Il diritto a una vita felice
Non permetterti mai più di chiedermi di badare a quella bambina! gridava furiosa la signora Lidia al telefono. Non è una bambina, è davvero un piccolo demonio! si fermò un istante, ascoltando la voce stanca della figlia. Come? Dici che è buona e obbediente? Tu non conosci la verità! Finge solo dessere dolce per paura di finire in orfanotrofio! E tu ci caschi!
In una stanza non lontana da Lidia, stava la piccola Ginevra. Aveva appena sette anni, ma già riusciva a leggere le emozioni degli adulti. Ogni parola tagliente sembrava pungerle il cuore di una nuova ansia. Anche pochi minuti di silenzio erano per lei un tormento. Mille pensieri spaventosi le giravano in testa: e se la mamma avesse creduto a quella donna cattiva e lavesse mandata via? O, peggio ancora, se lavesse rimandata dove aveva vissuto primacon colei che una volta aveva chiamato mamma?
Ginevra era una bambina straordinariamente sveglia, maturata troppo in fretta a causa delle difficoltà che aveva affrontato. Sapeva bene che cera unenorme differenza tra una madre naturale e una vera madre. Quella biologica non si curava di nulla: non lavorava, la casa era sempre in disordine, piena di bottiglie vuote, e il cibo quasi mai si trovava. In quellappartamento stretto si avvicendavano spesso estranei, quasi sempre sopra le righe e scomposti.
Ginevra ricordava la sua primissima infanzia come una sequenza di urla, liti furiose e frequenti visite dei carabinieri. Questi ricordi pesavano come pietre e lavevano resa molto cauta. Adesso, rannicchiata in un angolo e spiando il colloquio al telefono, faceva di tutto per non scoppiare in lacrime. Sperava con tutta se stessa che sua madre non desse retta a Lidia.
Tornare in quellincubo No, non voleva nemmeno pensarci. Era orribile.
Da tempo Ginevra aveva trovato il suo rifugio nel piccolo spazio sotto al letto. Ogni volta che in casa iniziava un litigio, si infilava silenziosa lì sotto con una vecchia coperta e il suo cuscino minuscolo. Nel semibuio, tra la polvere e la ragnatela, si sentiva finalmente al sicuro. Quello era il suo posto segreto, un isolotto di pace in mezzo al mare tempestoso della casa, dove poteva sfuggire almeno un po alle voci feroci e ai comandi bruschi.
Unaltra volta, appena aveva sentito sbattere la porta e il ruvido vocione di Patrizia, sera precipitata sotto il letto, stringendo la coperta attorno alle ginocchia e trattenendo il respiro.
Dove sei, mocciosa disubbidiente? strillò Patrizia appena entrata. Era furibonda e pronta a punire, secondo lei, la bambina che aveva trasgredito. Cosa hai detto stavolta ai vicini? Hai fame? Non hai scarpe calde? Ma te le meriti?
Ginevra restò immobile, trattenendo ogni movimento. Bastava solo che la madre non la trovasse! Altrimenti sarebbe stato un guaio. Era contenta di essere minuta e magra: così si infilava perfettamente nello spazio angusto e Patrizia nemmeno sospettava che potesse nascondersi lì.
Patrizia passò rumorosamente per la stanza, si fermò a pochi passi dal letto, ma poi, non trovando nulla, borbottò qualcosa e si diresse in cucina.
Ginevra poté infine espirare, sentendo lansia pian piano dissolversi. Che colpa aveva stavolta? Forse solo dessere uscita in cortile con delle ciabatte di gomma. Sì, i piedi le gelavano, ma che doveva fare? Non aveva altre scarpe! Ricordava gli sguardi stupiti dei bambini del quartiere quando andava fuori anche col freddo, vestita così.
