Fornelli puliti
Giuliana, vieni qui.
Niente per favore. Niente quando hai finito. Solo vieni qui, come si chiamasse un cane.
Poggiò lo spazzolone contro il muro e andò in cucina. Marco era seduto al tavolo, immerso nel suo telefono. Accanto a lui, vicino alla finestra nel suo posto abituale, sedeva la signora Augusta, madre di Marco. Stava bevendo il tè. In cucina cera un odore di cavolo bollito e di quelle pillole che la suocera ingollava a manciate dal mattino alla sera.
Mia madre dice che non hai pulito bene i fornelli, disse Marco senza alzare gli occhi dal telefono.
Li ho lavati ieri.
Male.
Augusta posò la tazza sul piattino con un piccolo tonfo.
Non mi piace avere lo sporco in casa, disse con quella voce di chi enuncia una semplice verità. Io ho sempre tenuto tutto in ordine. Venti anni che mando avanti questa casa da sola, e non è mai stato così uno schifo.
Giuliana aveva cinquantatré anni. Stava in cucina, con i guanti di gomma e le mani ancora bagnate, ad ascoltare. Di nuovo.
Fammi vedere dovè lo sporco, disse lei. Torno a pulire.
Appunto, fallo vedere, intervenne Marco. Davvero non lo vedi? O ti devo indicare io in ginocchio?
Lo disse piano. Quasi calmo. Lui parlava sempre così: piano, senza urlare, ma con quellintonazione che colpisce dove fa più male.
Giuliana guardò i fornelli. Splendevano. Li aveva sfregati la sera prima, dopo cena, per mezzora intera. Erano puliti.
E fu lì che qualcosa cambiò.
Non ci furono urla, né lacrime. Guardò quei fornelli puliti, poi Marco col suo telefono, poi Augusta con la tazza di tè, e dentro di lei fu tutto silenzio. Quel silenzio che precede una rottura definitiva.
Si tolse i guanti. Li posò sul tavolo.
Sono ventotto anni che ascolto queste cose, disse. Basta.
Marco alzò gli occhi. Augusta restò immobile.
Che hai detto? chiese Marco.
Ho detto: basta.
Uscì dalla cucina. Andò in camera, tirò fuori dallarmadio una grossa busta della Coop e cominciò a metterci dentro qualcosa. Pochissime cose. Documenti, due maglioni, un cambio di biancheria, il caricabatterie. Le mani non le tremavano, la cosa la sorprese. Era calma, come lo si è solo dopo una decisione che matura da anni.
Dalla cucina sentiva le voci. Piano, poi più forti.
Marco, ti rendi conto? Vai a fermarla!
Se vuoi, vacci tu.
Giuliana si mise la giacca, afferrò la busta e uscì nellingresso. Si mise le scarpe. Aprì la porta.
Giuliana! gridò Augusta dalla cucina. Lo sai che stai facendo? Dove credi di andare? Senza lui sei nessuno! Nessuno!
Giuliana chiuse la porta dietro di sé. Silenzio, senza sbatterla.
Sul pianerottolo cera odore di lettiera di gatto dai vicini del terzo piano e di vernice fresca dal primo. Scese e uscì in strada. Era ottobre, freddo e umido, le foglie bagnate formavano un tappeto sullasfalto. Si fermò davanti al portone e prese il telefono.
Caterina rispose al secondo squillo.
Cate, disse Giuliana. Sono andata via.
Pausa.
Da dove?
Da Marco. Per sempre. Non so dove andare.
Tre secondi di silenzio. Poi Caterina disse:
Ricordi lindirizzo? Venti minuti e arrivo. Aspettami fuori, ti mando il codice del portone.
***
Caterina viveva da sola in un monolocale in via delle Rose. Piccolo, ma tutto suo: lo aveva comprato sette anni prima dopo anni a lavorare allaccoglienza in un hotel, mettendo da parte ogni euro. La casa era piena di mensole, dappertutto piantine; in cucina una lavagnetta coperta di calamite dalle città visitate. Cera odore di caffè e di qualcosa di dolce, forse cannella.
Giuliana stava seduta sul divano, stretta tra le mani una tazza di tè bollente, Caterina di fronte a lei, attenta, senza interrompere.
