Rosso di capelli, rosso fuoco, tutto lentiggini!

Rosso, rosso, tutto lentigginoso

– Chi? Quel tipo lì? Madonna, che spettacolo, quantè rosso! Asia, ma sei impazzita? Ma ti pare che ci azzecco qualcosa io con quellevidente equivoco?

Mi prendeva una gran risata osservando quel ragazzo alto dai capelli di fuoco che arrancava sicuro per il corridoio delluniversità. Non cera effettivamente niente di oggettivamente buffo in lui: laltezza, il fisico, vestito anche con un certo stile. Però qualcosa non andava. Forse la chioma indomabile dal colore di carota impazzita, forse le miriadi di lentiggini che dominavano naso e guance, o magari quel modo, quasi infantile, di trasmettere gioia a chi incrociava: sorrideva a trentadue denti, come se volesse abbracciare il mondo. Bastava incrociarlo che, come per magia, anche la gente più accigliata rispondeva con un sorriso. Alcuni addirittura lo salutavano, convinti forse di essere vecchi amici che non vedevano da tempo. Ci passò affianco il professore che avrebbe preso lesame; sentii un brivido, sapevo di non essere affatto pronta. Asia mi guardò e sussurrò: Ma che ci sei venuta a fare? Forse era meglio rimanere a casa che prendere un due.

Il rosso allargò ancora di più il sorriso (difficile a credersi!) e si mise a chiacchierare fitto fitto col professore. Non credevo ai miei occhi: il professore gli rispondeva, ridendo! Mi rivolsi ad Asia:

– Ma allora si conoscono, questi due?

– Boh, che ne so io? Lho visto due volte in croce, finché ieri non si è presentato e ha cominciato a chiedermi di te.

Feci spallucce, ironica.

– Sarai pure contenta, eh? Non avrai retto la concorrenza?

Asia mi squadrò con un ghigno divertito:

– Ma figurati! Tu non sei affatto una rivale, scusami.

– E perché?

– In una ragazza ci vuole qualcosa di più di una faccia simpatica. E tu sei zero, mi dispiace.

– Intendi che sono vuota?

– Per ora sì. Niente passioni, niente opinioni tue, niente amici. Tranne me, ma io mi sa che mi sopporti e basta.

Rimasi colpita dalle sue parole. In fondo aveva ragione, anche se non mi offendevano. Non sono mai stata una persona che si offende facilmente o fa di un problema una tragedia. Mamma diceva sempre che ero leggera, e io ci credevo. Meglio così, che vivere di conflitti e chiarimenti. Forse per questo gli amici veri non li ho mai trattenuti a lungo. Daltronde non ero mai stata brava a nascondere il mio pensiero e non mi importava se questo riguardava chi mi stava intorno. Stringevo rapporti con facilità, ma altrettanto velocemente me ne allontanavo. Asia era lunica ad aver saputo giocare con le mie regole. Sincera, verace, con noi niente filtri; magari è questo che ci ha fatto restare amiche per così tanto.

– Lopinione ce lho, invece. E tutto il resto sono dettagli della vita. Mi basta la tua compagnia, Asia.

Lei scoppiò a ridere.

– E allora che pensi di questa specie di principe azzurro? Guarda che savvicina proprio a vele spiegate.

Il rosso era ormai a metà corridoio, su di lui un sorriso da lasciare senza parole. Ormai aveva occhi solo per me, e mi accorsi che, senza rendermene conto, gli sorridevo anchio, entrando nellaula.

– Era questo il tuo messaggio? Asia mi seguiva mentre prendevamo posto in fondo.

– Direi che si capisce.

Naturalmente, lesame lo toppai. Il professore mi squadrò con uno sguardo dove la pietà si sentiva appena coperta dalla severità.

– Ha studiato almeno qualcosa?

– A dire il vero, no. Non ho proprio avuto tempo risposi, senza emozioni, come se parlassi a un mobile.

– Almeno è stata sincera.

Sbuffando, annotate qualcosa sul libretto e mi fece cenno di uscire.

In corridoio, Asia si avventò sul mio libretto ridendo.

– Tre! Non ci credo, oggi il prof era di buon umore.

– Perfetto così, mi basta. Gli strappai il libretto di mano e cercai la borsa. Sollevando lo sguardo, il rosso era davanti a me.

