Nina invita il marito alla cena aziendale, ma rischia di tornare a casa senza di lui

Giulia tirò fuori dal suo armadio un abito nero, lo appese alla porta, poi lo tolse, se lo mise davanti allo specchio e di nuovo lo rimise al suo posto. Un vestito buono preso tre anni prima ai saldi di un atelier in centro, indossato sì e no due volte. Avvolgente quanto basta, giusta lunghezza, né troppo corto né da suora. Con quello addosso si sentiva sicura.

Carlo, chiamò verso la cucina, vieni davvero con me stasera?

Lui comparve sulla soglia con in mano una tazza di tè. Quarantadue anni, né grasso né magro, con quella barba trasandata che lui chiamava disordine creativo. Guardò labito, poi lei, poi di nuovo labito.

Serve proprio?

No, non serve. Ti ho solo chiesto.

Era stata lei. Due settimane prima, quando in ufficio si era iniziato a parlare della cena aziendale, gli aveva telefonato dicendo: vieni, prendiamo un taxi, almeno mangi bene e vedi gente. Lui aveva fatto quella sua smorfia Carlo odiava la parola cena aziendale ma aveva detto sì. Daccordo, se ci tieni.

Giulia ci teneva. Non sapeva bene neanche lei il perché. Forse per far vedere che non era sola. Che Laura Santi della contabilità la smettesse di fissarla come si guardano le donne senza marito. O forse, semplicemente, non aveva voglia di andarci da sola. Capita, no?

Vengo, disse Carlo. Volevo solo essere sicuro.

Bene.

Giulia aprì la scatola dei gioielli. Orecchini di perle di sua madre o i cerchi doro? Prese le perle. Spazzolò i capelli. Oggi cadevano bene, senza motivo.

A che ora dobbiamo uscire? chiese Carlo dalla cucina.

Ho chiamato il taxi per le diciotto e quarantacinque.

Ricevuto.

Alle diciotto e quaranta era già in corridoio con la giacca blu scura, quella del matrimonio del nipote, che ora gli stava un po larga sulle spalle. Ma a Giulia non importava. Limportante era che lavesse indossata. Che venisse, insomma.

Nel taxi silenzio. Dietro ai vetri la città febbraio breve e grigio, ghiaccio secco sui marciapiedi, il cielo come coperta bucherellata sopra Milano. Carlo smanettava sul cellulare. Giulia fissava i lampioni.

Ripensava al giorno della telefonata: lui in laboratorio, sottofondo di stampante e una radio lontana. La cena aziendale è il dodici, vieni con me? Una pausa. Serve? No, ma mi fa piacere. Pausa. Va bene, aveva detto lui, semplice.

Due volte gli aveva chiesto: ti ricordi la cena? Lui: certo che sì. Il giorno stesso, niente commenti, ma alle sei e quaranta già era pronto.

È questione di tre o quattro ore, provò lei.

Ci sto.

La gente è a posto, non preoccuparti.

Non sono preoccupato.

Carlo. Dico solo così.

Giulia. Ti sento.

Lautista era giovane, un auricolare in un orecchio, laltro sul colletto. Ascoltava la sua musica, non parlava. Giulia gli fu grata. Alcuni tassisti sono da conversazione, e quello proprio non era il momento.

Hai mangiato qualcosa prima? chiese lei.

Un panino.

Un panino. Tre ore prima della cena.

Avevo fame.

Capisco.

Carlo ripose il telefono, guardò fuori. Il suo profilo familiare, pensò Giulia. Quattordici anni: si riconosce come il proprio marito guarda fuori da un taxi leggermente basso, quasi verso il vuoto, non la strada ma la metà del nulla.

Faranno dei giochi? chiese lui.

Credo di sì. Di solito non partecipo, lo sai.

Brava.

Non sei obbligato neanche tu.

Mica intendevo farli.

Il ristorante si chiamava LEden, terzo piano di un centro commerciale. A Giulia era sempre sembrato assurdo: il paradiso sopra una catena di negozi. Ma la cucina era buona e la sala ampia, con palco per le esibizioni, tavolate lunghe e tovaglie bianche.