Solo il giorno prima la gentile signora Maria, la vicina, aveva notato le sue scarpe: le aveva portato degli stivaletti di sua nipote, ormai troppo piccoli, e glieli aveva tesi con un sorriso:
Tieni, cara, indossali, o ti congelerai e poi, quasi piangendo, aveva sussurrato: Che peccato, una mamma così
Le aveva pure offerto delle focaccine con patate e cipolle, così buone che Ginevra non poteva più dimenticare quel sapore. In casa loro la fame era la normalità e, se mai qualcosa entrava in dispensa, spariva allistante.
Ginevra, malgrado avesse appena sei anni, sapeva già come funzionava la vita da loro. Quando la vicinasfinitaaveva chiesto aiuto al maresciallo, la bambina aveva solo sospirato dentro di sé: nulla di buono sarebbe successo, anzi, spesso peggiorava tutto.
Patrizia non sopportava che nessuno le dicesse cosa fare, prendeva ogni tentativo come un insulto personale. Per di più il maresciallo era un suo compagno di scuola; questo spiegava molte cose. Quante denunce fossero arrivate, quanti segnali di allarme lanciati, tutto finiva sempre allo stesso modo: lui si stringeva nelle spalle: Una famiglia come tante, nulla di speciale.
Ma quel giorno accadde qualcosa di diverso dal solito. Entrò in casa un uomo distinto con un completo blu elegante. Per prima cosa guardò Ginevra. Lei restò quasi paralizzata per il timore, ma lui non la spaventò con parole brusche o domande dure. La guardò, annuì come se avesse deciso qualcosa poi le disse solo di prepararsi a uscire. Lavrebbe accompagnata una signora che aspettava nel corridoio.
Ginevra non sapeva di cosa parlava luomo con Patrizia. Restò vicino alla porta, con lorecchio appoggiato contro la fessura: sentiva solo spezzoni di frase, poi urla furiose, il fracasso di bottiglie scagliate a terra, Patrick che inveiva e persino tentava di cacciare luomo di casa in malo modo. Ogni grido ne faceva tremare il cuore; era terrorizzata, ma sentiva che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata.
A quel punto la signora le si avvicinò. Dolcemente la abbracciò, le lisciò i capelli e mormorò:
Non avere paura, da oggi non dovrai più sopportare tutto questo. Non potrà più farti del male, hai capito? Ti porteremo via di qui, la tua vita cambierà. Sarai felice.
Parlava con voce calma, decisa, senza incertezza. Ginevra la fissava con occhi enormi, incredula.
Dove andrai avrai una stanza grande, con le pareti rosa, continuava la signora, sorridendo un letto con il baldacchino, tanti giochi e larmadio pieno di vestiti nuovi. Una buona scuola, degli amici veri Sarà tutto diverso, te lo prometto.
Ginevra non rispondeva, rimuginando. Era solo un sogno? Succedeva davvero? Tornò col pensiero alla porta dietro cui Patrizia ancora urlava e, poi, alla signora col suo sorriso. Per la prima volta dopo tanto tempo sentì dentro qualcosa di caldo: forse, finalmente, un briciolo di speranza.
Ma sapeva bene che nulla succede per caso. Perché proprio lei? Perché questa generosità improvvisa? Non era tutto troppo strano? E se fosse solo linizio di una nuova sofferenza?
Ma perché volete fare tutto questo per me? domandò, sforzandosi di non far tremare la voce.
La signora esitò un attimo, come a cercare le parole giuste. Provò a sorridere, anche se il sorriso era un po incerto:
Vedi, spiegò a bassa voce Marco, luomo che sta parlando con tua madre lui è tuo padre.
Ginevra rimase senza fiato. Padre era una parola che per lei non esisteva. Non aveva mai pensato a lui, né immaginato che aspetto avesse, cosa avrebbe detto se esistesse. Era come sentire parlare di una favola.
Padre? ripeté appena udibile, quasi per vedere come suonava sulle sue labbra. Non ho un padre
Invece sì, rispose la signora rassicurandola. Solo che non lo sapeva. Alcune persone gli hanno detto la verità, e ora siamo qui.