– Ciao!

– …Ciao.

– Mi chiamo Andrea. Non prendertela!

– Ma con chi ce lavrei? alzai un sopracciglio.

– Con lei. Tua amica. Lhai ibernata sul posto. Non è colpa sua, sono io che ti cercavo. Ti ho visto entrare.

– Che vuoi, esattamente?

– Conoscerti. Uscire. Sposarci. Mettere al mondo un esercito di bambini e morire lo stesso giorno.

– Incredibile.

– Perché?

– Non siamo compatibili.

– Ma dai! Tu sei bellissima, io affascinantissimo! Dovè il problema?

– Polari opposti. Scusa, devo andare.

Al fine chiusi la borsa, mi sistemai e feci cenno ad Asia.

– Vieni?

Andrea ci guardava andare via. La sua espressione, però, restava sempre quella: solare. Che fosse stato snobbato, si vedeva, ma di certo non era la prima volta. Un pizzico di tenacia e il suo autentico charme, e avrebbe rimesso le cose a posto. Sorridendo e canticchiando, magari con qualche piano diabolico in testa, si diresse verso luscita.

Il giorno dopo mi arrivarono prima un mazzo di rose, poi una scatola dei miei cioccolatini preferiti, infine due biglietti per un concerto dove sognavo di andare ma che era tutto esaurito da settimane.

– Sono banale, vero? Andrea mi accolse allingresso dellaula, solito sorriso sbrilluccicante.

– Terribilmente! Nulla di nuovo.

– Credevo preferissi il classico.

– E come arrivi a queste conclusioni?

– Il tuo tipo. Tu non sei una per perdere tempo, mi sembri fatta per qualcosa di importante.

Asia, lì accanto, scosse la testa e se ne uscì fuori. Rimasi io, riflettendo per un attimo.

Da lì iniziarono davvero le nostre uscite. Ci vedevamo spesso, ma dentro di me, tutto ciò aveva un che di irreale. Portarlo a casa, presentargli i miei? Roba da fantascienza. Sentivo già mio padre sbottare:

– Ma come pensi che sarebbe il tuo futuro con un tipo così? Non è una cosa seria, lascia stare certe sciocchezze.

Mamma avrebbe probabilmente reagito con un misto di sconforto e camomilla.

Era forse per questo che non mi chiedevo mai molto di Andrea: che facesse, i suoi sogni, la sua vita. Sapevo che stava alla mia università, mi bastava. Lui invece aveva già imparato tutto di me. Mentre baciava la piccola cicatrice tra le mie dita, mi diceva:

– Dovremo stare molto più attenti coi nostri figli. Mai pensato che una bici potesse essere unarma pericolosa. Hai sofferto tanto?

– Praticamente non ricordo niente. Che importa? E sto nostri figli?

– Non li vuoi?

– Sì, ma tra molto, voglio vedere il mondo, trovare la mia strada, poi ci penserò.

– Ok, allora dove vorresti andare per prima cosa?

– In Messico!

Stavo palesemente scherzando. Ma Andrea prendeva tutto ciò che riguardava me sul serio.

– Hai il passaporto? mi chiese dopo pochi giorni.

– A che ti serve? non ero di buon umore, i miei volevano passare tre settimane al mare assieme a degli amici loro, tutti pensionati.

– Avevi detto che ti piacerebbe il Messico.

– Ma scherzi?! E dove trovi i soldi?

– Questo è affar mio. Dici di sì o no?

Naturalmente sì! Forse per la prima volta da che stavamo insieme, Andrea era riuscito davvero a sorprendermi. Non volendo dire dove andavo, mentii ai miei: Parto con delle amiche. Loro, dopo due borbottii, lasciarono correre.

Il viaggio fu meraviglioso. Andrea un organizzatore nato. Vidi tutto quello che volevo e persino altro che non sapevo esistesse: Andrea mi aveva pianificato delle sorprese. Ma il vero imprevisto arrivò al ritorno.

– Andrea, sono incinta! Mi aggiravo nervosa in stanza, quasi trattenendo le lacrime. Una gravidanza ora? Un bambino? Andrea sorrideva in quel suo modo che ormai mi irritava.

– Ma che ridi come uno scemo? Hai capito cosa ho detto?