La scala ampia, sulle scale salivano alcuni colleghi: Giulia vide Marco Rinaldi e la moglie, una rossa bassa vista solo lanno prima, nome dimenticato subito. Cenni di saluto.

Colleghi? chiese Carlo.

Marco lavora con me. Una brava persona, riservato.

Capito.

In sala già odore di arrosti misti a profumo costoso quellaroma che esiste solo alle cene aziendali e ai matrimoni. Tavoli a forma di U, sopra ogni tovagliolo un cartellino col nome e piccoli alberelli fatti con rametti di pino. Forse uno strascico di dicembre, o un vezzo per la casa.

La gente arrivava. Giulia individuò Laura Santi in rosso acceso venuta col marito, un omone silenzioso con laria da ragioniere. Giuseppe dellinformatica trascinava la propria moglie, evidentemente fuori luogo. La direttrice, Maria Antonietta, era all’ingresso a ricevere tutti come se fosse la regina della serata.

Giulia! la direttrice si aprì in un sorriso. Ecco anche il marito, bravissima! Stringeva la mano a Carlo. Sei Carlo, giusto? Mi hanno parlato di te.

Bene, allora solo cose belle spero, disse Carlo.

Solo ottime! rise Maria Antonietta.

Giulia trasse un sospiro. Andava tutto bene.

Si sedettero: Giulia vicino ad Alessia Bianchi, unamica di vecchia data, Carlo di fronte, accanto al marito di lei, Enrico. Enrico, costruttore, chiassoso e simpatico. Sa parlare con chiunque.

Prima volta che ti vedo! esclamò Enrico a Carlo, mentre ancora si sedevano. Giulia è sempre venuta sola!

Prima non invitava, rispose Carlo.

Meno male che ora ha rimediato! Enrico. Gli tende la mano.

Carlo.

Che fai nella vita? chiese Enrico, versando il vino.

Progetti di interni. Appartamenti soprattutto, a volte negozi.

Lavoro serio! disse Enrico battendo la mano sul tavolo. Serve anche a me! Ho un cliente che vuole qualcosa di unico, ma nemmeno lui sa cosa.

Succede spesso, assentì Carlo.

E come risolvi?

Gli faccio domande. Non su come vuole il salotto, ma come sogna di viverci. Così emerge tutto.

Enrico lo fissò, incuriosito:

E funziona?

Quasi sempre. A volte scopri che non sa nemmeno come vuole vivere. E lì è dura.

Risero. Carlo si scaldava quando parlava di quel mondo: Giulia sapeva, bastava dargli la spinta. Discutono ancora, Enrico tira fuori foto del cantiere. Giulia si volta verso Alessia.

Pare cominci bene, mormorò Alessia.

Sì, per ora.

Laura già mi ha chiesto dovè tuo marito. Le ho detto: con lei, non agitarti.

Giulia rise piano:

Quando?

Mentre appendevi il cappotto.

Fulminea.

È sempre la più veloce. Hai visto che abito? Rosso, scollatura da urlo. Alla cena aziendale.

Suo diritto.

Non giudico, osservo.

Alessia era così, osservava il tutto per poi raccontarlo in pausa caffè, sapendo che Giulia non avrebbe mai spettegolato.

Si brindò. Gli antipasti ottimi: insalate, affettati, tartine con cose rosse non meglio identificate. Giulia mangiava con grazia, convinta che la cena aziendale non fosse una festa, ma continuazione mascherata del lavoro.

Alla tavolata accanto, Maria Antonietta catechizzava un nuovo collega credo Simone. Fingeva attenzione, mente era visibilmente altrove. Giulia lo comprendeva.

Hai chiuso col trimestre? domandò Alessia.

Fatto venerdì. Nessun rilievo.

Che fortuna. Maria Antonietta mi ha trovato tre sbagli, due erano miei e uno era suo.

Glielhai detto?

Io? Alessia sbarrò gli occhi. Non scherziamo.

Giulia annuì. Giusto.

Dopo unora, entrò la presentatrice: una donna sui trentacinque, microfono e sorriso stipendio incluso. Giochi, quiz, scenette. Giulia partecipò a quello delle foto da piccoli: indovinò tre colleghi, vinse un set di candele profumate.

