La Matrigna

Matrigna

Non capisco più cosa le serva! Ha da mangiare, vestiti, scarpe nuove, ha tutto! Allora perché fa così? Perché è così distante? Giulia lanciò la camicia ancora da stirare sul divano, si sedette accanto al marito e gli prese la mano. Marco, bisogna fare qualcosa. Non ce la faccio più. Ho anche Andrea. E tutto il tempo che perdo a inseguire le stranezze di Bianca, potrei passarlo con lui! Aiutami tu!

Come? Dimmi come potrei aiutarti? Io quasi non vedo i ragazzi. Cambiare il mio orario non posso, lo sai anche tu. Dovrei licenziarmi. E in quel caso, fino a che non trovo altro, non potrei dare ad Andrea quello che serve.

Nemmeno pensarlo! Sai che così andrebbe tutto in rovina e dopo di cosa saranno serviti questi tre anni di sforzi? Torneremmo indietro. Solo ancora un po’ e sarà quasi normale.

Lui È normale! Marco le tolse la mano e si alzò di colpo. Basta, non voglio più sentirlo!

Sì, scusa… Volevo dire… Gli affondò il viso contro la camicia, lasciandosi finalmente andare a piangere.

Non piangere, dai… Marco la fece alzare e la abbracciò forte. Parlerò io con Bianca. Però promettimi una cosa anche tu.

Cosa?

Non essere troppo severa con lei. Capisco che non è figlia tua, ma lhai cresciuta tu, sono anni che occupi il suo posto di mamma. Non ti fa mai un po male? Hai fatto molto per lei, non dovresti lamentarti. Bianca è a modo suo una brava ragazza, è educata, e magari è solo un momento. Dicono che gli adolescenti sono tutti un po così. Forse, bisogna solo lasciarle il suo tempo.

Poi però, finirò io “così”… Marco, ci provo, ma non ne ho più di forze.

Capisco…

Bianca sentiva le voci dei genitori arrivare ovattate dal salotto, ma non riusciva a decifrare cosa dicessero. In silenzio sistemava i mattoncini del suo gioco di costruzioni davanti al fratello e pensava che Giulia sicuramente si era di nuovo lamentata di lei con papà. Il che voleva dire niente serata tranquilla a raccontarsi la settimana con lui, bensì unaltra predica sul comportamento e la responsabilità. Il padre sarebbe stato deluso, poi sarebbe partito di nuovo per lavoro. E di Matteo, non sarebbe neppure riuscita a raccontargli niente. Di come laveva accompagnata, delle ragazze gelose. Papà avrebbe saputo cosa consigliarle. Dalla partenza di Letizia, era rimasto lunico con cui parlare, davvero. A parte lei, nessunamica. Bianca ripensò al loro primo incontro:

Allora, sei tu la reginetta?

E certo!

Allora siediti un po più in là.

Per caso vuoi i miei sandali?

Tutta la classe aveva assistito a quella scena. Solo dopo, Letizia le aveva spiegato che due belle ragazze, in poco spazio, devono o litigare o allearsi. E loro scelsero la seconda.

Bianca era davvero una bella ragazza. Aveva i colori vivi di sua madre. Guarda le foto della mamma e la immagina: insieme, chissà, saremmo sembrate sorelle. Ma la mamma era morta quando lei aveva solo tre anni. Troppo poco tempo, troppa poca mamma E questo Mordeva Bianca, perché non riusciva a ricordarla davvero. Appena forzava la memoria per afferrare un ricordo di quellamore, nella testa risuonava invece solo la voce di Giulia. La sua voce, i suoi toni, il suo modo. Nulla della madre

Giulia era entrata nella sua vita quando Bianca aveva quattro anni. E suo padre, appena sei mesi dopo la morte della madre, aveva incontrato per caso la giovane infermiera della pediatria di Torino. In realtà, fu Bianca a farli incontrare, senza volerlo. Giulia venne per una visita a casa, la bambina aveva la febbre.

