— Ma sei in pensione! Dovresti occuparti dei nipoti, — ha detto la figlia. La risposta della madre l’ha sorpresa

Ormai sei in pensione. Dovresti stare con i nipoti dichiarò mia figlia. La risposta di mia madre la sorprese

Mariella Bianchi andò in pensione il venerdì. E già il lunedì capì che era una trappola.

Il venerdì fu solenne i colleghi portarono una torta alla panna decorata, lamministrazione le consegnò un mazzo di garofani e un biglietto firmato da tutti, perfino dal portinaio Paolo che, in quindici anni, non aveva mai ricordato il suo nome. Mariella sorrideva, mangiava la torta. Tutto sembrava perfetto.

La domenica sera telefonò la figlia, Alessia.

Mamma, ne abbiamo parlato con Marco. Ora che sei in pensione, sei libera, hai un sacco di tempo, vero?

In linea di massima, rispose cautamente Mariella, e dentro di lei scattò qualcosa.

Benissimo! Allora andrai tu a prendere i bambini allasilo ogni giorno, così starai con loro fino al nostro rientro.

Tutti i giorni? chiese Mariella.

Ma sì! Tanto tu ormai sei sempre a casa.

“Sempre a casa”. Detto con quel tono che vuol dire “non fai nulla”. Mariella rispose:

Va bene, Ale.

E fu proprio in quellistante che qualcosa iniziò a ribollire, da qualche parte sotto le costole.

Perché proprio quel lunedì, alle dieci in punto, Mariella doveva partecipare per la prima volta al corso di ballo. Ballo per adulti, in via dei Giardini, già pagato in anticipo. Dues anni prima se lo era promesso, dopo aver visto per strada una signora di circa sessantacinque anni, con la schiena dritta e il passo leggero. Cera in lei qualcosa di affascinante. E Mariella aveva pensato: ecco, io voglio essere così.

Ma il lunedì invece andò allasilo e ritirò i nipoti.

Giulia, appena arrivata a casa, esigette una treccia come Elsa. Matteo rovesciò il succo sul tappeto, quello bianco. Alla sera, Mariella si sentiva come un vecchio libro di matematica a ottobre. Spiegazzata. Con gli angoli piegati.

Alessia venne a riprendere i bambini verso le otto, baciò la madre sulla guancia:

Grazie mamma! Sei un tesoro!

“Certo, un tesoro”, pensò Mariella guardando la porta che si chiudeva.

E andò avanti così per tre settimane. Tre settimane non sono molte, certo. Dipende per cosa.

Per un restauro, non sono niente. Anche per una dieta, si sopporta. Ma per capire che ti stanno usando senza cattiveria, quasi inavvertitamente bastano eccome.

Il meccanismo era perfetto. Alessia telefonava la mattina, con voce allegra di chi ha tutto sotto controllo:

Mamma, oggi prendi tu i bambini?

Non era una domanda. Era una comunicazione. Come lSMS della banca: “Addebito effettuato”.

Mariella rispondeva “sì” per abitudine, quella di sessantatré anni, quella che si chiama “non creare problemi”. Comodissima. Per tutti, ma non per lei.

Il ballo lo annullò. Chiamò la palestra, spiegò che magari avrebbe rimandato. Limpiegata disse: “Certo, la prenotazione vale fino a fine mese”. Alla fine del mese non aveva ancora ripreso.

Rimandò anche luscita con lamica Carla, ex collega, che ormai faceva nordic walking e preparava confetture di ribes e lamponi. Avevano progettato di andare insieme al cinema una commedia francese, che Mariella voleva vedere da tempo. Niente da fare.

Pazienza, la prossima volta disse Carla.

“La prossima volta.” Frase di consolazione: in realtà significa “forse mai”.

Le giornate erano tutte uguali. Dopo pranzo asilo. Giulia richiedeva attenzione costante. Matteo era più indipendente, ma molto più pericoloso: lanciava e rovesciava qualsiasi cosa, sempre con laria sorpresa di chi scopre improvvisamente le leggi della fisica.

Alle sei di sera Mariella aveva già mal di schiena e di testa. Alle otto, ambos.