Racconta, disse Caterina.
Non cè niente da raccontare, rispose Giuliana. Sempre le stesse cose. Fornelli sporchi. Il minestrone insipido. Il pavimento fatto male. E ti guardano come se fossi… una cosa rotta che non serve.
Giuli, è sempre stato così. Perché oggi hai mollato?
Giuliana ci pensò su.
Oggi ho guardato i fornelli puliti e ho capito che, se non scappavo subito, non sarei mai andata via. Che sarei morta lì. Un giorno mi sarei semplicemente sdraiata e mai più alzata, e avrebbero detto che non sapevo badare a me stessa.
Caterina annuì. Non disse altro. Solo altro tè nella sua tazza.
Di notte Giuliana dormiva sul divano di Caterina, avvolta da un plaid caldo, e ascoltava il silenzio. Silenzio vero. Nessun tv dalla stanza accanto. Nessuna tosse della signora Augusta. Nessuna sensazione di dover saltare in piedi a fare qualcosa.
Non dormì fino alle tre. Non per lansia: solo perché non sapeva cosa volesse dire stare a letto senza sentirsi responsabile di tutto.
Poi finalmente si addormentò.
***
Il telefono rimase zitto due giorni. Al terzo Marco mandò un messaggio: Quando torni? Niente scusa. Niente dobbiamo parlare. Solo quando torni, come fosse partita per lavoro.
Giuliana lo lesse e infilò il telefono in tasca.
Fai bene, disse Caterina, che aveva visto tutto. Non rispondere. Che se la veda da solo.
Ma lui non ha niente da capire, disse Giuliana. Pensa davvero che tornerò. Ha sempre pensato così. Che non sarei mai andata via.
E invece ci vai?
Giuliana guardò fuori. Il cortile dottobre era grigio, macchine bagnate, alberi nudi.
Sì vado. Anche se non so ancora dove.
Le prime settimane furono strane. Giuliana non sapeva cosa fare con sé stessa. Una vita intera a svegliarsi alle sette: preparare la colazione, pulire, fare la spesa, comprare medicine alla signora Augusta, cucinare di nuovo, pulire ancora. Sempre male, poco.
Ora si svegliava e la giornata era vuota. Nessun dovere. Era quasi insopportabile.
Cate, disse una mattina, mentre Caterina si preparava per il lavoro. Devo fare qualcosa o impazzisco.
Cerca lavoro.
A fare cosa? Sono ventotto anni che sto a casa.
Sei una pittrice.
Giuliana rise. Secca, senza gioia.
Ero una pittrice. Dopo luniversità ho lavorato due anni in una casa editrice, poi mi sono sposata e Marco ha detto che non serviva, lui portava i soldi. E sua madre aggiungeva che le donne serie pensano a casa, non a correre dietro una scrivania.
E tu ci hai creduto.
Ci ho creduto. A venticinque pensi sia amore, che prendersi cura di te sia amore.
Caterina infilò il cappotto.
Giuli, nellarmadio ci sono acquerelli. Li aveva lasciati mia nipote. E un blocco di carta cè. Usali, prova.
Perché?
Perché le mani si ricordano.
***
Trovò gli acquerelli in fondo allarmadio, avvolti nel giornale. Erano da bambini, economici, nella scatoletta di plastica col disegno dello scoiattolo. La carta era nel blocco, spessa, da acquerello. Giuliana prese tutto, si sedette al tavolo e guardò a lungo il foglio bianco.
Poi prese il pennello.
Allinizio non veniva niente. Il colore si stendeva male, la mano tremava, le proporzioni sbagliate. Strappò tre fogli. Poi si calmò e cominciò a passare il colore, senza pensare, solo colore, solo forma.
Dopo unora davanti a lei cera un piccolo foglio: il cortile autunnale visto dalla finestra di Caterina. Alberi bagnati, cielo grigio con una macchia rosa allorizzonte.
Lo guardò e pensò: ecco. Questo lho fatto io.
Non una minestra. Non fornelli puliti. Questo.
Alla sera Caterina vide il disegno sul tavolo e si fermò.
