Quella sera Katia si trattenne tardi in ufficio, e quando tornò a casa scoprì che il marito era stato dalla vicina

Quella sera Giulia era rimasta a lavorare fino a tardi, e quando tornò a casa scoprì che suo marito era stato dalla vicina.

Giulia scese dal tram verso le otto e mezza. Il tacco si incastrò subito in una crepa del marciapiede sussultò, il sacchetto della spesa scivolò giù e le tirò la spalla. Dentro c’erano del pollo, una confezione di latte e tre cipolle. Niente di speciale. Solo la cena.

Attraversando il cortile pensava che doveva ancora finire il rapporto per venerdì, che forse non avrebbe dovuto prendere il latte Marco era settimane che non lo beveva più, diceva che gli dava acidità. Pensò anche che il lampione allingresso tre era ancora rotto e che doveva segnalarlo allamministratore di condominio, ma se lo diceva sempre e non lo faceva mai.

Lascensore al suo piano non funzionava il bottone dellottavo piano non si illuminava. Giulia si lasciò scappare un sospiro e prese le scale. Al quarto piano, odore di cipolla soffritta. Al sesto sapeva di fumo. Allottavo silenzio, e la porta di fronte, quella di Chiara, era socchiusa. Dal corridoio usciva una scia di profumo dolce, con note orientali. Giulia lo conosceva quel profumo, ma in quel momento non ci fece caso.

Entrò in casa, lasciò le buste in cucina e chiamò:
Marco, sono tornata!

Nessuna risposta.

Appese il cappotto, si tolse le scarpe, andò in salotto. Vuoto. Diede uno sguardo nella camera da letto nessuno. La tv era spenta. Sul divano cera il telecomando, sopra il quotidiano che Marco aveva letto la mattina, buttato là senza attenzione, piegato di sbieco. Tutto come al solito.

Tornò in cucina, iniziò a sistemare la spesa. Mise il pollo nel lavandino, aprì lacqua. Afferrò il cellulare, scrisse a suo marito: Dove sei?

Tre minuti. Cinque. Nessuna risposta.

Mise la padella sul fuoco, versò un po dolio, iniziò a pelare e tagliare la cipolla. Una. Due. Trillò il cellulare si asciugò la mano sullo strofinaccio, guardò. Non era Marco, ma sua suocera.

Sì, signora Angela?
Giulia, ma Marco è a casa?
No, ancora no. Perché?
Nulla è che non mi risponde al telefono, volevo chiedergli una cosa per sabato.
Scriva a lui, la richiama appena può.
Va bene, va bene. Non ti ci mettere, volevo solo
Non mi ci metto, signora Angela.
Bravo. Un bacio.

Riappese, tornò alla cipolla ormai sfrigolante. La buttò in padella e iniziò a mescolare. La cipolla friggeva, si scuriva ai bordi.

La porta di casa sbatté.

Sono io, disse Marco dallingresso.

Giulia nemmeno si voltò.
La cena è pronta tra venti minuti, disse.

Sentì come si sfilava le scarpe, come si infilava in bagno. Lacqua scrosciò si lavava la faccia. Poi venne in cucina e si fermò sulla soglia.

Sei tornata da molto?
Mezzora, rispose lei. Tu dove sei stato?
Da Chiara.
Giulia si fermò con la spatola sospesa. Non si voltò. Fissava la padella.
Quale Chiara?
La vicina, quella di fronte. Le si era staccata una mensola, il chiodo era uscito dal muro, mi ha chiesto una mano.

Giulia riprese a mescolare lentamente.
Ci hai messo tanto con quella mensola.
Eh, non era solo la mensola. Mi ha chiesto anche di vedere il rubinetto, perdeva.
Glielhai aggiustato poi?
Sì, tutto a posto.
Bravo.

Marco rimase in silenzio.
Che cè? chiese lui.
Niente. Hai aggiustato bene. Vai, ti chiamo io.

Lui rimase due secondi sulla porta, poi se ne andò. Giulia abbassò la fiamma sotto la padella. Prese il pollo, lo tagliò a pezzi. Il coltello faticava, era vecchio, da affilare, ma non lo faceva mai. Tagliò, mise tutto in padella e coprì col coperchio. Le mani erano ferme. La testa pure, quasi.