La vita di Ginevra, da quel momento, cambiò davvero: una vera famiglia, un padre e una madre che si prendevano cura di lei. Ma cera una persona che continuava a rovinare tuttoLidia.
Quella bambina non merita amore! urlava Lidia, con parole che sembravano pugnali. Sai cosa diventerà con una madre simile? La genetica non mente! Meglio che tu mi dia una nipotina vera e smetti di perdere tempo dietro ai figli degli altri Se non la mandi via, sarà la rovina della tua famiglia!
Ginevra si rannicchiava tremando. Il cuore le batteva impazzito e un nodo le chiudeva la gola. Tornare là? In quella casa, sempre fredda e buia, priva di cibo e di abbracci? Solo lidea le provocava i brividi. No, mai più!
Serrò i pugni per farsi coraggio. Doveva agire. Doveva convincere la mamma che sarebbe stata diversaobbediente, docile, perfetta. Pur di non tornare in quellincubo. Pur di restare lì, dove finalmente non aveva più paura ai rumori forti e ai gesti bruschi.
Avrebbe tanto voluto chiamare la mamma, ma non poteva: Lidiache lei, perfino nei pensieri, non riusciva a chiamare nonnale aveva tolto il telefono. Non ti serve, aveva tagliato corto, spedendola in camera sua.
Ginevra rimuginava: come rintracciare la mamma? Era al lavoro e sarebbe tornata solo la sera. Nel frattempo, Lidia avrebbe potuto raccontarle qualsiasi cosa, mettendo tutto a rischio! La immaginava ascoltare quelle accuse, il volto che si rabbuiava, il dubbio che cresceva nella mente E già solo a pensarci, si sentiva mancare.
Perché Lidia le portava tanto rancore? Lei non mancava mai di rispetto, restava in silenzio, non faceva dispetti, cercava sempre di non disturbarla. Ma non era abbastanza La mamma le accarezzava i capelli, sospirando, e diceva: Lidia è fatta così: non si può cambiarla. Non farci caso.
Di nuovo dalla porta traspariva la voce aspra di Lidia, che insisteva nel voler liberare la casa della bambina. Ogni parola una stilettata al cuore. Ma Ginevra si impose di non crollare. No, non sarebbe rimasta lì a subire! Doveva reagire.
La decisione le balenò improvvisa: sarebbe andata direttamente al lavoro della mamma. Così avrebbe potuto parlarle in faccia, spiegare che non voleva tornare indietro, promettere che si sarebbe comportata bene. Doveva farcela prima che Lidia le rovinasse tutto.
La strada la conosceva, almeno per sommi capi; un paio di volte laveva fatta con la mamma e sapeva come arrivare. In caso di bisogno, avrebbe chiesto indicazioni. Lidea di poter cambiare da sola il proprio destino le dava forza.
Si mise la giacca nuova che la mamma le aveva appena comprato. Si fermò allingresso, in ascolto: le voci in salotto si rincorrevano da dietro la porta, ma era difficile capire di cosa dicessero. Con cautela sgusciò fuori senza far rumore, chiuse piano la porta alle sue spalle e scivolò giù per le scale.
Davanti a lei si apriva un cammino lungo. Ginevra respirò a fondo, aggiustò il cappuccio e mosse il primo passo. Sarebbe riuscita a convincere la mamma di essere una brava bambina
***
Lucia irruppe nellappartamento con tale impeto che la porta batté contro il muro. Era pallida, gli occhi grandi, segnati dallansia. Neppure fece in tempo a togliersi le scarpe, già urlava:
Dovè?!
Lidia era seduta in salotto a sfogliare svogliatamente una rivista, senza degnare la figlia di uno sguardo. Rimase seduta, sollevò gli occhi con freddezza e rispose secca:
Che ne so? Non sono la sua tata.
