Holmes diventa il detective più celebre d’Italia: misteri e indagini nelle strade di Roma

– Holmes, non sei proprio un vero signore!

Giulia spostò via dalla faccia la coda di quellequivoco peloso a forma di gatto che, per qualche bizzarria della natura, si era preso ormai la libertà di chiamare casa la sua stanza, e starnutì sonoramente.

– Uffa! Dove sei stato a infilarti? Hai la coda tutta impastata di ragnatele! Ok che non sono una massaia modello ma neanche da meritarmi una roba simile! Dove lavrai trovata mai tutta quella schifezza? E muoviti, scendi da me!

Il gatto, imperturbabile, non fece neanche un cenno dassenso. Continuava a troneggiare sul cuscino della padrona, guardandola con quello sguardo blasé che solo i felini sanno sfoderare, mentre la punta della sua coda fulva, beffarda, colpì Giulia sul naso, facendola trasalire come se avesse ricevuto una scossa elettrica.

– Buongiorno a chi?! Meglio che spariate tutti, oggi, che non rispondo delle mie azioni!

Il criceto di Chiara, la giovane vicina di casa, affidato a Giulia per le due settimane in cui la famiglia era in vacanza, scivolò furtivo nella sua casetta decidendo che, eh beh, pure oggi si poteva saltare la colazione. Intanto, una palla di pelo arancione si lasciava cadere dal letto al pavimento senza degnarla nemmeno di uno sguardo. Quel gatto, raccolto tempo prima accanto ai cassonetti dellimmondizia, scheletrico e moribondo, in due anni era diventato il re della casa, un despota grassottello che insistentemente svolgeva la funzione di sveglia, anche quando nessuno glielaveva chiesto.

A essere onesti, però, oggi Holmes così lo aveva ribattezzato Giulia in omaggio al suo eroe letterario preferito stava facendo il suo dovere. Giulia, visto lora, lanciò un urlo strozzato e volò verso il bagno rendendosi conto di essere, per lennesima volta, irrimediabilmente in ritardo.

– Ma possibile? Due sveglie! Due! E non ne ho sentita nemmeno una! Ma come si può?!

Strattonò lo sportello della doccia e fece scattare il rubinetto.

Il grido che ne seguì convinse il criceto che pure il pranzo era a rischio, e che la cena probabilmente si sarebbe dato per dispersa. Holmes, da parte sua, infilò il muso in bagno, fissando attonito la padrona che saltava a piede nudo su una sola gamba, tutta irrigidita.

– Cosè questa storia?! Niente acqua calda, di nuovo?!

Seguì una sfilza di invettive, che il gatto sopportò con il tipico aplomb da sovrano spodestato, tanto che la furia di Giulia si sciolse in un sospiro.

– Ora urlo un po, ma voi niente panico! È che lacqua è un iceberg, ragazzi!

Holmes, naturalmente, fece spallucce. Saltò sul coperchio del water rigorosamente chiuso per ferrea abitudine imposta da Giulia si sistemò e la osservò con aria sfrontata, facendo subito precipitare il buonumore della ragazza.

– Gira lo sguardo, spudorato! Non ti vergogni?! Così, bello in mostra!

Seguì un mix di esclamazioni e versi da galateo felino, a cui Holmes non dava più peso da tempo, avendo compreso appieno la natura imprevedibile della padrona.

E pensare che, un tempo, era stato un gatto serio. Un campione da esposizione, con coppe e premi. I suoi cuccioli si vendevano a peso doro, e il suo padrone se ne vantava con chiunque. Ma bastò che Holmes si ammalasse dopo una mostra nessuno ne avrebbe mai saputo la causa che tutto cambiò di colpo. I veterinari facevano esami a raffica, il padrone sospese la vendita ai clienti più fidati.

Sì, perché allora si chiamava Ercole. Un nome completo, nobilissimo e contorto, che mai nessun annunciatore di concorsi era riuscito a pronunciare correttamente e per intero. E puntualmente sbagliavano anche a leggere, pure con tanto di accento segnato.