Lhai fatto tu, Giuli?
Sì.
È bello davvero.
È storto, sbagliato.
Ma vivo, disse Caterina. Di cortili così ne ho visti centinaia, ma questo sembra vero. Lo senti.
Giuliana non rispose, ma il disegno non lo buttò via.
***
Intanto, in casa di Marco Brambilla le cose andavano diversamente da come si era aspettato.
I primi tre giorni era sicuro sarebbe tornata. Ovviamente: dove poteva andare? Non sapeva fare niente, senza soldi, senza lavoro, senza casa. Sicuramente sarebbe tornata.
Non tornò.
Al quarto giorno scoprì che il frigo era vuoto. Completamente. Lo aprì la mattina, vide un cartone di latte quasi finito, lo richiuse. Andò al lavoro a stomaco vuoto.
Alla sera la madre lo fissava in cucina con lo sguardo di chi io lavevo detto.
Hai mangiato?
No.
Neanche io. Hai preso qualcosa al supermercato?
No, non ho fatto in tempo.
Quindi non hai mangiato e non hai portato niente, disse Augusta. In settantotto anni non mi era mai capitato di vedere la casa senza pane.
Mamma, vai tu al supermercato.
Lunga pausa.
Ho settantotto anni, disse Augusta lentamente, ho le ginocchia a pezzi, la pressione alta. Cammino con la stampella. E tu mi dici di andarci da sola.
Mamma, non avevo tempo, dovevo lavorare.
E Giuliana? Lavorava Giuliana? Era sempre indaffarata per te, e tu lhai mandata via.
Marco alzò la testa.
Io? È stata lei a scappare!
Perché lhai esasperata! la voce si fece acuta. Te lavevo detto, devi trattare meglio le persone. Ma tu, niente, sai tutto tu
Anche tu le facevi la guerra tutti i giorni! I fornelli sporchi, il minestrone sciapo, i pavimenti fatti male!
Era casa mia e avevo il diritto!
Casa mia, mamma! Questa è casa mia!
Si fissarono, per la prima volta dopo anni. Non cera più Giuliana fra di loro a prendere i colpi, a mediare.
Marco si alzò, prese la giacca e uscì. Sbatté la porta.
Augusta restò da sola. Si alzò, accese la luce, aprì il frigo. Guardò il cartone di latte. Lo richiuse.
Si sedette.
Era silenzioso come mai quando Giuliana era lì.
***
Novembre portò freddo e la prima neve. Già tre settimane che Giuliana viveva da Caterina, a poco a poco tornava a sé, come chi resta a lungo chiuso e poi respira finalmente aria fresca. Allinizio acceca. Poi ci si abitua.
Dipingeva ogni giorno. Si era comprata dei colori buoni. Caterina trovò su internet un annuncio: piccolo laboratorio in affitto in via del Fiume, non lontano dal parco. Una stanzetta di venti metri, una grande finestra a nord, con il pavimento di legno. Economico perché trasandato, pareti scrostate.
Giuliana andò a vedere e capì subito: era quello.
La prendi? chiese la padrona di casa, unanziana col basco di lana.
La prendo.
Aveva pochissimi soldi. Vendette gli orecchini doro regalati dai genitori per il matrimonio. Con una certa amarezza, perché erano un ricordo. Poi pensò: ricordo di che cosa?
Il laboratorio divenne il suo rifugio. Ci arrivava la mattina, apriva la finestra e laria fredda, col profumo di neve e dacqua di fiume, invadeva la stanza. Odore di colori, di olio di lino, di legno. Metteva in ordine i barattoli, il blocco, le tele. Lavorava. Per ore, spesso dimenticandosi di mangiare.
Dipingeva di tutto: paesaggi, cortili di città, nature morte con una tazza, una mela, un vecchio stivale. Sempre meglio. Le mani davvero ricordavano, ma ci volle tempo.
Un giorno di dicembre Caterina la chiamò in laboratorio.
Giuli, in hotel vogliono fare una mostra di artisti locali. Una cosa piccola, nellatrio. Ho parlato di te. Vuoi portare qualche quadro?
Non sono artista. Ho appena iniziato
Sei unartista. Ho visto i tuoi quadri.