Chiara Bianchi. Trentadue anni. Divorziata. Si era trasferita nel palazzo un anno e tre mesi prima. Lavorava in qualche studio di design, ma Giulia non ricordava quale. Capelli sempre a posto, tinti castani. Jeans sempre aderenti. Sorriso smagliante, denti perfetti. Salutava sempre lei per prima, Ciao, Giulia! come se fossero amiche di una vita.

Giulia pensava: solo la vicina di fronte.

Versò lacqua nel bollitore e lo mise su. Prese due tazze come sempre, senza pensare.

Marco chiamò dal soggiorno:
Giulia, hai visto il telecomando della tv?
È sul divano, sotto il giornale.
Ah, trovato.

La tv partì subito notizie, voce monotona. Giulia guardava fuori dalla finestra: cera solo un lampione acceso su tre, i ragazzi ormai a casa, solo due adolescenti su una panchina, con i bicchieri del bar sotto casa.

Prese il telefono, trovò la rubrica. Chiamò. Squilli uno, due, tre.

Pronto? la voce di Chiara, dolce, un po sorpresa.
Chiara, sono Giulia, la vicina.
Ciao, Giulia! Tutto bene?
Sì, sì, solo una domanda. Marco oggi è stato da te?
Pausa. Breve, ma cè stata.
Sì, certo. Mi ha aiutato con la mensola. Era pesante, da sola non ce la facevo
Quanto tempo è stato da te?
Unora e mezza, credo. Come mai?
Niente, buona serata.
Giulia chiuse la chiamata. Unora e mezza. Mensola e rubinetto in novanta minuti. Aprì il coperchio, rigirò il pollo. Schizzi di olio si ritrasse.

Marco entrò in cucina.
Hai chiamato qualcuno?
Mia madre, disse Giulia.
Lui prese una mela dalla fruttiera, la sgranocchiava appoggiato allo stipite. Giulia apparecchiava. Piatti. Forchette. Pane.

Marco, disse senza voltarsi. Era la prima volta che entravi da lei?
Dove?
Da Chiara.
No aveva già chiesto dinstallare una lampadina. Te lho detto.
Non me lhai detto.
Te lho detto, Giulia. Te lo sei scordata. Era questestate.
E anche allora ci hai messo unora e mezza per una lampadina?

Marco abbassò la mela.
Mi controlli?
Lho chiesto a lei. Ha detto unora e mezza.
E allora? Ci siamo fatti quattro chiacchiere dopo, mi ha offerto il tè. È un crimine?
No, rispose Giulia. Non è un crimine.

Mise la padella sul tavolo, prese la presina. Il pollo era pronto. Pollo e cipolle, tutto lì. Una cena come unaltra.

Siediti, disse.

Marco si sedette. Lei versò da bere per entrambi. Mangiarono in silenzio. La tv faceva rumore in salotto tempo di freddo in arrivo il fine settimana.

Buono, disse Marco.
Già.
Giulia.
Cosa?
Sei arrabbiata?

Lei lo guardò. Aveva quellespressione un po colpevole, un po indispettita, come uno accusato di qualcosa che, secondo lui, non ha fatto. Lo conosceva quel viso. Laveva visto molte volte.

No, disse. Non sono arrabbiata.
Bene.

Lui finì, portò il piatto nel lavandino. Tornò in sala. La tv rumoreggiava ancora ora cera il calcio.

Giulia restò al tavolo. Il suo piatto quasi intatto. Prese la forchetta, un boccone in bocca. Masticava, deglutiva.

E pensava a una cosa.

Unora e mezza. La voce di Chiara dolce, un po sorpresa. Quella pausa, breve, quasi impercettibile. Ma cera.

Il giorno dopo Giulia si svegliò prima del solito. Marco dormiva ancora. Si lavò, si vestì piano senza far rumore. Prese un caffè in piedi alla finestra. Il cortile era vuoto, solo lomino della nettezza in pettorina arancione spazzava davanti ai bidoni.

A lavoro, ci pensò tutto il giorno. Non in modo ossessivo più come qualcosa di fastidioso sottopelle, che non riesci a ignorare.

A pranzo la chiamò lamica Laura.
Come va?
Tutto bene.
Hai una voce strana, lo sai?
Solo stanca, Laura, tutto ok.
È per Marco?
Perché pensi subito a lui?
Perché quando hai quella voce e dici “tutto bene” c’è sempre di mezzo Marco.