Poi, da un giorno allaltro, nome e prestigio finirono nella pattumiera assieme alla sua carriera di stallone. Teoricamente avrebbe potuto ancora avere dei cuccioli, ma chi li avrebbe mai acquistati? Per il suo padrone non era più una star, ma solo un peso.

Lo capì subito, con chiarezza. Una sera si avvicinò come d’abitudine per un po di coccole e invece di un caloroso «Ercolino mio!» trovò solo un secco: Ercole, lasciami stare, ora non ho voglia!

Alcune settimane dopo, fu venduto via.

La nuova padrona aveva uno stile tutto suo, capelli rosa sparato tagliati a spazzola, uninclinazione a tirare le vocali che affascinava e inquietava insieme, e guardò Ercole come a voler dire: «Preparati al peggio». Mercanteggiò come una napoletana al mercato di Ballarò e, in pochi istanti, il povero gatto si ritrovò nella gabbietta, mentre il vecchio padrone lo evitava con lo sguardo.

Il viaggio fu lungo. Arrivati, fu quasi scaraventato fuori dalla trasportina con un minaccioso: Se la fai fuori posto, ti butto via!

E lui si adeguò, più volte. Non voleva restare in una casa in cui si sentiva intruso.

Un merito va dato: la nuova padrona cercò almeno di capire cosavesse che non andava, e più volte lo portò dal veterinario. Peccato che la clinica prescelta fosse la stessa di prima: le diagnosi la mandarono in crisi, soprattutto quando ricevette preventivi da far rabbrividire anche Paperon de Paperoni.

Quanto?!

Quella stessa sera, Ercole fu ricaricato sulla 500 e, poco dopo, abbandonato in strada vicino ai bidoni, dove qualche giorno dopo lo trovò Giulia.

Il ritrovamento fu quasi casuale: la trasportina, nuova di zecca, non attirava molto lattenzione, nascosta dietro un bidone in un angolo maleodorante e buio. Ercole, a digiuno dal giorno prima, provò a contrattaccare la griglia, ma le unghie scivolavano inutili sul metallo.

Allinizio miagolò con forza, poi sempre più flebilmente, finché non perse le forze. Si rannicchiò sul pavimento di plastica, stringendo il muso sulla coda spelacchiata. Aveva freddo, fame, sete. Ma più di tutto avrebbe voluto sentire una voce gentile che dicesse: «Ercole, amore mio, torniamo a casa?»

Lui aspettava, ma nessuno si decideva a salvarlo. I passanti sbirciavano distratti i loro sacchi di spazzatura, ignorando la gabbietta.

Fu allora che arrivò Giulia, dal cuore doro, portando a spasso Cleo, la stramba cagnolina della vicina degente. Voleva unire lutile al dilettevole: portare la spazzatura e far fare una sgambata alla bestia.

Cleo, con il rarissimo nome di Cleopatra solo allanagrafe canina, abbaiò isterica non appena sentì odore di sporcizia. Giulia cercò di calmarla per non far arrabbiare il condominio.

Cleo! Sei matta?! È ancora presto! Che hai trovato, un topo?

La fiera Cleopatra ci tenne a sottolineare che i topi sono troppo banali per il suo livello, e tirò il guinzaglio per mostrare dove si celava la vera notizia del giorno.

Davanti al «micio-micio» timido di Giulia, Ercole non reagì. Giulia pensò che il gatto fosse già volato nel paradiso degli sfortunati, e stava rimettendo la trasportina a terra, quando la coda del poveretto si agitò. Giulia lanciò un grido incredulo, facendo eco al latrato della micidiale Cleo:

È vivo!

Seguì un caos degno di uno spettacolo circense, che Ercole ricordò a lungo con sbigottimento: comè possibile che una ragazza così mingherlina sia così rumorosa, iperattiva e decisamente fuori di testa?