Roba da dilettante.
Giuliana, Caterina paziente come con un bambino testardo, sono trentanni che ti dici da sola che sei solo e appena. Basta. Me li porti?
Giuliana restò un attimo in silenzio.
Va bene, disse. Porto qualcosa.
***
Ed è lì che conobbe Alessandro Bianchi.
Veniva a prenotare una stanza in hotel e si trovò per caso allinaugurazione. Alto, camicia a quadri, capelli già grigi sulle tempie, occhi calmi. Restò davanti a un quadro di Giuliana: un parco dinverno, una panchina, tracce nella neve che arrivavano e poi tornavano indietro.
Giuliana savvicinò solo per raddrizzare una cornice. Sentì che lui mormorava piano, quasi tra sé:
Ecco venuti, seduti e poi via.
Sta parlando delle orme? domandò lei.
Si girò, nessun imbarazzo.
Sì. Penso: erano in due. Si sono seduti. Sono andati via ognuno per conto suo. Forse bene, forse no.
Io pensavo fosse una persona sola, disse Giuliana. È venuta, seduta, tornata a casa.
Da soli non ci si muove a zig-zag così, rispose asciutto. Vede? La traccia è irregolare. Due persone, ne sono certo.
Guardò il quadro con occhi nuovi.
Forse ha ragione, ammise.
Parlarono ancora venti minuti. Veniva da una città vicina per aiutare il fratello con dei lavori. Alessandro era un tuttofare: falegname, elettricista, idraulico. Vedovo, due figli grandi. Parlava poco ma ascoltava davvero, questo colpì Giuliana: mai una interruzione, mai una sbirciata al telefono. Solo attenzione.
Non era abituata.
Alla fine le chiese:
Ha un biglietto da visita?
No, arrossì Giuliana. Non ne ho fatti.
Allora il telefono, posso?
Glielo dette. Poi ci pensò: e ora?
Tre giorni dopo arrivò il messaggio: Buonasera. Sono Alessandro, quello delle orme nella neve. Vorrei comprare quel quadro, se non è già venduto.
Non era stato venduto. Venne lui stesso a prenderlo, lo avvolse con cura nella sua borsa e chiese se poteva vedere altro.
Andarono insieme al laboratorio. Guardò tutto con attenzione. Ne comprò altri due.
Dipinge bene, disse lui.
Ho smesso per tanto tempo, rispose Giuliana.
Perché?
Lei fece spallucce. Non spiegò.
Così è la vita.
Alessandro annuì, senza insistere.
***
Marco telefonò a gennaio. Da alcuni mesi Giuliana viveva da Caterina o in laboratorio. Ufficialmente ancora sposati, ma lei non aveva ancora presentato i documenti per la separazione.
Chiamò la sera, proprio quando Giuliana stava terminando un grande quadro dinverno.
Giuliana, disse.
Sì.
Silenzio.
Mia madre sta male.
Mi spiace.
Non potresti venire? Anche solo una volta alla settimana. Daresti una mano in casa.
Giuliana posò il pennello.
Marco, disse. Me ne sono andata. Vivo da sola. Non torno a far la donna di servizio.
Sei ancora mia moglie.
Ancora per poco.
Non fare così. Torna a casa, parliamone.
Non abbiamo mai parlato noi due, Marco. Per ventotto anni avete parlato tu e tua madre. Io ascoltavo e facevo.
Esageri.
Forse, rispose calma. Ma non torno.
E chiuse la telefonata. Mani ferme. Si stupì pure di sé stessa.
Pensò che da fuori sembrava semplice: moglie che lascia il marito. Banale. Ma da dentro era come imparare di nuovo a camminare, giorno per giorno.
***
Con i soldi Giuliana imparava piano. I quadri si vendevano di rado e per poco. Qualcuno commissionava una cartolina, ogni tanto un paesaggio per regalo. Caterina laiutò a creare una pagina online, e piano piano arrivarono persone che seguivano il suo lavoro.
Ci si viveva al limite. Affitto del laboratorio, cibo, vestiti. Senza eccessi, ma bastava.
Non si sarebbe mai aspettata di sentirsi ricca. Eppure lo era.
