò lo sguardo sulle luci dorate, poi sulla cornice, poi di nuovo sui castelli tra la nebbia. Il silenzio che seguì sembrò infinito per Ludovica.

Poi, di colpo, allungò la mano e spinse la tela. Il quadro perse lequilibrio, scivolò e cadde con un suono sordo di lato sul pavimento.

Spazzatura. Non merita neanche di stare in questa casa, dichiarò gelido. Massimo era infastidito: lo avevano distolto dal lavoro per quella sciocchezza.

Ludovica lanciò un grido, gettandosi istintivamente verso il suo quadro. Si inginocchiò, lo raccolse in fretta, passò le dita sulla superficie per vedere se la pittura avesse subito danni. Le mani le tremavano, ma mascherava il dolore il più possibile. Sentiva un nodo stringerle il petto, ma digrignava i denti e continuava ad esaminare la tela, come se proprio da quello dipendesse tutto.

Intanto Massimo girò lo sguardo verso Simona. Le rivolse unespressione esigente, quasi accusatoria.

La incoraggi, e la colpa è tutta tua! Se non la lodassi per qualunque cosa, capirebbe la differenza tra gusto e pacchianeria. E se il professore pensa che sia un capolavoro allora è ora di cambiare professore! Massimo sputò fuori queste parole, tonando al computer con gesto seccato. Conversazione finita.

Simona raggiunse la figlia e laiutò a rialzare il quadro, sorreggendone la cornice dallaltro lato. Anche le sue mani tremavano leggermente, ma la sua voce rimaneva ferma, calma, senza stizza né rancore.

Andiamo via, annunciò semplicemente, senza pathos né toni melodrammatici. Basta, hai trasformato questa casa in un museo, e stai rovinando nostra figlia! Non ne posso più. Vivi pure nel tuo regno. Ma da solo.

Si avviarono lentamente verso luscita. Simona davanti, Ludovica dietro, ancora stretta al suo quadro come fosse la cosa più preziosa che possedeva. Attraversarono il salotto lasciandosi dietro il silenzio teso e lo sguardo torvo di Massimo, immobile alla sua scrivania, le braccia serrate sul petto.

Cosa? fece lui, quasi sorpreso. Stai scherzando?

No, rispose Simona senza guardarsi indietro. La decisione era già stata presa da tempo, anche se non aveva mai trovato il coraggio di renderla reale. Prendiamo il quadro, le nostre cose e ce ne andiamo. Non torniamo più. Ne oggi, ne domani. Mai.

Lui emise un breve ghigno, cercando di mantenere il suo solito tono tra beffardo e condiscendente.

E dove andrete? domandò, indicando la stanza con un gesto. In quella topaia ereditata da tua nonna? Muri scrostati in una casa che cade a pezzi? Sei impazzita! Adesso sei solo arrabbiata, tra un paio di giorni ci ripensi e torni magari pure scusandoti! E io vedrò se perdonarvi oppure no!

Parlava come chi è sicuro di avere sempre lultima parola. Ma Simona ignorò le sue minacce. Si rivolse a Ludovica, ancora ferma vicino alla parete, la prese per mano calda ma tremante e la portò con sé in camera.

I preparativi furono veloci. Mise nei borsoni vestiti, libri, fotografie incorniciate, persino vecchie pantofole: tutto quello che era loro. Il quadro venne avvolto con cura, protetto da cartone e carta. Massimo, nel frattempo, si spostò in salotto, sedette su una poltrona e restò a osservare senza intervenire. Quella calma, quel muoversi ordinato e silenzioso le cose nelle borse, le borse vicino alla porta lo mettevano più in crisi di una scenata di lacrime. Era abituato alle tempeste, ai pianti, alle suppliche. Ma non a un abbandono silenzioso.

La sera erano già nellaltra casa quella che Massimo aveva tanto disprezzato. Un vecchio edificio alla periferia di Torino, in un quartiere vecchio tra tigli e vicoli pieni di storia. Lappartamento era al terzo piano, piccolo, con soffitti bassi. I muri sfogliati e la pittura scrostata, il parquet che scricchiolava soprattutto negli angoli dove le tavole sprofondavano. Le finestre avevano i telai consunti e i vetri traballavano se soffiava forte il vento. Negli angoli pendevano ragnatele, sui davanzali uno spesso velo di polvere. Si respirava odore di libri vecchi e legno.

Simona non si lamentò, anzi sorrise amaramente per non essersi mai presa cura di questa proprietà. Ma avrebbero sistemato tutto! Niente arredi da museo, ma una casa comoda e vissuta.