Lo ficcò di peso in un catino dacqua, insistendo finché non lo ripulì così bene che la pelliccia scricchiolava. Avvolto in un asciugamano rubato dal bagno di Giulia stessa, il povero Ercole era talmente stordito che non reagì nemmeno quando gli piazzò davanti una ciotola di crocchette per cani, offerte magnanimamente da Cleo. Il suo sguardo sorpreso indusse Giulia a giustificarsi:

Ehi, è pur sempre carne! Beh, più o meno. Se piace a Cleo, può piacere anche a te. Scusa se sono al verde: la mamma torna solo domenica e tra te e me dobbiamo arrangiarci. Ho bruciato tutta la borsa vuoi vedere?

Si tolse a sedere accanto a lui, e quasi lo spaventò saltando su per mostrarli un paio di decollé panterati dai tacchi esagerati.

Ti spavento? Fatti una ragione! Qui è sempre tutto allavventura e spesso assurdo, ma ci si abitua. Non è poi così tragico come sembra.

Ercole, più che dei tacchi, rimase concentrato sulla ragazza: chissà quanto somigliava a chi lo aveva abbandonato.

Non ti piacciono? A me sì! Come si dice, vanno bene col jeans e pure a un matrimonio! Sono bella io e sono belli anche loro. Non guardarmi così, la bellezza non l’ho inventata io: parola di mamma. Lei non mi ha mai mentito!

E scoprì che lunica menzogna che la madre di Giulia aveva raccontato in tutta la sua vita era quella sul padre: dichiarato aviatore disperso in missione, in realtà mai visto vicino a un aereo, più incline a brindisi e corteggiamenti che a manovre militari Ma la mamma aveva voluto regalare una bella favola alla figlia, per proteggerne lautostima.

Giulia, con rara maturità adolescente, accolse la verità con saggezza: si fece il suo pianto liberatorio, poi dichiarò che le bastava una madre sola. In fondo, la libertà dei giovani è assediata da tutti, e lei doveva affrontare una sola dittatrice. Insomma, non le andava poi così male.

Noi due stiamo benissimo così! Che ci frega del terzo incomodo?

Sua mamma, Anna, lamava di un amore solido e umano, senza per questo soffocarla di passione eccessiva: mescolava un filo di paura, tanto affetto e il desiderio di darle fiducia. Aveva un motto: «Vuoi qualcosa? Provaci!» e con quello aveva fatto carriera nel mondo dei fiori, dando poi a Giulia la libertà di scegliere la propria strada.

Giulia frequentava il conservatorio e strimpellava la chitarra ma il suo cuore e soprattutto il suo senso pratico la portarono alla veterinaria, tanto era forte in lei il bisogno di correre in soccorso a qualsiasi creatura bisognosa.

Sua mamma, nel tempo, aveva già salvato di tutto, dai gattini alle rondini, e persino una lucertola a due code (la seconda, onestamente, laveva staccata proprio Giulia in un maldestro tentativo di rimetterla in libertà). La vista della coda interrotta le causò un tale pianto da dover correre in città a farsi curare prima la febbre poi il cuore.

Fu allora aveva solo sei anni che decise: «Da grande sarò veterinaria!»

E così fece, con grande testardaggine, fino a ottenere un posto nella migliore clinica di Parma. Temeva sempre il licenziamento per via dei soliti, epici ritardi.

Il lavoro in clinica e quellautoconvincimento pronunciato tra sé e sé con accento emiliano:

Tutto da sola, ragazza! Nessun principe né cavallo Sbrigati e fai il tuo burro! la tempravano ogni notte.

Per Ercole (che ora si chiamava Holmes, il re della casa), non restava scelta: doveva rimettersi in sesto. Giulia aveva la pazienza di una santa, rasandogli la zampa per trovare la vena e infilandogli aghi come fosse la cosa più naturale del mondo. Lui, per la prima volta dopo tanto, si lasciava andare. Voleva vivere. Aveva di nuovo una casa. E una ragazza che, dopo averlo avvolto in un plaid caldo, la sera gli bisbigliava:

Dai, tieni duro. Un po difficile, a volte fa male ma io ci sono. Tu aiuta un poco, però, altrimenti qui perdiamo entrambi! Tu ormai sei mio, chiaro?