Giulia si fermò.
Dimmi una cosa, secondo te come la prenderesti? chiese.
Prendere cosa?
Se il tuo marito va spesso dalla vicina. Aiuta, sistema, fa le mensole, i rubinetti. Unora e mezza. Beve il tè.
Laura ci pensò su.
È la prima volta?
Dice di no. Anche in estate, per una lampadina.
E la vicina?
Divorziata. Giovane. Carina.
Giulia
Cosa?
Glielhai detto?
Detto cosa?
Cosa pensi.

Non penso niente. Sto solo dicendo i fatti.
Giulia, sei intelligente, ma certe volte “solo fatti”? Che senti davvero?
Non lo so, ammise Giulia. Forse non cè niente. Forse mi sto facendo i film.
O magari hai ragione.
Appunto.
Parla chiaro con lui, disse Laura. Niente allusioni, niente domande truccate su rubinetti. Chiaro e diretto.
Facile dire.
Facile no, ma che fai, vivi con la spina nel fianco facendo finta di niente?
No, disse Giulia. Non più.

La sera tornò a casa. Marco cera già aveva preso il pane, messo su il bollitore, stava seduto sul divano con il cellulare.

Ciao, disse lui. Hai già mangiato?
In ufficio.
Io mi cuocio due ravioli, ne vuoi?
No, grazie.
Si tolse le scarpe, appese la giacca, bevve un bicchiere d’acqua in cucina, poi tornò in salone e si sedette di fronte a lui.

Marco.
Sì?
Metti giù il telefono.

Lui lo guardò qualcosa nel tono di Giulia era diverso, lo capì subito e mise giù il cellulare.

Sono tutto orecchie.
Devo chiederti una cosa seria. E voglio risposta seria.
Dimmi.
Tu hai qualcosa con Chiara?

Non rispose subito. Un secondo. Due.

No, disse.
Ci hai pensato prima di rispondere.
Non ci ho pensato, solo
Marco. Ci hai pensato.

Si alzò, camminò nella stanza, si mise alla finestra, voltato di spalle.

Nulla, Giulia. Te lo giuro.
E allora perché la pausa?
Perché mi chiedi sta cosa pensando che debba difendermi. È brutto.
Vai da lei. Più volte. Prendi il tè. Stai via unora e mezza. E non me lo dici.
Ti ho parlato della lampadina!
No. Non me lhai detto.
Giulia, giuro che te lavevo detto. Te lo sei dimenticato.

Lei fissava la sua schiena.
Girati un attimo.
Lui si girò. Viso teso.
Niente di niente, ripeté. Sta sola, mi ha chiesto una mano, glielho data. È normale aiutare una vicina.
Giusto, concordò Giulia. Normale aiutare. Meno normale non dirlo.
Non lo nascondevo!
Marco, parlava calma. Ti ho chiesto ieri se era la prima volta? Hai detto no, anche in estate. Te lho dovuto tirare fuori. Da solo non lavresti detto.

Si zittì.
Ok, disse alla fine. Ok, capisco che può sembrare strano. Ma ti giuro, è solo che
Che?
Che è piacevole parlare con una persona che ti ascolta.

Giulia sospirò piano.
Quindi io non ascolto.
Non ho detto questo.
Hai detto, “piacevole parlare con chi ascolta”. Quindi con me non è così.
Giulia, distorci tutto

Io ti ascolto ora. Anzi, attentissima.

Lui tornò sul divano. Si massaggiò il viso.
Sei sempre stanca, disse. Rientri a casa stanca, irritata. Io ti dico una cosa, tu non mi senti. È tanto che succede. Non ti sto incolpando. È solo così ormai.
Per questo vai dalla vicina.
Non ci vado “in quel senso” come pensi tu.
E io cosa penso, secondo te?
Che ci sia qualcosa di fisico, tra me e lei.
Non so cosa pensare, Marco. È per questo che te lo chiedo.

Lui la guardava dritto.
Niente di fisico. Mai. Non è quello.
E cosa?
Silenzio.
È solo prendere fiato. Esco di casa e mezzora mi sento di nuovo vivo, qualcuno mi ascolta. Tutto qui.
Prendere fiato, ripeté Giulia. A casa tua non respiri e vai a respirare dalla vicina.
Non volevo dire così.
Invece sì.