– Certo! Mi abbracciò senza lasciarsi fermare dalle mie resistenze. È la felicità, Alenuccia! Una vera famiglia!

– Famiglia, che?! Ma ti sei visto? Ma come si fa a far famiglia con uno come te? Cosa partorirò, un girasole?!

Andrea si rabbuiò, lasciandomi andare.

– Perché parli così? Cosa ho che non va?

– Tutto! Ma chi me lha fatto fare? E ora che si fa?

– Lo teniamo.

Sentii un tono duro nella sua voce che mai avevo percepito prima. Mi gelò.

– Non lo terrò, Andrea. Decido io, scusami.

– Sbagli. Decidiamo insieme. È anche figlio mio.

Mi sedetti esausta sul divano e scoppiai a piangere.

– Ma chi ne ha bisogno? Non capisci che insieme non funzioneremmo mai?

– Perché?

– Non ti amo!

Per la prima volta vidi Andrea perdere il sorriso. Mi parve che la stanza si facesse buia di colpo.

– Allora perché? chiese confuso.

– Sei stato troppo insistente e mi divertivo. Meglio di niente…

Andrea parve colpito e si voltò. Rimasi a guardarlo senza parole. Poi trovò la voce:

– Ho capito. Grazie per essere stata chiara. Riguardo me e te, tutto chiaro… E il bambino? Lui… è vivo, Elena.

– Non è un bambino ancora! gridai, stringendo i pugni. Non provare a dirmi cosa devo fare! Farò come credo, capito?!

Andrea mi fissava senza riuscire a credere che fossi la stessa ragazza che pochi giorni fa rideva tra le sue braccia. Nemmeno lui sapeva cosa lo spinse, ma propose:

– E se ti proponessi un patto?

– Un patto?

– Sì. Tu lo fai nascere e io… Cosa vuoi? Soldi, casa, qualunque cosa.

Lo guardai di traverso.

– E il bambino?

– Se tu non lo vorrai, lo crescerò io.

Seduto, con lo sguardo basso, Andrea fissava il pavimento cercando chissà quali segreti nel disegno delle piastrelle. Gli tornò in mente un altro tappeto, quello che da bambino sua madre aveva appeso al muro della stanza di casa. Ricordava la tranquillità di quei giorni, papà che rideva piano con mamma, le dita di lei tra i suoi riccioli ramati. Lei tagliò i capelli non appena il papà si ammalò. Due anni dopo lo perse, e avrebbe voluto seguirlo, se Andrea non le fosse stato sempre accanto. Si prese una pausa dagli studi, lavorava di notte, eternamente grato al padre che laveva spinto verso linformatica così ora almeno il lavoro lo trovava. Con il tempo fece rifiorire sua madre al punto che lei aprì una scuola di danza come aveva sempre sognato. Flamenco, che passione! Si rimise presto in piedi.

– Andrea, lasciami andare lo accarezzava ridendo della loro somiglianza.

– Come ti lascio andare? E a chi lascio i miei figli, senza la loro nonna? Sei matta, mamma. Sei la mia vera fortuna.

Ci mise un anno a strapparle un sorriso vero, e uno di più per vederla insegnare il flamenco come desiderava. Con la mamma ormai felice, Andrea si buttò a capofitto nella sua attività. In due anni aveva la propria piccola azienda, ampliava lo staff mentre scriveva la tesi. I soldi non abbondavano, ma erano sufficienti a vivere bene.

Bene, pensava lui, avrebbe voluto vivere con Elena. Ma lei non ci stava.

– Va bene, accetto mormorò Elena afona. Ma allora farai tutto ciò che ti chiedo.

Andrea annuì, incredulo. Aveva appena comprato la vita di suo figlio. O sua figlia.

Ed ecco che non servì a nulla. Una settimana dopo Elena dichiarò che ormai la gravidanza era finita. Andrea per la prima volta rimpiangeva leducazione che sua madre gli aveva dato. Fermò la mano, quasi avesse voluto carezzare Elena (o darle una sventola?), e si allontanò, cieco fra gli sguardi stupiti della gente.

Sua madre non gli chiese nulla. Mise solo una tazza di tè fumante sul tavolo e si sedette accanto, stringendo le sue spalle finché scese la sera.

– Mamma?

– Dimmi, tesoro.