Il trattamento fu lungo: tre mesi di cure finché la pelliccia ricresciuta non tornò a coprire le nude magagne del passato. Fu proprio allora che Giulia si mise in testa che sarebbe cambiato anche il nome.

Un consiglio di famiglia (Anna, il nuovo marito di Anna, Antonio, e infine il criceto senza nome ufficialmente loro ospite fisso) fu riunito durgenza:

Bisogna dargli un nome vero!

Giulia era serissima. Anna cercò di trattenersi, ma scopiò a ridere:

Hai scomodato tutti per questo?

Eddai mamma! Oggi mi toccherà una consegna di fiori, e io corro qui solo per il nome di un gatto? Sei incredibile!

Aspetta, Anna! intervenne Antonio, il patrigno, abbracciando la moglie e rivolgendo un cenno di intesa a Giulia. Ci sono idee?

Non saprei. È forte, furbo, pacato, con garbo Non fa danni in giro.

Un vero gentiluomo! Antonio accarezzò il micio.

Il gatto lo conosceva già: quando Giulia era a Milano per aggiornamento, era proprio Antonio a occuparsi di lui, con le sue mani robuste, riempiendo la ciotola e regalandogli qualche grattatina sotto lorecchio.

Il felino lo ricambiò, strofinandosi grato, e accennando un raro, burbero prrr.

Allora deciso: si chiamerà Holmes! proclamò Giulia.

Si adattò subito. E rispondeva quando gli andava. Giulia se ne faceva una ragione: in fondo, un gatto non è mica un cane.

Ultimamente, però, sentiva spesso chiamarsi porcellino, sottolineando con ironia le sue rotte sgarbate. Ma che poteva farci, ora che erano rimasti in due: Anna si era trasferita dal marito lasciando a Giulia lappartamento.

Giulia, abituata sempre a sentirsi libera, cominciò a percepire quella libertà come un peso. La sera gironzolava per casa su e giù con le cuffie, ignorando Holmes che la seguiva come unombra. Poi si sedeva sul pavimento del soggiorno, stringeva il gatto e sospirava:

Sono pronta per qualcosa di serio e monumentale, tipo una famiglia. Ma dove lo trovo uno disposto a farla con me? Holmes, secondo te perché nessun ragazzo mi guarda?

Al gatto mancava la parola e, anche se lavesse avuta, Giulia non lavrebbe ascoltato. Non si accorgeva dei sguardi che le lanciavano in tram o in ambulatorio, di quelli che si inventavano scuse per tornare ancora e ancora con i loro cani o pappagalli solo per rivedere quegli occhi blu e quelle ciocche ribelli sotto la buffa cuffietta con le stampe di canetti sorridenti, scelta personalmente da lei e diventata ora divisa ufficiale della clinica. Per quella trovata, il titolare le aveva dato una piccola gratifica speziata in euro, subito investita nella cuccia deluxe per Holmes che snobbava lacquisto preferendo le ginocchia della padrona.

E così andava avanti: Giulia si struggendo, Holmes solidarizzava, Anna si preoccupava mentre Antonio tentava invano di consolare la moglie. Solo il criceto, sempre senza nome nonostante ora fosse ormai suo socio di maggioranza, viveva beatamente, sognando solo che il gatto lo ignorasse.

Holmes lo ignorava con grande professionalità. Piuttosto, era preoccupato per lo stato danimo della padrona tanto che pensò persino di ammalarsi unaltra volta, così per fare compagnia e dare un po di brio alla routine.

Giulia si agitava subito e lo trascinava in clinica, per una di quelle analisi del sangue che tanto detestava. È proprio lì che stavano andando in tutta fretta quando, gelida e senza acqua calda, con i capelli scompigliati in uno scompiglio impossibile da decifrare, Giulia uscì dal bagno, infilò tutto in uno chignon caotico fissato alla belle meglio con una matita, ringhiandoci dietro al criceto.