Ancora silenzio.
Giulia pensava. Forse aveva ragione era stanca, tornava a casa e non ce la faceva più: parlare, ascoltare, niente. Lavoro, traffico, cena, pulizie, rapporti, e poi dormire. Cinque giorni su sette. Lo sapeva. Ma aveva creduto che Marco lo vedesse, che capisse e non chiedesse di più.

Invece non capiva, o forse era stanco anche lui.

Ok, disse Giulia. Facciamo così: accordo.
Quale accordo?
Da sola da lei non ci vai più. Mai.
Giulia, suona ridicolo
Non lo è. È una condizione. In cambio, io mi impegno a scelse le parole mi impegno ad ascoltarti. Veramente, con attenzione. Parli, io ascolto. Ok?
Marco la guardò.
Sai rendere tutto un contratto.
È il mio lavoro, disse asciutta.

Non ci vado più, disse. Se è così importante.
Lo è.
Ok.

Un attimo di silenzio.
Però i ravioli li vuoi o no? chiese lui.
No ravioli. Facciamo una tisana.
Va bene.

Lui andò in cucina. Si sentivano le tazze, il bollitore che scattava. Giulia rimase seduta a guardare fuori. Un lampione acceso.

Pensò: la questione non è chiusa. Quello che ha detto sul prendere fiato, su “parlare normalmente” è più importante di mensole e rubinetti. È una cosa da capire. Riguarda noi due, non la vicina.

Marco tornò con due tazze.
Alla menta, come piace a te.
Grazie.

Si sedette davanti, avvolse le mani intorno alla tazza era una sua abitudine quella, anche destate.

Giulia, disse.
Sì.
Scusami.
Di preciso di cosa?
Del non avertelo detto. Avrei dovuto.
Eh, confermò lei. Era meglio.

Non mi rendevo conto di come potesse sembrare da fuori. Per me era solo: mi hanno chiamato, ho aiutato, due chiacchiere, basta. Invece…
Invece è un sintomo.
Un sintomo di cosa?
Che qualcosa tra noi non va. Se non riesci a parlare con me e vai da lei.

Lui annuì, lentamente.
Forse sì.
Questo è peggio di una cosa fisica. È come se fossimo già divisi e si continuasse solo per abitudine.
Lo pensi sul serio?
Non lo so, sorseggiò. So solo che bisogna fare qualcosa, prima che sia tardi.
Fare cosa?
Parlare. Come parli con lei, sottolineò, senza rabbia, così dobbiamo parlare io e te.
Ma lo stiamo facendo ora.
E va bene così.

Restarono lì. Il tè si raffreddava. Fuori una signora col cagnolino rosso passava a tirare il guinzaglio. Il lampione ogni tanto sfarfallava.

Ti piace?
Chiara?
Sì.
Lui non scappò dalla domanda, e Giulia lo apprezzò.

È una persona simpatica. Ma no. Non come pensi tu.
E come penso io?
Insomma… come donna. No.
Sei sicuro?
Giulia, vuoi che io dica “certo, sono sicuro” o vuoi la verità?
La verità.
La verità è: è simpatica, mi fa piacere parlare con lei. Ma io amo te. Non è lo stesso.

Giulia lo fissò.
Va bene, disse alla fine.
Va bene cosa?
Va bene, ti credo. Per ora.
Per ora?
Marco, non darmene motivo, e non ci sarà alcun “per ora”.

Lui annuì.
Ok. Promesso.

Passarono tre settimane.

Giulia non lo spiava. Evitava di dargli peso. Lavorava, cucinava, si occupava di casa. Solo la sera faceva attenzione: metteva da parte il cellulare, chiedeva: comè andata la giornata? Lo ascoltava, davvero e non era facile, tornava stanca, doveva sforzarsi. Ma ci provava.

Marco lo notò. Si vedeva. Non si buttava più subito sulla tv o sul telefono. Si sedeva lì vicino, raccontava una cosa qualsiasi.

Un giorno, la sera, disse:
Mi vogliono su un nuovo progetto al lavoro. Difficile ma interessante. La paga è buona.

Dimmi, di cosa si tratta?