Alessandro arrivava ogni due, tre settimane: dai fratelli o apposta per vederla. Prendevano un caffè nella piccola torrefazione vicino al parco, o passeggiavano insieme. Parlavano del suo lavoro, dei figli, uno dei quali era diventato padre. Lei raccontava dei quadri, dei progetti con lolio.
Non la forzava mai. Mai un passo in più. Un giorno capì che aspettava le sue visite; quando lui non cera, il laboratorio sembrava più grande e più vuoto.
Cate, le disse un giorno. Alessandro non so cosa fare.
Che cosa?
È troppo gentile. Questo mi spaventa.
Perché il bene dovrebbe fare paura?
Perché penso sempre che dietro il buono debba esserci qualcosa di brutto.
Caterina la fissò a lungo.
Forse non tutti hanno un lato nascosto.
Giuliana ci pensò giorni.
Alla fine scrisse per prima ad Alessandro: Sabato vuole passare? Sto lavorando a qualcosa di nuovo e vorrei farle vedere.
Lui venne. Guardò il quadro. Disse che era bello. Poi andarono in quella piccola caffetteria e lì lui le chiese:
Giuliana, vorrebbe fare una gita questo fine settimana? Conosco un vecchio monastero, a unora da qui. In inverno è magnifico.
Rispose: sì.
***
Di casa Brambilla sapeva qualcosa ogni tanto, tramite la signora Pierangela del quarto piano, con cui aveva sempre scambiato due parole sulle scale.
Giuli, tutto bene? Sai che lì da loro ormai è un disastro. Li sento litigare ogni giorno. Augusta se la prende con Marco che non ti ha trattenuta, lui risponde. Ieri urlavano così tanto che volevo chiamare i carabinieri.
Giuliana non provava niente se non una strana lontananza, una tristezza distaccata. Non vendetta. Non soddisfazione. Solo: così va il mondo.
Stavano male senza di lei non perché Giuliana mancava, ma perché non cera più la loro parafulmine. Tutta la vita avevano sparato verso lo stesso bersaglio, e ora che quel bersaglio era andato via, si colpivano tra loro.
A febbraio la signora Pierangela la avvisò che Augusta era stata portata via in ambulanza. Pressione, cuore. Marco si disperava in ospedale, solo.
Giuliana mise su il tè, pensò che forse avrebbe dovuto chiamare. Dopo ventotto anni, era pur sempre una persona.
Poi decise di no. Non fare quello che doveva. Una vita a fare il giusto. Ora basta.
***
A marzo arrivò la primavera e lodore della neve che si scioglie. Giuliana attraversava il mercato con la borsa di stoffa, cercando qualcosa per colazione. Si fermò tra le primizie: pomodori serra, idee per un quadro sul mercato di primavera, tra colori e gente.
Vide Marco.
Veniva con una busta, occhi bassi sul telefono, non laveva vista. Si era fatto vecchio, pensò. O forse non laveva mai guardato davvero da fuori. Spalle curve, giacca sgualcita, viso spento.
Se lo guardò bene. Si chiese che sentimento provasse. Paura? Rabbia? Voglia di scappare?
Niente di tutto questo.
Marco alzò gli occhi e la vide. Si fermò.
Si guardarono da tre banchi di distanza.
Giuliana, disse lui.
La sua voce era la solita, bassa. Ma cera qualcosa di nuovo: smarrimento.
Marco, rispose lei.
Lui si avvicinò. La fruttivendola di fianco si finse impegnatissima.
Come stai? chiese lui.
Bene.
Sei dimagrita.
Può darsi.
Mamma sta in ospedale. Il cuore.
Lo so. Mi dispiace.
Silenzio. Lui si rigirava la busta tra le mani.
Davvero non torni?
Giuliana lo guardò, calma. Senza odio, senza pietà. Semplicemente.
No, Marco. Non torno.
E adesso come si fa?
Tu devi vivere. Io sto già vivendo.
Non trovò risposta. Giuliana prese i suoi pomodori, pagò e si allontanò.