Ludovica le stava accanto, stringendo una grossa scatola di colori. Gli occhi brillavano, e non di lacrime ma di speranza. Si avvicinò a un muro, sollevò il pennello e fissò la madre.

Posso? domandò appena, quasi un sussurro. Ma era piena di attesa e di una dolcissima supplica. La mano già si tendeva in avanti, come se temesse un no.

Certamente, rispose Simona. Dipingi dove vuoi! Sui muri, sul soffitto Questa è casa nostra. Fallo come piace a te. Però prima dobbiamo dare ancora una passata dintonaco. Dispiacerebbe sprecare il tuo lavoro.

Simona prese subito il telefono. Sapeva che il marito di una collega era un bravo muratore. Lo chiamò e in un quarto dora lui era lì a fare un sopralluogo. Il mattino dopo si presentò con una squadra di ragazzi e il lavoro iniziò.

Durante i lavori mamma e figlia si sistemarono in affitto da unamica. Scomodo, sì, ma almeno non respiravano polvere e solventi, e Simona si accordò anche per cambiare gli infissi: rumore, confusione, e operai in casa tutto il giorno.

Meno male che leredità della nonna non era stata sperperata Simona voleva investirla negli studi di Ludovica, ma adesso quei soldi servivano eccome Diecimila euro ben spesi!

*********************

Quando il lavoro finì le pareti erano pastello, ma in ogni stanza ce nera una completamente bianca: da lasciare alla creatività.

Ludovica esultò, afferrò i pennelli e iniziò subito le prime pennellate. Si muoveva di slancio, ma precisa: aveva in testa la composizione da tempo, e ora la realizzava con entusiasmo. Colori decisi su fondo bianco: ecco il paesaggio fantastico che torna la nebbia ai piedi delle torri, le sagome dei draghi in volo, i riflessi dorati sulle creste delle montagne lontane.

Simona si sistemò su una poltrona e la guardava senza intervenire. Era bello vedere Ludovica immersa nel lavoro: il viso luminoso, lo sguardo rapito, i movimenti via via più liberi. Simona sorrise; in quelle pennellate un po disordinate cera una vitalità gioiosa, una vera energia.

In quel momento il telefono vibrò: un messaggio da Massimo. Simona lo lesse, e il suo sorriso si spense subito: Quando ti calmi puoi tornare. Ma il quadro lascialo dove sta cioè in mezzo alla spazzatura.

Simona spense il telefono senza commenti e tornò a fissare la figlia. Ludovica rideva, spruzzando la pittura qua e là, e gli occhi le brillavano per la felicità. Simona si accorse, con una certezza nuovissima, che non sarebbe tornata indietro. Non perché non amasse Massimo. Il sentimento, in fondo, resisteva. Ma in fondo non conta di più la gioia di Ludovica? E poi ormai Massimo pensava solo agli affari. La sera dormiva già in unaltra stanza…

*********************

Ludovica non perse tempo: la sua stanza diventò in poco tempo un atelier vero. I muri erano decorati con paesaggi fantastici, draghi, castelli misteriosi sul soffitto uno spazio di cielo stellato, sulla porta un castello con bandiera al vento. Ci lavorava con una tale dedizione da dimenticare anche i pasti e il sonno, sempre a correggere, aggiungere dettagli, trattenendo il fiato e poi ripartendo col pennello.

Simona la osservava col cuore leggero. Seguiva i cambiamenti: dallespressione timida di un tempo era passata allentusiasmo puro, dalla prudenza alla creatività liberissima. Non aveva più paura di sbagliare, né aspettava le approvazioni di papà. Semplicemente creava. Come e quanto voleva lei.

Una sera, quando Ludovica già dormiva, Simona si introdusse piano nella sua stanza. Nella mezza luce i colori parevano ancora più vivi, i mondi dipinti quasi reali. Percorse i muri con le dita: qui un drago con le ali spiegate, là un castello affacciato su finestre dorate, più su stelle irregolari.

Simona accarezzò la parete, sentendo sotto la mano la grana della pittura secca: fu come toccare il cuore di Ludovica, il suo sogno, il suo universo. E allimprovviso capì che quella era vera arte. Non la bellezza sterile delle case da rivista, dove tutto segue la moda e i campioni di colore, ma la sincerità dellimmaginazione, dove ogni linea nasce da unemozione.