Cè un papà solo con la figlia. Ho prescritto delle punture. Speriamo che non peggiori.

Giulia venne. Prima una notte a vegliare Bianca, poi restò per sempre.

Bianca avvicinò la scatola delle istruzioni al fratello e gli passò un pezzetto nascosto dal suo libro di scuola.

Tieni!

Andrea, con i suoi occhi grandi e scuri come il cioccolato fondente del babbo, la fissò:

Perché sei triste?

Niente, malumore.

Vuoi che canti?

No, per carità! Bianca rise suo malgrado.

Andrea e il canto: un sodalizio sfortunato. Qualche orso con zampe pesanti gli aveva, certamente, rubato lorecchio. Eppure era la sua passione. A Bianca non era rimasto che spettinarne le note e fargli applausi, da piccola. Per fortuna, crescendo, aveva capito che non tutti apprezzavano le sue performance. I concertini si fecero rari, e adesso Andrea intonava unaria solo quando Bianca era veramente giù.

Ti manca Letizia?

Un po. Anche altro, però.

Mamma ti ha sgridata?

Andrea!

Che? Ho sentito.

Perché non dormivi?

Avevo già dormito abbastanza. E voi parlavate forte. Cosa non andava stavolta?

Nulla.

Bianca girò il viso, non voleva che il fratello vedesse le lacrime. Perché? Non aveva fatto nulla di male! Aveva solo detto a Giulia che domani cera il compito di fisica, e doveva prepararsi. I piatti potevano aspettare. Una sciocchezza! Fare una tempesta in un bicchier dacqua per questo Sì, magari le aveva risposto male, ma anche lei! Andrea è suo figlio, e io… Bianca si morse il labbro. Perché sono sola? Perché la mamma se nè andata così presto Se anche Andrea fosse stato figlio suo, non ci avrebbe mai divisi. Come si fa a dividere i figli tra preferiti e non? Pensò a quello che diceva Letizia.

Ma dai! Anche con i figli propri succede sempre. Guarda, mia madre adora mia sorella piccola e io beh, mi sopporta. E allora? Dovrei piangere per questo? Nemmeno per sogno! Non ti fissare. Da voi perlomeno è chiaro: tu sana, tuo fratello no. Gli serve più attenzione, e tu devi essere più autonoma.

Ma, non importa anche a me? rispose Bianca, offesa. Proprio Letizia, non capiva!

Certo che importa. Ma Giulia non ha mica i superpoteri! Già con Andrea è dura. E tu vorresti che danzasse intorno anche a te. Voglio dire: è una strega malvagia col grembiule, che ti manda nel bosco per raccogliere violette tutte le mattine?

No

E allora! Non esagerare! Che problema cè, portare a spasso il fratello o comprare il pane?

Non hai capito niente Bianca si infuriava.

Ho capito eccome. Vuoi essere compatita? Per quello ci sono io. Ma Giulia Pol, non è detto che debba amarti. Non tutte ci riescono con figli non propri. Soprattutto se uno sta male.

Pensi che ce labbia con me perché sono sana?

Non lo so. Magari sì, magari no. Non si può sapere che cè in testa agli altri. Ma una cosa te la dico: non ti è andata male.

Perché lo dici?

Perché! Letizia le sfiorò i nuovi orecchini doro.

Li aveva ricevuti per il compleanno, dono di papà e Giulia. Era un sogno. In negozio, tempo prima, li aveva solo guardati.

Ti piacciono? Giulia con la carrozzina di Andrea.

Macché! Bianca si era voltata. Giulia le aveva sorriso alle spalle.

La scatolina a cuore laveva trovata la mattina, sul cuscino. Riusciva solo a tenerla in mano, tremando. Tutti dormivano, tranne Andrea, che nel sonno lottava con invisibili nemici. Poi si svegliò e subito chiese curioso:

Li hai già visti?

No.

Allora apri! Sono sveglio!

Bianca sorrise di cuore e aprì. Eccoli, proprio quelli.

Come li chiamano… quei cosi che brillano?