Grazie mamma! Sei un tesoro! ripeteva Alessia al momento di portare via i bambini, e spariva. E Mariella sprofondava sul divano, nel silenzio, pensando: così non va.

Solo che non capiva esattamente cosa.

E fu la televisione a suggerirglielo. Un talk show, una donna non più giovane fissava la telecamera: “Ho vissuto tutta la vita per gli altri. A sessantanni ho capito che ho diritto anchio a una mia vita.”

Mariella fissò lo schermo.

Curioso, disse a voce alta.

In quel momento tirò fuori dal cassetto il volantino del corso Ballo per adulti. La stagione finiva a fine aprile. Mancava un mese e mezzo. Si poteva ancora fare. Se lo si voleva davvero.

Mariella lo voleva.

Il giorno dopo chiamò la palestra, si iscrisse di nuovo. Mise lorario in bella vista sotto la calamita di Venezia sul frigorifero. Chiamò Carla: sabato prossimo andiamo al cinema.

Carla si stupì e fu felice. “Daccordo”, disse.

Ecco fatto. Bastavano due chiamate e Mariella aveva di nuovo qualcosa che era solo suo.

La domenica fece una passeggiata da sola. Senza nipoti, senza borse, per il semplice piacere di camminare. Si avviò lungo i Navigli, si fermò per un caffè in un bar che dava sul fiume. Al tavolo accanto, una coppia della sua età rideva piano. Mariella li guardava e pensava: la pensione non è una fine. È solo un altro inizio. Hai chiuso i registri e adesso vivi.

Il lunedì tornò allasilo.

Quella sera, mentre Alessia veniva a riprendere i bambini, la guardò con più attenzione del solito:

Mamma, hai proprio una bella faccia allegra oggi!

Solo il buon umore, rispose Mariella.

Ah, fece Alessia, e lasciò cadere la cosa.

Peccato.

Venerdì sera telefonò di nuovo. La voce rilassata, come chi non si preoccupa mai di nulla:

Mamma, mercoledì prossimo io e Marco partiamo tre giorni per rilassarci, siamo a pezzi. Puoi tenere i bambini, vero?

Proprio in quei tre giorni Mariella aveva già prenotato e pagato un viaggio organizzato. Siena, con Carla e altre due amiche. Albergo con colazione, guida turistica, visita al Duomo, vino Chianti e tutto compreso.

Mariella guardò il telefono.

Poi guardò il programma appuntato sul frigorifero.

Poi la conferma della prenotazione che era lì accanto. Stavano insieme, come una piccola alleanza silenziosa, un primo, piccolo atto di protesta che ancora non aveva voce.

E ciò che tre settimane fa aveva iniziato a bollire ora aveva raggiunto la giusta temperatura.

Mariella non rispose subito.

Di solito diceva sì. O “va bene”. O “certo, cosa posso fare”. Tre opzioni, e caso chiuso. Ma quella volta prese tempo. Qualche secondo. Tre silenzi al telefono: uneternità.

Ale, disse, non posso.

Pausa, ma dallaltra parte.

Cosa? chiese Alessia, stupita, non arrabbiata.

Ho già prenotato un viaggio. Quei giorni sono via, vado a Siena con Carla.

Silenzio.

Dici sul serio?

Certissimo.

Mamma. Ma tu sei in pensione. Dovresti stare con i nipoti! disse Alessia, come si parla di qualcosa di ovvio. Sei pensionata? Allora stai coi bambini. Non si discute. Così funziona il mondo.

Mariella prese ancora un secondo.

Alessia, sono la nonna. Non una babysitter gratuita.

Cosa hai detto? ormai la voce si era fatta più tagliente e bassa.

Ho detto proprio questo.

Mamma, ti rendi conto che noi lavoriamo? Che contiamo su di te?

Lo so, rispose tranquilla. E aiuto. Sono tre settimane che li tengo ogni giorno. Non è poco.

Tanto sei sempre a casa!

Eccolo, di nuovo.

“Sempre a casa.”