Il telefono vibrò ancora. Un altro messaggio di Massimo: Davvero vuoi restare in quel rudere? Pensa a Ludovica. Ha bisogno di una casa vera, non di una discarica di quadri.

Simona rimase a lungo a fissare lo schermo, come in cerca di qualche senso nascosto dietro le frasi. Poi, lentamente, scrisse la risposta: A lei serve una casa dove la sua arte non sia chiamata spazzatura. E dove sua madre non abbia paura di comprare una spugna di un altro colore. Comunque il restauro è venuto benissimo, stai sereno. Rilesse, annuì e inviò. Senza ripensamenti.

Lindomani Simona decise che era ora di sistemare meglio la casa. Ormai il peggio era passato; si poteva pensare al resto.

Insieme a Ludovica spostarono i mobili: il divano accanto alla finestra, le librerie lateralmente per lasciare spazio libero. Simona pescò fuori cuscini variopinti che non avevano mai trovato posto, mentre Ludovica li disponeva a modo suo sul divano: prima in modo ordinato, poi in composizioni bizzarre.

Il fine settimana uscirono per andare al mercatino delle pulci, tra odore di legno e pane appena sfornato. Ludovica fu attratta da una vecchia scatola intagliata il coperchio faceva un suono magico, linterno profumava derbe essiccate.

Guarda, mamma, è proprio da fiaba! chiese Ludovica, accarezzando i motivi incisi. Possiamo prenderla?

Certo, annuì Simona. È davvero unica.

Lei invece si fermò davanti a una poltrona a dondolo sciupata e traballante, ma con un che di regale. Sarà il nostro trono! Basta restaurarla pensa come sarà bello leggere qui, con il sole addosso.

Conclusero lacquisto, lasciarono lindirizzo per la consegna (meno male che il venditore offriva servizio di trasporto), poi avviarono verso casa. Sulla via, Ludovica si fermò davanti alla vetrina del negozio di belle arti: tubetti di colore metallico, pennelli di ogni forma, tele enormi.

Mamma, posso avere i colori ad olio con i riflessi metallici? Sembrano brillare davvero

Simona, divertita dal tentativo della figlia di sembrare composta, le rispose pronta:

Certamente. Compri Andiamo anche la tela, una bella grande così dipingi tutto ciò che vuoi.

Non fece in tempo a finir la frase che Ludovica labbracciò stretta, come se quellattimo non potesse finire mai. Simona sentì una gioia calma e profonda: non tanto fierezza, ma la certezza che stavano andando davvero nella direzione giusta.

Ricordò come ogni mossa, un tempo, in quella casa perfetta la faceva sentire fuori posto: la paura di appoggiare la tazza sulla tovaglia sbagliata, la fobia delle tende troppo scure, il panico per un asciugamano scelto male. Qui invece, nella vita vera, cerano solo rumori, colori, risate e il senso, finalmente, di essere a casa.

Quella sera, con la città già silenziosa fuori, Simona udì dei suoni venire dalla stanza di Ludovica. A prima vista sembrava il fruscio delle sue cose che venivano messe a posto, poi si accorse che la ragazza parlava da sola, sottovoce.

Si fermò nel corridoio, ascoltando. In casa era tutto fermo, solo da quella porta arrivava un suono caldo, familiare. Si avvicinò piano e socchiuse la porta.

Luce bassa sul tavolo da lavoro; Ludovica era curva sulle nuove tempere, le esaminava una ad una misurando i colori che sarebbero serviti, con i pennelli già in fila a lato. Spostò la lampada, controllò che la luce fosse giusta, poi aprì lalbum.

Ancora sveglia? chiese Simona dolcemente, quasi temendo di interrompere la magia.

Ludovica si voltò; aveva gli occhi svegli e pieni di idee.

Non riesco a dormire, confessò. Devo cominciare subito un nuovo quadro. Immagina: un castello enorme, così alto che quasi sfiora le nuvole. Intorno un bosco luminoso, alberi che si accendono di notte. Nel cielo, una schiera di draghi. Vengono tutti verso di noi, come se volessero raccontarci un segreto.

Simona sorrise. Andò vicino allo stipite, restando lì ad ascoltare. In quel raggio caldo, Ludovica pareva una piccola maga pronta allincanto.

È una favola, sussurrò Simona. Dove lo dipingerai? Su tela?

Sul muro del salotto, rispose Ludovica, sicura. Lì sarà la nostra storia! Voglio che resti per sempre. Così la guarderemo e ricorderemo come tutto è iniziato.