– Come si riparte? Dopo tutto questo… Come si vive?

– Meglio che mai!

– Eh?

– Proprio così. Devi vivere meglio di tutti. Bruciare le suole delle scarpe, come si dice. Credimi, figlio mio: non sarà questa lunica delusione che incontrerai. Non sarà questa lunica persona cattiva che incrocerai. Non siamo in paradiso, qui, e lasciare che la vita ti spezzi è la cosa più stupida che potresti fare. Se ti ha trattato così, ringraziala!

– Per cosa?!

– Perché tha insegnato un pezzo di vita! La prossima volta guarderai meglio alle persone, non penserai solo allaspetto. Capirai se ti vuole per quello che sei davvero.

– Ma a chi interesserà uno come me

– Così rosso, rosso, lentigginoso?

– A chi saprà volermi bene.

Andrea raccontò tutto alla mamma: di Elena, di quanto lavesse amata, del bambino, di quel patto. Che orrore.

– Ho fatto una cosa terribile, mamma.

– Più che altro una sciocchezza. Ma volevi solo salvare una vita, oppure no?

– Sì

– Allora non ti giudico. Nemmeno io so cosa avrei fatto al posto tuo.

– E ora? Come rimettermi in carreggiata, come tornare a vedere la luce?

– Non lo so. Anzi, sì. Ti do unidea: vai a fare il clown, figlio mio.

– Stai scherzando?

– No. Ho una ragazza nel gruppo di danza. Lei fa la volontaria nelle corsie dospedale, serve animatori per i bambini. Il suo collega se nè andato. Se dai un po di allegria a chi sta peggio di te, forse tornerai a sorridere anche tu.

Ci pensai su. Cera qualcosa di giusto nelle parole della mamma.

– Forse hai ragione. E in fondo chi meglio di me: uno così rosso, eh? scherzai amaramente.

Sorpresa delle sorprese, fu proprio la cosa migliore che mi potesse capitare. La prima volta che uscii dal reparto pediatrico, ero stordito. Non solo per le urla dei bambini che, finalmente, si divertivano un po, ma per quello che vidi nei loro occhi e in quelli delle madri: occhi incredibilmente vigili, sorrisi appena accennati di ringraziamento per aver dato mezzora di normalità ai figli.

– Come fai a resistere? chiesi a Olga, la ragazza che mi faceva da partner.

Allegra, tonda come una bombolona, mentre si toglieva la parrucca mi rispose:

– È facile: stanno peggio di me. Di che mi lamento io? Torno a casa, coccolo i miei gatti, divano, libro o esco con gli amici. Non devo aspettare risultati di esami né temere per la vita dei miei figli. Posso rendere la vita più leggera a loro, anche se solo per mezzora.

La guardavo affascinato. Come si fa a reggere tanta sofferenza e restare così leggeri?

– Stai pensando a come non impazzire? mi rispose sorridendo, togliendomi pure il naso finto. Allinizio fa male, poi ci si abitua. O non ci si abitua, e molli. Se vedo che per te è troppo, cambio partner. Ma sarebbe un peccato, davvero. Ami i bambini, si vede. Ma a loro servono emozioni positive, non i nostri problemi.

Compresi tutto allora. E così Andrea e Olga divennero il duo più richiesto da ogni reparto pediatrico della città.

In quei due anni accadde di tutto. Finì luniversità, lazienda iniziò a volare, la scuola di danza di mamma era sempre piena. Solo la vita sentimentale non decollava. Olga si sposò, mi nominò padrino di suo figlio. Continuai i miei spettacoli con altri volontari, ormai tutti i bambini conoscevano “il clown Andreino”, circondato da risate ancor prima di cominciare. Anche le caporeparto più severe cedevano, sapendo che quel ragazzo rosso dava ai bambini non solo sorrisi, ma anche spesso donando gran parte del suo stipendio nuove speranze.

Quel giorno, tra vita dufficio e corse in corsia, Andrea era in perenne ritardo; scese dalla macchina come un razzo e quasi investì una ragazza minuta.

– Ma guardi dove va?!

La fissai incredulo. Un metro e mezzo di energia e capelli castani, nervosa come un petardo.

– Pollicina!

– Pure mi prendi in giro! e via, di corsa su per le scale.

– Non volevo offenderti!