Ale, disse, ho vissuto trentacinque anni per te. Da sola, senza aiuti, senza vacanze vere. Non mi lamento, è stata una scelta. Ma adesso voglio vivere un po per me stessa.

Alessia rimase spiazzata.

Mamma, è egoismo!

Chiamalo come vuoi replicò Mariella.

E chiuse la chiamata.

Neanche lei credeva di averlo fatto davvero.

Mariella lasciò il telefono sul tavolo. Si preparò un tè. Si sedette alla finestra.

Dopo venti minuti Alessia richiamò.

Mamma. Sai che ora non sappiamo a chi lasciarli?

Sì. Alla mia età anchio spesso non sapevo come fare. Eppure, ci sono riuscita.

Non è la stessa cosa!

In che senso?

Alessia tacque. Forse perché non aveva risposta. O perché quella che aveva le sembrava imbarazzante da dire.

Sei in pensione, mormorò di nuovo. Ma con meno sicurezza. Cosaltro dovresti fare?

Quello che mi piace rispose Mariella. Ballare. Viaggiare. Bere un caffè guardando il fiume. Il cinema francese. Anche solo sedermi alla finestra e guardare fuori è un mio diritto. Tu non mi spieghi cosa fai nel weekend.

Io lavoro!

Ho lavorato anchio per trentanni.

Lunga pausa.

Mamma, disse Alessia sei cambiata.

Sì, confermò Mariella. Tardi, forse. Ma meglio tardi che mai.

Non ti capisco.

Lo so. Ma un giorno capirai.

Si salutarono, senza “ciao mamma” né “un bacio”. Solo un secco “arrivederci”, come due estranei in ascensore.

Mariella posò il telefono e rimase a lungo alla finestra.

Guardava. Senza pensare a nulla.

Né ai nipoti, né ad Alessia, né se aveva fatto la cosa giusta.

Poi prese il telefono e scrisse a Carla, semplicemente: “Partiamo. Prenota”.

Carla rispose dopo meno di un minuto. Breve, con tre punti esclamativi.

“Fantastico!!!”

Mariella sorrise. Fuori, aprile faceva sbocciare le sue foglioline, in fretta, con allegria, senza guardarsi indietro.

Come se anche lui avesse deciso: basta aspettare. È il momento.

Alessia non chiamò per quattro giorni.

In quel tempo, Mariella si godeva Siena, sorseggiava un po di Chianti, fotografava i campanili, rideva con Carla di qualcosa di leggero, di quelle cose che fanno ridere solo quando finalmente puoi rilassarti e non hai fretta.

Rientrò a casa la domenica sera.

Alessia chiamò il giorno dopo, di sua iniziativa. Parlava più piano del solito, con pause come chi ha provato il discorso nella testa, ma si perde comunque.

Mamma, forse ho sbagliato. Hai diritto, ovviamente, ad avere una tua vita.

Sono contenta che tu lo dica.

È solo che siamo abituati che ci sei sempre…

Lo so. È colpa mia.

Rimasero in silenzio.

Mamma, puoi aiutarci almeno qualche volta? chiese Alessia. Non tutti i giorni. Quando puoi.

Quando posso, sarà un piacere rispose Mariella. Amo i miei nipoti. Ma “ogni tanto” non è “tutti i giorni solo perché sto a casa”.

Sì, ammise Alessia. È diverso.

Ora Mariella tiene i nipoti il venerdì. Solo quando ne ha voglia. E con piacere. Fanno i ravioli, guardano cartoni, e qualche volta Mariella racconta loro di Siena dei campanili dorati e del Chianti che, se scelto bene, è molto dolce.

E il martedì cè il ballo.

E Giulia e Matteo già raccontano allasilo che la loro nonna balla. Con un certo orgoglio si sente.

Una nonna che balla, diciamoci la verità, è meglio di una nonna che semplicemente sta sempre a casa.

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— Ma sei in pensione! Dovresti occuparti dei nipoti, — ha detto la figlia. La risposta della madre l’ha sorpresa
Mio padre ci ha abbandonate, lasciando me e mia madre senza casa e senza aiuto quando avevo solo 12 anni.