Diamanti.

Ecco! Ti piacciono?

Molto Bianca sentì il naso pizzicare.

Ma no! Vuoi piangere? Ma è il tuo compleanno! Andrea si allungò verso di lei, poi rotolò indietro tra i cuscini. Eppure io e mamma ce labbiamo messa tutta

Ma dai! Bianca abbracciò la scatolina e balzò giù dal letto. Non piango, non piangerò! Aspetta che li provo, poi mi dici come sto.

Non aveva mai saputo come avessero fatto, papà e Giulia, a risparmiare così tanti euro per un regalo simile. Ma ora sono suoi, i piccoli diamanti danzanti ai lobi.

Bianca scattò quando il padre aprì la porta.

Pol, un minuto?

Andrea ne approfittò, afferrò la mano della sorella:

Non piangere?

Bianca fece cenno di no e uscì.

In cucina, tazze di tè e vapore caldo: fuori pioveva, dentro invece niente calore. Bianca avrebbe voluto solo scappare, non parlare, non sentirsi così, seduta con lunico che potesse capirla.

Pol Marco la guardò negli occhi, ma poi si fermò. Per un attimo, gli parve non fosse Bianca, ma sua madre, seduta di fronte a lui, senza il coraggio di guardarlo. Quando era cresciuta, la sua bambina? Così somigliante a Sofia.

La storia con Sofia era stata breve: laveva conosciuta per caso, ai Murazzi, quando la portò in braccio al pronto soccorso dopo una caduta dal pontile.

Ma sei fortissimo! Grazie! Sofia gli sorrise e a Marco girò la testa.

Se ne andò senza chiedere né telefono né indirizzo. Mezzora dopo, la cercava già in ospedale.

Ci hai messo tanto! squillò una voce: lei, col gesso candido.

Si sposarono sei mesi dopo. Sofia lasciò Roma per Torino.

Ora la mia famiglia sei tu.

Vita breve insieme, una figlia, e poi la tragedia assurda, semplice e atroce: Sofia se nera andata. Marco lo seppe da un vecchio collega camionista:

Che hai combinato con la radio?

Andata. Non funziona.

Torna indietro, ti porto il sostituto. Devi andare a casa. Per fortuna non sei lontano…

Poi, Marco era seduto fuori dal portone, cullando tra le braccia Bianca che il vicino gli aveva portato e ripeteva: Non si è mai lamentata per il cuore

Pol sonnecchiava ignara, senza immaginare che la sua vita si era appena spezzata.

Pol Marco le prese la mano sottile.

Dimmi, papà. Devi sgridarmi?

No Marco si arrese: non aveva forza per discutere. Volevo solo chiederti…

Cosa?

Come va tutto qui.

Guardandola piangere, così grande, Marco sentiva che presto avrebbe fatto lo stesso. Non sapeva come dirle che non poteva scegliere tra moglie e figlia. Avrebbe dovuto cercare, in qualche modo, di far andare le cose tra loro due, se ancora possibile.

Papà Bianca si asciugò le guance e guardò il padre. Scusami. Proverò a migliorare, giuro…

Va bene. Dai, raccontami della scuola. E Letizia? Scrive? E la sua nonna, sta meglio? Quando torna?

Non presto. Lì è pesante proprio. Letizia, mi sa, resta dalla nonna a lungo. Sua madre dice che quella è la sua croce. Lha cresciuta, ora la deve assistere.

E Letizia?

Eh, lei ce la fa. Roba da niente, studia, fa tutto, si lamenta solo per finta. E si sente sola…

E tu?

Anchio, papà. Perché mi lasciano tutti quelli che amo?

Marco sentì la tazza tremare tra le mani.

Pol! Non è così!

E invece, papà? Mamma, Letizia Chi resta?

Nessuno se ne va più, stiamo tutti insieme. Marco le sorrise forte. Nemmeno scherzarci su, capito?