Mi metto a meditare! disse allamica.

Tu? Meditazione?

Mai dire mai.

Carlo evitava i giochi, come sempre. Ma non sembrava annoiarsi. Chiacchierava con Enrico, poi si unirono altri mariti, discorsi da uomini. Giulia notò che Carlo stringeva un bicchiere di succo non beveva, non gliene importava più da anni.

Andava tutto bene. Quasi in pace.

I piatti caldi arrivarono verso le nove: tagliata, pollo, funghi. Giulia preferì il pollo la tagliata le sembrava pretenziosa. Dal tavolo accanto già cantavano a squarciagola vecchi successi italiani. La conduttrice lasciò un po di pausa ai giochi, e tutto divenne più rumoroso, libero.

Giulia si alzò per andare in bagno uno sguardo cercò Carlo. Non era al tavolo.

Era allaltro capo della sala. Non solo.

Accanto a lui, una ragazza giovane, sui venticinque, conosciuta di vista, capelli scuri, lineamenti delicati, qualcosa di luccicante sulle spalle paillettes o simili. Stava parlando, piegata in avanti, e Carlo ascoltava. Giulia vide il suo profilo: sorrideva.

A casa non sorrideva così spesso.

Giulia rimase lì, poi proseguì.

Nel bagno, silenzio. Grande specchio. Si specchiò: abito nero, perle, capelli in ordine. Andava bene. Il volto era normale.

Da una cabina uscì una donna estranea, di un altro evento nella sala minore. Bella, trentanni, vestita di verde. Incrociò lo sguardo nello specchio e sorrise gentile.

Bel vestito, disse.

Grazie.

Il nero sta sempre bene.

Se ne andò. Giulia fissò lo specchio.

Improvviso, il desiderio di casa: togliere il vestito, la collana, lavarsi via il trucco, mettersi sotto il piumone col gatto.

Aprì lapp del taxi, inserì lindirizzo Poi chiuse il telefono.

Si sciacquò il collo con acqua fredda. Restò lì. Si disse: hai visto una conversazione. Solo una conversazione. Ragazza giovane, carina e allora? Carlo può parlare con le ragazze giovani e carine. Non è proibito. Non è neppure un motivo.

Ma quel sorriso.

Giulia decise di non pensarci oltre. Lei era brava a chiudere a chiave le cartelle dentro di sé chiudi, metti via, ora non serve. Poi, forse, a casa. Forse, mai.

Regolò la collana, uscì.

Carlo era di nuovo al posto. La ragazza col luccichio sedeva altrove.

Dove sei stata? chiese lui.

In bagno.

Ok.

Porsero dessert. Torta al cioccolato, mille strati, ottima. Giulia ascoltava Alessia parlare di vacanze: avrebbero preso un pacchetto per la Puglia, Enrico voleva i parchi acquatici, Alessia solo stare sdraiata.

Troverete un equilibrio?

Si litiga come ogni anno, sospirava Alessia. Io voglio il mare, lui le escursioni. Finiamo a fare mare attivo.

Cè di peggio.

Eh. E tu e Carlo questanno?

Giulia rifletté.

Non abbiamo programmi. Vediamo.

Decidete, sennò non partite. Anche noi diciamo sempre vediamo e poi rimaniamo a casa.

Parlerò con lui.

La torta era realmente buona. Giulia la finì, spinse il piatto. Carlo aveva lasciato la sua lì, poi tutto dun tratto la mangiò in poche forchettate. Enrico raccontava qualcosa, forse di automobili. Carlo ascoltava, annuendo.

Giulia lo guardava da lontano. Pensava: eccolo, ascolta la solita storia di motori. Ecco il marito che le tocca per contratto, ma quello era solo un ristorante invece che il salotto di casa.

La conduttrice riprese il microfono:

E ora, signori, la pista da ballo! Tutti invitati!

Giulia non ballava mai ai raduni di lavoro regola ferrea. Osservava: Laura Santi trascinava il marito mogio in mezzo alla sala, Giuseppe dellinformatica tentava passi improbabili ma sinceri.