Quel tono irritato sembrava dire che la questione le portava solo fastidio. In effetti, Lidia non aveva mai nascosto il suo disappunto per la scelta della figlia di occuparsi di una bambina non sua.
È uscita mentre parlavo con te aggiunse, immergendosi di nuovo nel giornale.
Lucia fece qualche passo avanti, stringendo i pugni. La voce le tremava di rabbia trattenuta:
Parlavi o urlavi a squarciagola? Ginevra sicuramente ha sentito tutto e si sarà spaventata! Era solo un favore: dovevi badare a lei per poche ore, ed ecco il risultato!
Lidia finalmente posò la rivista e, seduta più dritta, fissò la figlia con disapprovazione:
Io non faccio la balia! Sei diventata cieca per quella bambina! Giri sempre attorno a lei: Ginevra qua, Ginevra là E ai tuoi figli ci pensi? Non mi vuoi dare un nipotino vero? Ci conto ancora!
Lucia la fissò a denti stretti, lottando per non urlare contro la madre, quella donna dura e ostile che le era capitata come madre.
Ora non si parla dei tuoi desideri, mamma sibilò. Si parla di una bambina che potrebbe vagare sola per Firenze! Hai idea di che rischio sia?
Lidia sbuffò con aria seccata, tornando alla rivista:
Sei tu che hai messo in casa degli estranei, poi veditela tu.
Se mai avrò un figlio esclamò Lucia guardando la madre negli occhi non te lo affiderò mai! Ma cosha che non va? Non ho mai visto una bambina più buona, più dolce!
Lidia fece spallucce, le braccia conserte, lo sguardo fuori dalla finestra. Non aveva intenzione di discutere, si sentiva sempre dalla parte della ragione.
In quellistante, la porta si spalancò di nuovo: entrò Marco, col volto tirato e lo sguardo furioso. Guardò appena Lidia, poi si rivolse a Lucia:
Non è tornata? chiese, trattenendo lansia. Chiamo i carabinieri? Una bimba di sette anni da sola in città può accadere di tutto!
Lucia annuì, incapace di parlare. Prese il telefono e, con mani tremanti, digitò il 112. Loperatore ascoltò, assicurando che sarebbero intervenuti subito, invitandoli ad attendere lì.
Dopo neppure venti minuti, due volanti si fermarono sotto casa. I carabinieri si presentarono subito, iniziando le ricerche con professionalità, senza cedere a frasi tipo Vedrà che torna da sola.
Prima interrogarono i vicini del pianerottolo, mostrando la foto di Ginevra. Una signora anziana ricordò daver notato una piccola in giubbotto rosso che si dirigeva velocemente verso la fermata dellautobus.
Poi si spostarono alla fermata del bus più vicina. Il conducente del mezzo per il centro disse daver fatto salire una bimba simile, scesa dopo circa un quarto dora di viaggio.
Ancora si informarono nei negozi della zona: in due la ricordavano, la videro girare tra le vetrine, guardando dentro come cercando qualcuno. Una commessa le chiese se si fosse persa, ma la bambina scosse il capo e ripartì.
I carabinieri inviarono la descrizione ai colleghi, chiedendo di controllare parchi, aree gioco, centri commerciali. Speravano ancora dincontrarla presto, seguendo ogni traccia.
Lucia fece una chiamatadallaltra parte cera il suo capo, informato già della situazione.
Pronto disse cercando di darsi un tono, anche se la voce tradiva langoscia.
Lucia, poco fa in ufficio è arrivata una bambina. Dice di chiamarsi Ginevra. Sta aspettando la mamma, ed è con il direttore in sala dattesa. Indossa un piumino rosso, jeans chiari, capelli biondi È la tua?
Per un attimo Lucia rimase interdetta, poi unondata di sollievo le illuminò il viso. Ce lha fatta? Davvero ha trovato la strada?
Davvero? Dovè? esclamò quasi piangendo.
Il carabiniere che era con lei si avvicinò, attento:
Ha notizie?