Ma ormai era sparita. Corro in reparto a scaricare i regali.

Lo spettacolo scorre normale, poi tra i bambini si sente tossire, uno barcolla e scivola giù dalla sedia. Mentre cerco con lo sguardo un medico, Pollicina si fionda da lui.

– Aiutatemi, per favore, va portato in camera!

Non discuto il regolamento non permetterebbe, però lo prendo in braccio e la seguo.

– Qui! indica il letto, si mette subito a sistemare il piccolo con cura. Entra la dottoressa, io mi eclisso.

– Allora, Andreolo’, ti sei innamorato di Ljuba?

– Di chi?

– Ljuba. Ljuba Arsenio. Sorella di Michele, il bambino che hai appena portato in stanza.

– Sorella? rimasi basito, sembravo senza parole.

– Non pensare male! Lei è appena diciottenne. Michele compie sei anni tra poco.

– E i genitori?

– Incidentati un mese fa, portavano il bimbo allospedale. Morti entrambi. Ljuba non ha voluto mollare il fratellino. Suo padre era notaio, lei ha smosso mari e monti per tenerlo con sé. Sapeva che senza assistenza non avrebbe durato.

– Capisco E Michele?

– Serve un intervento grosso, lo facciamo, ma la riabilitazione qui lo sai comè.

– Fai conto su di me. Con una sola condizione.

– Dimmi.

– Ljuba non deve saperlo.

– Come vuoi. Ancora più rispetto. Sta tranquillo.

Con Ljuba fu difficile allinizio. Non solo perché non provasse simpatia per me, ma perché la sua attenzione era dedicata a Michele. Io lo capii e rispettai la cosa. L’aiutavo come potevo, lei mi guardava sempre più perplessa.

– Ma perché fate tutto questo?

– Espiazione, forse. È un bisogno mio. Non vietarmi di aiutarti.

– Va bene, allora.

Pian piano Ljuba si abituò a sapermi accanto, sempre presente, affidabile. Quando finalmente Michele tornò a casa e la tensione si sciolse, lei si trovò spiazzata.

– E adesso, Andrea? Ci lasciamo cavare da soli?

– Perché pensi questo?

Dopo un attimo di riflessione, Ljuba mi prese la mano.

– Non fraintendermi! si affrettò. Non è perché sono abituata ad avere il tuo aiuto. Ho paura che tu pensi male di me. È che

Si interruppe. Le mani le tremavano. Non resistei.

– Cosa, Ljuba?

– Non posso più stare senza te.

Aveva gli occhi lucidi. Andrea capì improvvisamente tutto quello che sua madre gli aveva detto tanti anni prima.

– Anche tu mi mancheresti. Non per Michele, ma per me

– Ti amo! gridai, stringendola a me.

Al matrimonio, mamma ballò con Michele e gli chiese di chiamarla nonna.

– Ho sempre sognato un nipote così! Ti vizierò e ti adorerò allinfinito, va bene?

– Va bene! confermò serio Michele, poi rise. Ma non mi sembri proprio una nonna, eh

– E allora cosa dovrei fare? Prendere una capretta, parlare con la voce smangiucchiata?

– Ma va, va bene così. Ma i dolci, li sai fare?

– I miei sono i migliori del mondo! Vedrai domani e mi dirai.

– Affare fatto!

Ljuba guardava commossa suo fratello.

– Piangi che ti si rovina il trucco, la abbracciai, porgendole un fazzoletto.

– È waterproof, singhiozzò.

– Quindi conti di piangere per tutto il giorno?

– Poco poco ancora, solo per la felicità.

– Ah, le donne! scoppiai a ridere, mentre lei affondava la mano nei miei capelli rossi.

– Sei così caldo. Come il sole! E bellissimo!

– Io?

– Sì, tu. Trasmetti luce, Andrea!

Un anno dopo, due gemelli ramati arrivarono a illuminare la nostra casa. E Ljuba, guardando i nostri figli muovere i primi passi, scoppiò a ridere:

– Da oggi ci sono due soli in più nel mondo. E teneri! Tutti il loro papà Che fortuna avranno delle ragazze!

– Purché sappiano capirlo per tempo, sorrise mia madre, guardando i nipotini.

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Rosso di capelli, rosso fuoco, tutto lentiggini!
Dietro le Mie Spalle