Balliamo? chiese Carlo, imprevedibile.

Tu non ami ballare.

Una volta sì.

Perché ora?

Boh. Questa canzone è bella.

Lei lo scrutò: cercava qualcosa. Lui reggeva il suo sguardo.

Va bene, disse.

Uscirono in pista. Musica lenta. Carlo la prese per la schiena, come sempre, e si lasciarono cullare dal ritmo.

Bella serata, le sussurrò. Avevi ragione.

Ce lho sempre.

Giusto.

Giulia guardava oltre la sua spalla. Vide la ragazza delle paillettes che ballava con un collega giovane, ridevano insieme, erano amici da anni. Giulia li fissò un attimo e poi distolse lo sguardo.

Solo guardava.

Fuori fa ancora freddo, disse Carlo.

Febbraio.

La primavera arriva.

Sì.

A te piace la primavera?

Giulia si scostò, lo fissò:

Lo sai che la adoro.

Te lo faccio ripetere.

Rimasero in silenzio.

La adoro, ammise lei. Quando il ghiaccio si scioglie. Quando puoi togliere il berretto la prima volta.

Hai sempre tolto il berretto prima di tutti. Sembriamo ancora in pieno inverno e tu già scoperta.

E tremo.

E tremi, acconsentì lui.

Continuarono a ballare. Giulia si accorse che da quanto tempo non si tenevano così vicini, senza parlare daltro, senza pensieri. Forse lultima volta dai Rossi, lanno scorso. Forse prima.

Poi la musica accelerò e tornarono al tavolo.

Era quasi lundici. Giulia raccolse la borsa, salutò Maria Antonietta che aveva già bevuto abbastanza da abbracciare chiunque. Giulia abbracciò Alessia.

Sentiamoci in settimana.

Chiama tu.

E parla con Carlo per le ferie.

Lo farò.

Carlo si accomiatò da Enrico: si scambiarono il numero o meglio, Enrico inserì il contatto di Carlo. Marco Rinaldi agitava una mano, la moglie già con il cappotto stazionava vicino alluscita.

Al guardaroba, Carlo la aiutò con il cappotto. Sempre così senza parole, solo attento.

Fuori faceva freddo. Milano non mollava il febbraio.

Prendo il taxi? chiese Carlo.

Sì, ora lo chiamo.

Lei prenotò sullapp. Cinque minuti dattesa. Rimasero lì, davanti al centro commerciale, la gente che usciva, qualcuno salutava. Giulia rispose con un cenno.

Senti, disse Carlo.

Dimmi.

Quella ragazza, quella con cui parlavo vicino al muro, hai visto?

Giulia esitò:

Sì.

Chiedeva di interni. Vuole rifare casa, cercava qualcuno. Le ho dato il biglietto da visita.

Ok.

Non ti dà fastidio?

No, va tutto bene, rispose Giulia.

Carlo la guardò. Un lampione da un lato gli disegnava il volto a metà nellombra.

Giulia.

Sì?

Stai bene davvero?

Lei si alzò il collo del cappotto. Lauto si avvicinava.

Sto bene, disse. Tutto bene.

Il taxi arrivò. Carlo le aprì lo sportello.

Giulia si sedette, guardò fuori: la ragazza coi brillanti era già sparita. Carlo accanto, diede lindirizzo. Partirono.

Il tassista ora era anziano, silenzioso, il radio spento, odore di pino in auto. Giulia guardava la città cambiare fuori dal finestrino.

La notte di Milano è diversa: strade vuote, lampioni, vetrine, pedoni isolatissimi. Febbraio di notte è stranamente bello: la neve, ai margini della strada, ancora bianca.

Enrico è in gamba, disse Carlo.

Eh sì.

Dice che lavora a un cantiere a Porta Garibaldi. Se va bene, viene fuori una buona commissione.

Ottimo.

Il cliente vuole tutto stile nordico. Ma ognuno pensa una cosa diversa per stile nordico.

E tu?

Ho riso, gli ho detto: tocca a me farglielo capire.

Giulia sorrise debolmente.

Ormai dà per scontato che accetterai.