Bianca annuì, ma Marco vide che la paura restava nello sguardo. Non sapendo come allontanarla, gettò unocchiata alla porta e sussurrò:

E con come si chiama Matteo?

Vedendola arrossire, sorrise. Finalmente un argomento buono! Bianca subito fece un gesto di stizza, come sempre davanti alle sue curiosità di padre, e Marco si sentì sollevato, rilassandosi un po sulla sedia.

Dai, racconta!

Parlarono a lungo quella sera. Giulia, finendo di stirare, mise a letto Andrea e anche lei si sdraiò, sapendo che non doveva interrompere quella chiacchierata. Attenta, nella penombra a luci spente, ascoltava le voci basse, a tratti rotte da risate. Non riusciva a dormire. Ripensò alle giornate appena trascorse: la scortesia di Bianca, la convocazione dalla preside, di cui non aveva detto niente a Marco. E mentre decideva se confessarglielo, scacciò via il pensiero: meglio di no. Se Marco parlerà con Bianca sarà sufficiente. Altrimenti… Giulia fissò il buio. Se non basterà, dovrà essere più dura. Ma come? Se fosse stata sua figlia, avrebbe già saputo cosa fare. Ma Bianca non lo era. E questo la tratteneva. No, non la compativa come pensano quelli che questa situazione non lhanno mai vissuta: “Povera orfanella, che matrigna cattiva”. Giulia sogghignò amaramente. Non era pietà la sua. Anzi. Sapeva che non serve a nulla compatire chi ha da vivere la sua vita, sana, piena, libera, anche senza mamma. Chi, se non lei, poteva saperlo? Figlia di nessuno, aveva cambiato due famiglie adottive prima che la terza, una donna di nome Speranza, diventasse casa.

Mamma laveva avuta in carcere. Una rissa da ubriaca laveva spedita dritta dentro, lasciando appena il ricordo di quel giorno di Capodanno da una amica. Giulia da piccola finì in orfanotrofio, poi in adozione. Non vide mai più la madre.

Prima famiglia: dopo due anni lavevano restituita. La madre adottiva aveva avuto due gemelli, non ce la faceva con unaltra figlia. Giulia non capiva. Le avevano tolto la bambola preferita, lavevano riportata alla casa dei bambini.

Poi la seconda famiglia, fino a dieci anni. Un’altra crisi, la madre adottiva era malata e le scrisse un biglietto daddio. Da allora, Giulia aveva smesso di fidarsi, e girando il viso da chi la lasciava, sentiva solo:

Scusami, piccola, da ora sei sola

Questa frase le rimase dentro. Divenne il suo motto. Nessuno si sarebbe fatto avanti per proteggerla. Nel collegio, imparò a difendersi da sola, guadagnando il soprannome di furiosa.

Quando Speranza venne a prenderla, Giulia neppure le parlò.

Allora parlerò io, e tu ascolta.

Speranza raccontò della casa in campagna, della gente del paese, dei nuovi fratelli.

Stupidaggini! rispose Giulia. Anche voi finite per rimandarmi indietro!

E se anche fosse? Almeno vedi il paese. Meglio che restare qui, no?

No!

Cerano voluti mesi di trattative. Solo dopo un anno Giulia chiamò madre Speranza. Era sempre terrorizzata: che la lasciassero o che le succedesse qualcosa. Trovò una piccola icona sbiadita in soffitta. La nascose nel fienile e ci parlava senza sapere cosa fare, ripetendo solo una frase:

Salvatela. Ascoltami. Salvatela tu.

Non sapeva davvero chi la sentisse. Speranza se ne andò quando Andrea aveva due anni e Giulia vegliò su di lei fino alla fine, facendo tutto il possibile per alleggerirle il dolore.

Non piangere, figlia mia. Ci arriveremo tutti. Starò meglio così E non mi fa più male.

Mamma, comè possibile? Perché a te?

Non chiederlo mai: perché a me. Chiedi a cosa serve. Capito? Non perché, ma per cosa.