Il cuore batteva regolare. Ecco la sua vittoria: non nellandarsene, ma nellesserci, davanti a lui, senza paura. Senza umiliarsi. Senza pensare devo essere gentile, non essere sgarbata, forse sono io lesagerata. Solo due estranei che parlano.
Prese un po di verdura, pane fresco, e tornò a casa. Casa, il suo laboratorio.
***
Fece la richiesta di separazione in aprile. Da sola, senza avvocati, compilò i moduli e andò. Marco non fece obiezioni. Si videro unultima volta dal notaio, firmarono e via.
Lei non aveva casa. Marco rimase nella sua. Caterina diceva che avrebbe avuto diritto a una parte, che avrebbe dovuto insistere. Giuliana scuoteva la testa.
Non voglio quella casa, Cate. Voglio solo vivere.
Un po di soldi ti avrebbero aiutato.
I soldi arriveranno, rispondeva. Diversi. Miei.
Verso lestate lei e Alessandro si vedevano ogni settimana. Lei andava a trovarlo nella sua città, lui veniva da lei. Aveva una casetta in un quartiere tranquillo, con un piccolo giardino dove crescevano ribes e un vecchio melo. Giuliana la prima volta restò in giardino a lungo, a guardare il melo in fiore.
Bello, mormorò.
Mia moglie lha piantato, disse lui. Pacato. Sono otto anni che non cè più. Ma il melo fiorisce sempre.
Stettero lì un po a guardare lalbero.
Alessandro, chiese Giuliana, non ha paura? Riavvicinarsi a qualcuno, intendo.
Sì, ho paura, rispose onesto. Ma lei mi piace. E penso che la paura non deve impedirci di vivere.
Lei rise, inaspettatamente.
Saggio.
Sono solo pratico. Come coi chiodi: dritti e basta.
***
In autunno, a un anno esatto dal giorno in cui aveva preso la busta e lasciato casa Brambilla, erano insieme in cucina da Alessandro. Lui trafficava in un cassetto che non si chiudeva, lei disegnava bozzetti e sorseggiava il caffè.
Cera calore. Un silenzio buono, odore di legno e caffè.
Giuli, disse lui senza staccarsi dal cassetto, vuoi trasferirti qui?
Alzò lo sguardo.
Dove?
Qui da me.
Restò in silenzio. Lui trafficava con il cacciavite.
Ho il laboratorio là, disse.
Lo so. Qui cè una stanza libera con una grande finestra a est. Ci batte il sole al mattino. Te lavevo detto?
Me lavevi detto.
Allora?
Giuliana guardava il bozzetto: cucina, uomo col cacciavite, donna col caffè. Finestra. Fuori il giardino.
Devo pensarci, rispose.
Pensa pure.
Non hai fretta?
No.
Perché?
Lasciò il cacciavite e chiuse il cassetto, che ora filava perfetto.
Perché ormai il tempo ce lho, disse. E non si può forzare qualcuno.
Giuliana tornò a guardare il quaderno.
Va bene, disse piano.
Va bene che pensi o va bene che ti trasferisci?
Va bene che mi trasferisco.
Lui annuì. Sedette vicino, prese il tè. Il silenzio era buono.
***
Passarono altri sei mesi.
Giuliana viveva da Alessandro, ma non aveva rinunciato al laboratorio in via del Fiume. Tre volte a settimana ci lavorava. La stanza col sole al mattino in casa di Alessandro era la sua seconda postazione: lì faceva disegni mentre lui era via per lavoro.
I suoi quadri ora si vendevano più spesso. Non era diventata famosa, ma aveva il suo piccolo pubblico. Persone che la cercavano, volevano solo le sue opere. Senza clamore. Ma era il suo posto.
Ogni tanto sentiva qualcosa di Marco dalla signora Pierangela. Augusta si muoveva a fatica dopo lospedale, non usciva quasi mai. Marco aveva assunto una donna delle pulizie. Lavorava, tornava a casa, viveva.
Giuliana ascoltava e pensava che un tempo quelluomo era stato il suo orizzonte. Il suo umore era il suo tempo, le sue parole la legge. A chi guarda da fuori la sua vita sembra una bella famiglia, ma dentro era una prigione con la porta chiusa dallinterno.
Ora il cielo era cambiato.