Vedremo. Carlo fece una pausa. Sei contenta di essere venuta?

Giulia restò in silenzio, guardando le strade di febbraio scorrere allincontrario.

Sì, rispose.

Era vero. In parte, ma vero.

A casa era caldo. Il gatto Mimmo uscì dalla camera, si strofinò prima sulle gambe di Giulia, poi, pensandoci, si concesse anche a Carlo. Giulia si tolse il cappotto, prese le pantofole.

Vuoi una tisana? chiese Carlo.

Non so. Forse no.

La preparo lo stesso, magari ti va.

Andò in cucina. Giulia rimase nellingresso a guardarsi allo specchio: abito nero, perle. Poi tolse gli orecchini, li ripose nella scatola. Gli orecchini della mamma belli, ma poche occasioni per metterli.

La mamma diceva: vai sempre in pubblico in ordine. Non per loro, per te stessa. Quando sai di essere in ordine stai meglio, si vede.

Giulia non sempre ci credeva davvero. Ma stasera aveva scelto le perle. E le aveva indossate.

Mimmo la guardava con quellaria assorta di chi non capisce cosa accade ma sente che sta accadendo qualcosa.

Va tutto bene, mormorò Giulia al gatto.

Mimmo socchiuse gli occhi.

Entrò in camera, si sedette sul letto. Si tolse le scarpe erano comode, il tacco non troppo alto. Non doleva nulla. Le posò bene.

Odore di tisana dalla cucina.

Giulia pensava a ciò che aveva visto. Carlo al muro, la ragazza dei lustrini, quel sorriso raro a casa. Rimuginava la scena, la ripassava nella mente. Poi si chiedeva: cosa avevi visto, realmente? Solo una conversazione. Per lavoro. Poi erano tornati insieme a tavola.

Non sapeva se fidarsi di quella spiegazione.

No. Non era del tutto vero. Sapeva che losservazione era corretta; non sapeva invece come gestire quella puntura rimasta, inflitta laggiù al muro, che proprio non se ne andava.

Non era gelosia. O almeno non solo. Era qualcosa che riguardava se stessa lo specchio, il vestito, la domanda segreta: è abbastanza?

Non se lera mai chiesto prima ad alta voce. Forse sì, ma senza accorgersene.

Giulia, Carlo nella porta con due tazze. Alla fine lho fatta. Menta.

Grazie.

Posò la tazza sul comodino. Si mise accanto a lei a destra, sempre a destra, da quattordici anni. Tirò fuori il cellulare e lo girò schermo in giù.

Stanca?

Un po.

Le scarpe stringevano?

No, scarpe buone.

Lui annuì. Si scalda le mani sulla tazza, abitudine antica. Giulia lo guardava di profilo.

Quarantadue anni. Barba. Giacca larga. Un uomo che conosceva in ogni dettaglio sapeva come beve il tè, dove poggia la mano, cosa dice, cosa non sa dire. Sapeva.

Ma quel sorriso presso il muro non lo conosceva. O forse una volta sì.

Carlo, disse.

Mm?

Aspettò.

Quando è stata lultima volta che sei stato felice di uscire con me, a un evento?

Lui la guardò. Ci mise un attimo.

Non capisco.

Parlo sul serio. Unoccasione in cui eri veramente contento. Non solo per dovere.

Carlo posò la tazza, pensò.

A Capodanno, dai Rossi. Mi era piaciuto.

Era un po’ che è passato.

E quindi? Tieni il conto?

Non tengo il conto. Chiedo.

La guardava, attento, occhi fissi non sempre succedeva.

Giulia. Cosè successo?

Nulla.

È per quella ragazza?

No.

Sicura?

Carlo, prese la tazza, ti ho detto di no.

Allora cosè?

Beveva la sua menta calda, leggermente zuccherata lui sapeva la sua dose. Quattordici anni.

Niente, disse infine. Era solo una domanda.

Fece silenzio. Poi lui:

Ti sei guardata allo specchio oggi?

Come scusa?

Eri bellissima. Quel vestito ti sta bene. Volevo dirtelo a casa, ma mi è sfuggito.

Giulia lo fissò. Locchio fisso.

Ti è sfuggito.