Raccontò. Venti minuti buoni sul progetto, il team, le difficoltà che temeva. Giulia ascoltò. Veramente, stavolta.

E perché hai paura?
È un settore nuovo. Le richieste sono diverse.
Hai sempre gestito cambiamenti.
Prima ero più giovane.
Marco, hai quarantuno anni.
Appunto.
Non sei vecchio.
Non sono giovane.
Accetta, disse lei. Se hai paura, ancora meglio. Un po di paura fa bene.

Lui la guardò.
Dici?
Dico.

Annui.
Ok. Ci penso.

E lo accettò. Tre giorni dopo lo confermò. Tornò a casa con ladrenalina restò un po in silenzio, poi confessò:
Ho detto sì.
Bene.
Ho paura.
Lo so.
Giulia, non so come dirtelo. Grazie.
Per cosa?
Per aver detto quella cosa, di parlare. Allinizio pensavo fosse solo rabbia la tua. Poi ho capito che avevi ragione.
Non ero arrabbiata.
Lo so, e quello faceva più paura.

Lei sorrise.
Già, fa più paura quando si parla calmi.

Sei cambiata, disse un giorno Marco. Sei più non so più accogliente, forse.
Sono sempre stata così.
No. Non sempre. Ma ora sì.

Giulia pensò che forse non era cambiata lei. Semplicemente stava attenta a cose a cui non badava. Perché aveva avuto paura quando lui aveva detto: “è solo bello parlare con qualcuno che ascolta”, qualcosa in lei era scattata. Senza drammi, solo cambiata.

Non glielo disse. Restò in silenzio. A volte è meglio stare zitti.

Arrivò linverno e la suocera restò da loro una settimana. Giulia non era entusiasta, ma filò tutto liscio. Signora Angela portò le marmellate e un paio di scarponi in offerta per Marco sbagliò numero, dovettero restituirli. La sera bevevano tè, la suocera raccontava storie della sorella trasferita a Reggio Calabria. Giulia ascoltava. Una sera la suocera disse:
Giulia, sei proprio bella stasera.
Grazie.
Davvero, hai qualcosa negli occhi Sei riposata?
No, anzi, sempre tanto da fare. Così, senza motivo.
Meglio così, annuì lei. Vuol dire che in casa va tutto bene.

Ecco, aveva ragione: in casa si stava bene. Non perfetto, perfetto non esiste. Ma bene.

A gennaio Chiara cambiò la serratura Giulia sentì dal pianerottolo i rumori dei tecnici. Qualche giorno dopo si incontrarono in ascensore. Questa volta Chiara sorrise, senza imbarazzo.
Ciao.
Ciao.
Fa un freddo cane oggi.
Uh sì, meno quindici stanotte.

Lascensore si aprì. Ognuna andò per la sua strada. Giulia trovò le chiavi, aprì la porta.

Entrando sentì la porta di Chiara chiudersi piano, senza rumore.

Giulia lasciò la spesa, si tolse le scarpe.
Sono io, disse.
Ciao! rispose Marco dalla cucina. Ho fatto il minestrone, ne vuoi?
Sì, disse lei.
Appese il cappotto, andò in cucina. Odore di brodo, lauro. Due piatti già pronti sul tavolo.
Marco versava la minestra. Si girò, sorriso caldo.
Fa freddo, vero?
Sì, meno sette fuori.
Vieni, che ti scaldi.

Lei si sedette, prese il cucchiaio. Assaggiò caldo, buono, un po salato come sempre faceva lui.

Un po troppo sale, disse lei.
Poco poco, ammise lui. Pensavo ad altro.
A cosa?
Al progetto. Cercavo una soluzione.
Lhai trovata?
Oggi forse sì. Ma è lunga da spiegare.
Me la racconti dopo cena?
Lui la fissò.
Certo, disse.

Fuori cadeva la neve la prima quellanno, leggera, incerta. Si posava sui balconi, sui tetti, sui fili. Giulia la guardava e pensava: ecco, è così. Non è andato tutto allaria. Non perché non ci fosse nulla, ma perché non lha permesso.

Il cucchiaio era caldo tra le dita. Minestra calda. Marco davanti a lei.

Per ora, basta così.

Passato un mese.