Simona annuì in silenzio. Le venne un groppo alla gola, ma era liberatorio, non triste. Ora capiva davvero: la casa non sono le pareti, i mobili o il restauro perfetto. Casa è dove puoi disegnare un drago sul muro sapendo che qualcuno ti capisce. Dove puoi sognare ad alta voce senza sentirti sciocca. Ogni pennellata è un pezzo di te, della tua vita.

Il mattino dopo Simona si svegliò col profumo intenso del caffè. Si stiracchiò, ascoltò meglio si sentivano rumori lievi dalla cucina. Indossò la vestaglia ed entrò.

Ludovica la aspettava: due tazzine fumanti e una serie di tramezzini pronta. Ludovica splendeva, gli occhi pieni dorgoglio e gioia.

Guarda mamma, che ho inventato! esclamò, mostrando un grande foglio.

Era uno schizzo: un castello pieno di torri, ciascuna con una sua anima una sottile che toccava il cielo, una con archi lavorati, una stretta tra alberi luminosi. Intorno un giardino fatato, con alberi che sembravano luci. E sopra, draghi curiosi e amichevoli.

Sarà il nostro castello di famiglia, spiegò Ludovica con fierezza. Con le sue torri, i passaggi segreti e un giardino di fiori che brillano. Voglio dipingerlo sul muro perché rimanga con noi. Posso iniziare oggi?

Simona osservò ogni dettaglio tanta fantasia e amore in quello schizzo. Sentì il cuore alleggerirsi e sorrise larga.

Ottima idea, disse abbracciandola. Da dove partiamo? Dalla torre più alta o dal giardino?

Ludovica ci pensò un secondo, poi annuì:

Dalla torre. Così si vede subito che questa è casa nostra.

Simona si fermò a guardarla quegli occhi pieni di luce, le mani che stringevano il disegno, la promessa di un castello incantato. In quellistante seppe con sicurezza: non sarebbero tornate indietro. Mai, in quella casa dove bisognava stare attenti a ogni passo, dove i sogni diventavano spazzatura. Perché qui, tra colori e schizzi, finalmente avevano trovato ciò che cercavano: la loro vera casa.

Una casa dove puoi essere te stesso.

Una casa dove nascono le storieE così fu. Quando, nel pomeriggio, la luce calda entrò dalla finestra e si posò sulle pareti ancora vergini del salotto, madre e figlia si misero al lavoro. Ludovica tracciava le prime linee con mano decisa, guidata dal suo disegno e dallimmaginazione; Simona la guardava, pronta a passare i pennelli, a mescolare i colori, a ridere per una goccia caduta, ad asciugare una pennellata sbagliata trasformandola in una nuova nuvola.

Col passare delle ore, la torre prendeva forma: slanciata, luminosa, con finestre misteriose e bandiere che danzavano nellaria. Il giardino si riempiva di fiori impossibili, di sentieri tortuosi e creature fantastiche nascoste sotto chiome dorate. I draghi, infine, sorpresero anche Simona: grandi, sì, ma mai minacciosi. Portavano nei loro occhi spalancati lo stupore e la gentilezza, come invitassero chiunque ad entrare senza paura.

Quando il sole tramontò e il muro era ancora fresco di colori, Simona abbracciò la figlia alle spalle. Rimasero così, silenziose, a guardare il castello nuovo che cresceva al centro della loro storia. Non cera bisogno di parlare: in quellabbraccio, in quel calore che riempiva la stanza, cera la certezza di aver trovato un posto dove ogni sogno poteva diventare realtà, dove nessun sogno sarebbe mai stato chiamato spazzatura.

Fu allora che Ludovica, sfinita ma felice, soffiò sulle ultime tracce di azzurro e sussurrò piano:

Sai mamma, io qui non ho paura di sbagliare. Qui mi sento forte. E libera.

Simona le accarezzò i capelli, sentendo addosso la dolcezza di quel momento come una promessa. Guardò la stanza, il castello, le torri, il mondo tutto nuovo che avevano costruito insieme con nulla in mano se non fiducia, coraggio e qualche tubetto di colore brillante.

Erano a casa. E, finalmente, erano davvero loro stesse.

Fuori la notte calava lenta, portando col vento profumi antichi e la sensazione che, dora in poi, ogni mattina avrebbe portato qualcosa di magnifico. Perché adesso lo sapevano: in ogni casa vera cè spazio per almeno un drago che vola e un sogno che cresce. E il loro, finalmente, era libero di brillare dove nessuno poteva mai più calpestarlo.

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Là dove nasce la felicità
La crostata della mamma con le ciliegie