Sono stato distratto. Ma eri bella.

Mimmo salì sul letto, camminò sulle coperte, si installò pesantemente sui piedi caldo e pesante.

Grazie, disse Giulia.

Di niente.

Finì la tisana. Poggiò la tazza.

Fuori Milano era sempre febbraio stessa aria pesante, pozzanghere ghiacciate. Domani bisognava andare al mercato, poi in ufficio, poi chissà la vita che non va mai via.

Giulia pensava che domani Carlo probabilmente avrebbe chiamato quel contatto della ragazza delle paillettes. O forse no. O fra una settimana. Forse non succederà nulla, il budget non si incastrerà, come tanti altri progetti mai partiti. Lo sapeva.

Ma mettiamo che andasse bene. E quindi?

Un buon progetto fa bene a entrambi. Gli euro sono sempre euro. Giulia aveva imparato a trattenersi dai voli mentali. Visto una scena non inventare. Visto un sorriso non inventare. Vivi quello che cè.

E ciò che cè: è venuto con lei. Ha parlato con Enrico. Ha aiutato col cappotto. Ha preparato la tisana.

E ha detto: eri bella.

Vero o no?

Ci pensava. Il vestito sì, sapeva che lo portava bene. Ma lui poteva non accorgersene. Spesso non ci faceva caso. Perso nel work, clienti, tablet sul divano.

E stasera sì. O almeno dice di sì.

Carlo, mormorò.

Eh?

Hai davvero dimenticato di dirmelo, o te lo sei inventato ora?

Pausa. Aspetta.

Dimenticato davvero, rispose. Ci pensavo, mentre mi mettevo la giacca. Poi il taxi, poi altro.

Che altro?

Marco. Era lì con la moglie, sempre insoddisfatta. Li guardavo e pensavo: ecco due che insieme non sono felici, ma restano lì.

Giulia tacque.

Perché me lo racconti?

Non so. Era un pensiero. Mentre venivamo via.

E poi?

Basta. Solo un pensiero.

Lo guardò, la stanza non era buia un lampione dava una striscia giallognola sulla tenda. Carlo era sdraiato e guardava il soffitto.

Noi, stiamo bene insieme? chiese lei.

Lunga pausa.

Io sto bene con te, disse infine.

Non è lo stesso che bene.

Bene è stabile, è affidabile. Non ci sono fuochi dartificio ogni giorno, ma non brucia neanche tutto. Va bene così, no?

Giulia rifletté.

Va bene, disse. Però a volte mi piacerebbe che fossi tu a invitarmi. A ricordarti. A notarmi.

Oggi ti ho notata.

Oggi.

Giulia. Vorresti sentirti dire ogni giorno che sei bella?

No. Ogni tanto. Solo quando ci credi davvero. Non sempre.

Carlo tacque.

Va bene, disse.

Cosa va bene?

Lo farò. Quando lo penso davvero.

Giulia non rispose. Mimmo si stirò ai piedi, trovò la posizione. Unauto passò fuori lasciando una traccia luminosa.

Giulia si sdraiò. Carlo spense la luce.

Lei rimase a pensare non alla ragazza delle paillettes, né al sorriso, né a ciò che era stato. Pensava a se stessa che aveva voluto invitarlo. Voluto non essere sola.

E lui era venuto.

E aveva detto. E visto.

Era qualcosa. Non tutto, ma qualcosa.

Carlo, sussurrò.

Eh? assonnato.

La prossima volta invitala tu. Non aspettare che ti costringa.

Silenzio. Poi:

Va bene.

Sul serio.

Giulia. Lo farò, promesso.

Chiuse gli occhi.

Mimmo respirava piano una piccola stufa viva.

Giulia non sapeva cosa sarebbe stato domani. Non lo sapeva quasi mai: lavoro, soldi, lui. La vita era così: a volte calda, a volte quel brivido sotto la parete del ristorante.

Ma ora era caldo. La menta profumava. Aveva sentito bella.

Per oggi bastava.

Si addormentò.

E il vestito era ancora lì, che la aspettava, nero e buono, appeso alla porta. Aspetterà il prossimo sogno.

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