Se lo era ripetuto ogni volta che capitava qualcosa a Bianca. Perché io? Perché questa ragazza? Perché questimpegno, dopo quello che già ho con Andrea? Non bastava il suo destino? Sapere che non camminerà mai… Giulia chiuse gli occhi, scacciando i pensieri scuri. Se solo ci fosse speranza

Andò a controllare Andrea. Dormiva scomposto, come sempre, senza coperta. Giulia lo rimboccò, sedette a terra accanto al lettino, chiedendosi come andare avanti. Se ne accorse solo quando Bianca la scosse per una spalla.

Giulia, vai a dormire, è tardi.

Giulia strizzò gli occhi, cercando di capire dove fosse.

Mi sono addormentata qui? Che ora è?

Quasi le tre. Bianca era seduta sul letto, le ombre del comodino danzavano sul suo viso. Posso farti una domanda?

Giulia, con fare lento, sistemò la coperta ad Andrea, poi si voltò.

Certo.

Tu… non mi vuoi bene?

Giulia strinse il lenzuolo e con fatica scosse la testa:

Non so… no, ecco, non ti mentirò. Sei grande, capisci. Non posso dire di volerti bene come ad Andrea. Non sarebbe vero. Ma tu non sei una sconosciuta per me, Bianca. E ho paura per te come ne ho per lui. Guardò Andrea che dormiva. Forse è una funzione, un pulsante: scatta quando hai figli. Teme che succeda qualcosa, e non smetti più di temere. Non ci sono interruttori: si può solo accendere. È amore? Non so Perciò ti dico la verità.

Bianca sedeva dritta, le gambe raccolte. Non batteva le ciglia.

Se mi chiedi se volano le farfalle in me quando penso a te, no. Non volano. Forse non voleranno mai. E non so che accadrà tra noi. È difficile per entrambe. E non centrano i piatti da lavare. Ma mi importa del tuo futuro. Voglio che tu stia bene, che cresca, che trovi la tua strada. E quello che serve lo farò. Solo, non chiedermi la magia. Non la conosco. Speranza sì. Io, no.

Speranza diceva che i figli non vanno viziati. Bisogna amarli, ma così che non crescano deformi per troppa dolcezza.

Cosa? Giulia fissò Bianca sorpresa. Quando te lo ha detto?

Quando siamo stati da lei. Mi ha detto anche che sei buona, solo fredda come la Regina delle Nevi. E non è nemmeno colpa tua Perché, secondo te?

Io lo so E invece perché quella frase sullamore che deforma?

È stato, sai, quel giorno che il vicino annegò dei gattini. Sua madre invece di rimproverarlo ne fu fiera e ci fece la guerra per non lasciarlo sullaltalena. Allora nonna Speranza mi disse che cè un amore sbagliato, cieco, che fa paura.

Capisco Bianca

Lasciamo stare. Anche tu scusami. Non prometto niente, non so se riuscirò. Però vorrei provarci, a fare diversamente.

Proviamoci, allora

Giulia si avviò verso la porta, poi tornò indietro. Non sapendo nemmeno lei perché, prese il viso di Bianca tra le mani e disse:

Ci proveremo davvero!

Ricorderà, anni dopo, che nulla fu facile. Non spuntarono ali, né quel giorno né dopo. Ma restava un fratello amato, e una promessa, anche se a metà, da mantenere.

Quando, tanti anni dopo, tornata incinta del primo figlio a trovare i suoi, Bianca abbraccerà Giulia, che riderà guardando Andrea felicissimo col nuovo portatile regalatogli dalla sorella, e le sussurrerà piano, senza farsi sentire:

Grazie!

Per cosa? Giulia la guarderà sorpresa.

Per avermi detto sempre la verità. E Mamma, quella funzione di cui parlavi si accende proprio quando nasce il bambino? Perché a me pare che il mio interruttore sia rotto.

Se te lo chiedi, allora il conto alla rovescia è già iniziato! Giulia riderà, facendo finta di non accorgersi che, per la prima volta, Bianca lha chiamata mamma.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fifteen − 11 =