Lucia lo guardò, stavolta con un sorriso che tradiva la felicità:
Sì, la mia bimba è in ufficio da me. È andata lì da solasta bene, la stanno accudendo.
Siamo certi? chiese Marco.
Sì, annuì Lucia. La descrizione corrisponde, non può essere che lei.
Il carabiniere prese nota:
Bene, verrò con voi. Dovremo chiudere le ricerche e parlare con la bambina per sapere cosè successo.
Lucia era già pronta con la giacca, le chiavi in mano. Prima di uscire si voltò verso la madre: Lidia la osservava silenziosa in fondo al corridoio, imperscrutabile, fredda come sempre.
Andiamo disse Lucia a Marco e al carabiniere. È ora di portarla a casa
***
Quando Lucia varcò la soglia dellufficio del direttore, Ginevra la vide subito. Si alzò così in fretta dalla sedia che la tazza di tè rischiò di cadere. Senza una parola, corse verso la mamma, labbracciò forte, come se temesse che sparisse.
Si strinse a lei, le braccia sottili attorno alla vita, il viso affondato nel giubbotto della madre. Tremava in silenzio, la voce rotta dal pianto. Lucia si chinò, laccolse a sé, carezzandola e sussurrandole dolci parole.
Tranquilla, piccola, ci sono qui io. Non ti lascerò, sei al sicuro ripeteva commossa, sentendo il cuore scoppiare dal sollievo.
Radio, Ginevra si calmò un po, ma non mollava labbraccio. Alzò il visino rigato dalle lacrime e, con voce tremante, implorò:
Mamma, ti prego, non lasciarmi a Patrizia! Prometto che sarò brava, studierò, ti aiuterò, non chiederò nulla ma non rimandarmi!
Lo disse con così tanta ansia e ostinazione che Lucia dovette trattenere le proprie lacrime. La cinse forte, accarezzandole i capelli, e la rassicurò:
Va tutto bene, Ginevra. Non ti lascerò mai andare via. Sei con noi adesso, te lo prometto.
Il direttore, che aveva assistito in silenzio, si allontanò verso la finestra, lasciando spazio a quellattimo prezioso tra madre e figlia.
Pian piano la bambina si calmò. Lucia la fece sedere, le servì unaltra tazza di tè e le offrì i biscotti che il direttore aveva preparato per lei. Ginevra ricominciò a respirare normalmente, ma teneva ancora la mano della madre come fosse unàncora.
Quando si placò lagitazione, intervenne la stanchezza pesante della giornata. Ginevra si accasciò sulla spalla della mamma, le palpebre che si chiudevano a fatica, e pian piano scivolò nel sonno.
Lucia la coprì bene con la copertina offertale dal direttore e lo ringraziò sottovoce. Lui annuì, comprendendo che nessuna parola sarebbe stata davvero adatta.
Raggiunse lufficio anche Marco, che nel frattempo aveva sistemato le pratiche con i carabinieri. Si fermò qualche secondo a guardare Ginevra che dormiva, poi la prese delicatamente in braccio, facendola adagiare su di sé. La piccola nemmeno si svegliò, tanto era esausta, e si strinse meglio al petto del papà, piccolissima e fragile, tanto che gli vennero le lacrime agli occhi.
Viaggiarono verso casa in silenzio, ognuno con i propri pensieri e unimmensa gratitudine nel cuore. Lucia le teneva la mano, temendo quasi di perderla ancora.
A casa, la misero nel suo letto. Non si svegliò nemmeno allora. Solo si mosse appena mentre la coprivano, ed entrò di nuovo in un sonno profondo e sereno.
Lidia non rimise più piede in quella casa. Né quella sera, né il giorno dopo, né mai più. Le sue parole amare, il suo malcontento, le sue critiche restarono fuori dalla porta. E finalmente in quella casa si ritrovò silenzio, tepore e pace.
E questa, ora, è lunica cosa importante.