Giulia si rese conto che non pensava più a Chiara. Non che avesse dimenticato, ma ormai la testa era piena di altro. Il nuovo progetto di Marco andava avanti: lui tornava carico, a volte in senso buono, a volte nero. Una sera arrivò stanco morto.

Che è successo? chiese lei.
Il cliente ha cambiato tutto allultimo. Tre settimane di lavoro buttate.
Proprio tutto?
Già. Toccherà rifare daccapo.

Lei mise una tazza di tè sul tavolo. Marco la strinse tra le mani, muto.

Marco?
Sì?
Adesso vuoi che ti dica qualcosa, oppure solo stare qui con te?
La guardò con uno sguardo nuovo, quasi sollevato dalla normalità della domanda.
Solo stare qui, disse.
Daccordo.
Lei si preparò il tè, si sedette accanto. In silenzio, al buio, guardando fuori. Passarono dieci minuti.

Grazie, disse lui pianissimo.
Per cosa?
Perché non mi assilli di domande.
Quando vuoi, me lo dirai tu.

Lo farò, annuì. Ora non ce la faccio ancora.
Va bene.

Lei si alzò, riscaldò la cena. Lui mangiò, si rianimò un po. Durante cena raccontò qualcosa, accennando solo, pochi dettagli. Giulia ascoltava. Non diede consigli non richiesti, non disse andrà tutto bene. Solo ascoltava e annuiva.

Sei diversa, disse lui di punto in bianco.
In che senso?
Non so, più morbida, forse.
Son sempre stata così.
No. Ma ora sì.

Giulia pensò che non era mai cambiata dentro. Aveva solo smesso di dare tutto per scontato. Perché aveva avuto paura, quella volta che lui le aveva detto: mi fa solo bene parlare con qualcuno che ascolta, qualcosa si era spostato dentro di lei. In silenzio, senza drammi. Si era spostato.

Non glielo disse. Rimase in silenzio. A volte è meglio così.

A febbraio venne ancora la suocera per qualche giorno. Giulia si preparò senza entusiasmo, ma tutto filò liscio. Angela portò le marmellate, sbagliò la misura degli scarponi di Marco, ne parlarono ridendo. La sera chiacchiere, la suocera raccontava storie della sua infanzia in Abruzzo. Una sera disse:
Giulia, oggi hai un bel viso rilassato.
Sarà la stanchezza.
No no, è che si sta bene in casa. Si vede.

Non voleva dire niente di speciale. Ma Giulia se ne accorse: era vero. In casa si stava bene. Non perfetto. Ma bene.

A marzo incrociò di nuovo Chiara in ascensore. Questa volta Chiara sorrise, serena.

Fa freddissimo, oggi.
Sì, meno quindici stanotte.

Arrivate allottavo, ognuna andò per la sua strada. Giulia entrò, si tolse il cappello, si strofinò le orecchie gelate.

Sono a casa! chiamò lei.
Vieni a tavola? Marco.
Arrivo!
Ho già messo su le patate.
Bene.

Arrivò in cucina. Marco era ai fornelli in camicia a quadri, quella vecchia da anni. Stava mescolando qualcosa con attenzione. Si voltò.
Hai il naso tutto rosso.
Fa un freddo tremendo.
Scaldati, ci penso io.
No, resto qui vicino ai fornelli. Fa più caldo.

Si mise appoggiata alla parete, lo osservava mentre mescolava. Marco canticchiava qualcosa piano, senza parole.

Che canti?
Boh, niente. Viene da sé.
Bello.
Prendi in giro?
No.
Lui la guardò di sottecchi.
Sul serio?
Sul serio.

Lui riprese a mescolare. Giulia guardava la sua schiena larga, la camicia un po consumata sul gomito. Quella lì aveva otto anni. Forse era ora di prenderne una nuova.

Marco, disse lei.
Sì?
Niente. Così.
Così che?
Così, bene.

Lui si voltò e la guardò sorpreso, con attenzione. Poi fece un cenno col capo.

Sì, disse. Bene.

Le patate bollivano nella pentola. Fuori tirava vento. In cucina calore e odore di casa.

Dodici anni insieme. E ancora forse per tanto.

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Quella sera Katia si trattenne tardi in ufficio, e quando tornò a casa scoprì che il marito era stato dalla vicina
Non vuoi vivere secondo le mie regole? Allora vattene!” – l’intimazione della suocera durante la cena di famiglia