Lascia entrare tutti ma non far uscire nessuno! Torniamo presto!

Holmes fu acciuffato per la collottola, urlante e riluttante a entrare nel trasportino, ma Giulia la chiuse con decisione:

Tutta scena! Due giorni che fai il morto Dai, andiamo, malandrino! Curare la tua salute mi costa come mezzo scooter! Va bene, va bene, ho esagerato Ma quasi due gomme e un paraurti li pagavo!

Lamentandosi, spinse fuori il gatto e quasi dimenticò di chiudere la porta.

In clinica era il solito marasma. Giulia estrasse il felino dalla gabbietta, salutò i colleghi e via in sala visite.

Ed eccola la scena da film: una micina minuta, seduta impassibile sulla scrivania in attesa, si trasformò in una furia indemoniata appena vide Holmes. Morse il veterinario che quasi fece volare il termometro, si svincolò dalle braccia del padrone e si lanciò furente.

Holmes, anche lui col broncio come la padrona, non capì subito. Era nervoso, offeso, prontissimo alla rissa. Quando la gatta gli volò addosso, la immobilizzò con un comando da lottatore di sumo, domandola ancor prima che qualcuno intervenisse.

Spettacolo! esclamò uno spilungone robusto, il padrone della gatta, schioccando la lingua. Che tecnica, il suo gatto mi insegna? Mi servirebbe un corso accelerato!

Giulia, impegnata a staccare la felina, non gradì la battuta. Ma poi luomo si bloccò, guardandola rapito, e sussurrò piano:

La prego, mi dica che è single!

Qualche anno dopo, nella loro deliziosa casetta appena fuori Parma, si udirà un mugugno seccato:

Holmes! Di nuovo?!

Qualcosa di caldo e minuscolo si piazzerà sulla guancia di Giulia, che si coprirà la bocca per non urlare. Suo marito, ancora mezzo addormentato, la stringerà:

Criceto?

Eh sì Ma finirà mai, santo cielo? si agiterà verso il roditore in fuga, che ormai è la trisnipote del primo criceto senza nome.

Ma non ce la farà. Una scheggia nera saltellerà, afferrerà il criceto allultimo e sfreccerà fuori dalla camera, ignorando tutti e Holmes incluso, che osserva la scena con occhi da sfinge.

Quella è la TUA gatta!

E quello il TUO criceto! Holmes stavolta è innocente e tu lhai pure sgridato

Giulia si abbandonerà alle braccia del marito.

Non è normale!

Cosa?

La gatta si guadagna la pagnotta.

E mi manda in esaurimento ogni mattina! Era proprio necessario portarmi il criceto a letto?

I topi non siamo riusciti a farli entrare

Per carità, basta bestie! Dimmi piuttosto come fa la gatta a liberare il criceto ogni giorno?

Lo so, ma tu ieri hai rifiutato di vedere il video.

Stavo lavando i gemelli!

Appunto. Intanto, ho scoperto una cosa su Holmes.

E adesso lui cosa centra?

Guarda qui!

Giulia prese lo smartphone che Antonio le porgeva e scoppiò a ridere: Holmes, con una zampa, solleva lincastro della gabbietta, per dare una mano alla sua amica incapace di arrivare tanto in alto, restando poi a godersi lo spettacolo da filosofico signorotto del divano.

Il principale colpevole, appostato in corridoio, si mise in allerta e Giulia sorrise:

Sveglia? Dai, andiamo! Io arrivo subito!

Il grosso micio fulvo avanzò solenne verso la stanza dei bambini, aprì la porta spingendola con eleganza, e dalla cameretta esplose un miao rauco e potente che rimbalzò in coro con due vocine.

Buongiorno! Giulia varcò la porta, grattò lorecchio al gatto e si rivolse ai suoi piccoli con un sorriso largo.

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