Un martedì di dicembre, Giuliana arrivò in laboratorio quando era ancora buio. Accese la luce, mise su il tè. Fuori scendeva la neve, lenta.
Squillò il telefono. Caterina.
Ciao Giuli. Come va?
Bene. Dipingo.
Senti, ho una notizia. Sai la galleria in centro, quella vera? Cercano artisti per una mostra di primavera. Hanno visto i tuoi quadri sul web, vogliono parlare con te. Ti do il numero.
Giuliana prese una penna, scrisse.
Cate, disse, vorranno nomi importanti, persone conosciute, titoli
Hai smesso per cinque anni e ora hai già un centinaio di opere. Non è serietà questa?
Forse
Chiamali. Solo parla con loro.
Va bene.
Attaccò. Guardò il numero. Guardò fuori: la neve cadeva lenta, il cortile candido, pulito come un foglio nuovo.
Versò il tè, prese il pennello e iniziò. Chiamerà. Dopo. Prima voleva catturare quella neve, mentre era ancora così.
***
Alla sera Alessandro passò a prenderla. Bussò, entrò, la vide sul quadro.
Pronta?
Ancora cinque minuti.
Sedette su uno sgabello, aspettando. La guardava lavorare. Ogni tanto sentiva quello sguardo: attento, calmo, come chi guarda una cosa preziosa.
Dopo cinque minuti Giuliana mise via i pennelli.
Finito, disse.
È venuta bene, annuì lui verso il quadro.
Non lo so. Dipingere la neve è difficile. Sembra bianca, ma è blu, rosa, grigia, qualunque colore tranne il bianco.
Interessante, disse serio. Non lavrei immaginato.
Si pensa sia facile. Guardi e non vedi.
Uscirono dal laboratorio. Fuori freddo e silenzio, la neve aveva smesso; laria era tersa, si respirava bene.
Alessandro, disse Giuliana mentre camminavano, mi hanno contattato per la mostra in centro.
E allora?
Non so se andare.
Vorresti?
Taceva.
Sì, vorrei. Ma ho paura.
Di cosa?
Che dicano non va bene, che mi rifiutino, che non sia vera artista. Che non sia abbastanza.
Lui camminava, mani in tasca, guardava avanti.
Giuli, sai che ormai il peggio è alle spalle?
Che intendi?
Intendo che hai già affrontato il più difficile. Hai vissuto ventotto anni con chi ti diceva che non valevi nulla. E sei uscita con una busta in mano. È quella la cosa che faceva paura. La mostra? Se ti dicono no, pazienza.
Si fermò.
Sei dritto come un chiodo, disse lei.
Ci provo.
Lei rise leggera, lui sorrise tanto da illuminarle di lato il viso.
Dai, fa freddo, disse lui.
Proseguirono. La neve crocchiava sotto i piedi. I lampioni si riflettevano nelle pozze ghiacciate. Di fronte brillavano le finestre di casa.
Alessandro, disse Giuliana.
Sì?
Grazie.
Di che?
Di non dirmi mai devi o sei obbligata.
Un attimo di silenzio.
Un adulto sa da solo cosa deve fare, rispose. Al massimo si può ricordarlo ogni tanto. Ma non imporre.
Arrivarono. Lui aprì, la fece entrare prima. Nellaria cera profumo di legno e un filo di mele dal ripostiglio.
Giuliana si tolse le scarpe, andò in cucina, accese la luce.
Tutto era davvero casa: il tavolo, due sedie, la finestra sul giardino. Sul davanzale il suo quaderno degli schizzi.
Aprì il quaderno e vide lo schizzo del giorno prima: cucina, uomo con cacciavite, donna col caffè. Finestra. Fuori il giardino.
E ora poteva disegnare la neve.
Prese la matita.
***
Da questa storia mi porto dentro che la quiete vera non arriva quando tutto tace fuori, bensì quando finalmente dentro si fa silenzio. Quando smetti di sentirti sempre di troppo, sempre insufficiente, e inizi a scegliere cosa vuoi, e chi sei davvero. Anche col cuore che batte piano. Anche solo con una matita in mano davanti a un foglio bianco.






